DCCCXVIII
| Anno di | Cristo DCCCXVIII. Indiz. XI. |
| Pasquale papa 2. | |
| Lodovico Pio imperadore 5. |
Per attestato di Eginardo [Eginhard., in Annal. Franc.] e dell'Astronomo [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], per tacer le altre istorie, in quest'anno, terminato il processo contra di Bernardo re d'Italia e contra dei complici di quella congiura, fu proferita sentenza di morte sopra cadauno dei secolari; ma l'imperador Lodovico commutò la pena, contentandosi che loro solamente fossero cavati gli occhi. Con tal crudeltà fu eseguito questo decreto nel giovane re Bernardo e in Reginario, che amendue per ispasimo, più che per malinconia, da lì a tre giorni cessarono di vivere. Sembra che Andrea [Antiquit. Italic., Dissert. II.] prete italiano di questo secolo nella Cronichetta attribuisca tal manifattura all'imperadrice Ermengarda, con iscrivere: Hermengarda, mox ut potuit, ut audivimus, nesciente imperatore, oculos Bernardo evulsit, isque ipso dolore defunctus est, postquam quinque regnaverat annos, duos sub Carolo, tres sub Hludovico. Inverisimile non è il sospetto che l'imperadrice vagheggiando il regno d'Italia per uno dei suoi figliuoli, giacchè altro non potè ottenere dal marito, se non che Bernardo perdesse gli occhi, s'ingegnasse ch'egli perdesse con gli occhi anche la vita. Non sussiste già che l'imperadore non sapesse qual gastigo fu decretato a Bernardo. Ma certo, se Bernardo spontaneamente andò a mettersi nelle mani dell'imperadore, per implorar la sua clemenza, non mancò dell'inumanità nella pena a lui data; peggio poi, s'egli v'andò chiamato e sotto la buona fede. In fatti l'Augusto Lodovico dopo qualche tempo, per attestato di Tegano [Theganus, de Gest. Ludovici Pii.], rimordendogli la coscienza, Magno cum dolore flevit multo tempore, et confessionem dedit coram omnibus episcopis suis, et judicio eorum poenitentiam suscepit, propter hoc tantum, quia non prohibuit consiliarios hanc crudelitatem agere. Ob hanc causam multa dedit pauperibus propter purgationem animae suae. Questo suo pentimento cadde nell'anno 822, siccome vedremo. I vescovi poi che avevano avuta parte nella congiura suddetta furono deposti dagli altri vescovi, e relegati in varii monisteri. Una tal condanna per conseguente piombò sopra di Anselmo arcivescovo di Milano, e sopra Teodolfo vescovo di Orleans. Ma, siccome osservò il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], Teodolfo fu ben sospetto di quel delitto, ma egli stette sempre saldo in chiamarsi innocente, siccome apparisce dai suoi versi ad Adolfo arcivescovo bituricense, ossia di Bourges, e a Modoino vescovo di Autun. Comune sentenza è che il corpo del re Bernardo fosse portato a Milano, e gli fosse data sepoltura nella basilica di santo Ambrosio. Tristano Calco [Tristanus Calchus, Hist. Mediol.] racconta che a' suoi dì fu ritrovata l'iscrizione a lui posta colle seguenti parole:
BERNARDVS CIVILITATE MIRABILIS
CETERISQVE PIIS VIRTVTIBVS INCLYTVS
REX HIC REQVIESCIT
REGNAVIT ANNOS QVATVOR MENSES QVINQVE
OBIIT XV KAL. MAII INDICT. X.
FILIVS PIAE MEMORIAE PIPINI.
Il Sigonio e il cardinal Baronio in vece dell'Indict. X, scrissero Indict. XI, perchè veramente nell'anno presente 818, in cui egli restò privato di vita, correva l'indizione undecima. Ma anche il Puricelli [Puricellius, Monument. Basilic. Ambrosian.] attesta leggersi in quel marmo l'indizione decima. Ora non sussistendo che la morte del re Bernardo accadesse nel corso di quella indizione, cioè nell'anno 817, nè accordandosi colla storia, nè coll'epoca del suo regno più comunemente usata in Italia, il dirsi ch'egli regnò quattro anni e cinque mesi, ho io altrove dubitato [Antiquitat. Italic., Dissert. X.] dell'antichità e legittimità di quella iscrizione. Per altro abbiamo dal Puricelli suddetto che nell'anno 1638 si scoprì nella basilica ambrosiana un'arca, dove erano due cadaveri, l'uno de' quali fu creduto del re Bernardo, perchè a canto avea uno scettro di legno indorato, la veste era di seta con frange d'oro, le scarpe di cuoio rosso colle suole di legno, e con gli speroni di rame indorato. L'altro cadavero fu riputato quello dell'arcivescovo Anselmo, perchè a lato v'era una mitra episcopale, un pastorale di legno, e un anello d'argento indorato con gemma. Perciò tanto il Puricelli, quanto l'Ughelli e il padre Papebrochio, furono di parere che nell'anno 821, oppure 822, quell'arcivescovo, ottenuto il perdono, se ne ritornasse a Milano alla cattedra sua. Pel suo ritorno abbiamo fondamento bastante. Pel sepolcro non v'ha che delle conghietture. Abbiamo bensì di certo da Reginone [Reginon., in Chronico ad ann. 818.], che habuit iste Bernhardus (rex) filium nomine Pipinum, qui tres liberos genuit, Bernhardum, Pipinum, et Heribertum. Di questo Pippino, figliuolo del re Bernardo, fa anche menzione Nitardo [Nithardus, Hist., lib. 2.], con dire ch'egli avea dei beni in Francia; nè mancano scrittori moderni che pretendono derivata da Eriberto suo figliuolo la schiatta degli antichi conti di Vermandois. Lasciarono i Sammartani [Sammarthani, Hist. General., lib. 4, cap. 13.] in dubbio se questo giovane Pippino fosse legittimo o bastardo. Siam tenuti alla diligenza del padre Mabillone [Mabillonius, Append. ad tom. 2 Annal. Benedictin., n. 58.], che mise qui in chiaro la verità, con rapportar lo strumento della fondazione del monistero delle monache di santo Alessandro di Parma, scritto in quella città nell'anno 835, in cui si truova chi fu moglie del prelodato re Bernardo, e madre del prefato Pippino, cioè Cunicunda, relicta quondam Bernardi incliti regis, pro mercedem et remedium animae seniori meo Bernardi, vel mea, seu filio meo Pippino, ec. Restò dunque vacante per questo funesto avvenimento il regno d'Italia, e fu alcun tempo governato a dirittura dai ministri dell'imperadore.
Ebbe in quest'anno esso imperador Lodovico da far guerra nella Bretagna minore. Fin dal secolo quinto dell'era cristiana ritiratesi dalla gran Bretagna alcune migliaia di famiglie, quivi piantarono la loro abitazione, dove tuttavia conservano una particolar loro lingua, che vien creduta l'antichissima celtica. Andò dipoi crescendo la loro popolazione, e colla gente cresceva anche l'orgoglio, in guisa che penarono a sottomettersi e a star sottomessi ai Franchi, nazione diversa dalla loro. I duchi di quella provincia s'intitolavano bene spesso re, per mostrare la loro indipendenza, nè volevano pagar tributo ai re franchi. Carlo Magno ebbe anch'egli da fare per reprimere la loro baldanza. Comandava in questi tempi nella minore Bretagna Murmanno, uomo duro e borioso, che permetteva anche al suo popolo di far delle scorrerie nelle provincie vicine de' Franchi. Portatene le doglianze all'Augusto Lodovico, spedì egli Witcario abbate, per esortarlo all'emenda dei danni, e a pagare i dovuti tributi, altrimenti si aspettasse la guerra. La risposta di Murmanno, sedotto da sua moglie, fu piena di superbia e di sprezzo. Però l'imperadore determinò di esigere colla forza ciò che non si poteva ottener colle buone. Vien minutamente descritta da Ermoldo Nigello [Ermold. Nigel., lib. 3, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] tutta questa azione, e il viaggio dell'imperadore, e i doni a lui fatti in tal congiuntura dai vescovi ed abbati, e l'unione e marcia dell'esercito contro i Bretoni. Ma non s'ebbe esso Augusto a faticar molto. Portò la buona ventura che Murmanno uscito un dì travestito per ispiare gli andamenti dell'armata francese, incontratosi con un Francese di bassa lega, ma valoroso, appellato Coslo, e venuto con lui alle mani, restò ucciso. Di più non vi volle perchè i popoli bretoni corressero ad implorare il perdono, a giurar fedeltà, e a promettere i tributi. Dopo questa felice impresa tornato l'imperador Lodovico ad Angiò, trovò l'augusta sua moglie Ermengarda aggravata da gagliarda febbre, e tale, che da lì a tre dì la portò alla sepoltura. S'ella ebbe mano nel precipizio del re Bernardo, non tardò già Iddio a chiamarla ai conti. Era già divenuto duca, ossia principe di Benevento, Sicone, siccome abbiam detto. Spedì egli in quest'anno i suoi ambasciatori a Lodovico imperadore, e, secondochè scrive Erchemperto [Erchempertus, Hist., n. 10.], foedus cum Francis innovavit. Eginardo anch'egli lo conferma [Eginhard., in Annal. Franc.], scrivendo che l'imperadore, quum Heristallium venisset, obvios habuit legatos Siconis ducis Beneventanorum, dona ferentes, eumque de nece Grimoaldi ducis antecessoris suis excusantes. Aggiugne dipoi, che comparvero parimente i legati d'altre nazioni, specialmente di Borna duca dei Gudescani, e di Liudevito duca della Pannonia inferiore, il quale, macchinando delle novità, mandò molte accuse contra Cadaloum comitem, et Marcae Forojuliensis prefectum, tacciandolo d'uomo crudele ed insolente. Per le quali parole ho già io dato il nome di marca al Friuli, e credo già costituiti i marchesi: del che parlerò più abbasso. Fu cagione la rivolta del re Bernardo che l'imperadore in quest'anno costrignesse i suoi fratelli bastardi Dragone, Teodorico ed Ugo a prendere la tonsura monastica, quantunque niuno attribuisca loro demerito o reato alcuno. Proprio è de' principi deboli essere sospettosi, e il lasciarsi trasportare talvolta per questo anche alla crudeltà.