DCCII

Anno diCristo DCCII. Indizione XV.
Giovanni VI papa 2.
Tiberio Absimero imper. 5.
Ariberto II re 2.

Circa questi tempi fu mandato da Tiberio Augusto per esarco in Italia Teofilatto patrizio e gentiluomo della sua camera. Venne costui dalla Sicilia a Roma, ma non sì tosto fu intesa la sua venuta colà, che, per attestato di Anastasio [Anastas., in Johann. VI.] bibliotecario, concorsero a quella volta con gran tumulto le soldatesche imperiali esistenti in Italia, non si sa bene, se perchè uscisse voce che egli fosse inviato per far del male al sommo pontefice, forse non essendo soliti gli esarchi a venire a dirittura a Roma, o pure se per altra cagione. Il buon papa Giovanni immantinente s'interpose, affinchè non gli fosse fatto verun insulto, ed oltre all'aver fatto chiudere le porte di essa città, perchè non entrassero, mandò ancora dei sacerdoti a parlar loro alle fosse d'essa città, dove s'erano attruppati; e tante buone parole eglino usarono, che restò quetato il loro tumulto. Non mancarono in quella occasione delle persone infami, che esibirono ad esso esarco una nota di vari cittadini romani, rappresentandoli rei di cospirazione contra del principe, o rei d'altri finti delitti. Furono gastigati a dovere quegli iniqui calunniatori. Abbiamo poi da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 27.] che Gisolfo II, duca di Benevento ai tempi di papa Giovanni con tutte le sue forze entrò nella Campania romana, prese Sora, Arpino ed Arce; bruciò e saccheggiò molto paese, e menò via molti prigioni, e venne ad accamparsi col suo esercito, a cui niuno faceva opposizione, al luogo chiamato Horrea, cioè i Granai. Noi abbiamo Morrea, luogo notato nelle tavole del Magini; questo nome probabilmente è fallato. Si prese la cura il santo pontefice Giovanni di smorzare ancor questo fuoco, con inviare al duca Gisolfo dei sacerdoti che il regalarono da parte d'esso papa, e riscattarono i prigioni, e indussero quel principe a tornarsene indietro colle sue genti. Camillo Pellegrino [Camill. Peregrinus, de Ann. Ducat. Benevent., tom. 2 Rer. Ital.] portò opinione che questo fatto accadesse sotto papa Giovanni V, nell'anno 685. Ma Anastasio bibliotecario [Anastas., in Johann. VI.] chiaramente attesta che ciò accadde sotto papa Giovanni VI; e benchè non sappiamo se Anastasio pigliasse questo avvenimento da Paolo, oppure Paolo dalle Vite de' papi, tuttavia par più probabile l'ultimo, perchè Anastasio raccolse queste vite scritte da altri, nè già egli le compose tutte. E giacchè abbiam parlato d'esso Gisolfo, non conviene tardar più ad accennar anche la sua morte, il cui anno nondimeno è tuttavia incerto. Crede il suddetto Camillo Pellegrino, che Romoaldo I fosse creato duca di Benevento lo stesso anno che Grimoaldo suo padre occupò il trono de' Longobardi, cioè, secondo lui, nell'anno 661. Ed avendo egli tenuto il ducato sedici anni, la sua morte è da lui posta nell'anno 677. Poscia Grimoaldo II governò quel ducato tre anni, e, per conseguente, morì nell'anno 680. Ed essendo a lui succeduto Gisolfo, che per diciassett'anni stette nel ducato, la sua morte dovrebbe, a suo parere, mettersi nell'anno 694, perchè immagina ch'egli insieme col fratello Grimoaldo II fosse creato duca nell'anno 677. Ora quando sia vero che Gisolfo a' tempi di papa Giovanni VI facesse quella irruzione nella Campania, come vuole Anastasio, bisogna ben dire che i conti del Pellegrino sieno fallati, e che Gisolfo campasse molto di più. E notisi che Giovanni Diacono [Johannes Diaconus, Vit. Episcopor. Neapolit., Part. 1, tom. 1 Rer. Italic.], il quale fiorì a' tempi del medesimo Anastasio, anche egli sotto questo papa riferisce l'irruzione suddetta. Ha creduto il padre Bollando [Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 9 februarii.] che i sedici anni del ducato di Romoaldo I si debbano contare dalla morte del re Grimoaldo suo padre, succeduta nell'anno 671. Almeno sembra poco verisimile che Grimoaldo, nel partirsi da Benevento per andare a Pavia, dichiarasse duca il figliuolo, senza sapere se gli riuscirebbe di farsi re. Io per me lascio la quistione come sta, a decider la quale ci occorrerebbe qualche documento di que' medesimi tempi. Quello che è certo, essendo venuto a morte Gisolfo I duca di Benevento [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 39.], gli succedette in quegli stati Romoaldo II suo figliuolo. Il dottor Bianchi, nelle Annotazioni a Paolo Diacono, crede che Romoaldo II succedesse a Gisolfo nell'anno 707. Intanto il giovane re Liutberto col suo aio Ansprando [Idem, ibid, c. 19.] si studiava di ricuperare il regno occupatogli dal re Ariberto II. Ebbe in aiuto Ottone, Tasone e Rotari, duchi di varie città, e con un buon corpo di truppe andò fin sotto a Pavia. Abbiamo dalla vita di san Bonito vescovo di Chiaramonte ossia di Auvergna, scritta da autore contemporaneo, pubblicata dal Surio e dal padre Bollando [Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 15 januarii.], che passando quel santo uomo a Roma, trovossi in tal congiuntura in Pavia, accolto con particolar divozione dal suddetto re Ariberto nel suo proprio palazzo. Ed allorchè esso re col popolo armato era per andar fuori a dar battaglia, si raccomandò a s. Bonito, che gl'impetrasse da Dio colle sue preghiere la vittoria. Uscì, combattè, e rimasto vincitore, ebbe vivo nelle mani il giovinetto re Liutberto, ma ferito, ch'egli poi fece morire nel bagno. Attribuisce l'autor d'essa vita questa vittoria ai meriti di s. Bonito; ma non è sì facilmente da credere che quel santo impiegasse le sue orazioni per chi aveva usurpato il regno al signore legittimo, ed usò poi tanta crudeltà verso del medesimo, tuttochè suo sì stretto parente. I giudizii di Dio sono cifre per lo più superiori alla nostra comprensione. Ansprando, tutore dell'infelice Liutberto, si ricoverò nella forte isola del lago di Como. All'incontro, Rotari duca di Bergamo, tornato a casa, non solamente persistè nella ribellione, ma assunse ancora il titolo di re. Ariberto con un potente esercito marciò contra di lui, e prese prima la città di Lodi, assediò poi quella di Bergamo, e tanto la tormentò colle macchine da guerra, che la prese, ed in essa anche il falso re Rotari, al quale fece radere il capo e la barba, come si usava con gli schiavi, perchè presso i Longobardi era di grande onore la barba, e per essa credo io che si distinguessero gli uomini liberi dagli schiavi. Mandollo poscia in esilio a Torino, ma da lì a pochi giorni vi spedì anche un ordine di torlo dal mondo, e questo fu eseguito.