DCLXXVII

Anno diCristo DCLXXVII. Indizione V.
Dono papa 2.
Costantino Pogonato imp. 10.
Bertarido re 7.

Mal soffrendo il pontefice Dono che la chiesa di Ravenna si fosse sottratta dalla ubbidienza della Sede apostolica, in quest'anno finalmente ottenne l'intento suo, con ridurre al dovere quell'arcivescovo Reparato. Ne siamo assicurati da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. Don.], che scrive essere tornata quella Chiesa a riconoscere la superiorità del papa, dopo aver nudrito negli anni precedenti delle pretensioni di primato. Si dee credere che il sommo pontefice ricorresse per questo affare all'imperador Costantino, il quale, siccome principe veramente cattolico e di buone massime, forzò l'arcivescovo a chinar l'ambiziosa testa. E qui è da notare ciò che lasciò scritto Agnello ravennate nella vita di questo arcivescovo [Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom 2 Rer. Ital.]: cioè ch'egli andò alla corte imperiale di Costantinopoli, ed impetrò quanto seppe dimandare dall'imperador Costantino, e spezialmente l'esenzione del suo clero dalle contribuzioni e gabelle; e che tutti i contadini che lavoravano le terre della sua chiesa e i suoi muratori e il suo crocifero fossero esenti dalla podestà de' giudici secolari e degli esattori pubblici, e sottoposti solamente all'arcivescovo. Fu eziandio decretato che l'arcivescovo eletto di Ravenna, portandosi a Roma per essere quivi consecrato non fosse tenuto a dimorar colà più di otto giorni, segno che dianzi si dovevano stiracchiar le consecrazioni di quegli arcivescovi in Roma. Questo parlare d'Agnello fa chiaramente comprendere l'aggiustamento suddetto, e dee essere un errore del suo testo il soggiugnere appresso, che Reparato non si sottomise all'autorità del papa, mentre le parole suddette pruovano tutto il contrario. Aggiugne Anastasio che poco dopo questo aggiustamento il suddetto Reparato diede fine ai suoi giorni. Ebbe per successore Teodoro, il quale, perchè si fece consecrare in Roma, come per più secoli s'era costumato in addietro, incorse nell'odio del suo clero. Agnello stesso dice molte parole in suo vituperio, benchè si serva d'altri pretesti per iscreditarlo. Anastasio notò [Anastas., in Vita Agathonis.] che questo Teodoro si presentò davanti a papa Agatone verisimilmente nell'anno seguente. Mi sia lecito il rapportare al presente la fabbrica di un nuovo tempio fatto della regina Rodelinda moglie del re Bertarido fuori di Pavia. Opera maravigliosa, dice Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.], e nobilitata da stupendi ornamenti. Fu chiamata basilica di santa Maria alle Pertiche; e tal denominazione venne a quel sacro luogo, per attestato del medesimo storico, perchè quivi era un insigne cemeterio, dove i nobili longobardi amavano per divozione d'essere seppelliti. Che se accadeva che taluno de' suoi morisse in guerra, o in altra parte, alzavano delle pertiche, cioè delle travi sopra que' sepolcri, con una colomba di legno in cima, tenente il becco rivolto a quella parte, dove il suo parente od amico era morto. Con qualche segno od iscrizione si distinguevano quei sepolcri, acciocchè ognun potesse riconoscere il suo. Lo Spelta, storico pavese di questi ultimi secoli, pretende che quel tempio fosse fabbricato prima della venuta del Signor nostro Gesù Cristo, e servisse agl'idoli. Tutti sogni. Paolo chiaramente scrive che Rodelinda lo fabbricò di pianta; nè presso il padre Romoaldo [Romualdus, Papia Sacra, pag. 104.] veggo bastanti ragioni per farci credere che quella regina edificasse una chiesa col monistero, posseduto oggidì dalle monache cisterciensi.

In quest'anno crede Camillo Pellegrino [Peregrin., Hist. Princip. Long., tom. 2, Rer. Ital.] che finisse di vivere Romoaldo duca di Benevento, dopo aver governato per lo spazio di sedici anni quel ducato [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.]. Egli ebbe, siccome dicemmo altrove, per moglie Teoderada, la quale fuori della città di Benevento fabbricò la basilica di san Pietro apostolo, ed unitamente un insigne monistero di sacre vergini. Lasciò Romoaldo dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè Grimoaldo II, Gisolfo ed Arichi, ossia Arigiso. Il primo di essi fu duca di Benevento immediatamente dopo la morte del padre, ed ebbe per moglie Vigilinda, ossia Vinilinda, figliuola del re Bertarido e sorella di Cuniberto, che fu re anch'esso: segno che era seguita buona pace fra esso re Bertarido e il duca di Benevento. Ma vedremo all'anno 702 che questa cronologia non si accorda con Anastasio bibliotecario. Seguitando intanto qui dietro alle pedate di Paolo Diacono [Idem., ibid., cap. 2.], dico che circa questi tempi succedette il trasporto in Francia dei sacri corpi di san Benedetto e di santa Scolastica. Era rimasto il monistero di Monte Casino, ai primi tempi della venuta de' Longobardi nella Campania, preda del loro furore. Se vi abitasse più alcun monaco non si sa. Ben sappiamo che mal custoditi, se non anche negletti, restavano in quella solitudine i lor sepolcri. Servì la negligenza de' monaci italiani per far animo e voglia ai monaci francesi di venir a cercare que' sacri depositi. Dicono che Agiolfo monaco del monistero floriacense, ossia di Fleury, con alcuni compagni fu spedito per questo in Italia; e che andato a Monte Casino sotto pretesto di far quivi orazione, la notte estrasse da quelle rovine i due sacri corpi, e se li portò in Francia, con ritenere quel di san Benedetto in Fleury, e ripor quello di santa Scolastica nella città del Mans. Abbiamo varie antiche relazioni di tal traslazione, ma non contemporanee, e vi son raccontati vari miracoli, non senza delle contrarietà e circostanze, le quali non siam tenuti a credere per vere, ed anzi sembrano far poco onore alla fedeltà de' monaci d'allora. Comunque sia, chi degl'Italiani ha voluto negar questo fatto, ha contra di sè la chiara testimonianza di Paolo Diacono, che visse e scrisse solamente nel secolo dopo. Quanto al tempo, il cardinal Baronio ne parla all'anno 664. Il Coinzio, franzese, crede accaduto il trasporto molto più tardi, cioè nell'anno 673. Ma i padri Mabillone e Pagi lo riferiscono ai tempi di Clodoveo II, e però all'anno 653 oppure al susseguente. Ma in fine il punto più sostanziale si è di sapere se nel secolo susseguente fossero o non fossero restituite a monte Casino quelle sacre reliquie; del che hanno acremente disputato i Benedettini casinensi coi franzesi, palliando sì fattamente le cose, che non si sa a qual parte credere. Di ciò diremo qualche altra cosa a suo tempo. Seguitò poi ancora per quest'anno la guerra de' Saraceni contro la città di Costantinopoli, che fu col solito valore preservata e difesa.