DCLXXVIII

Anno diCristo DCLXXVIII. Indizione VI.
Agatone papa 1.
Costantino Pogonato imp. 11.
Bertarido re 8.
Cuniberto re 1.

Fino a questi tempi, cioè per sette anni, era durata la guerra e persecuzion fatta alla città di Costantinopoli dai Saraceni, e sostenuta con immortal bravura dai Cristiani. Da sì ostinata gara altro non riportarono que' Barbari, se non una gran perdita della lor gente e delle lor navi, con aver la divina protezione assistito sempre ai suoi fedeli, ed obbligati finalmente in quest'anno gl'infedeli a ritirarsi. Cominciò ad usarsi in questa occasione dai Cristiani il fuoco greco [Teoph., in Chronogr.], che si gittava nei legni nemici, nè si poteva smorzare coll'acqua. Portata loro ne fu l'invenzione da un certo Callinico, che desertò da Eliopoli città dell'Egitto, uomo di mirabile industria in manipolar simili fuochi. Cedreno scrive [Cedren., in Annal.] che ai suoi dì vivea Lampro, discendente da esso Callinico, e valentissimo fochista anch'egli. Con questo micidial fuoco riuscì a' Cristiani di bruciar molte navi nemiche e gli uomini vivi che in esse si trovavano. Partita da Costantinopoli con vergogna la flotta de' Saraceni, fu sorpresa verso il Sileo da una formidabil tempesta di mare, che parte sommerse di quelle navi, e parte ne condusse a fracassarsi negli scogli. Fu similmente attaccata battaglia in terra dai capitani cesarei Floro, Petrona e Cipriano; e vi restarono estinti sul campo trentamila di quegl'infedeli. Queste percosse, e la sollevazione de' maroniti cristiani, che, creato un principe, occuparono il monte Libano con tutti i suoi contorni, e fecero felicemente alcuni fatti d'armi coi Saraceni, obbligarono in fine Muavia lor califa, ossia principe, a trattar di pace coll'imperador Costantino. Spedito dunque da esso Augusto a tale effetto in Soria Giovanni patrizio per soprannome, Pitsiguade, o Pizzicoda, personaggio di rara destrezza e sperienza negli affari politici, conchiuse coi Saraceni una pace gloriosa e vantaggiosa all'imperio romano per anni trenta, con essersi obbligati que' Maomettani a pagare annualmente all'imperadore tremila libbre d'oro, restituire cinquanta schiavi, e dare cinquanta generosi cavalli. Cagion fu questa pace che Cacano re degli Avari signore dell'Ungheria, e tutti gli altri Barbari situati all'occidente e settentrione di Costantinopoli, si affrettassero a mandare ambasciatori all'imperador Costantino, sotto colore di rallegrarsi della buona riuscita delle sue imprese, ma in fatti per confermar cadauno con lui la pace: tutti frutti del credito ch'egli s'era acquistato nella guerra de' Saraceni. I soli Bulgari, popoli della Palude Meotide, che s'erano ne' tempi addietro venuti a piantar di qua dal Danubio nel paese oggidì chiamato la Bulgaria, seguitavano ad inquietare la Tracia, e bisognò comperar da essi la pace, con promettere loro un annuo regalo. Dopo ciò il buon imperadore s'applicò ardentemente a procurar anche la pace della Chiesa sconvolta dagli errori e fautori del monotelismo; e ben conoscendo il rispetto che si doveva alla prima sede e al romano pontefice capo visibile della Chiesa santa, scrisse una lettera a papa Dono, per seco concertare un general concilio da tenersi in Costantinopoli. Ma questa lettera non trovò più vivo questo piissimo pontefice, che nel dì undicesimo di aprile fu chiamato da Dio a miglior vita. In suo luogo succedette papa Agatone, già monaco, di nazion siciliano, il quale con un riguardevol treno di virtù salì sul trono pontificio. Questi, essendo venuto a Roma san Vilfrido arcivescovo di Jorch [Eddius Stephanus, in Vita S. Wilfridi.], cacciato dalla sua sedia, raunò nel presente anno un concilio nella basilica lateranense, e proposta la sua causa, decretò che dovesse riaver la sua chiesa. E fu appunto in tale occasione che quel santo arcivescovo per la persecuzione a lui mossa in andando a Roma, fu sì onoratamente accolto dal re Bertarido in Pavia, siccome osservammo all'anno 664. Era questo l'ottavo anno, in cui esso re Bertarido pacificamente regnava sopra i Longobardi, quando pensò di assicurare il regno a Cuniberto suo figliuolo [Paulus Diacon., de Gest. Langobard. lib. 5, cap. 35.]. Però, convocata la dieta generale, quivi, col consenso de' popoli, dichiarò re e suo collega esso suo figliuolo. A me nondimeno dà fastidio uno strumento fatto in Lucca, e da me riportato altrove con queste note: [Antiq. Italic. Dissert. XLV.] Sub die tertiodecimo kalendar. februariarum sub Indictione tertiadecima, regnante domnis nostris Pertharit, et Cunipert, viris excellentissimis regibus, anno felicissimi regni eorum tertiodecimo, et quinto: cioè nell'anno 685. Se tali note fossero sicure, in quest'anno Cuniberto non avrebbe cominciato ad essere re, nè camminerebbe ben la cronologia di Bertarido. Ma discordando questo documento da un altro, che accennerò all'anno 688, vo credendo corso errore nell'indizione, e che si abbia a leggere Indictione undecima, errore provenuto dalla vicinanza di die tertiodecimo. Circa questi tempi a Vettari duca del Friuli succedette nel ducato Laudari, di cui Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 24.] non rapporta azione alcuna; ma, dopo averne fatta menzione, immediatamente soggiugne, ch'essendo egli, non si sa quando, mancato di vita, fu creato duca del Friuli Rodoaldo. A quest'anno il Pagi riferisce la morte di Dagoberto II re dei Franchi ucciso per congiura di Ebroino già maggiordomo e di alcuni vescovi. La porzione a lui spettante del regno pervenne al re Teoderico III. Ma Ermanno Contratto, siccome accennammo di sopra, mette il fine di esso Dagoberto all'anno 674.