DCXCVI

Anno diCristo DCXCVI. Indizione IX.
Sergio papa 10.
Leonzio imperadore 2.
Cuniberto re 19.

Verisimilmente in quest'anno succedette in Ravenna una funesta avventura, narrata da Agnello storico [Agnell., Vit. Episc. Ravenn., tom. 2 Rer. Ital.] di quella città, che fioriva circa l'anno 830. Era un costume pazzo di quel popolo ogni domenica e festa di precetto di uscir dopo il pranzo fuori della città dalle varie porte per andare a combattere fra loro. V'andavano giovani, vecchi e fanciulli, ed anche de' nobili, e vi concorrevano ancor delle donne. La battaglia consisteva in tirarsi de' sassi colle frombole. Accadde che un dì si sfidarono quei della porta Tiguriense e quei della Posterla, ossia picciola porta di Sommo Vico. Restarono superiori i primi, e messi in fuga gli avversarii, gli inseguirono con tal furia di sassate, che ne uccisero molti. Arrivati i fuggitivi alla Posterla, la chiusero; ma giuntivi ancora i vincitori, la gittarono per terra, e trionfanti poi si ridussero alle lor case. Nella seguente domenica uscirono parimente da quelle porte i giovani a giocare alla ruzzola; ma tardarono poco a lasciare il giuoco e a venire a battaglia. Adoperarono sassi, bastoni e spade, ed assaissimi dei posterlesi rimasero freddi sul campo; e più ve ne sarebbono restati, se non vi fosse stato l'uso fra loro di dar quartiere a chiunque lo chiedeva. Agnello scrive che quest'uso di lasciar la vita e non dar più percosse a chi supplichevole si raccomandava, durava ancora a' suoi tempi: segno che non s'erano per anche dismesse somiglianti pericolose e spropositate zuffe, delle quali si trovavano pure esempli in altre città, e durarono poi per più secoli. Per queste perdite saltò in cuore ai posterlesi di farne una spaventosa vendetta. Finsero pace ed amicizia, e una domenica, trovandosi il popolo alla chiesa orsiana, allorchè, finite le sacre funzioni, erano tutti per andare a pranzo, cadauno dei posterlesi con belle parole invitò seco a desinare alcuno de' tiguriensi per maggiormente assodar l'amistà fra loro. Vi andarono alla buona i tiguriensi, chi in questa e chi in quella casa, e tutti furono in diverse maniere privati di vita, e i lor cadaveri gittati nelle cloache, o seppelliti sotterra, di modochè si videro mancar tante persone, senza che se ne sapesse il come. Quindi la città si riempiè tutta di gemiti, di grida, e specialmente di terrore, perchè la disavventura di quelli teneva in paura ognuno. Allora il santo arcivescovo Damiano intimò per tre giorni il digiuno e una processione di penitenza, divisa in varii cori. Andava egli coi cherici e monaci, tutti vestiti di sacco, colle teste coperte di cenere e coi piedi nudi. Seguitavano i laici sì vecchi che giovani e fanciulli, vestiti di cilicio e coi capelli scarmigliati: poscia le donne maritate, le vergini e le vedove, tutte senza verun ornamento e in abito positivo. Finalmente i poveri formavano la ultima schiera; e tutti questi cori andavano separati l'uno dall'altro, quanto è un mezzo tiro di pietra, recitando salmi di penitenza e implorando la misericordia di Dio. Servirà questo racconto ai lettori per intendere l'antichità di certi usi lodevoli, che tuttavia durano nella Chiesa cattolica. Dopo i tre giorni furono scoperti i cadaveri de' tiguriensi uccisi, gastigati a dovere i traditori, ed anche le lor mogli e figliuoli, e le case tutte di quel rione atterrate, e posto il nome di rione degli assassini a quel sito, nome conservato fino ai tempi dello storico Agnello. Delle lor masserizie niuno ne volle toccare: di tutte si fece un falò. Sotto Leonzio Augusto si godè in questo anno una tranquilla pace in Oriente. Non minore fu quella in Italia sotto il buon re Cuniberto.