MCCCCXCII

Anno diCristo MCCCCXCII. Indiz. X.
Alessandro VI papa 1.
Federigo III imperadore 41.

Di mirabil allegrezza si riempiè in quest'anno l'Italia, anzi tutta la Cristianità, per la conquista di Granata [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.], fatta da Ferdinando il Cattolico e da Isabella, re di Castiglia e d'Aragona, restando con ciò snidati una volta i Mori maomettani da ogni signoril dominio nella Spagna, dopo aver ivi tenuto il piede per ottocento anni. Fin qui Lorenzo de Medici avea, non già con titolo alcuno di signore, ma bensì coll'autorità sua tenuto in pugno il governo della repubblica fiorentina [Ammirati, Istor. Fiorent.], in cui facea e disfacea, ma con tal senno ed amore alla patria, con tal magnificenza e liberalità, che non men Firenze si trovò felice sotto di lui, che egli stesso celebrato e stimato in tutte le corti de' principi cristiani, ed anche presso il Gran Turco e presso il soldano d'Egitto. Era egli pervenuto all'età di quaranta quattro anni, quando il chiamò Dio all'altra vita nel dì 7 d'aprile dell'anno presente [Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Restarono di lui tre figliuoli, Pietro, che fu confermato negli onori del padre dalla repubblica, Giovanni cardinal giovinetto, che fu poi papa Leone X, e Giuliano. Fra le altre lodi che a gara diedero gli scrittori suoi contemporanei a Lorenzo, singolar fu quella del suo amore non men verso le lettere, che verso i letterati. Seguì verso il fine di gennaio, se crediamo al Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], o piuttosto di maggio, come vuol l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], accordo fra papa Innocenzo e il re Ferdinando. Probabilmente la paura ottenne ciò che la ragione non aveva fin qui potuto conseguire. Sapeva il re quanto la sua crudeltà avesse alienato da lui l'animo della sua baronia, e star essa colle mani giunte aspettando chi venisse alla conquista di quel regno. Non era ignoto che vi pretendea Carlo VIII re di Francia per le ragioni (non cerco se fondate o no) a lui cedute da Renato duca di Lorena. Andava inoltre crescendo del rancore tra Ferdinando e Lodovico il Moro. Però venne il tempo di pacificare il papa, per averlo alle occasioni non nemico, ma favorevole. Si conchiuse dunque l'accordo, avendo il re promesso di pagar l'annuo censo, come avea pattuito il re Alfonso suo padre. Ferdinando il Cattolico quegli fu che trattò l'affare. In segno della rinnovata buona amistà entrò in Roma nel dì 27 di maggio Ferdinando principe di Capoa, primogenito d'Alfonso duca di Calabria, e nipote del predetto re Ferdinando, il quale diede l'ultima mano a quella pace. Sfoggio di magnificenza tale fece il cardinale Ascanio Sforza, accogliendo nel suo palagio questo principe, che l'Infessura non si attentò a darne la relazione per timore che fosse creduta un'esagerazione o fola. E i buoni Napoletani, non contenti di sì nobil trattamento, nell'andarsene, portarono seco per memoria anche gli apparati delle stanze, i panni lini, e tutto quanto poterono dal palazzo d'esso cardinale.

Sul principio di luglio cadde gravemente infermo papa Innocenzo VIII; e dacchè fece temer di sua vita, i cardinali misero in castello Sant'Angelo Zizim fratello del gran-signore [Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Nella notte poi del dì 25 d'esso mese, venendo il dì 26, terminò il pontefice le grandezze umane con gran compunzione di cuore, per comparire al tribunale di Dio. L'essere egli stato uomo mansueto ed amator della pace, e l'aver fatto di belle fabbriche in Roma, cagion fu ch'egli lasciasse piuttosto dopo di sè un buono che un cattivo nome. Pel desiderio violento, comune ad altri papi di que' tempi, d'arricchire il figlio suo Franceschetto Cibò, diede occasione di mormorare a non pochi. Tuttavia non imitò egli alcuno de' predecessori, nè simile fu ad altri dei successori, che si immersero in guerre, e logorarono i tesori della Chiesa, col segreto principal motivo d'ingrandire le lor case, e di procurare Stati principeschi ai loro nipoti. Rimase veramente ricco Franceschetto, ma non di magnifici Stati; e que' pochi ancora ch'avea, cioè la contea d'Anguillara, Cerveteri ed altre picciole castella, le vendè egli nel febbraio dell'anno seguente quasi tutte a Virginio Orsino, restando solamente conte di Ferentillo. Giunse dipoi la nobil casa Cibò, ma molto dopo la morte del pontefice Innocenzo, e coll'aiuto della casa de' Medici, ad acquistare il marchesato, oggidì ducato di Massa e Carrara, mediante il matrimonio di Franceschetto con Ricciarda Malaspina erede di quegli Stati. Nel dì 11 d'agosto [Infessura, Diar., tom. 3 Rer. Ital. Panvin., Mariana, et alii.] fu eletto papa Roderigo, ossia Rodrigo Borgia, cardinale, vescovo di Porto, e vicecancelliere della Chiesa romana, nativo di Valenza in Ispagna: i genitori suoi furono Goffredo Lenzoli ed Isabella Borgia, sorella di Callisto III papa. Prese egli il nome di Alessandro VI, e nel dì 26 d'agosto fu con gran solennità coronato, e concorsero le ambascerie di tutti i principi cristiani a prestargli ubbidienza. Non v'ha scrittore (e non ne eccettuo gli stessi Annalisti sacri) che non detesti, o non deplori l'assunzione al trono pontificale di un uomo tale, pubblicamente screditato per la sua licenziosa ed impudica vita, e che comunemente fu creduto aver impiegate le adunate sue ricchezze e le promesse di Stati e di dignità, per comperare le chiavi di San Pietro. Certo è che i porporati d'allora, invece d'eleggere il migliore, come portava il loro dovere, elessero il peggiore, a seconda della umana cupidità; colpa de' malvagi esempli e della corruzione allora dominante, per cui giunsero alcuni papi, fino a gloriarsi d'aver de' figliuoli. E quattro appunto questi ne avea, notissimi a tutta Roma, e più ancora noti da lì innanzi, cioè Giovanni, a cui il padre ottenne in Ispagna il ducato di Gandia, Cesare, di cui avremo troppo da parlare, Giuffrè e Lucrezia a lui nati da Vannozia cortigiana famosa. Il benignissimo Iddio ha conservato e conserverà sempre, secondo le divine sue promesse, illibata dagli errori la Chiesa sua santa, nè lasceran per questo di nascere in essa di tanto in tanto degli scandali; ma guai a chi reo fu o sarà di questi sconcerti nella casa del Signore. Creato che fu il nuovo papa, Giuliano della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincola, che fu poi papa Giulio II, non fidandosi di questo, com'egli solea dire, marano, perchè avea avuto delle gare con lui, sino a strapazzarsi villanamente l'un l'altro, sul fine di quest'anno si ritirò ad Ostia, e quivi si fortificò. Credendo poi di essere rimesso in grazia di Alessandro, se ne tornò a Roma; ma, accortosi di essere in pericolo, finalmente andò in Francia, nè più si lasciò attrappolar dalle promesse, nè da belle parole [Guicciardini, Istoria d'Italia.]. Molti ancora de' cardinali che aveano venduti i lor voti e le loro coscienze per far questo papa, col tempo trovarono d'avere eletto il proprio loro carnefice. L'Italia nel presente anno somministrò alla Spagna, cioè al cattolico re Ferdinando e alla regina Isabella consorti, un mirabil uomo, cioè un sempre memorando strumento, per arricchire i loro regni [Jacob. Philippus Bergomens., Hist. Giustiniani, Istoria di Genova. Marian., Fazell, et alii.]. Questi fu Cristoforo Colombo, nato in Genova, o, per meglio dire, in un villaggio vicino a Genova (altri il fece Savonese), di genitori plebei, ma d'ingegno nobile, di cui tanta fu la perspicacia e la fortuna, che arrivò a scoprir varie isole nell'Oceano occidentale, ed aprì l'adito ad altri di scoprire la terra ferma dell'America, cioè un nuovo mondo, creduto sconosciuto finora, ma che sembra essere stato in qualche guisa accennato o predetto da alcuni antichi scrittori. Rapporta il Leibnizio [Leibnit., Prodrom. ad Cod. Jur. Gent.] una lettera di Ferdinando re di Napoli scritta nel 1474 a Lodovico XI re di Francia, dove si duole che sieno state prese due sue galee incamminate in Fiandra da un Colombo suddito di esso re Luigi. Pensò quel valentuomo che questi fosse il celebre Cristoforo Colombo: cosa, a mio credere, lontana dal vero per varie ragioni.