MCCCCXCVI
| Anno di | Cristo MCCCCXCVI. Indiz. XIV. |
| Alessandro VI papa 5. | |
| Massimiliano I re de' Rom. 4. |
La guerra nel regno di Napoli continuò ancora nell'anno presente. Trovavasi scarso di gente e più di pecunia il re Ferdinando. Non gli tornava il conto in circostanze tali di aggravare i popoli. Ricorse all'aiuto de' Veneziani [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Da essi, oltre ad una buona flotta di legni, ebbe anche un grosso corpo di combattenti per le imprese di terra. Alla testa d'essi fu poi mandato Francesco Gonzaga marchese di Mantova. Riportò ancora il re dai Veneti un soccorso di danaro contante con promessa di pagar tutto; ed eglino intanto vollero in pegno, ed ottennero, Brindisi, Trani, Gallipoli, Otranto ed altre terre marittime della Puglia. Mettendo così il piede in quelle contrade, si lusingavano essi, e non invano, che non verrebbe più quel dì in cui se ne ritirassero. Erano nondimeno forti i Franzesi, perchè con esso loro andavano uniti moltissimi del partito angioino. Seguirono varie vicende di guerra fra essi e gli Aragonesi. Quella che è più degna di memoria, fu l'essersi ritirato il signore, ossia duca di Mompensieri nella città di Atella, assai forte luogo, col meglio delle sue brigate [Guicciardini, Ist. d'Italia. Sanuto, ed altri.]. Essendosi ingrossato il re Ferdinando colle soldatesche inviategli dai Veneziani, là entro il colse, e mise l'assedio alla città. I fanti svizzeri e tedeschi in questo tempo, perchè mal pagati, levatisi dal campo franzese, passarono a rinforzar quello di Ferdinando. Altro scampo non ebbe allora il Mompensieri che di ricorrere all'Obignì militante in Calabria, acciocchè accorresse in aiuto suo. Ma si trovò malato quel signore, e la sua malattia diede campo a Consalvo Fernandez d'insignorirsi di Cosenza e d'altri luoghi. Contuttociò ordinò l'Obignì che il conte di Moreto ed Alberto da San Severino con un buon corpo di gente portassero soccorso al Mompensieri. Informato di tal movimento l'astuto Consalvo, alla sordina fu loro addosso, prese buona parte d'essi, ed anche i lor condottieri. Il che fatto, andò ad unirsi col re Ferdinando sotto Atella. Ancorchè tuttavia circa sette mila armati avesse il Mompensieri in quella città, pure, per difetto di viveri, fu costretto a trattar di capitolazione. E si conchiuse una tregua di trenta giorni, nel qual tempo, se non fosse giunta armata capace di far cessare l'assedio, non solamente quella città si renderebbe, ma anche tutte le altre dipendenti dal Mompensieri nel regno di Napoli, a riserva di Taranto, Gaeta e Venosa, con altre condizioni che io tralascio. Passarono i trenta giorni senza che comparisse per mare o per terra alcun soccorso franzese; laonde fu pienamente eseguito l'accordo suddetto dopo la metà d'agosto. Trovò il re Ferdinando dei pretesti per non lasciar uscire dal regno i Franzesi, e messili in luoghi d'aria malsana, ciò fu cagione che la maggior parte d'essi perisse. Lo stesso signore di Mompensieri, partecipando di que' pericolosi influssi, lasciò la vita in Pozzuolo nel dì 5 d'ottobre. Infermossi del pari Francesco marchese di Mantova, laonde poi venne a cercar miglior aria in Lombardia. Nel dì 19 d'ottobre [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] giunse a Ferrara. Essendo intanto ritornato il gran capitano Consalvo dopo la presa d'Atella in Calabria, trovò che vi avea fatto di molti progressi l'Obignì così vigorosamente si diede egli ad incalzare i Franzesi, che infine li costrinse a prendere la legge dalle mani sue vittoriose, di modo che esso Obignì uscì del regno di Napoli, e ritirossi in Francia.
Con questa felicità passavano gli affari del re Ferdinando II, nel qual mentre gli venne il pensiero di accasarsi. La moglie ch'egli prese, e con dispensa del papa, ma non senza ammirazione, anzi con mormorazione de' saggi, fu una sua zia, cioè Giovanna figliuola del re Ferdinando I avolo suo paterno, e sorella del re Alfonso suo padre. Corse voce non mal fondata, che, trovandosi egli alquanto infermo, l'eccessivo uso del matrimonio gli cagionasse una tal violenza di male, che per esso terminasse il corso di sua vita nel dì 5 di ottobre, come ha Burcardo [Burchardus, Diar., apud Raynaldum.]: di settembre lasciarono scritto il Nardi [Nardi, Istoria di Firenze.] e il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.]. Fu la perdita di questo principe compianta da tutti per le sue amabili qualità. Perchè egli non lasciò figliuoli, don Federigo conte di Altamura, suo zio paterno dimorante all'assedio di Gaeta, corse a Napoli, e fu proclamato re. Tornò egli dopo questa funzione sotto Gaeta, e gli riuscì d'indurre quella guarnigion franzese a capitolare la resa. Imbarcossi questa in due navi per tornarsene in Francia; ma per fortuna di mare quasi tutta perì in faccia di Terracina. Quindi il novello re Federigo con rara prudenza ed amorevolezza diede principio al suo governo, studiandosi di guadagnar gli Angioini, e di pacificar tutti i malcontenti. All'incontro, per la decadenza dei Franzesi nel regno di Napoli, il pontefice Alessandro diede fuoco al suo sdegno contra di Virginio e di Paolo Orsini, che aveano fin qui militato in favor della Francia senza curarsi de' divieti del papa. Indotto il vivente allora re Ferdinando II a violare i patti della capitolazione, li fece imprigionare; ed egli poi spedì l'esercito contra delle loro castella nell'ottobre dell'anno presente, e molte ne occupò, meditando già di arricchir colle loro spoglie i proprii figliuoli. Valorosamente nondimeno resisterono gli aderenti e sudditi degli Orsini, nè finì poi quella guerra a tenore dei desiderii del papa. Gran bollore d'azioni militari fu eziandio per quest'anno nella Toscana. I Fiorentini, il maggior negozio de' quali era quello di ricuperar Pisa e le altre terre loro tolte, tempestavano con frequenti ambascerie e lettere Carlo VIII re di Francia, perchè ordinasse al signore d'Entraghes, governatore della cittadella di Pisa, di rimetterla in loro mano. Ordini pressanti spediva il re di farne la consegna, e con credenza comune che egli sinceramente li desse; ma con provarsi dipoi che i suoi uffiziali non doveano capire il tenore di quelle lettere. Anzi tutto il contrario avvenne. Il governatore di Sarzana per venticinque mila scudi d'oro vendè ai Genovesi la città di Sarzana. Sborsato immantenente il danaro, ne presero i Genovesi con gran festa il possesso; e nella stessa maniera tornarono ad impadronirsi di Sarzanello. Aveano essi trattato anche col governatore di Pietrasanta; ma i Lucchesi più diligenti l'ottennero essi, non senza aspre doglianze de' Genovesi. Per conto di Pisa, il signor d'Entraghes, invece di cedere quella cittadella ai Fiorentini, la vendè anch'egli al popolo di Pisa, il quale non tardò a demolirla. Tante trafitture erano queste al cuor de' Fiorentini. Perlochè cominciarono a far guerra ai Pisani, e ad espugnar alcune loro castella. Fioccavano intanto le lettere de' Pisani al papa, al duca di Milano, a' Veneziani, e ad altri potentati e signori, per ottener forze da difendersi: essendo chiaro che non poteano sostenersi contro la potenza de' Fiorentini. Entrarono in questa contesa specialmente i Veneziani, siccome quelli ch'erano malcontenti della repubblica fiorentina, collegata co' nemici franzesi, e molto più perchè, mischiandosi in quella briga, non mancava loro desiderio e fondamenti di assoggettar Pisa al loro dominio, anzi ne veniva lor fatta l'esibizione. Adunque mandarono a Pisa de' possenti soccorsi, e ne inviò anche Lodovico duca di Milano, giacchè anche a lui davano speranza i Pisani di sottomettersi a lui. Con questi aiuti quel popolo andò poscia difendendo sè stesso.
Non d'altro intanto per tutta Italia si pasceva la curiosità degli oziosi, che dei mirabili apparecchi d'armi che si diceano fatti da Carlo VIII re di Francia per tornare di qua da' monti, tenendosi per fermo ch'egli comincerebbe il ballo contro a Lodovico il Moro duca di Milano, pretendendo che questi avesse in più forme mancato ai patti, e delusa la corte di Francia. Tre eserciti doveano calare in Italia, uno condotto da Gian Jacopo Trivulzio nobile milanese, che nel regno di Napoli entrato al servigio d'esso re, s'era già acquistato il credito d'uno dei più savii e valorosi capitani italiani. Il secondo sotto il comando di Lodovico duca d'Orleans, padron d'Asti; e il terzo, maggiore degli altri, guidato dal medesimo re Carlo. In sì fatti racconti gran parte avea la bugia. Il solo Trivulzio venne ad Asti per sicurezza di quella città. Contuttociò Lodovico Sforza, a cui tremava il cuore, determinò di muovere Massimiliano re de' Romani, già suo collegato, a calare in Italia [Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Guicciardini, Istoria d'Italia. Ammirati, Istor. di Firenze, ed altri.]. E gli riuscì il maneggio. Venuto l'ottobre, arrivò Massimiliano per la Valtellina, scese nel territorio di Milano, accolto con gran festa e magnificenza da esso Lodovico; e, senza toccar Milano, continuò il viaggio alla volta di Genova, con disegno di passare a Pisa, dove ancora quel popolo con grande istanza l'avea chiamato. Non menava seco più di cinquecento cavalli e di otto bandiere di fanti. Nel dì 25 d'ottobre arrivò a Genova, e da lì a due giorni imbarcatosi se n'andò a Pisa, dove, pensando d'immortalare il suo nome, dopo aver preso alcuni castelletti, s'accinse all'assedio di Livorno, detenuto allora da' Fiorentini. Ma quando si fu per dare l'ultimo assalto, insorse dissensione fra lui e i commissarii dei Veneziani, perchè questi pretesero di voler essi quel luogo. Oltre a ciò, una fiera burrasca dissipò tutti i legni che erano a quell'assedio. Altro perciò non si fece. Propose dipoi Massimiliano di dare il guasto al distretto di Firenze; ma non vollero i Veneziani uscir di Pisa, per paura di restarne poi esclusi. Insomma andò a finire la mossa di questo gran principe in sole dicerie svantaggiose al di lui nome. Se ne tornò egli sul finire dell'anno in Germania, portando seco dell'amarezza contra de' Veneziani, perchè questi, oltre all'avere sturbati i suoi disegni, aveano anche scoperta la di lui intenzione di occupar Pisa come città dell'imperio. Erano allora in gran voga essi Veneti, e il loro Lione stendeva le ali facilmente dovunque scorgeva apertura di dilatar la signoria. In quest'anno ancora i Franzesi che erano in Taranto mandarono ad offerir per danari quella città al senato veneto. Benchè fosse contro i patti, e il re di Napoli protestasse contro, non lasciarono per questo i Veneziani d'impossessarsi di quell'importante luogo. Il picciolo duca di Savoia Carlo Giovanni Amedeo in quest'anno mancò di vita [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] a dì 16 d'aprile in età di circa otto anni; e però a lui succedette Filippo di Savoia suo gran zio, figliuolo di Lodovico duca di Savoia, in età avanzata, perchè nato nell'anno 1438. Ma poco sopravvisse, siccome vedremo. Il Senarega, scrittore di questi tempi [Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.], riferisce la morte di esso duca Carlo nell'anno seguente. Altrettanto s'ha da Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., Histor.] scrittor contemporaneo anche esso, laonde può restare suggetta a qualche dubbio l'asserzion del Guichenone.