MCCCCXCV
| Anno di | Cristo MCCCCXCV. Indiz. XIII. |
| Alessandro VI papa 4. | |
| Massimiliano I re de' Rom. 3. |
Uno de' primi a far muover di Francia il re Carlo VIII era stato papa Alessandro VI, senza ben pensarne, da quel gran politico ed astuto uomo ch'era, le perverse conseguenze di un tal consiglio. Ma allorchè vide che, entrato con tante forze questo re in Italia, e pervenuto fino in Toscana, non v'era città o fortezza che non gli portasse le chiavi, cominciò a provar degli affanni e tormini gravissimi, perchè considerato come aperto nemico di un re a cui nulla resisteva [Burchardus, Diar., apud Raynald.]. Nel dì 9 di dicembre avea egli fatto mettere in onesta prigione i cardinali Ascanio Sforza e San Severino, come parziali de' Franzesi, e mandati in castello Sant'Angelo Prospero Colonna e Girolamo Tuttavilla. Cominciò poi in lontananza a trattare d'accordo col re. Questi fece istanza ne' preliminari che si liberassero i due cardinali; ed aggiunse che avendo il pontefice lasciato entrare in Roma Ferdinando duca di Calabria colle genti sue nemiche (questi poi si ritirò prima che arrivassero i Franzesi), anch'egli voleva entrarvi: che per altro egli era pronto alla concordia. Nel dì 19 del suddetto dicembre fu spedito dal papa al re il cardinal San Severino, e questi almeno ottenne che pacificamente, e salvo l'onore della maestà ed autorità pontifizia, il re facesse la sua entrata in Roma. Nella notte dell'ultimo dì di dicembre, venendo il dì primo dell'anno presente, arrivò il re di Francia a Roma, e v'entrò tenendo tutte le sue genti d'armi la lancia sulla coscia. Dal popolo romano gli furono presentate le chiavi della città, ed egli poscia andò ad alloggiare nel palazzo ben ammobigliato di San Marco. Il pontefice Alessandro, che non sapea quanto si potesse promettere de' baldanzosi e sdegnati Franzesi, avea preso lo spediente di ritirarsi in castello Sant'Angelo, per trattar con più sicurezza della concordia e del suo decoro [Guicciardini, Istor. Comines., Raynaldus, Annal Eccles.]. E ne trattò per mezzo de' ministri del re, conchiudendo finalmente quell'accordo che potè. Non mancarono allora cardinali, e massimamente Giuliano della Rovere, ed altri seminatori di discordia, che insinuarono al re, questo essere il tempo d'intentare un processo contra di papa Alessandro, per provare ch'egli simoniacamente avea acquistata la sedia di San Pietro, e menava una vita troppo scandalosa con evidente danno della religion cattolica. Ma il re, badando ai consigli del Brissonetto, a cui il papa avea promesso il cappello cardinalizio, si astenne dall'indurre questo sconcerto nella Chiesa, lasciando a Dio il castigo di chi avesse prevaricato, ed attese a ciò che riguardava i proprii interessi. Fu dunque stabilito che il papa per sei mesi concederebbe al re la persona di Zizim fratello di Baiazette, con promessa di restituirlo; darebbe ad esso re l'investitura del regno di Napoli, rimetterebbe in sua grazia i cardinali aderenti alla Francia, lascerebbe nelle mani del re Terracina, Cività Vecchia, Viterbo e Spoleti, finchè egli ritornasse da Napoli; e darebbe per ostaggio di sua fede Cesare cardinal Valentino suo nipote.
In vigore di tal concordia uscito di castello Sant'Angelo nel dì 16 di gennaio papa Alessandro VI, passò nel giardino del palazzo vaticano, e quivi fu ad inchinarlo il re Carlo, ma senza baciargli la mano, non che il piede. Si abbracciarono, fecero i lor complimenti, e il re, senza perdere tempo, fece istanza del cappello cardinalizio pel suo primo ministro Guglielmo Brissonetto; cosa che fu con subita puntualità eseguita. Tenutosi poi pubblico concistoro in San Pietro nel dì 19 del mese suddetto, vi comparve il re, e, secondo il Rituale, soddisfece a tutti gli atti di riverenza verso il vicario di Cristo. Partì poscia il re Carlo di Roma nel dì 28 di gennaio alla volta del regno di Napoli. Parve che il cielo secondasse tutti i suoi passi, perchè quel verno fu così dolce, quieto e sereno, che sembrava una primavera, in guisa che all'esercito franzese non riusciva d'incomodo o danno il far viaggio in quella stagione. In questo mentre il re di Napoli Alfonso II, ossia che ora conoscesse l'amaro, ma giusto frutto della passata sua crudeltà ed avarizia [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], per cui s'era tirato addosso l'odio di tutti i baroni e del popolo stesso, nè potea far capitale della lor fede in sì pericolosa contingenza, oppure, come vuole il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], che il papa e il cardinale Ascanio suo cognato a ciò l'esortassero, determinò di rinunziar la corona a Ferdinando suo primogenito per la speranza [Guicciardini, Istor. d'Ital. Ammirati, Istor. di Firenze.] ch'essendo egli universalmente amato dai nobili e dalla plebe per le sue lodevoli doti, ben diverse dalle paterne, alla difesa di lui e del regno tutti si unirebbono. Nel dì 23 di gennaio seguì la rinunzia. Ferdinando II fu riconosciuto per re, e il padre suo Alfonso II, imbarcate in cinque galee le cose più preziose con danari, ascendenti a trecento cinquanta mila scudi, nel dì 3 di febbraio uscì di Napoli, e fece vela verso la città di Mazara in Sicilia, e quivi andò a mettere la sua stanza in un monistero di monaci olivetani, con darsi tutto ad opere di pietà e di penitenza: col qual tenore di vita giunse al fine de' suoi giorni in età di quarantasette anni nel dì 19 di novembre di questo medesimo anno, e fu poi seppellito con reali esequie nella maggior chiesa di Messina.
Marciava, siccome dissi, il prode re Carlo VIII verso il regno di Napoli, quando il turbarono non poco due avventure. Per istrada il consegnato a lui Gem, o Zim ossia Zizim, fratello di Baiazette II, sorpreso da un fiero sconosciuto malore, in poco tempo finì di vivere. I più attribuirono la di lui morte a veleno, e veleno datogli per ordine del papa. Col mezzo di costui pensavano i Franzesi di poter fare grandi imprese contra de' Turchi, e fin si figuravano d'impadronirsi di Costantinopoli. Giunto poi che fu il re a Velletri, Cesare cardinal Valentino figliuolo d'esso pontefice, a lui dato per ostaggio, improvvisamente se ne fuggì, e tornossene a Roma: dal che tanto più rimase accertato il re dell'astuzia e poca fede del papa. Non mi fermerò io qui a descrivere i fortunati successi del re Carlo nell'impresa di Napoli, e gl'infelici del buon re Ferdinando, ossia Ferrante II. Basterà dire, che per quanto avesse fatto questo novello re per cattivarsi i popoli, con aver data la libertà ai baroni imprigionati dal padre, restituiti gli Stati a chiunque n'era stato ingiustamente spogliato, e dispensate molte grazie alla città di Napoli; pure niuno tenne forte per lui, ed egli si trovò tradito dai principali suoi uffiziali. San Germano niuna resistenza fece. Capoa, l'Aquila, Gaeta ed altre terre, senza sfoderare spada, si arrenderono al vincitore re Carlo. Napoli si sollevò, e mandò incontro a' Franzesi, con offerire pacificamente l'ubbidienza. Per quanto facesse il re Ferdinando, non potè fermare una sì gran piena di rivoluzioni e disgrazie; e però nel dì 21 di febbraio, dopo aver lasciato buon presidio in Castello Nuovo e in quello dell'Uovo, con quattordici galee si ritirò al castello d'Ischia. Il castellano Giusto della Candina Catalano, che già teneva intelligenza col re franzese, nol volea lasciar entrare. Tanto disse e pregò lo sfortunato, re che fu introdotto solo; ma appena v'ebbe messo il piè dentro che, cavato lo stocco, stese morto a terra l'infedel castellano: dal qual colpo rimase sì sbalordita la guarnigione, che non fece alcun movimento, e lasciò impossessarsi di quel castello il resto dei cortigiani e delle guardie del re Ferdinando. Entrò nel seguente dì 22 oppure 24 di febbraio [Burchardus., in Diar., apud Raynal.] il re Carlo trionfalmente in Napoli. Seco marciavano trentotto mila soldati, avendone egli lasciati molti di presidio in Toscana, nelle terre della Chiesa e nelle città già conquistate del regno. Perchè le artiglierie del Castello Nuovo, alla cui difesa era stato lasciato Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto e di Pescara, faceano gran danno alla città e al palazzo di Capuana, il re Carlo ne formò l'assedio. Poco durò, perchè avendo gli Svizzeri, che v'erano di guarnigione, tumultuato, si arrendè quella fortezza nel dì 6 oppure 7 di marzo. Intanto il re volle abboccarsi con don Federigo zio del re Ferdinando II, con inviargli salvocondotto; e gli propose che se il nipote suo volesse rinunziare il regno, gli darebbe il possesso d'una provincia in Francia. Ma sapendo don Federigo quanto da ciò fosse alieno il nipote, siccome quegli ch'era risoluto di voler morire re, se ne tornò, senza abbracciare il partito, ad Ischia. Sperava non poco l'abbattuto re Ferdinando nell'aiuto di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e Sicilia, il quale infatti non solo avea mandati ambasciatori al re Carlo con proteste di guerra, ogni qualvolta egli volesse molestare il re di Napoli, ma ancora spedì appresso in Sicilia Consalvo Fernandez di Cordova, chiamato il gran capitano, con sei mila fanti e secento cavalli, con ordine di vegliare agli andamenti dei Franzesi, e di opporsi: che non potea già piacere al re d'Aragona di avere un sì potente nemico confinante al suo regno di Sicilia.
Intanto con felicità mirabile e in poco di tempo il re Carlo conquistò il castello dell'Uovo, la rocca di Gaeta, e quasi interamente tutto il regno, portandogli a gara ogni città e fortezza le chiavi: prosperità che sbalordì i principi italiani, e generò in lor cuore non lievi sospetti che questo principe, venuto in Italia sotto pretesto di portar le armi contra de' Turchi, fosse dietro unicamente a mettere il giogo a tutti gl'Italiani. Perciò papa Alessandro VI, i Veneziani, Massimiliano I imperadore, Ferdinando ed Isabella re di Spagna e Lodovico il Moro duca di Milano (che della sua balordaggine s'era infin ravveduto) trattarono una lega contra del re di Francia Carlo VIII. Fu creduto che Lodovico si dipartisse dalla lega ed amicizia de' Franzesi, perchè, lusingandosi di poter ottenere dal re Sarzana, Sarzanello, Pietrasanta e Pisa ch'erano state de' precedenti signori di Milano, si trovò poi beffato, e restò colle mani piene di mosche [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Sparsesi anche voce [Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital. Raynaldus, Annal. Eccles.] che Lodovico duca d'Orleans, e padrone d'Asti in Italia, si lasciasse scappar di bocca, essere venuto oramai il tempo di far valere sopra lo Stato di Milano le ragioni di Valentina Visconte avola sua. Per questo assai pentito Lodovico dell'imprudente condotta sua, concorse alla lega, trattata e conchiusa in Venezia fra i suddetti principi nel dì 31 di marzo, col pretesto anche essa di far guerra al Turco, e pubblicata alcuni giorni dappoi dappertutto. Diedesi ognun de' collegati ad accrescere le sue genti d'armi, e Francesco Gonzaga signore di Mantova fu dichiarato lor capitan generale dai Veneziani. In feste, in balli e in giostre si tratteneva il re Carlo in Napoli, quando gli giunse questa nuova, per cui smoderatamente cominciò ad inquietarsi, e a parergli un'ora mille anni per desiderio di tornare in Francia. In effetto, fattosi frettolosamente, nel dì 20 di maggio, riconoscere con solennità re di Napoli, e lasciati in quel regno cinque mila cavalli e molta fanteria, da lì a poco col resto della sua armata prese il cammino alla volta di Roma, seco portando non men egli che i suoi cortigiani e soldati immense spoglie de' poveri regnicoli. Giunto a Roma nel dì primo di giugno, trovò che il papa se n'era fuggito colle sue genti d'armi, e ritirato a Perugia. Continuato il viaggio, i Franzesi diedero barbaramente il sacco a Toscanella, e corse voce che vi avessero ucciso secento persone. Arrivò il re con gran parte dell'esercito nel dì 13 di giugno a Siena [Allegretti, Diar. Sanese, tom. 23 Rer. Ital.]; e quindi mosso, senza entrare in Firenze, ch'era ben armata, prese la strada di Pontremoli per passare in Lombardia, nella qual terra enormi crudeltà commisero i suoi Franzesi. Tale era la fretta del re, che parea sempre avere i nemici alle spalle; ma il vero motivo fu, perchè egli sperava di prevenir la lega, e di trovar aperto il passo per condursi ad Asti. Mentre ciò succedea, Lodovico duca d'Orleans ebbe un trattato con alcuni nobili di Novara [Corio, Istor. di Milano.], i quali essendo, per varii aggravii sofferti, disgustati di Lodovico il Moro, introdussero in quella città cinquecento uomini d'armi ed otto mila fanti d'esso duca d'Orleans. Da lì a non molto anche la rocca di Novara capitolò la resa. Per questa perdita rimase sì costernato quel politicone di Lodovico il Moro, che già credea che il cielo gli avesse a cascare addosso. Gli fecero animo gli ambasciatori veneti. Eransi raunate le milizie venete, sforzesche e del papa al fiume Taro presso alla collina, aspettando che il re calasse nella pianura del Parmigiano per la Valle di Fornovo. Francesco marchese di Mantova comandava, siccome dissi, le armi venete, che erano il maggior nerbo dell'esercito collegato, nel quale, oltre a molti valenti condottieri, ben animati erano alla battaglia anche tutti i soldati per la speranza di far un grosso bottino, perchè di molte ricchezze infatti venivano col campo franzese. Era di lunga mano superiore all'esercito nemico quello degl'Italiani, e a manifesto pericolo si esponeva il re, venendo a battaglia. Tuttavia se esso re Carlo non volea lasciar perire di fame i suoi, dacchè si trovava in mezzo alle montagne, gli convenne eleggere la via dell'armi per uscire di quelle angustie.
Pertanto nel dì 6 di luglio, ordinate le sue schiere, l'animoso re Carlo scese al piano, e colle artiglierie di varie sorte ben disposte venne ad un fatto d'armi, fatto crudelissimo e famoso, che durò solamente due ore. Diversa ne fu la descrizione secondo l'usata parzialità degli storici, avendo l'una e l'altra parte cantata la vittoria. Quel che è certo, combatterono da lioni i Franzesi, perchè la presenza del re e la disperazione al loro nativo coraggio ne aggiunse del nuovo [Mémoir. de Comines. Sanuto, Istoria di Ven., tom. 22 Rer. Ital. Guicciard., Istoria d'Italia. Corio, Ist. di Milano.]. Non mostrarono men valore gl'Italiani, parte nondimeno de' quali per mala intelligenza non entrò nella mischia, ed altri perdutisi a bottinare facilitarono agli avversari l'insanguinar le loro spade. La verità dunque è, che sul campo vi restarono più Italiani che Francesi, e vi perirono di molti bravi capitani; siccome ancora certo è che il re Carlo colla spada alla mano, vestito da soldato, e valorosamente combattendo da tale, corse ben pericolo di essere preso; pure felicemente passò, e seguitò speditamente col più de' suoi il viaggio verso Piacenza ed Asti. Gran quantità di carriaggi, di artiglierie, di tende e di robe preziose rimasero in mano degl'italiani, ai quali perciò parve di potersi attribuir la vittoria, ma non quale la speravano prima. Passò dipoi l'esercito sforzesco e veneziano all'assedio di Novara, e s'ingrossò talmente il loro campo, che fu creduto dal Corio ascendere a quarantacinque mila persone. Si ridusse quella città a strane miserie per la carestia e per le malattie dei soldati, ed entro v'era Lodovico duca di Orleans: lo che maggiormente affliggeva il re di Francia, per timore che cadesse in man de' nemici. Pertanto, giacchè ito il re Carlo a Torino, non avea voglia o forze tali da poter soccorrere Novara, cominciò a fare proposizioni d'accordo, e questo appunto seguì in Vercelli nel dì 10 di ottobre, per cui quella città fu restituita a Lodovico il Moro, e consegnato ad Ercole duca di Ferrara il castelletto di Genova per l'esecuzion de' patti, i quali si veggono riferiti dall'Argentone e dal Corio. Dopo di che il re se ne tornò in Francia, lasciando voce di voler ritornare nell'anno seguente con più potere in Italia. Se Lodovico il Moro avesse potuto preveder l'avvenire, non avrebbe sì facilmente lasciato uscir di Novara Lodovico duca d'Orleans. Vedremo che se n'ebbe ben a pentire; e intanto s'intrecciavano gli affari in maniera che avesse poi a cadere il gastigo sopra questo principe sì ambizioso e crudele verso il suo sangue. Gran biasimo ancora ebbe egli per quell'accordo fatto senza il consentimento dei suoi collegati.
Nè qui finirono le percosse date ai Franzesi nell'anno presente [Giustiniani, Istoria di Genova. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.]. Allorchè il re Carlo, tornando da Napoli, fu a Pisa, i Fregosi ed altri fuorusciti di Genova gli fecero credere assai facile lo insignorirsi della loro patria, trovandosi troppo impegnato in Lombardia Lodovico duca di Milano. Diede perciò il re ad essi un corpo delle sue genti coi cardinali della Rovere e Fregoso, Filippo principe di Savoia ed Obietto del Fiesco, i quali, essendosi uniti co' fuorusciti, e formato un esercito di otto mila persone tra cavalli e fanti, andarono ad accamparsi sotto Genova. Oltre a ciò, ebbero i Franzesi in Rapallo dieci galee e due grossissimi galeoni, pronti, occorrendo, a far guerra per mare a quella città. Non si sgomentarono punto i valorosi Genovesi, fedeli tuttavia al duca di Milano; e, prontamente allestite otto galee con altri legni, passarono a Rapallo. Dopo aver felicemente espugnato quel borgo, diedero addosso ai legni franzesi, e tutti li sottomisero, con farvi un ricco bottino. Grandi spogli dei Napoletani sopra quelle galee passavano in Francia. Per questo sinistro colpo si ritirò con somma fretta di sotto a Genova l'armata de' Franzesi e fuorusciti. Vegniamo al regno di Napoli. Appena fu partito di là il re Carlo, che rinvigorito il re Ferdinando II si accinse a ricuperare il regno. Alla ubbidienza sua erano tuttavia Brindisi, Gallipoli ed altri pochi luoghi. Ora il gran capitano Consalvo, passato da Messina a Reggio di Calabria, prese quella città, dipoi la rocca, e cominciò a stendere le sue conquiste per la Calabria. Unironsi allora le truppe franzesi sotto il signore d'Obignì, che si trovavano in quelle contrade per frenare il corso dei Catalani. Non volea già l'accorto Consalvo tentar la fortuna con una battaglia; ma, non potendo resistere all'ansietà del giovane re Ferdinando, gli convenne venire alle mani con essi a Monte Leone, ossia presso al nume di Seminara. Restarono vincitori i Franzesi, e poco mancò che lo stesso re non rimanesse prigioniere. Tuttavia cominciò a combattere in favore del re Ferdinando l'odio conceputo dai regnicoli contra dei Franzesi. Si credeano essi, allorchè comparve nel regno il re di Francia, di godere sotto di lui l'età dell'oro: vana immaginazion d'altri popoli inclinati alla mutazion dei governi. E veramente il re li sollevò da alcune gravezze. Ma per lo contrario i Franzesi d'allora, mancanti di quella disciplina e moderazione che si osserva in loro oggidì, altro non faceano tuttodì vedere che eccessi di crudeltà, di lussuria e di avidità di roba. Poco ci volea perchè essi maltrattassero ed uccidessero gli amici, non che i nemici. Di nulla più ansiosi erano che dei saccheggi; dati ai ladronecci, neppure perdonavano alle chiese; e, ciò che era più sensibile, rapivano donzelle e maritate, senza che se ne facesse giustizia. Il re medesimo, oltremodo abbandonato alla sensualità, serviva di pessimo esempio agli altri. In una parola, poco stettero i Napoletani a sospirar gli Aragonesi, che pure con mano sì aspra gli aveano governati finora.
Fu dunque da essi Napoletani segretamente chiamato il re Ferdinando, il quale imbarcatosi con quanti legni potè, ma senza danari, e appena con due mila soldati, arrivò nelle vicinanze di Napoli [Summonte, Istoria di Napoli. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Bastò questo perchè il popolo di quella gran città prese le armi, e gridando Aragona, Aragona, aprisse le prigioni, e si scagliasse contra di qualunque Franzese che si trovasse per quella città. Ritiraronsi i Franzesi nelle fortezze, e nel dì 7 di luglio rientrò il re Ferdinando II in Napoli fra le incessanti acclamazioni di quegli abitanti. Fu posto l'assedio a Castello Nuovo e a quello dell'Uovo, dove specialmente s'erano ritirati i Franzesi col signore di Mompensieri vicerè di Napoli, il qual fece gagliarda difesa, finchè per industria sua, ovvero per patti segreti fatti col re, gli riuscì di poterne uscire e ritirarsi a Salerno. Il marchese di Pescara proditoriamente sotto una di quelle fortezze fu ucciso. Oltre a Prospero e Fabrizio Colonnesi, che andarono al soldo di esso re, il papa gli mandò altra gente in aiuto. Capoa, Aversa, Nola e altri luoghi vicini il riconobbero per loro signore. Ma il Mompensieri, fatto il maggiore sforzo che potè di sua gente, andò fin sotto a Napoli; e spediti contra di lui dal re Ferdinando il conte di Matalona e il signore di Camerino, in un fatto d'armi gli sconfisse: del che rimase sì sbigottito il re suddetto, che fu in procinto di abbandonar di nuovo Napoli. E l'avrebbe forse fatto, se il generoso Prospero Colonna non l'avesse, con fargli animo, ritenuto. Seguirono poi altre baruffe, ora favorevoli, ora contrarie al re Ferdinando, il quale nondimeno ricuperò le fortezze di Napoli parte in questo e parte nel seguente anno. La primaria applicazione dei Fiorentini nell'anno presente [Ammirati, Istoria di Firenze.] quella fu di procacciarsi dal re Carlo la tenuta di Pisa, Pietrasanta, Sarzana e Sarzanello; e su questa speranza non osarono mai di muovere un dito contra di lui, anzi fecero sempre quanto a lui parve, sino ed entrar seco in lega. Ma il re gli andava di un dì in un altro menando a spasso colle più belle parole del mondo, e sempre senza fatti. Preso anche per loro generale il duca d'Urbino, andarono a mettere il campo a Pisa, confortati da alcuni uffiziali del re, che v'entrerebbono; ma infine, trovandosi delusi, se ne tornarono ai lor quartieri. Nè si dee tacere che fra gli altri malanni portati in Italia da' Franzesi in occasion di queste guerre, si contò ancora il morbo, creduto portato dalle Indie Occidentali, che tuttavia ritien presso di noi il nome della nazion franzese, gastigo velenoso della sozza libidine. Non manca chi pretende dianzi non ignoto all'Europa questo malore, e certo non ne mancano esempli ne' precedenti secoli, ma erano cose rare. Comunque sia, fuor di dubbio è che il medesimo cominciò in questi tempi a dilatarsi con furore nelle contrade italiane, e a rovinar la sanità ed anche la vita degl'incontinenti, perchè non se ne sapeva il rimedio. Oggidì sembra alquanto snervata la forza sua, di cui tuttavia chi ha timor di Dio e senno non ne vuol fare giammai la pruova.