MCCCCXCIV
| Anno di | Cristo MCCCCXCIV. Indiz. XII. |
| Alessandro VI papa 3. | |
| Massimiliano I re de' Rom. 2. |
Cominciarono in quest'anno i guai dell'Italia, guai di lunga durata, benchè tramezzati da qualche tregua, e guai superiori a quei degli anni addietro; perchè laddove tra di loro, ne' tempi passati, aveano guerreggiato i principi italiani, ora si scatenarono tutte, per così dire, le armi oltramontane, per venire a far qui una funestissima danza. Primieramente essendo giunto Ferdinando re di Napoli all'età di settant'anni [Infessura, Diar., Par. II, tom. 3 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze. Raynal., Annal. Ecclesiast.], se gli caricarono addosso dei gravissimi affanni per la tempesta che contra di lui si preparava in Francia, e non minori fatiche per mettersi in difesa; laonde, infermatosi, finì in pochi giorni di vivere, lodato per varie sue belle doti dal Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], ma certamente poco amato, anzi odiato da ognuno per le sue crudeltà. Il Sanuto [Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Italic.], storico veneziano, s'empie la bocca delle iniquità non meno del padre che del figliuolo. Cadde la morte sua nel dì 25 di gennaio dell'anno presente, e a lui succedette nel regno Alfonso duca di Calabria, primogenito suo, la cui prima cura fu quella di dar l'ultima mano ai trattati di pace col papa, per ottener l'investitura ed insieme aiuti da lui ne' bisogni. Infatti nel seguente aprile tutto ammansato il pontefice Alessandro spedì il cardinale di Monreale, cioè Giovanni Borgia suo nipote, a Napoli colle bolle dell'investitura, e colla facoltà di coronare Alfonso re di Napoli. Nel dì 7 di maggio, essendo già pervenuto colà esso cardinale legato, si celebrarono le nozze di Sancia figliuola naturale del re Alfonso con Giuffrè figliuolo del papa, di età di tredici anni, e furono fatte giostre, tornei ed altre feste. Se fosse caro al pontefice questo parentado, si può raccogliere dall'aver egli esentato Alfonso dall'annuo censo del regno, sua vita natural durante [Summonte, Istor. di Napoli.]. Il regalo fatto alla sposa da Giuffrè in gioie, drapperie ed altre robe, fu creduto che ascendesse al valore di ducento mila ducati d'oro. All'incontro, il re assegnò per dote alla figliuola il principato di Squillace. Nel Diario di Burcardo, citato dal Rinaldi, è scritto, avere il re Alfonso II creato Giuffrè principe di Tricarico, e conte di Chiaramonte, Lauria e Carniola. Ciò fatto, papa Alessandro, che dianzi, entrato nelle sconsigliate massime di Lodovico il Moro, avea invitato in Italia Carlo VIII, cangiò sentimenti e linguaggio. Scrisse pertanto a quel re, dissuadendolo dal venire, con rappresentargli la carestia e peste onde Roma era afflitta [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic. Corio, Istor. di Milano.], ed esserci pericolo che il re Alfonso, mosso dalla disperazione, chiamasse in sua difesa i Turchi: il che sarebbe la rovina dell'Italia. Ma il giovane re di Francia, che dopo essere mancato il re Ferdinando (principe, il qual solo pel suo gran senno avrebbe potuto difficoltare i suoi disegni) s'era maggiormente animato all'impresa del regno di Napoli, nulla badò a queste ciancie, e seguitò a fare il fatto suo. Per mezzo di Guglielmo Brissonetto primo ministro procurò il papa di ritardare i movimenti del re Carlo; ma in Francia il cardinal Giuliano della Rovere, sdegnato forte contra papa Alessandro, seppe così ben perorare presso il re, al quale ancora continui impulsi dava Lodovico il Moro, che si affrettò più che mai al preparamento dell'armi. Spedì il re in Italia alcuni suoi uffiziali, fra' quali Filippo di Comines signore di Argentone (quel medesimo che ci lasciò una veramente savia e bella storia di questi tempi) per iscandagliare gli animi dei principi d'Italia. Con breve, ma saggia risposta, che nulla concludeva, si sbrigarono da tale ambasciata i Veneziani e i Sanesi. I Fiorentini e il papa si mostrarono contrarii. Ercole duca di Ferrara e Giovanni Bentivoglio esibirono buon trattamento alle milizie del re, ma nulla di più. Il solo Lodovico il Moro quegli parea che con calore assistesse ai Franzesi.
Ora il re Alfonso, non tanto per vendicarsi di questo principe, la cui malignità chiaramente tendeva alla di lui rovina, quanto ancora per tener lungi da sè la guerra con farla nel paese altrui, inviò per terra nella Romagna don Ferdinando suo primogenito duca di Calabria, acciocchè la rompesse con Lodovico. Parimente nel mese di giugno mandò una flotta di trentacinque galee, dieciotto navi ed altri legni minori, comandata da don Federigo suo fratello, per far qualche tentativo contra di Genova [Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istor. di Venez., tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firen. Corio, Istor. di Milano.], secondato da Obietto del Fiesco, che si ribellò al duca di Milano. Ma, essendo già calato Lodovico duca d'Orleans e signore di Asti in Italia, ed imbarcatosi nella flotta regale spedita dal re Carlo, nel dì 8 di settembre sbarcò a Rapallo, castello preso dai Napoletani, e, con loro venuto alle mani, li sconfisse in maniera, che la flotta nemica fu obbligata a tornarsene vergognosamente a Napoli. Maggior felicità non incontrò dipoi l'armata terrestre del re Alfonso in Romagna. Nel dì 9 oppure 11 di settembre giunto ad Asti Carlo VIII re di Francia colla sua armata [Mémoir. de Comines, lib. 7.], fu quivi sorpreso dal vaiuolo. Risanato, arrivò a Pavia, dove godè delle magnifiche accoglienze fattegli da Lodovico il Moro, ma con volere per ostaggio della di lui fede in suo potere quel castello, ed ottenere da lui in prestito ducento mila ducati d'oro. Era nel castello medesimo gravemente infermo, e di malattia creduto incurabile, il giovane Gian-Galeazzo Maria Sforza duca di Milano, con opinione universale che un veleno datogli da Lodovico suo zio appoco appoco il menasse a morte. Fu a visitarlo e consolarlo il re Carlo, ed Isabella sua moglie gli raccomandò i suoi piccioli figliuoli. Ma appena fu passato il re a Piacenza, ovvero a Parma, che ricevette l'avviso della morte dell'infelice duca, accaduta nel dì 22 d'ottobre, in età dì 25 anni. Fu egli compianto da tutti, non meno per l'innocenza sua, che per essere stato vittima dell'ambizion di suo zio. Nè qui finì la tragedia. Dovea succedere nel ducato il di lui primogenito Francesco Sforza. Lodovico il Moro già avea cominciato, o procurato da Massimiliano re de' Romani, ossia imperadore eletto, d'esser egli creato duca di Milano per quella strana ragione di dover egli essere anteposto al duca Galeazzo Maria, già suo fratello defunto, e a' di lui figliuoli, perchè Galeazzo Maria era nato da Francesco Sforza, non peranche duca di Milano, laddove esso Lodovico nacque dal padre già creato duca. Non mancarono mai, nè mancheranno pretesti all'ambizione umana e all'interesse per usurpare l'altrui, se con loro il poter si congiugne. Leggesi il diploma spedito da Massimiliano in Aversa nel dì 5 di settembre di questo anno presso il Corio [Corio, Istor. di Milano.]. Il sig. Du-Mont ci dà questo diploma al dì 20 di novembre dell'anno seguente. Comunque sia, certo è che, senza aspettare il beneplacito cesareo [Guicciardini, Istor., lib. 1.], Lodovico il Moro, venuto a Milano non ancora terminato il funeral del nipote, convocò i primati della città per la creazione d'un nuovo duca; ed, avendo ben istruiti i suoi partigiani, costoro mostrarono richiedere il pubblico bene che in tempi sì pericolosi non un fanciullo, ma un uomo assennato prendesse le redini del governo e fosse duca. Però, senza che alcuno osasse di contraddire, Lodovico proclamato duca prese lo scettro, e fra le grida allegre dello sconsigliato popolo cavalcò per Milano. La vedova duchessa Isabella co' suoi figliuolini, lagrimevol esempio dell'incostanza delle cose umane, fu rinserrata nel castello di Pavia.
Intanto al re Carlo nacquero sospetti contra dello stesso Lodovico, al sapere che il papa e i Veneziani faceano dei maneggi per istaccarlo da lui, e poco mancò che non desistesse dall'impegno preso contra del regno di Napoli. Ma Lodovico, a cui non mancavano mai in bocca le belle parole, ed alcuni avvisi segreti pervenuti ad esso re da Firenze, dove il chiamavano i nemici ed emoli di Pietro de Medici, l'accesero a continuare il viaggio. Parte dell'esercito suo sotto il comando del Mompensieri andò in Romagna [Cronica MS. di Bologna.], e fece che l'armata di don Ferdinando duca di Calabria si ritirasse a Cesena. Da questa gente fu preso a forza d'armi il castello di Mordano con altre del distretto d'Imola, commettendo ivi crudeltà infinite, sino ad uccidere i bambini: lo che fece correre l'orrore e il terrore per tutta l'Italia, e indusse Faenza e Forlì ad accordarsi coi Franzesi. Nell'ultimo ricusando don Ferdinando di azzardarsi ad una battaglia, e sentendo la mala piega che prendeano le cose della Toscana, si avviò alla volta di Napoli, e cessarono i rumori in Romagna. Passato il re Carlo per la strada di Pontremoli verso la Toscana, pose lo assedio alla rocca di Sarzanello presso a Sarzana, commettendo le sue genti crudeltà dappertutto ancora con gli amici. In grande agitazione e spavento si trovò per questo avvicinamento la città di Firenze [Ammirati, Istor. di Firenze.], siccome quella che, a suggestion di Pietro de Medici, s'era fin qui mostrata contraria ai disegni de' Franzesi; e però esso Pietro, giacchè si conobbe decaduto dal favore del popolo fiorentino, affin di placare il re, si portò a visitarlo vicino a Sarzana, e quivi, di sua testa e senza commissione alcuna della repubblica, stabilì un accordo col re, dandogli per ostaggio della fede dei Fiorentini le fortezze di Sarzana, Sarzanello e Pietrasanta. Non molto dipoi volle il re Pisa e Livorno, e Pietro gliele diede, promettendo il re con un pezzo di carta di restituire tutto, dappoichè avesse conquistato il regno di Napoli. Andato esso re a Lucca, oltre all'aver voluto in sua mano alcune fortezze, volle ancora gran somma di danaro da quel popolo, che nulla osò di negargli. Era in questo mentre, cioè nel dì 8 di novembre, ritornato a Firenze Pietro de Medici, per rendere conto dell'imprudente suo negoziato; ma nel dì seguente si trovò chiuso l'adito al palazzo del pubblico, essendo sommamente irritati contra di lui i magistrati per l'accordo suddetto [Guicciardini, Ist. d'Italia. Ammirat., Istor. di Fir. Nardi, Ist. di Firenze, ed altri.]. Poco stette a sollevarsi il popolo stesso: laonde Pietro, montato a cavallo col cardinal Giovanni e Giuliano suoi fratelli, si fuggì con gran fretta fuori della città, nè si fermò, finchè giunse a Bologna. Nel medesimo giorno fu egli dichiarato co' fratelli ribello, posta taglia contro le loro persone, e poscia messo a sacco il ricchissimo loro palagio. Intanto fece il re di Francia l'entrata sua in Pisa, dove, nel dì 9 di novembre attruppatasi quella nobiltà e popolo, ad alte voci dimandarono al re la libertà; e parendo loro che le buone parole del re fossero un chiaro consentimento alle loro dimande, subitamente corsero la terra, scacciando i commissarii e disfacendo le insegne della repubblica fiorentina; avvenimento che trafisse il cuore de' Fiorentini. Contuttociò, spediti ambasciatori a Pisa, cercarono d'intavolare col re qualche accordo. Convien credere che fosse in buono stato il maneggio [Allegretti, Ist. di Siena, tom. 23 Rer. Ital.], perchè il re Carlo, nel dì 17 di novembre venuto alla volta di Firenze, fu ricevuto in quella città non solo pacificamente coll'esercito suo, ma ancora con tutta magnificenza. Allora si scoprì meglio dove possa giugnere la non mai sazia ambizion de' potenti. Dure ed indiscrete condizioni cominciò imperiosamente a pretendere il re da' Fiorentini, cioè somme immense di danaro, la restituzione di Pietro de Medici, e infine il dominio della città: cose tutte che moveano a rabbia chi trattava di tali affari per parte de' Fiorentini. S'era per venire a qualche brutto spettacolo, se non fosse stato Pietro Capponi, uno de' deputati, il quale, montato in collera al vedere che da' ministri del re si dava carta di accordo, come loro piaceva, senza volere far conto alcuno delle ragioni de' Fiorentini, arditamente in faccia dello stesso re stracciò quella carta [Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Ist. d'Italia.], e ai regi ministri, che aveano accompagnato con alte minaccie lo scritto, animosamente rispose: Voi darete nelle vostre trombe, e noi soneremo le nostre campane: il che detto, uscì tosto della camera. Questo parlare, che potea facilmente partorir gravissimi sconcerti, Dio volle che terminasse in bene. Si ridussero i regi ministri a condizioni più discrete, e nel dì 26 di novembre seguì l'accordo, in cui i Fiorentini promisero al re centoventi mila scudi, cioè cinquanta mila in termine di quindici dì, e in altre rate il resto. Per lo contrario, il re promise la restituzion delle terre in tempi determinati. Pietro de Medici restò in bando. Partitosi poi di Firenze il re nel dì 28 del mese suddetto, s'incamminò verso Roma [Philipp, de Comines., Burchardus, in Diar.], e nel dì 2 di dicembre entrò in Siena, dove ancora, seguendo il re, arrivò nel dì seguente il cardinale di San Pietro in Vincola, cioè Giuliano della Rovere. V'ha più d'uno scrittore affermante che papa Alessandro e il re Alfonso, dacchè si avvidero di non aver forze bastanti ad impedire il progresso dell'armata franzese, la quale, unita coll'altra di Romagna, alcuni faceano ascendere sino a sessanta mila persone, ma verisimilmente sarà stata molto meno, ricorsero per aiuto al Turco, acciocchè spedisse un possente corpo di sua gente alla difesa del regno di Napoli; ed aver infatti Baiazette preparate alla Vallona alcune migliaia di combattenti; ma intesi dipoi i prosperosi successi dei Franzesi nel regno, meglio credette di non inimicarsi un re sì potente, affinchè la voce ch'esso re Carlo avea fatta correre presso i buoni cristianelli d'essere venuto in Italia per andar contro ai Turchi, non gli venisse voglia un dì di renderla vera. Dicerie di belli o maligni ingegni verisimilmente furono queste. Nel giorno stesso, in cui Carlo VIII entrò in Firenze, mancò di vita in quella stessa città Giovanni Pico signore della Mirandola in età di soli trentatrè anni [Johann. Franciscus Pico, in Vit. Johannis Pici.]; eppur giunto in sì poco tempo di vita a meritarsi il titolo di Fenice degl'ingegni: sì grande era il suo sapere, sì maravigliosa la sua perizia nelle lingue orientali, accompagnata eziandio da una rara pietà ed illibatezza di costumi. Parimente nel settembre di quest'anno [Jovius in Elog.] finì i suoi giorni in Firenze Angelo Poliziano in età di quarant'anni, anch'esso uno de' più felici ingegni che si avesse allora l'Italia. Nè è men degno di memoria Ermolao (chiamato nel dialetto veneziano Almorò) Barbaro nobile veneto, che pochi pari in sapere ebbe in questi tempi, come attestano i suoi libri. Anch'egli nell'anno presente in Roma terminò di vivere in età di quarantuno anni, e in tempo che era preparata la sacra porpora al merito di lui.