MDLXXX
| Anno di | Cristo MDLXXX. Indizione VIII. |
| Gregorio XIII papa 9. | |
| Rodolfo II imperadore 5. |
Tempo non v'era in cui il buon pontefice Gregorio non pensasse a lasciar dopo di sè memorie illustri o per ben della religione, o per utilità, o per ornamento di Roma. Circa questi tempi prese egli ad abbellire la galleria del palazzo Vaticano, lunga quasi un miglio, facendo dipignere tutto il volto, e ornando le pareti colla descrizion delle provincie di Italia, e il pavimento con varietà di marmi. Dopo alcuni anni terminata fu questa opera. Inoltre, alle terme di Diocleziano fece fabbricare un ampio granaio, capace di gran copia di frumento per le occorrenze delle carestie. Compiè ancora una superba cappella con ispesa di cento mila scudi nella basilica Vaticana, dove nel dì 4 di giugno fece con gran pompa e divozione trasferire il corpo di san Gregorio Nazianzeno, di cui era devotissimo. Parimente approvò l'istituto dei frati Carmelitani Scalzi e delle monache, di cui era stata fondatrice la santa vergine Teresa in Ispagna. Tornò quest'anno ad infestar buona parte dell'Europa, e massimamente l'Italia, passando d'una in altra città, il male appellato del castrone o montone, il quale fu creduto che dalla Francia penetrasse nelle contrade italiane, con febbre gagliarda e tosse. Ma per chiunque osservava una buona dieta, per lo più non si trovava mortale. All'incontro, l'uso dei purganti e il salasso portavano facilmente gl'infermi al sepolcro. In alcuni luoghi appena di cento ne restavano sani quattro. Nella sola Ferrara nello stesso tempo si trovarono prese da questo malore più di dodici mila persone, e molte ne morirono. Quivi fu il colmo del male nel mese di giugno, e in Venezia in quello di luglio. Avea prima fatto il suo sfogo in Milano, dove si contarono più di quaranta mila malati. Nè sesso, nè età andava esente. Fu creduto che Anna regina di Spagna morisse di questo male. Mancò essa nel dì 26 di ottobre, e il re Filippo suo consorte poco prima infermo per la stessa febbre aveva fatto dubitar di sua vita. Certo è che per l'influenza medesima molto si risentì la sanità di papa Gregorio XIII, il cui indefesso zelo fece nell'anno presente fabbricare un bel ponte di marmo di sei archi sul fiume Pelia ad Acquapendente. Non già del male suddetto, ma per idropisia accadde ancora in quest'anno la morte di Emmanuel Filiberto duca di Savoia, a cui fecero gran guerra le umane vicende. Superiore ad esse comparve infine il suo senno, con essere restati quasi tutti i suoi Stati senza quei ceppi che l'altrui prepotenza vi aveva messi. Del suo valore, della sua affabilità, giustizia e pietà, non la sola Italia, ma anche la Germania e la Fiandra serbarono lunga memoria. Rimase di lui un solo figlio legittimo e naturale, cioè Carlo Emmanuele primo di questo nome, che a lui succedette nel dominio in età di diecinove anni, che cominciò di buon'ora il corso di quella insigne gloria con cui superò tutti i suoi antenati.
Mentre Arrigo re di Portogallo era intento a provveder pacificamente quel regno di un successore, la troppo sua inoltrata età il liberò dalle cure del mondo, essendo mancato di vita nell'ultimo giorno di febbraio. Per quanto si era potuto conoscere, le inclinazioni sue erano già state in favore di Filippo II re di Spagna, perchè poco ci volea a presagire che questi avrebbe potuto ottenere colla forza ciò ch'era meglio il concedergli con amore. Ma diversi ben erano i desiderii ed i sentimenti dei Portoghesi, antichi emuli della Castiglia, abborrendo essi troppo il restar senza re, e l'acquistarne uno che comandasse loro in lontananza. Filippo intanto, mentre qui si perderono in consulte e in dispute, raunò, per attestato del Mariana, un esercito di dodici mila fanti e di mille e cinquecento cavalli; picciolo sì di numero, ma grande pel valore, perchè composto del fiore della milizia di Spagna e d'Italia, cioè di soldati veterani nel mestier della guerra. Altri gli diedero venti mila combattenti in circa, fra i quali cinque mila italiani, sotto il comando di don Pietro de Medici, di Prospero Colonna, Carlo Spinelli, e di altri generosi condottieri italiani. Chiamò egli dall'esilio il vecchio duca di Alva, perchè ne fosse capitan generale. Colà arrivò anche la flotta già preparata in Napoli e Sicilia. Non si tardò dunque a dar principio alle ostilità colla presa di Elvas, Olivenza e Campo maggiore. Nel qual tempo la plebe di Lisbona proclamò re di Portogallo don Antonio, tuttochè dichiarato illegittimo ed incapace del regno dal defunto re Arrigo. Unì questo principe un'armata, ma di gente collettizia ed inesperta, che in vicinanza di Lisbona, avendo osato di far giornata col duca d'Alva maestro di guerra, si trovò incontanente sbaragliata, e si raccomandò alle gambe. Entrò il vittorioso duca in Lisbona con buona capitolazione, ma che non esentò parte di essa e le navi, che erano in porto, dal sacco. Seguì poscia un'altra battaglia, dove parimente essendo rimasto disfatto don Antonio, fu obbligato a nascondersi, e a passare ramingo da un luogo all'altro. Intanto riavutosi il re Filippo dalla malattia sofferta in Badacòs, passò nel mese di dicembre ad Elvas di Portogallo, e salutato ivi e riconosciuto, ma non di buon cuore, per re dai grandi di quel regno, non fu avaro di carezze e promesse verso di loro, e levò anche via alcuni dazii, con ordinar nondimeno che si desse principio ad una cittadella in Lisbona. Per trattener la via dell'armi, s'era dianzi maneggiato non poco papa Gregorio XIII, con aver dipoi inviato il cardinal Riario come paciere in Ispagna. Il re l'andò nutrendo di belle speranze, e nel medesimo tempo spinse il suddetto duca d'Alva all'acquisto del regno, pel quale sì felicemente succeduto gran gelosia e rabbia sorse in cuore degli altri monarchi. Giudicò spediente esso re Filippo in quest'anno d'inviare in Fiandra la duchessa Margherita madre del principe Alessandro Farnese, e sorella sua, lusingandosi che l'amore e la stima nei tempi addietro professata da que' popoli a questa savia principessa potrebbe giovar non poco ai pubblici interessi. La spedì pertanto colà col titolo di governatrice dei Paesi Bassi, lasciato ad Alessandro il comando dell'armi. Ma non piacendo al principe questa divisione di autorità, d'accordo colla madre tanto picchiò alla corte di Spagna, che gli fu restituito il titolo primiero nell'anno appresso. Tornossene dipoi la duchessa in Italia a goder la quiete in Abbruzzo. Furono varie azioni di guerra nella Fiandra, ma non tali che importi il farne menzione. Da papa Gregorio e dal re di Spagna fu nel presente anno inviato un soccorso di soldati e di danaro ai cattolici d'Irlanda; ma con poca fortuna; perchè, prevalendo ivi le forze della regina Elisabetta, si sciolse in nulla il tentativo di que' popoli. Un forte ivi fabbricato dai soldati, che colà giunsero sotto nome del pontefice, ben munito d'artiglieria e di viveri, vergognosamente si arrendè agli eretici. Fra la principessa Margherita Farnese, figlia di Alessandro principe di Parma e governator di Fiandra, e don Vincenzo Gonzaga, unico figlio di Guglielmo duca di Mantova, seguì matrimonio nell'anno presente, e le nozze furono celebrate in Parma, dove per alquanti mesi si fermò lo sposo.