MDLXXXI
| Anno di | Cristo MDLXXXI. Indizione IX. |
| Gregorio XIII papa 10. | |
| Rodolfo II imperadore 6. |
Videsi in quest'anno, non senza maraviglia della gente, giugnere a Roma un oratore di Giovanni Basiliovitz gran duca di Moscovia, per implorare i buoni uffizii di papa Gregorio in suo favore. Avea colui mossa guerra a Stefano Batori re di Polonia; ma ritrovò il giuoco ben diverso dall'espettazione sua. Il valoroso Batori gli diè tali percosse, che l'obbligò a chiedere pace; ma non potendola ottenere, stimò bene esso Moscovita di ricorrere al papa, acciocchè interponesse l'autorità sua per far cessare la mal incominciata guerra, con esibirsi pronto a far lega coi cattolici contro la potenza de' Turchi. Avvegnachè il pontefice assai scorgesse quanto poco per ben della religione cattolica si potesse sperare da quel monarca, che co' suoi popoli professava la credenza e i riti de' Greci scismatici; pure siccome padre comune, e trattandosi di un principe che finalmente era cristiano, e la cui affezione verso i cattolici non s'avea a trascurare, benignamente ascoltò le di lui preghiere; con lautezza trattò il di lui oratore, e, caricatolo di doni, il rimandò a casa, accompagnato da Antonio Possevino della compagnia di Gesù, uomo di gran dottrina e di non minore destrezza, affinchè trattasse di pace. A questa si trovarono non pochi intoppi; e intanto il re Stefano s'impadronì della Livonia, dove restituì la religion cattolica. Pace infine seguì con gran decoro della nazion polacca. A' giorni nostri si è ben cangiato l'aspetto delle cose in quelle parti. Imperciocchè quanto è declinata per le continue interne discordie la potenza della vastissima repubblica di Polonia, capace pur di cose grandi, se con altra più lodevol forma di governo si regolasse; altrettanto è cresciuta quella de' Moscoviti, ossia de' Russiani, per opera del czar Pietro Alexiovitz, eroe degno d'immortale memoria. Fu sul principio di maggio del presente anno condotta a Mantova da don Vincenzo Gonzaga, figlio del duca Guglielmo, la nuova sua consorte Margherita Farnese, accompagnata dall'avolo suo Ottavio duca di Parma, dal cardinale Alessandro Farnese suo zio, dal principe Ranuccio suo fratello, e da altri nobilissimi signori. Le feste e gli spettacoli fatti in Mantova per tale occasione costarono spese immense, e riempierono di stupore il concorso incredibile degli spettatori. V'intervenne ancora Alfonso II duca di Ferrara colla duchessa Margherita sua consorte, e sorella del suddetto don Vincenzo. Ma infauste riuscirono queste nozze per difetto corporale di quella principessa, per cui restò poi giustificata la dissoluzione del matrimonio fra essi.
Strepitoso scandalo fu nell'anno presente per la discordia di molti potenti cavalieri della sacra religion di Malta contro il loro gran maestro Giovanni della Cassiera di nazion Franzese, vecchio di ottanta anni, ma vegeto. Andò sì innanzi la loro animosità, che il cacciarono prigione nella fortezza di Sant'Angelo, imputandogli troppa negligenza negli affari dell'ordine, e che ne scialacquasse i beni, e fino a pretendere che tenesse segreti trattati co' nemici della fede cristiana. Sommamente dispiacque al pontefice Gregorio siffatta violenza, e, uditi i ricorsi di amendue le parti, spedì tosto a Malta Gasparo Visconte auditor di ruota, il quale, dopo avere rimesso in libertà e nel suo primiero grado il gran maestro, sfoderò un breve del papa, che citava tanto lui quanto gli accusatori suoi a comparire quanto prima in Roma a dir le loro ragioni. A ciò ancora fu spinto il pontefice dal re di Francia, minacciante di torre a tutti i cavalieri di Malta le commende del suo regno, e di applicarle al nuovo suo ordine dello Spirito Santo. Venne a Roma nel dì 26 d'ottobre il gran maestro, accompagnato da trecento cavalieri, ai quali tutti e alla loro servitù il cardinal Luigi d'Este, principe che nella magnificenza non avea pari, diede alloggio e fece le spese per tutto il tempo che quivi si fermarono. Mancò poi di vita esso gran maestro nel dì 23 di dicembre. Il suo gran competitore Romagano Guascone per malinconia l'avea preceduto all'altra vita nel dì 4 di novembre, e così amendue andarono a litigare al tribunale di Dio, più incorrotto e perspicace che quel della terra. Passò in quest'anno nel mese di settembre per Italia la vedova imperatrice Maria, madre di Rodolfo II Augusto, e sorella di Filippo II re di Spagna, desiderosa di terminare i suoi giorni in un monistero di Spagna, ad imitazione del glorioso suo padre Carlo V. Era accompagnata dall'arciduca Massimiliano suo figlio e da una splendida corte. I signori veneziani, secondo il loro costume, le fecero un sontuoso trattamento per tutti i loro Stati, essendo venuta a Trivigi, Padova e poi sino a Brescia. Con pompa incredibile fu ricevuta in Milano, e poscia in Genova, dove imbarcatasi, arrivò poi in Ispagna a compiere la sua piissima risoluzione.
Trattandosi di un principe italiano, a noi non disconverrà l'andar passando in Fiandra, per accennar brevemente le gloriose azioni di Alessandro Farnese governatore di que' paesi. In questi tempi i Fiamminghi confederati contro il re Cattolico, mal soddisfatti del giovane arciduca Mattias, dopo aver dichiarato esso principe decaduto da ogni diritto sopra le loro contrade, presero per difensore della Fiandra Francesco già dichiarato duca d'Angiò, fratello di Arrigo III re di Francia. Con buon esercito passò questo principe a Cambrai, città indarno assediata dall'armi spagnuole, e trionfalmente vi fu ricevuto. Fece poi pochi altri acquisti, perchè a poco a poco i suoi Franzesi se ne tornarono alle delizie della patria, ed egli passò in Inghilterra, dove la regina Elisabetta tanta disposizione mostrò ad accettarlo per marito, che già tutti il felicitavano, tenendosi egli come gli altri la cosa per fatta. Ma non andò molto che si trovò solennemente beffato dall'astuta e simulatrice regina, non men di quello che era succeduto prima a tanti altri. S'impadronì in quest'anno il principe Alessandro di Bredà, che fu messa a sacco. Ricuperò Sangislan, e poscia imprese l'assedio di Tournai, che fu ben lungo e costò di molto sangue e fatiche, ma con terminare nella resa di quella importante città, obbligata a pagare ducento mila fiorini per esimersi dal sacco. Colò tutta questa rugiada in mano dei vittoriosi soldati. Con gran solennità nei medesimi tempi ricevette il re Cattolico il giuramento di fedeltà dalla bocca, ma non dal cuore, degli Stati di Portogallo, e fece riconoscere per erede di quel regno don Diego suo maggior figliuolo. Quindi sul fine di giugno si trasferì a Lisbona, accolto colla maggior magnificenza e con segni di somma allegrezza da quel popolo, a cui confermò gli antichi privilegii e ne aggiunse de' nuovi, nulla ommettendo per guadagnarsi la benevolenza di quella gente, che internamente fremeva per vedersi ridotta sotto il giogo d'una nazione tanto da essi odiata.