PARTE PRIMA

1.

Squilla una tromba nel vuoto silenzio del mare. Un marinaio, la mano a berretto, offrendo con l'altra la sciarpa azzurra, s'è avvicinato a Fiorvante appoggiato al bastingaggio. D'improvviso il giovane tenente di vascello richiude il libro e la lettura della Storia della Dama dal ventaglio bianco si fermò qui, quel giorno. Rientra, Fiorvante, dal mondo delle favole in quello della realtà. Non è più ora di leggere e di sognare. È l'ora del suo «quarto di guardia». Riconsegna il libro delle favole al marinaio. Cinge la sciarpa azzurra e va verso la scaletta di sinistra a dare il cambio al suo compagno...

2.

Due alti e sottili vasi di cristallo nelle mani, venendo di corsa dalla serra Mimì, Mimì gaia fioraia, entra correndo nel retrobottega del suo magazzino di fiori. Tutti la conoscono, Mimì, nella piccola città di mare, dove tutti i legni della squadra vengono, a periodi, a far lunghi scali. È li, sul lungomare, il suo bel negozio tutto a vetrine bianche con la bella scritta d'oro su la mostra: Mademoiselle Mimì, fleuriste. L'ha ereditato dal padre quel negozio, ma l'ha fatto lei, lei col suo assiduo e infaticabile lavoro, lei col suo spirito audace e intraprendente, lei col suo garbo delizioso per cui comprar fiori da lei è una delizia: viene voglia, ad entrar da lei, di non andarsene più, tanto è carina, tanto è aggraziata, tanto è un fiore tra i fiori. Perchè la chiamano Mimì? Come la sua graziosa amica di un'opera famosa, non sa. Sa che l'hanno sempre chiamata così e che Ersilia — il suo vero nome, che ella detesta — non l'ha mai chiamata nessuno.

— Ragazze, ragazze, meno chiacchiere e più lavoro...

E le ragazze che cinguettavano attorno ai due grandi tavoloni carichi di cesti e di fiori fanno silenzio e si rimettono al lavoro con zelo provvisorio.

— Domani c'è ballo a bordo della Pisa. Se andiamo avanti così i trenta festoni non saranno mai finiti per domani a mezzogiorno...

E gira Mimì correndo, sorridendo, lieve, leggera, aerea, tutta azzurra e bianca nel suo vestitino di tulle a grandi volants, gira da una ragazza all'altra, e qui loda, là rimprovera, qua insegna, lì corregge, maestra floreale che giuoca coi fiori come un pittore coi colori, come una ricamatrice coi fili d'oro del suo ricamo.

3.

Scende lenta e grave la sera sul mare e sul porto. Le grandi navi ancorate divengono, sul cielo violaceo, grandi masse nere, profili di velluto intagliati su le sete del crepuscolo. Qua e là s'accendono, sui bastimenti, le prime luci. Laggiù in fondo, all'orizzonte, il sole, quasi tutto scomparso, non è più che un filo d'oro sul ciglio della collina.

Qua, là, a destra, a sinistra, vicino, lontano, squillan le trombe sui bastimenti e avanzano sui ponti i drappelli di guardia, le armi al braccio. Venendo di qua, di là, si radunano a poppa, attorno ai comandanti, gli ufficiali. È l'ora dell'«ammaina bandiera». Ed ecco che di nuovo le trombe squillano. Gli ufficiali prendon l'attenti e si scoprono. I drappelli presentan le armi e la bandiera sventolante a poppa comincia a discendere, come un uccello che chiude le ali e precipita...

4.

Mimì è distratta. Non lavora più come prima. Se una ragazza le chiede un consiglio, glielo dà breve, secco, di malavoglia. Il suo spirito è altrove. Assortendo il colore di due garofani, agganciando due rose, Mimì guarda ogni tanto il piccolo orologio d'oro al suo polso. È l'ora che ogni giorno il suo innamorato, il bel tenente di vascello Filippo Ardea, viene a prenderla per andare insieme a pranzare e a passar la serata... L'aspetta tutt'il giorno, Mimì, contenta, felice... Ma come diventa melanconica, scorbutica, irritata, quando l'ora si avvicina... Come la snerva quell'ultima mezz'ora di attesa così lenta a passare...

5.

Ed è sul molo, dalle imbarcazioni a vapore o a remi che, grosse, piccine, agili o pesanti, lente o guizzanti, giungono a centinaia dai bastimenti, è sul molo dove già s'accendono i primi fanali, una continua ondata d'uniformi bianche che vien dal mare e dal mare galoppa verso la città su per le ampie gradinate dello scalo. Son barconi carichi di marinai. Son lance eleganti piene d'ufficiali.

— Fiorvante!

— Ardea!

Due voci, due sorrisi, due mani levate e un abbraccio. Scendendo ognuno dal suo bastimento i due ufficiali, i due amici, si sono incontrati...

— Dove sei?

— Su la Saint-Bon. E tu?

— Comando una torpediniera. Un anno d'Estremo Oriente. Son qui da tre mesi. E tu?

— Io sempre fermo. Fra Taranto e Spezia.

Due vecchi camerati che si vogliono molto bene, due compagni di corso all'Accademia, gl'«inseparabili» quand'erano imbarcati insieme. Ora, nella gioia di ritrovarsi, si dicono mille cose. E Ardea:

— Poichè ci siamo ritrovati, non ti lascio scappare...

Ha preso Fiorvante per il braccio e s'avvia con lui verso la città, lungomare, in un gruppo d'amici e di compagni.

6.

Mimì non regge più. Si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda di nuovo... Ma non viene ancora... Dove, dove sarà?

Ansia di rivederlo? Impazienza d'innamorata? Anche questo. Ma, sopratutto, preoccupazione. La piccola perfida lettera anonima le ha messo da due giorni il veleno nel sangue. L'ha lì nel seno. Non sa staccarsene e sempre la rilegge...

«Badate a Filippo Ardea se l'amate. Un'attrice, una bella attrice d'operette, che è stata l'anno scorso la sua amante, è su la piazza. E c'è pericolo di ripresa. Badate: Flora Fleurette minaccia la felicità di Mimì. Nulla piace di più a certe donne che riprendere un antico innamorato quando questo è innamorato di un'altra. E gli uomini son così stupidi e così vani che si lasciano sempre prendere da chi li vuole. Occhio a Filippo, Mimì mia bella...».

Così ha scritto a Mimì Un lupo di mare... Cattivo lupo di mare che le ha avvelenato la vita, da due giorni... Vorrebbe averlo lì, Mimì, il «vecchio lupo di mare», per rompergli sul muso tutti quei vasi di fiori, per impedirgli di dire e scrivere ancora altre sciocchezze...

Sciocchezze? Son poi veramente sciocchezze?... Che Flora Fleurette sia su la piazza, è vero... Che l'anno scorso Filippo sia stato l'amante di Fleurette è noto a tutti ed era noto anche a lei prima che se ne innamorasse... Ma l'ha rivista, ha cercato di rivederla?... Questo è il punto oscuro. Non ha osato interrogare Ardea. Lo sa bene: Ardea non vuole gelosie. Qualche volta che Mimì è stata gelosa Ardea s'è divertito a farla soffrire di più, l'ha provocata... Gliel'ha detto e ridetto: «Lo faccio apposta, per educarti.. Detesto le donne gelose... Ed io voglio poterti adorare...»

Ma perchè non viene? Perchè non s'affretta? Se venisse sùbito a prenderla, appena disceso dal bastimento, il suo povero cuore in pena avrebbe pace, potrebbe fidarsi... E invece, così, con questo ritardo... Dov'è Fleurette? Dov'è Filippo?... Che fa, che fa, e perchè non viene?...

E Mimì si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda ancora... Dove, dove sarà?...

7.

E Ardea seguito dagli amici vien giù pian pianino, per il lungomare, a braccetto con Fiorvante, parlando di bastimenti e di paesi, di compagni e di donne, di ricordi e di speranze.

Ora Fiorvante si sofferma:

— Ma di qui dove mi porti? Io vado a pranzo al Circolo.

E Filippo, trascinandolo a forza:

— No. Tu vieni a pranzo con me. Andiamo a prendere la mia innamorata che mi aspetta e che mi adora e passeremo insieme una serata di quelle buone.

Fiorvante è riluttante, ma Ardea non sente ragioni e conviene lasciarsi trascinare.

— Mimì, la fioraia del lungomare... La conosci?... No? La vedrai. È un amore. Ed è il mio amore...

— Da quanto tempo?

— Da quattro mesi.

— E per quanto tempo?

— Per l'eternità.

E Fiorvante sorride perchè non crede all'eternità dei marinai. E, nei riguardi dell'eternità d'amore, tutti gli uomini son marinai...

8.

— Eccolo! Eccolo!

Mimì, ch'era a guardar dalla vetrina, l'ha visto. È saltata giù dalla sedia dov'era arrampicata, abbassa i cristalli delle vetrine, alza le tende, mentre grida alle sue lavoranti:

— Eccolo! Ragazze, ragazze!... Fiori, fiori, e venite qui, venite qui... Facciamoli arrivare sotto una pioggia di rose...

Ed è nel negozio un andare e venire, un correre, un affannarsi, tra risa e grida, e tutte le ragazze son lì, attorno a Mimì, arrampicate su le sedie, armate di rose, per la battaglia, fino ai denti... Fino ai denti veramente perchè, già piene le mani, per averne di più, hanno anche rose in bocca, tra le labbra, fiori bianchi fioriti in un fiore rosso.

— Eccoli! Eccoli! Padrona, tiriamo?

E Mimì fa cenno d'aspettare:

— Ferme! Ferme! Quando saranno più vicini...

E aspettano. E il gruppo bianco degli ufficiali si avvicina. E...

— Via...

E la prima rosa bianca di Mimì va diritta, lanciata giusta, sul cuore di Ardea. Sùbito le altre rose partono, volano, cadono, a pioggia. E Mimì ne lancia, ne lancia, prima una alla volta, poi due, poi tre, poi a fasci... E le ragazze incalzano... E gli ufficiali, ridendo, agitando i berretti, lanciando baci e sorrisi, rispondono al fresco fuoco... La battaglia è formidabile — e deliziosa. Il leggero fuoco è tremendo, senza tregua!

Ora Mimì corre ai rifornimenti. Ma fiori non ce ne son più... Sì, ce ne sono ancora... Ecco due bei fasci di rose. Ma una ragazza ferma Mimì nell'atto di lanciarle:

— Padrona! Son quelle artificiali... Costan cinque lire l'una...

Ma Mimì risponde con una spallucciata. Che importa? Costassero pure cento, che importa?... E lì, nella vetrina, fa schermo e portavoce della mano alla bocca e grida:

— Questo... per l'ufficiale che non conosco!

E, giù — che tiro! — il fascio delle rose artificiali è sul petto e poi nella mano di Fiorvante che risponde levando il berretto e sorridendo in un leggero inchino. Gli altri compagni d'Ardea Mimì li conosce tutti: son gli amici di lui e però sono gli amici suoi... Ma ha notato quello che non conosce, quello che Ardea tiene per il braccio...

La battaglia di fiori continua. Ma ora è l'assalto. Gli ufficiali voglion la resa della fortezza floreale, gli ufficiali vogliono, ad ogni costo, entrare. E Mimì grida:

— No... no... Chiudete... Giù le saracinesche... Se entran qui dentro siam rovinate... Mettono tutto a soqquadro.... Chiudete...

E in un fragore di ferri le saracinesche s'abbassano su le mani degli ufficiali che tentano d'impedirne la discesa. Anche la porticina d'entrata s'è chiusa e s'è poi socchiusa appena per lasciar entrare Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze, ridendo, felici, uccellini ch'escon di gabbia, son volate di là, nella serra, a vestirsi...

Ardea ha presentato Fiorvante. Mimì china il volto in un sorriso, uno di quei suoi grandi sorrisi luminosi che sono tutta la giovinezza. E Ardea spiega:

— Ha voluto venire a ringraziarti...

Fiorvante, che s'inchina, ha fra le mani il mazzo di rose che Mimì gli ha gettato. E Mimì lo guarda, l'aria contrita:

— Ma mi dispiace... Sono artificiali... Non hanno odore...

Ma ancora il bel volto s'illumina. Un'idea pazza le frulla nel cervello. Corre in fondo, a un armadio, e torna con una bottiglia di profumo:

— Ma ce ne metteremo uno... Il mio!

E giù, su le rose di Fiorvante, tutta la bottiglia. E giù a ridere, a ridere, a ridere... e, gettata la bottiglia, a batter le mani, felice, felice, felice perchè Filippo è venuto, felice perchè ora a Fleurette ella non pensa più, felice perchè Filippo è dietro di lei a offrirle il cappello, a reggerle il mantello affinchè lo indossi...

— Andiamo?

— Andiamo. Ma viene anche lui?...

E Mimì indica Fiorvante che sorride dicendo di sì... E le ragazze escono, nasini all'aria, sorrisi al vento, cappellini su le ventitrè:

— Buona sera, padrona. Buona sera, padrona.

E Mimì:

— Addio, cara... Addio, cara... Addio, cara...

E tira baci a tutte. A chi non tirerebbe fiori e baci Mimì, tanto è felice?.. Ed eccola fuori del negozio, tra Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze continuano a uscire e gli ufficiali cingon loro la vita, il sorriso e il complimento su le labbra, la mano audace:

— Addio, Maria, fiore di notte tanto sei bruna...

— Addio, Ninetta, fiore di pesco tanto sei rosea...

E Ardea ferma un'automobile e vi fa salire Mimì, Fiorvante e quattro o cinque amici... E lui avanti, accanto allo chauffeur:

— Lasciate me alla Croce di Malta e andate a pranzo.

E Fiorvante domanda:

— Come? Ci lasci?

Ma sùbito Mimì spiega:

No. Ci raggiunge sùbito. Va al suo albergo a vestirsi in borghese. Non sapete che Filippo è un ballerino impenitente? Non farebbe altro dalla mattina alla sera. E va a mettersi in borghese per ballar dopo pranzo...

Giunti alla Croce di Malta un'inquietudine riprende Mimì nel veder discendere Filippo. Verrà sùbito? Non andrà da Fleurette? Non abita anche Fleurette in quell'albergo?... Come mai — stupida che non è altro! — non ha pensato ad informarsi?...

— Fa' presto. Noi ti aspettiamo...

Ma Filippo non vuole. No. Vadano avanti loro per riservare la tavola. Verrà sùbito, in carrozza... Ma non può vestirsi con l'idea che gente l'aspetta giù... Mimì vuole insistere e insiste:

— Ma noi...

— No. Ho detto no.

Così è, Filippo. E non c'è che fare. Ha già girato sui tacchi, del resto, ed è già entrato di corsa nell'atrio dell'albergo mentre, levato il debraio, l'automobile riparte...

Ed ha una pena, Mimì, una così gran pena che le vien voglia di piangere... E Fiorvante la guarda. Sente, Mimì, lo sguardo dell'ufficiale... Leva gli occhi su lui in un sorriso che non sorride... E Fiorvante vede gli occhi di lei pieni di lacrime che non sono un pianto, ma che sono un infinito amore e un po' di melanconia...

9.

Come strepitano i «ragazzi» — gli amici di Mimì e di Ardea — per gridar che hanno fame e che bisogna cominciare a mangiare senza far complimenti... E Ardea, Ardea che non viene... È snervata, Mimì, irosa contro sè, contro Ardea, contro tutti, anche contro quel povero Fiorvante che conosce appena da mezz'ora e che per un'improvvisa simpatia ha voluto farsi seder vicino... Mezz'ora che l'hanno lasciato alla Croce di Malta e Ardea non viene ancora...

Gelosa? No, snervata, irritata... Gelosa non può essere. Flora Fleurette è lì, proprio lì, a due passi da lei, al tavolinetto accanto alla grande tavola ch'ella presiede, alla sua gran tavolata di begli ufficiali. Flora Fleurette è intenta a pranzare, accanto a quel signore pacifico e calvo che mangia un piatto di patate soufflées, alto come una piramide. Chi è? Il nuovo amante? L'impresario? Non sa... A dir la verità, non si guardano, non si parlano. Mangiano, estranei. A vederlo così parrebbe proprio un marito. Ma è forse donna da mariti una Flora Fleurette?

Mimì non l'ha vista entrare. In mezzo alla folla del grande restaurant a mare dove è enorme il fragore delle stoviglie dominante anche il tumulto delle voci e dell'orchestra, in mezzo allo stordimento delle parole degli amici suonanti vuote di senso attorno a lei tutta assorta nel pensiero dell'assente, Mimì non ha veduto entrare Flora Fleurette, cercare una tavola e sedersi lì accanto a lei, alla medesima tavola del signore delle patate soufflées. A un tratto, voltandosi per la centesima volta a cercar con gli occhi Filippo verso le porte d'entrata, se l'è vista lì accanto, in atto di rosicchiar tranquilla la polpa d'un roseo gamberetto. S'è sentita stringere il cuore. Proprio lì, quella detestabile donna... Che direbbe «lupo di mare» se gliela vedesse lì accanto, a portata di mano, a portata d'un solenne ceffone?...

Cerca, Mimì, di non pensarci, di distrarsi... Ma ecco, si volge e Ardea è lì, che entra, tutto elegante — come e quanto elegante! — nel suo smoking perfetto, adorno all'occhiello d'una bella cardenia. Come gli sorride. Mimì, da lontano, e come lo aspetta, vicino... Ma, ahi... Deve passar tra le tavole, deve ora passare accanto a Flora Fleurette... e vederla... Ah, se potesse prendere il passaggio di destra, in modo da evitarla, da non vederla... Come batte il cuore di Mimì!... Ma — che dolore! — Ardea prende invece il passaggio di sinistra (forse l'ha vista! certo l'ha vista!) ed eccolo vicino alla tavola di Fleurette, eccolo davanti, e peggio, peggio, ecco che si ferma, le dà la mano, le sorride, s'indugia, a parlare con lei, con l'odiatissima donna, una mano poggiata su la tavola, l'altra su la spalliera della sedia di lei, così in dentro, così in dentro che quasi ne sfiora — ah! l'aborre... — il décolleté... Ardea parla tranquillo e galante con Fleurette. Mimì guarda e freme. Fiorvante ha visto, ha capito e ride. Prende affettuosamente una delle piccole mani agitate che stritolan mollica di pane a tutto andare, sventrando in due colpi un panino.

— Siete gelosa? le chiede Fiorvante. Avete torto. È un modo sicuro di soffrire inutilmente...

Ma sì... Belle prediche! Invece di parole inutili Mimì vuol da Fiorvante qualche cosa di necessario, d'urgente: vuole un foglio di taccuino, un lapis... E scrive. Scrive così: «La buona educazione ti dovrebbe consigliare di non farti aspettare quando tutti sono a tavola. E, se la tua amica così ossigenatamente bionda ha tante cose da dirti, potevi fare a meno di venire con noi. Siediti lì. Al suo tavolino. C'è posto anche per te».

E Mimì ha gettato il biglietto, per gettarlo ad Ardea. Ma, quand'è gelosa e nervosa, non tira i biglietti al suo amante con la stessa precisione di mira con la quale sa tirargli le rose quand'è contenta. Così il biglietto è andato a cadere nel piatto di Fleurette, tra l'ala di piccione e il risotto. E Fleurette l'ha mostrato, ridendo, ad Ardea, ad Ardea furibondo che fulmina Mimì con un'occhiata. Risposta? Risposta non ce n'è. Ardea rimane ancora alla tavola di Fleurette per far ben bene vedere a Mimì che scene di gelosia non ne tollera. E Fleurette ve lo trattiene per far ben bene vedere a Mimì che lei invece le scene di gelosia le adora, tanto che le piace, in ogni modo, di provocarle... Gli uomini che non le conoscono credono che le donne si divertano ad amare gli uomini. Quante donne si divertirebbero sul serio ad amare un uomo se amarlo non facesse dispetto ad un'altra donna? Nella donna, novanta volte su cento, l'amore è un pretesto per un altro scopo. E così Fleurette par che muoia d'amore mentre dice ad Ardea:

— Pranzate qui con me... Sono felice di rivedervi... E alla vostra amica una lezioncina starà bene... Dovete farvi rispettare...

E Ardea accetta, sino a un certo punto:

— No. Siedo. Ma non pranzo. Siedo per stare con voi e per darle la lezioncina che merita. Poi andrò. Gli amici mi aspettano.

Naturalmente Mimì non ha udito quelle parole. Ha solo veduto il gesto di Fleurette che invitava il giovane a sedere ed ha veduto questi sedersi. Seguiva prima il colloquio strappando a due a due le foglie d'una grossa rosa rossa con le sue leggere dita di fioraia. Quando ha visto Ardea sedersi — ahi, che tuffo di sangue alla testa! — ha strappato tutte le foglie insieme, con una violenza da facchino. I colpevoli son due: Fleurette e Ardea. Ma l'equità nervosa di Mimì sfoga su una terza persona, innocente: il quieto signore delle patate soufflées.

— Io vorrei sapere quell'altro... quell'imbecille... che ci sta a fare!

L'imbecille non fiata: una patata dopo l'altra, abbassa lentamente la piramide. I due continuano a filare in sordina, per far dispetto, tutt'e due, e ognuno a modo suo, a Mimì... Mimì beve, beve, e ribeve. Cerca invano, Fiorvante, di calmarla. Ma sì... Una pila! Ora Mimì ha guardato la rivale con una mossettina sprezzante delle labbra e chiede a Fiorvante:

— Vi pare forse più bella di me?

Fiorvante scrolla il capo... Nemmeno per sogno... E Mimì beve, beve, beve... e mette, fra un bicchiere e l'altro, certe risate che scudisciano la rivale sul viso imbellettato...

— Guardate, dice Mimì a Fiorvante, ad alta voce, affinchè l'altra possa sentirla. Guardate. Tiene sempre gli occhi socchiusi... Sfido: le palpebre e le ciglia le pesano: con tutto quel nero...

L'altra comincia a sua volta a snervarsi. Ora picchia, prima piano, poi più forte, col coltello sul piatto.

— Ah, mi dà ai nervi con quel coltello!

È Mimì, che si tappa le orecchie. Ma poi ci ripensa ed è lei che le fa tappare agli altri. Se Fleurette picchia il piatto con un coltello, Mimì lo picchia con due; se l'altra picchia forte, Mimì picchia fortissimo. Mimì non è donna da restare mai indietro. E, poichè l'altra rincalza e rinforza, Mimì va sempre più forte in un crescendo che può dirsi rossiniano, ma non nel senso che sia melodico, dai tavolini accanto la gente, assordata, comincia a protestare. Un maître d'hôtel accorre presso Mimì, ma Mimì indica l'altra:

— Non sono io... È la signora...

E ricomincia. Ricomincia tanto forte che il piatto si spezza... Un grido di soddisfazione si leva dai tavolini accanto. Anche l'altra ha dovuto smettere perchè ora il maître d'hôtel è da lei ed ella deve spiegare:

— Io?... Io no... È quella signorina...

Quieto e beato, nel tumulto, il signore calvo continua a mangiare patate soufflées. Di tanto in tanto un suo sguardo rassegnato, mentre una nuova patata va in bocca, va a posarsi sui due che ora, riempiti di champagne i bicchieri, fanno un brindisi con due sorrisi che tiran gli schiaffi. Mimì fa cenni disperati e grida prima a Fiorvante, poi al signore:

— Ma quell'idiota... Sì, sì, lei, lei, venga qui...

Il signore delle patate soufflées s'è visto chiamare e, levatosi, è ora inchinato vicino a Mimì che gli domanda:

— Scusi: non potrebbe dire alla signora che è con lei...

Ma risponde a Mimì il più innocente sorriso:

— Le direi tutto quel che lei vuole... Sono anch'io stomacato... Ma la signora non è con me... È al mio tavolino perchè non ha trovato altri posti...

S'inchina e torna alle patate soufflées. Mimì ride un istante, per l'equivoco... Ma il riso le si spezza in gola. Fleurette, con la coppa in mano, è ora così vicina col volto al volto di Ardea che quasi ha l'aria di baciarlo: certo, almeno, lo bacia con l'intenzione... Ma l'intenzione dà terribilmente sui nervi di Mimì che spezza su la tavola il suo bicchiere e, saltata su in piedi, grida:

— Scimmia ossigenata, la finisca!

Come andrà a finire? Fleurette l'ha tirata pei capelli e coi capelli dovrà finire, e finisce, infatti, quando per i capelli l'acciuffa d'improvviso Mimì, con un colpo magistrale in due tempi che prima le manda per aria il cappello e poi le prende in pieno la capigliatura... E giù, e su, e qua, e là, Mimì comincia a tirare... E tira, tira, tira quei capelli come fossero corde di bastimenti. Ma anche Fleurette, passato il primo smarrimento, lotta da par sua. Raggiunge anche lei il cappellino e i capelli di Mimì e giù a tirare anche lei che è uno spettacolo... Spettacolo al quale il pubblico s'appassiona coi più manifesti segni di simpatia per Mimì che picchia più nudrito e più sodo... Certo son così strette, le due donne, che Ardea, Fiorvante e altri amici non riescono a separarle o ci riescono quando le due donne non hanno più un capello in testa che non sia dolore... Allora Fiorvante e gli amici s'affrettano a portar via Mimì verso l'uscita... E all'uscita Mimì arriva, nella détente, più morta che viva... Lì, all'uscita, aprendosi un varco nella ridente folla dei curiosi, Ardea riesce a raggiungere Mimì, ad afferrarle violentemente un braccio e ad avventarle a bassa voce sul volto queste parole:

— Bada! Da stasera, dopo quanto hai fatto, tutto è finito fra noi... Non ti conosco più...

E Ardea risale tra la folla. E Mimì lo guarda coi suoi grandi occhi spauriti e smarriti. Ed ha ancora il tempo, mentre quasi di peso la portano fuori, di vedere Ardea tornare a Fleurette che si ripettina, cingerle la vita col braccio e partir con lei verso la grande pedana dove, a pranzo finito, già si muovono le prime coppie all'eco d'un voluttuosissimo tango...

Di quel finimondo che cosa è rimasto nel restaurant a mare? Nulla. Lì, sul tappeto, qualche capello biondo e bruno, qualche rosellina o qualche pennetta di cappelli... Poco male. Ma anche lì, a terra, sotto i piedi di Ardea e di Fleurette che ballano, è rimasto il cuore felice di Mimì... Di Mimì che sta tanto male.

Tanto male che può appena camminare... Gli ufficiali l'hanno lasciata sola con Fiorvante e sono ritornati nel restaurant alla ricerca di Ardea. Un'automobile passava e Fiorvante vi ha fatto salire Mimì per riaccompagnarla a casa. Ma, non appena seduta, Mimì s'è rovesciata piangendo su la spalla dell'ufficiale. Questi, dolcemente, pietosamente, la lascia piangere e le passa una mano nei capelli:

— Gli volete molto bene?

Mimì, senza levare il volto per rispondere, dice col capo di no, di no...

— Gliene volevo... Ma ora non più...

E piange, e piange... E Fiorvante continua a carezzarle i capelli mentre sorride d'incredulità...

10.

Gli ufficiali son ritornati al restaurant. Tra un giro e l'altro hanno fermato Ardea:

— Va da Mimì... Poveretta... È pentita...

— No... No... Non mi parlate mai più di lei, dopo quello che ha fatto...

— Lo ha fatto per amore...

— Amore un corno!...

E Ardea picchia così forte un pugno sul tavolino che il signore delle patate soufflées resta con mezza patata in aria mentre metà della gialla piramide unta e bisunta vacilla e crolla...

— Su, via, decìditi... Vieni... Ti aspetta...

Ma Filippo alza le spalle e tende le braccia aperte a Fleurette che continua a riordinarsi i capelli davanti allo specchio, piano piano, come facesse l'appello degli assenti:

— Fleurette, un altro tango...

11.

Nella sua piccola casa sul mare, tutta grazia e leggiadria, quanto, quanto ha pianto Mimì, per circa due ore, su la spalla di Fiorvante che, affettuoso e silenzioso, le ha fatto raccontare tutto, tutto... tutto quello che Fiorvante non sapeva e non imaginava, tutto quello che Fiorvante è venuto a sapere spalancando gli occhi ed il cuore...

— Vivo del mio negozio, io, del lavoro che il mio papà mi ha insegnato e mi ha lasciato... Sono una ragazza per bene, io... E lui ha potuto offendermi per una donna come quella...

S'è levata. Ha preso su una mensola la fotografia di Filippo con tanto di dedica: «A Mimì, con tutt'il mio cuore, per tutta la vita».

— Tutta la vita! E non son quattro mesi... E dovevamo sposarci...

S'è chinata per aprire l'ultimo cassetto d'uno stipo dal quale ha tratto un velo bianco e una coroncina nuziale di fiori d'arancio:

— Avevo anche avuto l'ingenuità di farmi comprare da lui il velo da sposa... Mi sembrava di buon augurio...

S'è messo il velo attorno al capo e la coroncina su la fronte. E ha guardato Fiorvante così, malinconici gli occhi ma fiero lo sguardo:

— Perchè così potevo sposarlo... Come una ragazza per bene... Non ero mica la sua amante, io!...

E, disperata, si strappa dal capo la coroncina ed il velo e fa questo a brandelli, lacerandolo coi denti, con le mani... Ha pietà, tanta pietà, Fiorvante, nel suo vecchio cuore sentimentale, a vederla così disperata, schiantata... Ha tanta pietà e tanta simpatia... E, poichè veder soffrire è spesso una buona occasione per cominciare ad amare, Fiorvante, sollevandola da terra dove s'è rovesciata con le sue lacrime e il suo velo a brandelli, già la chiama, teneramente, per la prima volta:

— Mimì...

12.

Gli amici hanno rinunziato a ricondurre Filippo da Mimì. Balla con Fleurette fox-trots e fox-trots, tanghi dopo tanghi e Fleurette gli sorride come non gli ha mai sorriso. Così Filippo è ripreso. Sottile veleno della sigaretta riaccesa, dell'amore che ricomincia...

— No, no, non ho ancora finito! tuona una voce.

Ed è il quieto calvo signore che ferma con la voce e col braccio l'imprudente mano d'un cameriere che voleva portargli via il piatto delle patate soufflées che è appena, dopo due ore, a poco meno della metà...

13.

C'è luna nel cielo e pace su l'acqua. La sera è tutta profumi. E Mimì e Fiorvante sono discesi nel piccolo giardino. Vibran piccole luci da per tutto: le stelle nel cielo, piccole lame d'argento su l'acqua, lucciole d'oro nelle siepi e tra i rosai. Luci anche splendono sui grossi bastimenti ancorati nel porto: e sembran catafalchi di giganti giganteschi attorno ai quali la città con le sue luci d'oro ha acceso tutt'un'architettura di ceri.

Sono appoggiati alla balaustra, Mimì e Fiorvante. Questi solleva il volto della fanciulla e le dice:

— È il vostro primo dolore d'amore... So che cosa vuol dire soffrire. Ho tanto sofferto anch'io per l'amore...

Appoggiato al davanzale cerca laggiù, sul mare, tra catafalco e catafalco, i suoi grandi sogni morti, le sue speranze e i suoi ricordi. Ora è Mimì a guardarlo, è Mimì che solleva con la punta di due dita la fronte di lui:

— Voi siete così diverso da lui... dagli altri... Voi dovete saper volere tanto... tanto bene...

Fiorvante prende fra le sue le piccole mani gelate di Mimì. Le bacia. Attira a sè la fanciulla. La guarda, la guarda... Ma non osa parlare. E poi, con la voce che gli trema:

— Sì, le dice, so volere molto bene, io... E mi par già di cominciare a volervene...

La bimba arrossisce e abbassa gli occhi. Trepidamente Fiorvante chiede, bassi gli occhi e bassa la voce:

— E voi?... E voi?...

E Mimì risponde... Risponde abbassando gli occhi sempre più, sempre più, ma con un lieve cenno del capo che dice: sì, sì... Fiorvante le ha preso ancora le mani. Fa per riportarle alle sue labbra. Ma poi si ferma e, passata un'ombra sul suo volto, le abbandona:

— No... no... Vi par così, stasera... Ma voi tornerete ad amar lui, domani...

E Mimì dice ancora col capo di no, di no... Ma Fiorvante non vede. Ha i gomiti su la balaustra, la fronte nelle mani, gli occhi laggiù tra nave e nave, tra catafalco e catafalco, a cercare tra i grandi sogni morti... Quante, quante volte ha sognato così?... Quante volte ha scambiato per una promessa di lunga fede sicura, per il giuramento fedele di tutt'una vita la breve speranza che l'ora o il luogo mettevano, per un momento di bontà, nel cuore di una donna?... Menzogne, illusioni... Sogni, grandi sogni morti, laggiù, nella notte, in fondo al mare...

14.

In automobile — carica quella povera macchina da far pietà... — gli ufficiali sono andati alla casina di Mimì per consolarla, per salutarla, per darle la buona notte e riprender Fiorvante...

E son lì, lungo il muretto di cinta del giardino, a guardar due ombre — Mimì e Fiorvante — intagliarsi, piccole sagome nere nel controluce della chiarità plenilunare...

— Guardali... Son lì... Piano... Avanti... Di sorpresa... Senza farci sentire...

E via, leggeri, a dare la scalata al muretto tutto coperto e odorante di gelsomini, via su per le scalette a mare della casina di Mimì, in fila indiana, in punta di piedi, per non essere visti, per non esser sentiti...

15.

E ora Fiorvante ha preso una mano di Mimì e l'ha portata alle labbra. Son lì, appoggiati tutt'e due alla terrazza a mare dal parapetto coperto d'edera, spalla contro spalla, testa contro testa, già cuor contro cuore...

— Vi ho voluto bene fin dal primo momento che vi ho veduta, dice Fiorvante a Mimì, fin da quando mi avete tirato il mazzo di rose...

E la mano di Mimì restituisce la stretta. E la voce di Fiorvante si fa più grave, più dolce e la pressione della mano è più forte:

— Affidatevi a me, mia piccola amica, in questa prima ora di dolore... Affidatevi a me... Io non sono di quelli che cambian d'amore come cambian di casa...

Ha appoggiato, Mimì, il capo su la spalla di Fiorvante, senza parlare, la mano abbandonata, tutta l'anima tutta offerta.

E gli ufficiali son dietro di loro, non veduti, non sentiti. Una voce sussurra:

— Ahi!

Han veduto i due, stretti, uniti... E l'ufficiale che ha dato l'allarme si volta per far cenno ch'è il caso d'un rapido e discreto dietro-front... Ed ecco che ancora più in punta di piedi, in fila indiana, per non esser veduti, per non esser sentiti, gli ufficiali rivanno via, giù per le scalette della casina a mare di Mimì, verso il muretto di cinta tutto coperto e odorante di gelsomini... Scavalcato questo, tornati su la strada e nell'automobile che rifila via per il lungomare bianco di luna, uno degli amici esclama per tutti:

— Ecco fatto. Consolata!

E ridono. No, ragazzi, non è consolata, Mimì. È inconsolabile, anzi, Mimì. Se è lì, su la terrazza, la mano nella mano di Fiorvante, non cerca ella stasera un innamorato nuovo al posto di quello che l'ha abbandonata. Cerca un cuore che la comprenda e che col dolore altre volte provato faccia eco al dolore ch'ella prova per la prima volta. Cerca un braccio cui appoggiarsi, una mano in cui affidarsi. Cerca sopratutto di non esser sola questa sera tanto è disperata. Perduto il suo amore, cerca un amico. E questo amico è lì, accanto a lei, ed ella sente che questo amico d'una sera saprà essere l'amico d'una vita.

Ma Mimì è bella e la notte è notte d'amore. Cinge Fiorvante la vita di lei e fa per attirarla a sè. No. Mimì non vuole. Mimì si scioglie. Mimì non vuole gesti, non vuol parole. Vuole che nel suo immenso dolore una presenza accanto a lei le dica che non tutto, non tutto è finito anche se l'amore, che doveva essere eterno due ore prima, è, da un'ora, finito per sempre...

C'è tutt'il plenilunio in quelle due lacrime d'argento che scendon giù dai grandi occhi di Mimì in quell'ora di tristezza in cui è doppia la malinconia: malinconia di qualche cosa che muore e malinconia d'una cosa che nasce.

Quale più grande, fra le due?

16.

E, al restaurant;

— Ancora questo tango, Fleurette, e poi andiamo...

E il quieto signore calvo delle patate soufflées prende religiosamente, con due dita, l'ultima patata. Tre ore a tavola: una piramide di patate soufflées e lo stomaco per contenerla.

Chi di voi più felice, mio signore?