PARTE QUARTA

50.

Maud non è inglese per nulla. Ella ha portato con sè le abitudini europee e una volta alla settimana una manicure occidentale viene, con gli arnesi del mestiere nella borsetta di velluto, a curar le unghie dei servi cinesi addetti alla custodia e al servizio della Residenza. Qualche volta, quand'ella torna a tempo da una delle sue grandi galoppate mattutine, Maud assiste al lavoro della manicure. Trapiantando da occidente a oriente l'usanza si spostano i termini e tra i servi cinesi gli uomini sono assai più che le donne fieri d'aver nette le unghie e di vedersele curate e nitide come fossero di madreperla.

Quel giorno Maud è tornata presto dalla sua passeggiata a cavallo. In pantaloni kaki e stivaloni gialli, il casco sul capo e il frustino in pugno, Maud s'è avvicinata alla manicure. Costei ha in opera, adesso, la bella mano d'un servo cinese tra i più onesti e i più fedeli. E lo sguardo di Maud è fermato da qualche cosa che splende al dito medio del servo. L'attenzione di Maud è stata ancor più richiamata dalla voce della manicure la quale, nell'atto di prender la mano sinistra del servo dopo aver finito di curar la destra, ha esclamato:

— Che anello!

Maud ha volto il capo e sùbito l'ha riconosciuto con un grido:

— L'anello di Fiorvante!

Sùbito Maud chiama a sè il servo cinese. Guarda meglio l'anello e si accerta: sì, è quello di Fiorvante, tanto caratteristico, riconoscibile tra diecimila. Non v'ha dubbio. E Maud interroga il servo spaurito: come mai ha quell'anello, da quanto tempo e chi glielo ha dato?... Da quanto tempo? Da ieri. Chi glielo ha dato? E il servo cinese, senza parlare, accenna laggiù, laggiù...

— A quanti chilometri da qui?

Pochi. Una ventina. Maud è inglese anche in questo. Tra l'idea dell'azione e l'azione non suol lasciare tempo in mezzo. Ordina i cavalli per sè e per un seguito armato... E, dopo dieci minuti, eccoli tutti in sella, compreso il servo cinese... E via di galoppo verso laggiù... laggiù... dove il servo cinese ha confessato d'aver ricevuto l'anello in cambio di due sacchi di riso....

Ancora, in cammino, mentre galoppano, Maud continua la sua inchiesta:

— E come possedeva l'anello la persona che te l'ha dato? Non glielo hai chiesto?

E il piccolo servo cinese risponde quello che sa:

— L'hanno preso, m'han detto, a un ufficiale che da quattro mesi è prigioniero dei boxers...

Quattro mesi? Maud conta rapidamente, marzo, febbraio, gennaio, dicembre: le date coincidono. Son quattro mesi, infatti, giorno più, giorno meno, che Fiorvante è scomparso... «Arrivederci domani...». E non l'ha rivisto mai più... Ma possibile, possibile?... Potrebbe dunque ancora, Fiorvante, essere vivo?

E come pianta gli speroni nei fianchi del cavallo per galoppare sempre più presto, per volare addirittura, per far quei venti chilometri in un lampo...

51.

Seduta al pianoforte Mimì suona. È pianista accurata, piena di sentimento, senza maestria. Accanto a lei, rapito a guardarla e intento a volgerle le pagine, è lui, Ardea... Due, tre volte Pierotto è entrato, con un pretesto o con l'altro... Due, tre volte Mimì s'è sentito addosso un muto rimprovero, un tormentoso sospetto dell'ex-attendente...

Ora Mimì e Ardea sono usciti su la terrazza a mare. È il crepuscolo. Una grande nave tutta bianca, già risplendente da tutti i suoi lumi, richiama l'attenzione di Mimì. Escita dal porto, traversa adesso il mare. E Mimì indica la nave:

— Partì una sera, così...

Ma Ardea interrompe l'elegia e, presale una mano, esclama:

— Non ricordare... Ora sono io, sono io accanto a te...

Libera, Mimì, la sua mano e si allontana un poco da Filippo. Parole ardenti e contatti le sembrano ancora sacrilegio. E i suoi occhi si fissan laggiù, sul mare, dove lo vide partire, donde non vedrà più il suo ritorno...

E non vede che più in là, appoggiato al loro stesso parapetto, anche Pierotto, schiantato senza il suo padrone, guarda il cielo, guarda il mare e, nell'ingenuità buona della sua anima, si dice cento volte al minuto:

— Potesse un giorno, per miracolo, ritornare...

52.

Alla Residenza di Sua Maestà Britannica, la sera istessa, luminarie, feste, musiche, danze, notte lunga sott'il cielo stellato di primavera. Fiorvante passeggia al braccio di Maud, per il giardino tutto fiori e tutto luce. Rivede ancora, Maud, il miracoloso modo di rintracciarlo, di salvarlo, la lotta corpo a corpo, sostenuta per istrapparlo alle sue catene e ai suoi carnefici, lo stato lacrimevole dei suoi vestiti e del suo volto tutto coperto di lunga barba... E la miracolosa fuga a cavallo — lei e Fiorvante sul medesimo cavallo — mentre la lotta fra servi cinesi e boxers ferocemente continuava. E il ritorno alla Residenza, e la gioia di tutti, e l'incontro col Residente che non crede ai suoi occhi, e il modulo di telegramma chiesto per avvertire tutti, sùbito, in Europa, e sopratutto la moglie, la moglie che lo piange per morto e non attende mai, mai, mai, questo suo incredibile, inverosimile ritorno...

E Maud, mentre vanno fra canti e suoni, ritrova la sua impressione dolorosa, lo spasimo acuto del suo cuore sentito nel momento in cui Fiorvante chiedeva quel modulo per telegrafare a sua moglie, un'ora dopo appena, un'ora dopo ch'ella, con un manipolo di servi, aveva lietamente, eroicamente e follemente arrischiato la vita per istrapparlo ai boxers di cui era prigioniero...

Giusto, giusto ch'egli abbia sùbito voluto telegrafare alla moglie... Ma quanta ingiustizia nella giustizia del cuore umano! E non poteva egli, poichè la moglie lo credeva morto, lasciarsi credere tale un giorno di più e dare a lei, per ventiquattr'ore almeno, l'illusione d'averlo salvato non per gli altri ma per sè?

Andando sempre avanti a loro sono usciti, dal cerchio di luce delle illuminazioni. Son fuori, adesso, lungi dalla Residenza, di fronte a un cielo di perla su cui splende, bassa, a fil d'orizzonte, ed enorme, una luna arancione. I canti cinesi e le musiche primitive che li accompagnano, stridule, discordanti, grattate, più che suonate, su le corde dure degli strumenti, non sono più che echi lontani portati loro bel vento fresco dalla zona illuminata che lasciano dietro le loro spalle. Dice Fiorvante la sua gratitudine:

— Mi avete, Maud, ridato la vita!

Maud ripensa alla donna lontana, al telegramma partito il giorno stesso:

— Vorrei che voi foste in grado di accettare il dono di tutta la mia!

Stretti l'uno all'altra son lì, come se tutto il rimanente mondo fosse abolito e l'universo altro non fosse che quel cielo di perla con quell'enorme luna arancione che sembra sempre più grossa, sempre più gonfia e dilatata, luna idropica d'Estremo Oriente, luna di caricatura cinese su una scatola di lacca, tra quei due alberelli vuoti come scheletri che la chiudono e l'incorniciano su l'orizzonte. Luna d'incubo. Ardor di primavera. Notte d'amore. E le loro bocche son per unirsi. Ma Fiorvante si ritrae e stacca Maud da sè:

— No... No... Non posso... Non devo...

E solo bacia la piccola mano fredda della fanciulla che s'abbandona a piangere su la sua spalla, di fronte all'enorme e goffa luna arancione che sembra piantata come un disco, quasi impiccata, su le punte aguzze, su l'esile forca dei due alberelli.

53.

La vanno ancora a trovare, quasi ogni giorno, anche nel tempo del suo lutto, anzi più che mai nel tempo del suo lutto, gli ufficiali, gli antichi amici, i «cari ragazzi». Eccoli lì. Son tutti intorno a lei. Di lassù, sott'il chiosco, in cima all'invisibile scaletta, sotto quella cupola d'edera che par fiorita su dal mare, ella li vede qua e là, uniformi bianche tra il verde, passeggiare, fumando, ridendo, al sole, nel suo giardino. Accanto a lei, lassù, c'è Ardea, solo, Ardea che ancora le parla del suo amore rinato con irresistibile violenza, del suo amore non interrotto mai:

— Ti amo... Ti amo... E tu amavi me prima di lui. E l'equivoco è nato... Io non ho mai cessato un'ora d'amarti... Ah, quali errori, anche amando, l'orgoglio consiglia...

E Mimì lo ascolta, gli occhi smarriti, l'affanno nel petto... È così sola, è così triste, Mimì, e ha amato tanto Ardea... Ma non vuole, non deve... Vuol rimanere fedele al suo morto... Potrà?... Vorrà sempre?... Già la sua parola, nell'ansia, tradisce il più profondo pensiero, il pensiero neppure a sè stessa confessato:

— No, non dirmi che mi ami... Non dirmi ancora, Filippo, che mi ami...

Il cuore avverte il pericolo assai prima della coscienza. Il cuore conosce sè stesso. E il semplice cuore di Mimì, che adorava Ardea, che s'è creduto offeso e abbandonato da Ardea, che ha chiesto e ottenuto da Fiorvante la consolazione e la rinascita, che è stato consolato, rifiorito e felice per tre mesi nella libertà dell'amore e per altri tre mesi nella gioia della casa, il semplice cuore di Mimì sente che non può stare solo, che non può essere vuoto... Ma deve, deve ancora star solo... Terra ancora umida, Madama Lu! Terra che continuerà forse sempre ad essere umida poichè tu, Mimì, sempre la bagni con le tue lacrime...

— Padrona!

Mimì e Filippo si volgono con un sussulto, come fossero stati sorpresi. La voce dura e sorda di Pierotto, che scoppia sempre d'improvviso accanto a loro e sempre alle spalle, riesce ogni volta a sgomentarli... E quello sguardo duro, indagatore, di quel marinaio che non parla, ma guarda e osserva e tutto dice con gli occhi, e tutto nel suo cupo silenzio rimprovera...

Pierotto ha portato un telegramma. Mimì l'apre con indifferenza. Chi mai nel mondo può, oramai, interessarla? Ma dà un grido, agita in aria le braccia, chiama, chiama tutti attorno a sè e corre lei stessa incontro a tutti, giù per la scaletta:

— È vivo! È vivo! È vivo!

Tutti sono accorsi, nella confusione, nel tumulto, attorno a Mimì che per la commozione è quasi svenuta fra le braccia degli ufficiali mentre il telegramma di Fiorvante circola di mano in mano:

«Prigioniero dei boxers, miracolosamente salvato, tornerò con la prima nave in partenza».

Poichè tutti sperano nei miracoli ma nessuno ci crede quando qualche cosa che ha l'aria del miracolo avviene la gente l'accoglie con un'aria d'intontimento in cui c'è ancora anche contro l'evidenza, un'ultima incredulità.

Quando ritorna in sè Mimì tutta s'illumina nel volto con un sorriso vedendo dinanzi a sè, il telegramma in una mano, il berretto agitato nell'altra, saltare, come impazzito di gioia, sul suo piede rotto e abbracciar tutto e tutti, alberi e ufficiali, e anche lei, anche lei, — sì, anche lei, Mimì... — il marinaio fedele, il cane da guardia...

Solo uno Pierotto non ha abbracciato e non ha voluto abbracciare, consapevole e logico anche nell'ebrezza della gioia: Ardea, che è lì, solo, silenzioso, in un angolo...

54.

Fuori i cancelli di legno della Residenza i cavalli aspettano per Fiorvante e per la sua scorta. Il suo bagaglio è già partito, sui dorsi dei muli. Il Residente è andato a prepararsi per accompagnar Fiorvante a cavallo per un tratto di strada. I servi cinesi son già tutti venuti a inchinarsi all'ospite che se ne va. Fiorvante e Maud sono soli. E tende Maud un'ultima volta le mani a Fiorvante:

— Addio... Addio... Non potrò mai... mai dimenticarvi...

Profondamente commosso, legato a lei da così grande riconoscenza, preso d'amore per lei fino al grado d'una tentazione cui è possibile resistere, ancora una volta Fiorvante le bacia le mani. Ed ella dice, ancora:

— Nulla... Nulla ho più nella vita, poichè voi partite e poichè questo mio grande sogno è impossibile...

E quando Fiorvante, chiamato esce per partire, ancora la voce commossa di lei gli dice:

— Non potrò mai dimenticarvi... Lontana migliaia e migliaia di leghe sempre vostra rimarrò nel sogno... poichè questa gioia, nella realtà, non mi fu data...

E quando i cavalli partono Fiorvante vede ancora — e sempre vedrà — il fazzolettino bianco che lo saluta e, di laggiù, un attimo, prima di svoltare, prima di scomparire, la bianca figurina dell'innamorata che si rovescia a terra fra i servi che accorrono...

55.

Mentre con la nave del ritorno Fiorvante, diviso il cuore e il pensiero fra due continenti, traversa in lunghe ed eguali giornate gli eguali oceani, Mimì, nella casa ove l'aspetta, dice ad Ardea, che ancora tenta di stringerle una mano e di riprenderle il cuore:

— No... Lasciami... Tutto deve essere finito...

56.

Ma, ritornato Fiorvante, tutto non è finito.

È trascorso già un mese dal giorno che è ritornato e che si è ripresa Mimì fra le braccia dopo d'averla per sempre perduta, dopo d'essere stato pensato da lei perduto per sempre.. Gioia, gioia grande di ritrovarsi, sempre inferiore tuttavia al dolore di quando ci siamo lasciati... Poichè il dolore ha intensità che la gioia non conosce e che non può conoscere se non diventando, nello spasimo, dolore a sua volta...

Il Comandante e Ardea sono stati a colazione da loro. Il Comandante adesso si congeda, bacia la mano di Mimì... Di Mimì che sorride e dice:

— Si rammenta, Comandante, quel terribile giorno?...

E Fiorvante lo riaccompagna, fuori, nel giardino.

Rimasto solo con Mimì, Ardea cinge la vita di lei e le parla all'orecchio. Son tutt'e due frementi, convulsi...

— Voglio... devo parlarti... l'ultima volta...

Mimì negando, tentando di svincolarsi. Ardea insiste e la tiene stretta con un braccio di ferro che la schianta. Pierotto, entrato in punta di piedi a recare la posta, è, non veduto, dietro di loro.

— Parlarti... l'ultima volta...

E, disperata, perduta, sgomenta, Mimì concede...

— Alle cinque. Al Padiglione di Villa Rosa.

Pierotto avanza con un volto tragico, deformato, cui non badano. Al rumore del passo sùbito Mimì e Ardea si sono sciolti, ricomposti... Come li guarda, Pierotto, come li guarda... dopo che ha deposto il corriere su la tavola di Fiorvante... e mentre si allontana... Ma non ci badano... Lo conoscono. È quello il suo modo di essere, il suo modo di fare.

E Fiorvante rientra.

57.

Sono le cinque. Lente ore d'una quieta giornata nella serena intimità della casa felice... Mimì è di là, nelle sue stanze... Fiorvante è alla sua scrivania, intento a leggere.

Piano piano, la porta s'è aperta... È Pierotto che porta il caffè. Viene avanti, in punta di piedi, talchè Fiorvante lo avverte solo quando l'ha vicino... Come Pierotto gli versa il caffè, e smuove lo zucchero, e lo guarda bere... Ora Fiorvante ha preso una sigaretta e chiede a Pierotto un fiammifero. Pronto, devoto, Pierotto lo serve sorridendo coi gesti teneri e timidi d'una madre schiava del suo figlio re. E Fiorvante lo guarda sorridendo e gli soffia il fumo negli occhi, per ridere, per farlo tossire, così, così... Poi gli mette una mano su la spalla battendovela sopra in segno d'affetto e lo congeda:

— Va, caro, va...

E si rimette a leggere, in serenità.

58.

Al Padiglione di Villa Rosa Mimì è giunta prima di Ardea. Avvolta in un gran mantello nero è entrata di corsa nella serra come se fosse inseguita. E, infatti, è inseguita: inseguita dalla paura e dal rimorso...

Gira qua e là, senza pace, di sgabello in sgabello. E tanta, tanta è la sua angoscia, tanta è la sua paura che quando Ardea sopravviene ella gli si getta d'impeto nelle braccia, come per cercarvi scampo, come per rifugiarvisi...

E si volgono, d'un tratto. Che cos'è questo rumore? Chi è passato nella serra, tra le foglie?... Sembrava che qualcuno strisciasse per terra... Ma non c'è nulla... nessuno... Ardea rassicura Mimì:

— Il vento che entra da quel finestrone aperto...

Fuori della serra, volando sul suo piede zoppo, il cane da guardia corre verso la casa.

59.

... verso la casa dove Fiorvante continua a leggere in serenità. Poichè nulla minaccia la sua ora felice.

Pierotto è dietro di lui... ancora affannato per la corsa dalla serra alla casa... Ma Fiorvante non l'ha sentito. Pierotto leva una gamba, vi appoggia sopra un foglietto di carta tolto di tasca e con una matita vi scrive sopra in grossi caratteri elementari:

«Morto ho difeso la tua memoria. Vivo difendo il tuo onore, padrone. Ardea non è tuo amico. E la signora tua non ha peccato. Ma tu devi a tempo salvarla».

Combattimento supremo tra il suo dovere e la pietà per quella pace serena del suo padrone felice che legge, che ora l'ha sentito dietro di sè e che, voltando pagina, solleva un momento gli occhi e volge il capo per guardarlo, per sorridergli... Del biglietto, intanto, Pierotto ha fatto una pallottolina e, quando nel combattimento è vittorioso il dovere e Fiorvante ha ripiegato il viso su la sua lettura, Pierotto lancia la pallottolina da dietro le spalle del padrone. E la pallottolina cade lì, sotto gli occhi di Fiorvante, su le pagine aperte.

Dopo un primo movimento di stupore e uno sguardo a Pierotto che è lì, dietro di lui, impietrito, sgomento, una mano nell'altra, tutto scosso dentro da un fremito ch'è la paura di ciò che istintivamente ha fatto, Fiorvante apre la pallottolina e legge il biglietto. D'un balzo è in piedi con un grido ch'è un ruggito. E si slancia su Pierotto caduto a terra, bianco di paura, con le mani tremanti e supplici, ma con gli occhi pieni di volontà, d'energia, di odio per coloro che tradiscono...

— Che cosa hai scritto, qui? Vuoi che ti strozzi?

E la mano è alla gola di Pierotto. Ma questi non protesta, non fugge, non si libera dalla stretta... Solo con gli occhi parla, grida, urla e con la mano convulsa indica là, là, fuori della porta, oltre il giardino, oltre il muro di cinta, oltre i cipressi, indica, laggiù, laggiù, la serra di Villa Rosa...

60.

— Bisogna aver la forza di resistere... di rinunziare... Così ha detto Mimì svincolandosi dalle braccia di Ardea che l'avvolgono, che la stringono. Ma Ardea la ghermisce di nuovo:

— L'hai tu?

E di nuovo la stringe, l'attira a sè, petto contro petto, respiro contro respiro... Mimì si getta indietro, disperata, nell'ultima lotta: ma come son forti le braccia di Ardea, come formano un cerchio sempre più stretto, che l'avvicina a lui sempre più, che quasi unisce i respiri, gli affanni e le bocche...

— Tu! Tu!

E, d'un balzo, Fiorvante è su Mimì e, afferratala per le braccia, la scuote, la getta lontano. Poi Fiorvante si volge. Ardea s'è fatto indietro, le braccia conserte, aspettando l'inevitabile. E Fiorvante lentamente avanza su lui, lo fissa terribile negli occhi che Ardea abbassa al suolo.

Nella spinta Mimì è caduta a terra. Vedendo i due uomini di fronte, pronti a colpire, vicini alla tragedia, Mimì si trascina a terra per giungere fino a Fiorvante e prendergli le gambe con le braccia avvinghiandosi tutta a lui, per allontanarlo da Ardea, per richiamar su di sè tutta la sua collera...

— No... No... Non ho peccato... Te lo giuro... Il passato è ritornato... Ma l'ho respinto... Lo scacceremo insieme... Sarò tua, tutta tua, come prima, per sempre...

E, forte lei adesso d'una forza che la disperazione le dà, si stringe sempre più a Fiorvante, sempre più l'allontana da Ardea immobile, e lo trascina, lo trascina, finchè, inciampando e sentendosi mancare, Fiorvante cade su la panchina e nasconde nelle mani il suo pianto disperato, soffocato...

Raggomitolato a terra, senza neppur respirare, Pierotto guarda... Vorrebbe ora, vedendo piangere così il suo padrone, tornare indietro... Vorrebbe... ma non è più possibile. Tutto è già avvenuto. E Mimì è ai piedi di suo marito.

E Pierotto, gomitolo buio in un angolo, si fa sempre più piccino, sopraffatto dalla tragedia, per non esser sentito, per non esser veduto...

61.

È notte. Fiorvante è nel suo studio appena illuminato da una lampada su la scrivania. Il marinaio, muto, immobile, è accovacciato a terra, cane sul tappeto, ai piedi del padrone, attento a ogni gesto del padrone...

Il padrone è li — da quanto tempo? — nel cerchio di luce della lampada gialla, un gomito su la tavola, il volto nella mano, gli occhi fissi laggiù nell'ombra, aperti, spalancati su la rovina. Finalmente Fiorvante si leva per andare alla biblioteca, in fondo, e prendervi un piccolo libro col quale ritorna alla sua scrivania e risiede, gomito su la tavola come prima, volto nella mano come prima. E il libro non l'ha aperto.

Dietro la vetrata del giardino c'è un'ombra bianca, che guarda, apre la porta e viene avanti piano, leggera. È Mimì, dolore errante per la casa, da ore, senza parola, senza riposo. Fiorvante non l'ha udita. L'ha veduta, però, il marinaio e, dalla sua cuccia, le fa cenno silenziosamente col braccio affinchè vada da Fiorvante e si getti ai suoi piedi.

— Avanti! Avanti!

Ma invece di venire avanti Mimì va indietro, sempre più indietro e, ombra, fantasma, senza neppure essere entrata nel cerchio della lampada, si allontana, scompare. Il cuore vorrebbe. Ma coraggio non ha...

E Fiorvante ha aperto il libro, a una pagina segnata, dove il suo occhio sùbito ritrova le parole cognite...