XLIII. IL RITORNO.

— Prego per tuo fratello, signorina!

Grazia è nel giardino della sua casa, al momento del suo primo ritorno dopo la condanna. La vecchietta della minestra le bacia la mano benedicendola.

— No, non pregare solo per lui... Prega anche per me...

E ha la mano su la spalla della vecchietta che la guarda e non comprende:

— Eh, tu non ne hai bisogno... Tu sei buona e sei felice....

Si appoggia tanto su la vecchietta — lei che è felice — che quasi è per cadere... Ma il fratello appare lì, sotto l'arco della porta, il sorriso caldo, le braccia tese:

— Grazia...

E Grazia si solleva. Un'energia immensa ritorna in lei. Sorride, ride, corre al fratello, spensierata, felice...

— Eh, che cattiva?... Come mi son fatta aspettare... Ma in città mi hanno trattenuta!... Iersera poi hanno voluto condurmi a teatro... Che ridere!

Marcello guarda il suo abito nero, i suoi veli neri.

— A teatro? Così?

E Grazia, un istante, è perduta... Ma si riprende:

— Sì, così... Sai, io non ci bado... E poi, ero in fondo al palco. Ma mi son divertita lo stesso... Che ridere!

Che ridere! E ancora ride, ride, ride, ride nello spasimo convulso, ride nella frenesia, ride sino a scoppiare in dirotte lacrime... E il fratello è a lei, ansioso:

— Che hai? Che hai?

Ma Grazia si riprende, si domina con uno sforzo sovrumano. E, poichè il domestico è apparso su la soglia della sala da pranzo, il volto di lei si rasserena, il sorriso negli occhi umidi ritorna e Grazia grida, battendo le mani e trascinando Marcello:

— A tavola! A tavola!