I.
Delle famiglia Aleardi si trovano antichi ricordi nelle memorie veronesi.
Un ramo di essa ebbe il titolo di conte e dominò su Sanguinetto ed altri luoghi. Un Aleardo degli Aleardi fu nel 1387 eletto Capitan generale per trattare coi Milanesi la cessione della città; poi nel 1404, da Francesco di Carrara, Capitan generale di tutte le sue truppe a piedi ed a cavallo. Nel 1405, quando Verona si diè alla repubblica di Venezia, egli fu uno dei patrizî che consegnarono le chiavi ai delegati veneti e domandò ed ottenne per la sua patria la conferma dei privilegi cittadini.
Io non so se la famiglia del poeta discenda dal ramo di Sanguinetto. Nei documenti ufficiali che ho sotto gli occhi, il padre di lui non prende mai il titolo di conte.
Aleardo Aleardi fu battezzato col nome di Gaetano-Maria, figlio naturale del signor Giorgio Aleardi e della signora Maria Canal, come risulta dall’atto di battesimo dell’Archivio parrocchiale del Duomo. Era nato il 4 novembre 1812 alle ore 11 del mattino.
Non si mostrò un fanciullo precoce. Nel collegio di Sant’Anastasia i suoi compagni lo soprannominarono talpa per la tardezza d’ingegno, la svogliatezza di studiare e per l’indole taciturna.
Ma un giorno, quasi ad un tratto, l’intelligenza gli si aperse; si sentì trasformato. Quello che impediva nel suo organismo lo spedito funzionare del cervello era stato vinto, non si sa come. I versi di Virgilio esercitavano sopra di lui un benefico fascino, e ben presto i suoi progressi furono così rapidi da sbalordire maestri e colleghi. Il fenomeno non è insolito. Ho conosciuto un dottore al quale era accaduto nella sua fanciullezza un identico caso.
Andato a studiar diritto nell’Università di Padova, l’Aleardi si appassionò per la storia naturale e per la botanica, come si era appassionato per la chimica sotto la direzione del Zamboni. Fu uno studente serio, raccolto; la scolaresca già lo rispettava come un personaggio. Alcuni versi di lui andavano di bocca in bocca. Dopo molti anni, egli ricordava ancora con compiacenza certe strofe che i suoi amici avevano il coraggio di chiamar ode.[45]
Cantiam la patria. È un gelido
Silente cimitero;
Ondeggia innanzi il portico
Un drappo giallo e nero...
. . . . . . . . . . . . .
Un commissario di polizia lo avvertì di smettere e di far senno. Non era la prima volta che l’Aleardi compariva innanzi a lui. L’altra volta, avendo smarrito una mazza elegante sul pomo della quale erano incisi una corona regale e il motto Regno d’Italia, egli era stato invitato a presentarsi ad un ufficio di polizia.
— È vostra? gli domandò brusco il commissario, mostrandogli la mazza.
— Sì, rispose l’Aleardi senza scomporsi.
— Che significano questa corona e questa leggenda?
— Sono un ricordo della prima moneta che mi capitò tra le mani.
Il commissario parve appagarsi della risposta, ma lo notò nella lista di quelli da tenersi d’occhio. Il Prati, il Gazzoletti, il Fusinato suoi compagni d’Università trovavansi già scritti su quel libro nero.
Ottenuta la laurea, l’Aleardi cominciò la pratica dell’avvocatura nello studio del Grassotti, una celebrità del foro veronese di allora. Cavilloso e con pochi scrupoli nella scelta dei mezzi, il Grassotti non era niente adatto ad incoraggiare la poca voglia di far l’avvocato che quegli aveva. All’Aleardi ripugnavano gl’intrighi, i mezzucci, lo gherminelle curiali; e il Grassotti invece ci godeva e c’ingrassava. Allora, quasi per meglio persuadersi che l’avvocatura non fosse professione per lui, l’Aleardi entrò nello studio d’un altro avvocato. Aveva già perduto la mamma e il babbo, doveva provvedere al suo avvenire e a quello della sorella Beatrice; perciò prese gli esami di libera pratica. Il governo, col pretesto della legge che regolava il numero degli avvocati, gli negò il permesso di esercitare in Verona l’avvocatura, e così lo spinse a ritornare agli studi letterarî e alla poesia.
La sua riputazione comincia dal 1845 colla pubblicazione delle Prime storie. Le Lettere a Maria precessero di poco i rivolgimenti del 1848.
La polizia aveva già arrestato il Manin e il Tommaseo che avevano avuto il coraggio di domandare delle riforme al governo. L’Aleardi, amicissimo del Tommaseo, fu consigliato di allontanarsi da Verona per non incorrer la stessa sorte. In quei giorni nessuno era sicuro la sera di svegliarsi ancora in casa propria la mattina appresso. L’Aleardi andò in Roma da dove pareva venisse il movimento della nuova vita italiana. Era appena arrivato, che sopraggiunsero le notizie dei fatti di Milano e di Venezia. Aveva chiesto un’udienza al Papa, ma non badò ad attenderla. Corse a presentarsi al Manin, che lo mise nella Consulta di Stato, e poi lo mandò a Parigi col Gar per ottenere dal governo provvisorio francese il riconoscimento della Repubblica veneta. L’Aleardi non si lasciò ingannar dalle belle parole dei ministri francesi, e quando la Venezia si diè a Carlo Alberto, sollecitò di esser richiamato dall’inutile ufficio. In quei tempi era un po’ repubblicano; le cose d’Italia non andavano secondo i suoi desiderî: quelle di tutta Europa, dall’altra parte, non potevano fargli coraggio e dargli buone speranze per l’avvenire. Ci fu un momento, dopo il due dicembre, ch’ebbe persino l’idea di andarsene in America. Comperò alcuni lotti di terreno nel Texas vicino alla città di Sant’Antonio, ma l’amor della sorella e la carità del luogo nativo, com’egli scrisse più tardi all’Alvergna[46] lo fecero smettere dal progetto di andar a fare laggiù il coltivatore di cotone.
Ritornò in Italia traversando la Germania. Nel viaggio smarrì, con altre carte, il primo canto di un poema drammatico il Mosè, che forse doveva esser dedicato a Pio IX. L’Aleardi fu dei pochi che non s’ingannarono sul conto di questo pontefice allora portato ai sette cieli dai giobertiani di buona fede e da tanti altri illusi. Ma questo lo consolava poco dei disastri italiani. Da Firenze, ove il Giusti, il Capponi, il Viesseux tentarono di confortarlo, corse a Bologna la vigilia del bombardamento di quella città. Poi, quando le sventure della patria giunsero al colmo e l’Austria spadroneggiava nuovamente nello provincie lombardo-venete, l’Aleardi tornò a Verona con un atto di coraggio che onora il suo cuore. Trovavasi a Genova. Un vecchio amico, che era stato anche suo tutore, voleva rivederlo prima di chiudere gli occhi per sempre, e già si sentiva morire. L’Aleardi non esitò un momento e corse fra le braccia dell’agonizzante.
La polizia finse di non accorgersene: lo lasciò tranquillo, ma quando cominciarono i processi di Mantova si ricordò di lui. L’Aleardi non era stato un cospiratore nel vero senso della parola. Il suo nome non si trova inscritto nei registri di nessuna setta. Pare non intervenisse alle riunioni politiche che avevano luogo in casa del dottor Maggi e del Donatelli, ma cooperò a trovar soscrittori al famoso prestito di Mazzini che costò tante vittime. L’Aleardi fu arrestato col Montanari, col Cesconi, col Gaiter, col Murari e parecchi altri; poi fu trasportato dalla caserma di S. Tommaso di Verona alla Guardiola di Mantova. Quando la sorella e il cognato avvocato Gaspari ottennero il permesso di visitarlo, era livido, col viso rigonfio; faceva pietà. Il generale Culoz che aveva in pregio l’ingegno dell’Aleardi non voleva crederci, e lo visitò lo stesso giorno.
— Son meravigliato di vederla qui, gli disse il generale.
— Ed io più di lei, rispose l’Aleardi.
Trascorsero sei mesi di vera agonia. Tazzoli, Speri, Montanari erano stati impiccati: la stessa sorte potevano incorrere lui, Gaiter e gli altri. Ma il 18 marzo del 1853 i prigionieri furono improvvisamente condotti in piazza S. Pietro, ove l’Auditore imperiale lesse loro il decreto di grazia fra le grida dei soldati che urlarono fifa imperatore! I liberati risero molto di quel fifa: in dialetto veronese significa paura.
L’Aleardi tornò agli studî, dimorando quasi sempre in campagna per evitarsi noie dalla polizia. Le città italiane marinare e commercianti (1856), Raffaello e la Fornarina (1857), Un’ora della mia giovinezza (1858) e altre poesie minori servirono a diffondere il suo nome e ad aumentare la sua fama di poeta.
Arrestato nuovamente nel 1859 e, dopo la battaglia di Solferino, internato nella fortezza di Josephstadt, fu rimesso in libertà appena firmata la pace di Villafranca. Prese stanza in Brescia, in un palazzino moderno, ricco di luce e circondato di verde, e vi stette triste, annoiato, «facendo il selvaggio e non andando in nessuna casa che con rarissima inciviltà.[47]» «Passo, scriveva ad un’amica, dei giorni faticosi, oppressi, in cui l’animo pena a respirare; pare che il mio spirito sia côlto di tisi, nuota nella incapacità come in un mare morto, aspira a cose incerte, indistinte. Un anno fa ero prigione, molte miglia lungi da voi, iroso in terra straniera, eppure, lo credereste? Ero manco triste, manco tetro che ora non sia.[48]»
I sette soldati (1861), il Canto politico in morte della contessa Giusti (1862), il Canto o Epistola in morte di donna Bianca Robizzo (1871) sono le ultime cose da lui scritte, con lungo intervallo. Dopo il 1860, si sentiva stanco e pativa della sua inerzia, ma non sapeva uscirne. Forse la sua vita intima potrebbe spiegarci parecchie cose. «Ho studiato a sbalzi: in monte, poco: ho amato troppo e troppe volte, e me ne pento: sono stato amareggiato molto, per modo che stetti fino sette anni (dal 1849 al 1856) senza scrivere un verso...[49] Crudeli leggerezze mi hanno ferito, sconvolto, m’hanno fatto dubitare dell’amore e quasi della virtù. Il divorzio della mia con un’anima di donna m’ha dilaniato le viscere. Quanto a quelli che tanto si affannano dei fatti miei, non ho che a ringraziarli della non chiesta premura; non ho che a dir loro che i Canti non sono nè conti, nè scritture di avvocati da poterli buttar fuori quando ad uno piaccia; che se avessi un’anima meno impressionabile, meno irritabile, meno appassionabile, come molti di essi avranno (e beati loro!) farei di più di certo; ma in certe condizioni non ho nè abilità, nè pace a fare.[50]»
Professore di estetica all’Accademia di Belle arti in Firenze, e senatore del Regno, gli onori non lo mutarono. Era profondamente affettuoso e sinceramente buono.
Ecco come si dipinge egli stesso in molti punti di questo epistolario: «Dio, che mi ha fatto il triste dono d’uno spirito facile all’esaltamento, lo dotò, come di consueto, di grande facilità all’avvilimento... Le mie amarezze sono di quelle che non paiono di fuori, ma bensì intime e segrete, e talvolta di fantasia, e tutte quasi per una cotal mancanza di virile volontà della quale ho difetto... Quando quelli che per avventura, poichè sarò ito in camposanto, si crederanno di scrivere una pagina sulla mia vita, avranno detto: egli era debole, avranno la formola, in una sola parola, dei miei errori, delle pochissime mie virtù, delle mie lagrime, di tutto me... Sapete che se io dovessi ascoltare il mio impeto primo, io darei la mia camicia all’infelice che incontro, e che tutti quelli che patiscono hanno ragione in faccia mia e che io mi sento un tristo a vederli patire! Oh! la mia vita esteriore ha l’apparenza di quella di tutti: ma la mia anima è un romanzo...» — Amava la tranquillità della famiglia; si contentava di poco. Non ebbe mai abitudini dispendiose: andava raramente in teatro: non giuocava mai. «Un abito pulito e un modesto cibo e basta» scriveva al suo amico Alvergna. E qualche volta rimpiangeva di non aver saputo rassegnarsi ad una professione e di essersi lasciato adescare dal fantasma dell’indipendenza personale. «Avrei fatto l’avvocato, sarei stato onesto e non imbecille, avrei accumulato un po’ di oro, avrei veduto di poter compormi le domestiche gioie di una famigliuola e alla mia ora sarei morto benedetto e non solitario.[51]» Da giovane ebbe l’intenzione di prender moglie, ma non si stimò abbastanza ricco da educare i suoi figli indipendenti. «Mi sento nato agli affetti sereni e domestici e tutti i ragazzi mi voglion bene perchè li amo con tutto il cuore.[52]» Gran parte della sua tristezza ordinaria, che veniva interpretata per alterigia, proveniva forse da questa scontentezza di animo che la solitudine della sua vita gl’inspirava. «Questa mia vita da zingaro, diceva, mi ha staccato da tutta la terra... A furia di trovarmi con gente nuova, mi son trovato solo; e a questo mondo soli si pena... se fossi donna mi sentirei la tristezza di una sterile.[53] Questa vita senz’ombra di consolazione mi stanca, mi è dura, e talvolta insopportabile. E tanta gente mi invidia! E’ dicono: quello è un uomo felice, è cercato, è desiderato, il paese lo onora, è amato, applaudito... Povera gente! e non sanno che io darei i pochi plausi delle mie lezioni, e la considerazione di cotesti signori per un’ora di affetto... E però sono mesto e scorato, e sfiduciato, e se anche mi tuffo nel lavoro non mi basta, e la solitudine mi affanna.[54]»
È noto l’affetto, la venerazione dell’Aleardi per la sua vecchia serva di casa Maria Zanetti, che lo vide nascere e morire. La Zanetti aveva una figliuola. Quando prese marito, l’Aleardi scriveva alla signora Luisa Balzanti «Queste nozze hanno il loro triste per noi, perchè ella era, per così dire, nata in casa, e così immedesimata nella piccola nostra famiglia, da esserne piuttosto una compagna che altrimenti. Nel 1858 l’Annunciata (si chiamava così) ammalò gravemente. L’Aleardi stette tre mesi nella piccola campagna il Grotto in S. Ambrogio di Valpolicella colla vecchia Maria a prestare le cure più assidue e più affettuose alla povera sofferente, facendo tutte le spese. L’Aleardi chiamava Nonna la vecchia serva. Questa idolatrava el so putin, el so conte, e spendeva quasi tutto il suo in pie oblazioni per scongiurare dal capo di lui ogni disgrazia. Ogni volta che l’Aleardi era in viaggio per tornare a Verona, ella vegliava pregando fino all’ora più tarda. Negli ultimi anni egli si contentava di viaggiare di giorno, anche nelle ore più calde, per risparmiarle questo incomodo.
Pochi anni prima di morire, comperato in Firenze un letto di ferro, nello spedirlo a Verona, l’Aleardi aveva scritto questi versi:
Un’amabile e fida vecchierella
Di virtù ricca e di ricordi mesti
Ti deporrà nell’umile mia cella
Da carte ingombra e da volumi onesti.
E infin verrà quel dì, che tra le bianche
Tue coltri, o letto, ove morir desio
Placidamente le pupille stanche
Io chiuderò, per riaprirle in Dio.
Infatti fu lei che la mattina del 17 luglio 1878 andò per svegliarlo e ve lo trovò morto placidamente, senza nessuna sofferenza. «La mia povera vecchia, la mia povera nonna non può durare a lungo» aveva egli detto poco tempo prima ad un suo amico; e gli occhi gli si erano pieni di lagrime. — Invece toccò ad essa di vedersi portar via el so conte. Stette piangendo alla finestra finchè il carro funebre non sparve: voleva vedere se ne avevano cura, poi cadde svenuta. Quando rinvenne, corse alla stanza dell’estinto, non permise che ne fosse tolto un solo oggetto e la riordinò come se il suo padrone dovesse tornare. E ogni mattina, ancora oggi, ella spazza la stanza, cambia l’acqua del lavamani, rifà il letto, spolvera i mobili... Ma el so putin non tornerà più!