II.

Torno al libro del Lovenjoul. Tra i documenti nuovi messi alla luce in questo volume ce n’è uno che riguarda la venuta del Balzac in Italia.

Il Balzac venne tra noi nel febbraio del 1837, munito d’una procura del conte Emilio Guidoboni-Visconti per regolare gli interessi di questo col signor Lorenzo Costantin, suo fratello uterino, a proposito dell’eredità materna della contessa Giovanna Patellani. Fu a Milano, poi a Venezia, nel marzo; e, tornato a Milano, vi stette sino alla metà di maggio.

A Genova un negoziante gli parlò delle miniere d’argento della Sardegna, delle scorie ammonticchiate nelle vicinanze di esse, scorie ricche di piombo dal quale era stato ricavato anche dell’argento. La fantasia del Balzac prese subito fuoco. I Romani, i metallurgisti del medio-evo non dovevan essere molto pratici nella mineralogia; potea darsi benissimo fosse nascosta in quelle scorie una immensa ricchezza. Un gran chimico, suo amico, aveva trovato il segreto d’estrarne, con poca spesa, l’oro e l’argento in qualunque modo e in qualunque proporzione stessero mescolati cogli altri metalli. Bisognava avere i campioni per fare un saggio. Il Genovese promise di spedirglieli a Parigi. Il Balzac, nel caso d’ottimo esito, s’impegnava di ottenere pel Genovese e per sè la privativa dell’affare dal governo sardo.

Dopo un anno, visto che il Genovese non si faceva vivo, il Balzac tornò in Italia, andò in Sardegna e trovò che quegli, fatti dei saggi per conto proprio, contrastava la privativa, presso la Corte di Torino, a una società marsigliese la quale avea scoperto potersi ricavare dalle scorie il dieci per cento di piombo, e dal piombo il dieci per cento d’argento.

Fu una delle tante sue delusioni!

Era partito da Parigi, facendo un grande sforzo per raggranellare i quattrini pel viaggio. Aveva impegnato il po’ d’oro che possedeva: la sua mamma e una sua cugina si eran salassate per lui. Avea viaggiato quattro giorni e cinque notti sopra una imperiale, bevendo soltanto dieci soldi di latte al giorno.

A Marsiglia aveva abitato una stanza di albergo da quindici soldi al giorno e aveva pranzato con trenta. Aveva scritto alla madre: Pense qu’il y a beaucoup plus d’envie de faire cesser des souffrances chez des personnes chères, que de désir de fortune personnelle dans ce que j’entreprends; quand on n’a pas de mise de fonds, on ne peut faire fortune que par des idèes semblables à celle que je vais mettre à fin. (Correspondance pag. 283). E trovava il posto preso! E i suoi castelli in aria rovesciavano a un tratto! Bisognava rimettersi al gran supplizio del lavoro. Si faceva coraggio. Je vais faire trois ouvrages tout de suite, sans débrider! Però.... però...! Era stato a visitare la miniera abbandonata dell’Argentara nella parte più selvaggia dell’isola, e avea portato via dei saggi di minerale. Peut-être le hasard me servira-t-il mieux que les combinaisons de l’esprit. Già pensava di ritornare in Italia col suo cognato, l’ingegnere Surville, e con un ingegnere delle miniere. «Tu verrai con tuo marito,» scriveva alla sorella Laura, «Grazie all’esperienza che ho acquistata, spenderemo poco più di quel che si spende a Parigi. E siccome non c’è di mezzo nessun Genovese, così potremo aspettare finchè saremo più tranquilli. Io sono dunque pressochè consolato.» Aveva bisogno di una chimera: non sapeva staccarsi da questa.

Andò a Milano per isbrogliare ancora alcuni interessi del conte Guidoboni-Visconti. Pare che il governo austriaco intendesse sequestrare quel po’ di beni che il conte possedeva tuttavia in Lombardia. Il Balzac s’adoperò in maniera che il sequestro fu evitato. Credeva tornar subito a Parigi, ma si mise a lavorare. Les mémoires de deux jeunes mariées furono cominciate a scrivere in casa del principe Porcia, in una stanza a pian terreno che dava sul giardino, messa dall’amicizia del principe a disposizione di lui. Nella sua prima dimora in Milano il Balzac v’avea conosciuto molte persone dell’aristocrazia; ma ora faceva una vita da certosino. La contessa Bossi, che non aveva dimenticato le belle serate passate con lui alle Chênes presso i Sismondi, dovette fermarlo coraggiosamente in mezzo alla via per rimproverarlo di non essersi fatto vedere in casa sua. Il suo lavoro lo assorbiva tutto. Era una idea che gli frullava in mente da due anni e non era riuscita a concretarsi. Dipingere l’amore felice, l’amore soddisfatto senza la rettorica del Rousseau e senza le prediche del Richardson: ecco il suo ideale di quel momento. Voleva pubblicare il suo libro senza nome d’autore, come l’Imitazione, e voleva poterlo scrivere a Milano!

Ma era tristo per diverse ragioni. Aveva duecentomila franchi di debiti e i suoi affari andavano male: e il suo cuore era in Russia, presso la persona che fu poi la consolatrice degli ultimi suoi giorni e sua moglie. Invidiava il principe Porcia ch’era così felice colla sua amante, la contessa Bolognini. «Ah! se sapeste, scriveva alla Hanska, che malinconiche meditazioni m’ispira l’aspetto della vita felice del Porcia che abita sul Corso Orientale, dieci case più in là dalla contessa!» Aveva la nostalgia. «La Francia, col suo cielo sempre grigio, mi serra il cuore sotto questo bel cielo di Milano; il Duomo, parato delle sue trine, m’intorpidisce l’anima d’indifferenza!» Il 20 maggio aveva scritto: «Domani, dopo avere fatto scrivere due lettere alle mie amanti, sarò più allegro e sarò da voi calmo e savio da far invidia a un santo.» Due giorni dopo: «Il mio libro è abbandonato; ho lasciato lì le mie amanti per riprenderle un giorno o l’altro.» Infatti passarono quattro anni prima che quel romanzo vedesse la luce nelle appendici della Presse, dopo essere stato lungo tempo annunziato dalla Revue de Paris.

Se si dovesse dar retta alla dedica che si legge ora in testa al romanzo Splendeurs et misères des courtisanes, questo lavoro sarebbe nato anch’esso sotto il tetto ospitale di casa Porcia, sul Corso di Porta Renza, ora Corso Venezia. Ma la dedica da principio si riferiva alla sola prima metà della prima parte del romanzo che allora s’intitolava La Torpille. Può darsi che quest’episodio, trasformato nell’edizione definitiva in Comment aiment les filles, sia nato in Milano.

Certamente il Balzac portò via dei ricordi durevoli del suo soggiorno in questa città: lo dimostrano le dediche di altri suoi lavori a persone milanesi: La Vendetta allo scultore Puttinati, La fausse maîtresse alla contessa Clara Maffei, Une fille d’Eve alla contessa Bolognini-Vimercati, Les émployes alla contessa Sanseverino, sorella del principe Porcia.

Il Balzac non ricevè una bella impressione dalle nostre donne. Gli parvero tutte prive di attrattive, di spirito, d’istruzione, meno una Cortanse di Torino. Le Milanesi, invece, dicono ch’egli non era bello, ch’era goffo, taciturno e che di stupendo aveva soltanto gli occhi, due occhi di fuoco. Il Balzac in quei giorni era d’umor nero. Forse passava per uno di quei periodi di astinenze d’anacoreta ai quali si condannava per resistere alla violenza del suo lavoro. Un motto di lui sulle donne, detto in una cena di soli uomini presso il Porcia, conferma questo mio sospetto; ma non è possibile riferirlo qui. Alla Hanska scriveva: «Comincio a credere che la fama ha ragione, attribuendo alle Italiane qualcosa di troppo materiale in amore.» Tutto questo può diminuire in qualche maniera il severo giudizio del gran romanziere.

Il Balzac lasciò Milano il 6 giugno del 1838 e non tornò più fra noi.

M’è parso giusto premettere queste poche notizie alla descrizione dell’unico autografo del Balzac — di qualche importanza — che si trovi in Italia.

È preziosissimo. Ci mostra il grande romanziere intento al lavoro, in quella terribile lotta colla forma che rende proprio miracolosa la sua vasta produzione in mezzo a tali preoccupazioni d’interessi materiali d’ammazzare qualunque altr’uomo non nato, come lui, un colosso di mente e di corpo.

Lo Champfleury ha scritto un opuscolo intitolato: Balzac. Sa méthode de travail, études d’àprès ses manuscrits (Paris. Patay, 1879,) ove sta sempre sulle generali e non dice nulla che non si sapesse. Perfino il fac-simile di una prova di stampa del Début dans la vie, premessa al suo opuscolo, ha ispirato dei dubbii sulla sua autenticità. Secondo il Lovenjoul, che deve intendersene, le correzioni, piuttosto che del Balzac, paiono della signora Surville, sua sorella. Perciò ho creduto che, anche dopo lo scritto dello Champfleury, queste notizie possano avere un po’ d’interesse. E ringrazio la gentile persona che m’ha cortesemente confidato il prezioso manoscritto e m’ha permesso di descriverlo.

È un volume in 8º grande, rilegato in rosso col dorso di cuoio filettato in nero; il titolo in oro: Études philosophiques (Les Martires ignorés).

Nella prima pagina si legge: Offert par l’auteur — comme un souvenir — du gracieux accueil qu’il — a reçu. — H. de Balzac. — Paris, ce 15 juin, 1837. — C’est comme je vous l’hai dit le — premier ouvrage que j’ai fait — á mon retour.

Questo non è precisamente vero di tutto il lavoro. Al suo solito, il Balzac aveva fatto un innesto sul frammento Ecce Homo, pubblicato nella Chronique de Paris nel giugno 1836. Al suo ritorno egli aveva potuto scrivere soltanto le undici pagine di manoscritto che formano la introduzione. Infatti nell’ultima pagina, dopo tredici righe di scrittura, si trovano incollati due pezzettini ineguali di stampato, e di fianco si legge: Continuer avec la copie de la chronique.

Nella seconda pagina, prima aveva scritto: Les Martires ignorés — de la légende. — (Fragment du Phédon d’aujourd’hui), ma poi cancellò le parole: de la légende.

Vengono poi undici fogli di manoscritto su carta di paglia comune, scritti, meno il primo, tutti da una sola facciata, con pochissime correzioni.

Seguono, rilegate col manoscritto, cinque prove di stampa che sono certamente quelle della quarta edizione degli Études philosophiques (volume XII), pubblicata col nome del Werdet presso Dalloye e Lecou.

Qui comincia il fermento del lavoro del Balzac. Le prove si riempiono di cassature, di richiami, s’ingrossano di aggiunte su pezzettini di carta incollati ai margini con delle ostie. Le correzioni s’accavallano; le correzioni sottentrano alle correzioni. Nel manoscritto l’introduzione era di sei pagine e sei righe; nella prima prova sono già incollate altre due paginette, e in fine c’è l’avvertenza: Charles, laissez-moi deux pages blanches. Nella prima pagina, alla prima prova di stampa, ove è il solo titolo, scrive: Charles, tâchez d’avoir fini cela pour une heure en vous y mettant avec quelque lapins, que les corrections soient bien faites, cela ira jusque à 4 feuilles pas plus, Mettez-moi la 21-22 en page et composez-la, vous avez 4 garnitures. On pourrait si ce peut-il mardi. On a fait une boulette au commencement, voyez ce qui est à mettre en petit texte comme un titre d’une comèdie, et interl: sans fin.

Nella seconda prova ha già fatto scomporre l’introduzione per ricomporla in carattere più piccolo. Dove diceva: Personnages ha messo: Silhouettes des interlocuteurs; ma già vuole en italique le prime sette righe. Anche questa prova ritorna alla stamperia orribilmente maltrattata, sovraccarica di aggiunte incollate ai margini, con aggiunte incollate alle aggiunte, un vero fuoco d’artifizio. Si vede il viso che doveva fare quel povero proto di Carlo, leggendo dietro alle bozze: Charles, encore une épreuve et composez la ½ feuille de la fin en y mettant la table des matières. E più sotto: Puis-je cette fois compter avoir une èpreuve à trois heures? R. s. v. p.

E la quarta bozza differisce poco dalle altre. Ghirigori, razzi si partono da tutte le pagine, intrecciandosi, confondendosi in maniera da far perdere la testa ai correttori. E l’incontentabile autore scrive: Charles, encore une èpreuve, vous devriez corriger vous-même pour que je puisse la rendre en BON À TIRER.

Il povero proto non ne può più: ha rivisto, ha corretto anche lui. Manda la quinta prova perfettamente ripulita. Credete che il Balzac sia contento? Donnez une rèvision! Sarebbe capace di cominciare da capo.

Scelgo un piccolo squarcio, uno dei meno complicati, per porre sotto gli occhi dei lettori il processo letterario con cui sono state fatte tutte le opere del Balzac. Metto fra parentesi, in corsivo, le parole cancellate e segno con puntini ove la cancellatura è illeggibile.

Il manoscritto diceva:

«Le docteur Phantasma (Chose): Il m’est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personelle et qui ne s’expliquerait que par le système (de Monsieur) du docteur Physidor. Voici l’histoire à laquelle je ne voudrais (rien) ajouter aucun ornement superflu qui lui donnât (l’air d’) une tournure romanesque. Je ne sais (pas) si vous avez connu (M.) l’abbé Bouju (de Tonduse) Vicaire général de... (je ne) je ne (connais pas) me rappelle jamais les diocèses (d’aujourd’hui) conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y a vingt ans Monsieur Bouju c’était (ce que l’on nomme) vulgairement parlant (un bon vivant), ce qui devrait s’appeler en bonne philosophie un égoïste. (Il) Soit qu’il (eu pensé de la....) regardât comme profondément risibles les idées de ceux qui s’occupent d’avenir, qui (.....) font des théories délicieuses, quand il est prouvé que l’espace entre la terre et le soleil est de trente-trois millions de lieues; et (qu’il est) que l’espace entre nous, et certains planètes est si considérable que leur lumière ne nous est pas encore arrivée quoique la lumière fasse de millions de lieues à la minutes; soit (qu’il ne) que tout lui fût indifférent, excepté ces propres jouissances, il ne faisait que ce que lui plaisait.»

Tutto questo è troppo pieno, troppo pesante; si legge a fatica. Ma già nella prima correzione comincia a sveltirsi. Ecco qua:

«Le docteur Phantasma. Il m’est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personelle et qui ne s’expliquerait que par le système de Physidor. Je ne sais si vous avez connu l’abbé Bouju, un vicaire général de..... de..... de..... Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y a de cela quelque quarante ans, M. Bouju était, vulgairement parlant, un bon vivant, ce que les imbéciles nomment un égoïste, comme si nous n’étions pas tous égoïstes. L’oubli de soi-même est une dépravation. Soit qu’il regardât comme profondément risibles les idées religieuses, soit que tout lui fût indifférent etc.»

Nella seconda prova l’epurazione continua. Il periodo si muove con più agio. La mano inesorabile dello scrittore sfronda, sfronda senza pietà. Osservate:

«Le docteur Phantasma. J’ai rencontré hier quelqu’un qui m’a rappelé un fait qui est à ma connaissance personelle et qui s’appliquerait au système (de) que Physidor nous développait avant hier. Avez-vous entendu parler de l’abbé Bouju (un) qui est vicaire général de.... de.... de.... Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est lui dont il s’agit. Il y a quelques quarante ans, M. Bouju était etc.»

Ma già alla terza prova il brano è quasi irriconoscibile; non più racconto, è dialogo.

«Le docteur Phantasma, l’ai rencontré hier une douillette pouce....

«Le Libraire. Mâle ou femelle?

«Phantasma. Elle m’a rappellé un fait à ma connaissance personelle et qui s’appliquerait au système que vous nous développiez avant-hier. Avez vous entendu parler de l’abbé Bouju qui est vicaire général de.... de.... de.... Ma foi, je ne me souviens jamais des diocèses conservées parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est de lui qu’ il s’agit.»

E il resto continua come nella seconda prova; solamente dopo le parole: tous égoïstes aggiunge: de naissance ou par expérience.

Nella quarta prova questo passo subisce un’insignificante modificazione. Dove diceva: M. Bouju ètait, si legge: mon Bouju. È tutto. La lezione si conserva tale nell’edizione definitiva.

Allo stesso modo che coi periodi della sua prosa, soleva adoperare il Balzac colla struttura dei suoi romanzi. Fondeva insieme più racconti, saldava parti diverse e non sempre in maniera che la saldatura non si scorgesse. Ma in molti punti della sua Comèdie humaine il lavoro lento, paziente della creazione ha ottenuto il gran risultato a cui tendeva: vi si sente l’immortalità della vita dell’arte e la onnipotenza del genio.

GAVARNI[8]

Il Gavarni è il Balzac della matita. Gli storici futuri della prima metà del secolo XIX, insieme alle immortali pagine della Comédie humaine studieranno i dieci mila disegni del Gavarni, come i documenti più autentici della vita francese moderna. Il Balzac ha decomposto e analizzato tutte le passioni, tutti i vizii, tutte le virtù, tutte le debolezze, tutte le miserie di questa civiltà democratica sorta sulle rovine del vecchio mondo aristocratico fra gli entusiasmi e i baccanali della grande Rivoluzione; lavoro d’artista pensatore, che apparisce più meraviglioso e più straordinario di mano in mano che possiamo accostarci ad esso e abituarci a quella vertiginosa immensità. Il Gavarni ha fissato lo stesso mondo del Balzac, cristallizzandolo e rendendolo più immediato colla elegante sveltezza del suo disegno, colla vigorosa potenza dei suoi chiaroscuri litografici e col darci, per di più, oltre l’espressione e la movenza della persona, oltre la commedia e il dramma figurato, il motto vivo, la frase scultoria, condensata, stavo per dire il suono della voce e l’emozione dell’accento di tutti i suoi personaggi.

Questi due grandi osservatori, cosa strana! sono stati, quasi allo stesso modo, due grandi sognatori. Tutti e due han lavorato sotto l’aspro pungolo dei creditori e degli uscieri, privi affatto del senso delle realtà della vita, prodighi, trascuranti le necessità giornaliere; l’uno ammassando coll’imaginazione gigantesca montagne d’oro che fondevansi come neve appena lui stendesse la mano per toccarle, l’altro coll’idea fissa d’una grande rivoluzione da produrre nella scienza dinamica. «Ho da rifare tutta la dinamica e il sole da spostare. Da qualche tempo in qua il sole mi dà ai nervi, e in questi giorni mi son chiesto più volte fin a qual punto sarebbe conveniente farlo sparire; basterebbe vederci un po’ meglio nel sistema... V’importa proprio molto del sole a voi?» scriveva il Gavarni, scherzando, al Ward. Intanto passava seriamente i giorni e le notti assorto a far calcoli e figure geometriche per trovar di stabilire sopra nuove basi la legge del movimento planetario e detronizzare il sole.

— Detronizzate piuttosto l’Hogart e lasciate tranquillo quel povero Newton, gli diceva il Ward, un inglese dotto e positivo.

Ma il Gavarni s’impermaliva; su questo conto non voleva sentir delle frasi. Era dunque condannato a far soltanto delle figurine per divertire i borghesi?

— Che direste, se vi facessi vedere una cassetta piccina così, su questa palma di mano e se, staccando lentamente la mano dal fondo, la vedreste restare per aria?

— Ma è impossibile! rispondeva il Ward.

— Ecco! Tutti pari! Le grandi scoperte son sempre ricevute a legnate!

C’è delle rassomiglianze più notevoli. Il Gavarni si rovinò, come il Balzac, per una speculazione fallita, il suo Journal des Gens du monde che non potè andare più in là del diciannovesimo numero e gli mangiò ventiquattromila franchi e l’oppresse di debiti per quasi tutta la vita. Come il Balzac, ebbe le sue Jardies in quel giardino attaccato alla sua casa sulla via di Versailles, a Point du jour, una casa storica che prima era stata fucina di falsi monetarii, e poi proprietà del famoso Leroy sarto dell’imperatrice Giuseppina. In quel benedetto giardino era un continuo fare e disfare. Ogni giorno un viale spostato, alberi trapiantati, ajuole rase e disposte diversamente. Ponticelli, salite, bacini, un gran tavolo di pietra pei desinari all’aria aperta, canili che parevano stanze, muri di rinforzo, letti di torrenti artificiali,... si buttava in aria ogni cosa quando già ogni cosa sembrava messa al suo posto. E che progetti per l’interno! Mobili, bronzi e una pergola da adornar le mura della sala da pranzo, qualcosa di somigliante ai fantastici affreschi che il Balzac mostrava al Gozlan sulle nude pareti delle Jardies appena rivestite di calce.

La vita di tutti e due è stata una continua lotta: e tutti e due han conquistato il loro posto a furia di pazienza e di ostinatezza, quasi aizzati al lavoro dal pungolo delle avversità economiche ch’essi dimenticavano inebriandosi d’arte, assorbendosi nelle proprie creazioni con identico processo, vivendo la vita dei loro personaggi, cacciandosi sotto la loro pelle per meglio afferrarne l’intima natura del carattere, delle passioni, del ridicolo e dei vizii.

Nel Balzac c’era qualche cosa che repugnava al Gavarni, la trascuratezza della persona. Egli elegantissimo, pettinato, profumato, pretenziosamente ricercato nel vestire fino a portare, in gioventù, degli anelli sopra i guanti e degli stivaletti che sembravano stivaletti da donna, non poteva patire quegli enormi panciotti bianchi che il Balzac comperava dai rivenduglioli, e quei cappelloni da muratore col fondo di lustrino bleu che questi portava in testa. La prima volta che il Gavarni lo vide, nella stanza della redazione del giornale La Moda, corpulento, con begli occhi neri, col naso rincagnato e un po’ schiacciato, colla voce sonora, lo scambiò per un commesso libraio. Più tardi, i due sognatori furono uniti da uno stesso interesse, quello di sottrarre alla sentenza di morte il giornalista Peytel condannato dalle Assise di Bourg per aver ucciso la moglie. Peytel era amico del Gavarni; il Balzac s’era montato la fantasia credendo il Peytel condannato a torto. Andarono insieme a Bourg per consultarlo sopra alcuni punti della difesa. Il Gavarni raccontava un giorno ai De Goncourt che, al primo rilievo dei cavalli, il Balzac cominciò a dire al postiglione: — Fate presto. Quel signore lì guadagna cinquanta franchi il giorno, io cento... Calcolate quel che perdiamo in ogn’ora di ritardo.... — E la cifra dei guadagni ad ogni rilievo aumentava.

Non s’amarono, non furono stretti da grande intimità, ma si giudicarono tutti e due imparzialmente.

«Gavarni s’è fatto uno stile ed una maniera che il suo pubblico riconosce e nota con una fedeltà onorevolissima per l’artista... Gavarni ha fatto un libro senza saperlo: egli ruba gli scrittori contemporanei... Il suo segreto è la natura presa sul fatto, la verità.» Balzac.

«Balzac ha fatto delle belle cose; non si potrà spingere più in là la vigoria dell’analisi: la sua opera composta d’imaginazione e di intuizione è una grand’opera.» Gavarni.

L’ultima volta che si videro, alla stazione degli omnibus di Versailles, Gavarni era in prima, Balzac in terza classe.

— Eccoci qui tutti e due, gli disse questi; voi crivellato di debiti, io obbligato a prendere un posto di terza classe... Ne ho parlato questa mattina al ministro.

Per compire la rassomiglianza, furono tutti e due conservatori in politica, e il Gavarni ebbe sempre sul cuore, come un rimorso, l’unica caricatura politica che avesse fatto in tutta la sua vita, Le Ballon perdu, contro Carlo X, nel 1830. Degli odii politici diceva: Sono errori che io non posso commettere; c’è troppo fiele e assai poca sincerità. E di una delle rivoluzioni francesi: Questo popolo insensato ha spinto la questione del progresso fino alle fucilate!

Dopo il quarantotto Luigi Blanc, a Londra, tentò di convertire il Gavarni alle sue idee e farne un potente strumento per la propaganda del suo sistema. In un pranzo in casa del celebre drammaturgo Taylor, dato a bella posta per farli trovare insieme, il Blanc fece cadere a poco a poco la conversazione sul tema del progresso, e accalorandosi, con voce alta, con occhi scintillanti, gesticolando, tracciò un gran quadro dell’Umanità lottante, vittoriosa, elevatasi gradatamente sino alla cima dei suoi alti destini. Il Gavarni, seduto presso il camino, colla testa bassa, fumava e pareva ascoltasse con molta attenzione. Allora il Blanc, incoraggiato, gli fece notare quali servigi potesse rendere all’Umanità mettendo la sua matita sotto la bandiera del progresso. Il Gavarni stava zitto e avvolgeva lentamente una sigaretta.

— Insomma, disse il Blanc, io vi ho mostrato il gran dramma del progresso. Volete esser dei nostri per continuarlo?

— Il progresso? rispose finalmente il Gavarni; ma io non ci credo al progresso!

Il Gavarni ce l’aveva un po’ col Blanc, perchè questi era stato membro di quel governo provvisorio del 48 che aveva abolito la prigionia per debiti.

— È un gran delitto? gli disse il Blanc.

— È un atto della più abominevole tirannia. Vorrei sapere con che diritto mi si toglie la libertà d’impegnare la mia libertà per procurarmi del denaro?

La donna occupa un gran posto nella vita del Gavarni; dovrei dir meglio: le donne. Il suo giornale reca delle filze di nomi che non finiscono più: Fanny, Luigia, Amanda, Arsenia, Atalia, Eugenia, Teresa, Giulia, Florida, Manette, ecc. ecc. E non dei nomi soltanto, ma delle scene piene di osservazioni finissime, ma degli studii sul cuore delicatamente fatti e deliziosamente scritti, che per poco non presero la forma di libro, d’un romanzo, come quello che il Sainte-Beuve analizza dandone larghissimi estratti.

Il Gavarni ebbe sin da giovinetto l’abitudine d’osservarsi e di notare le sue osservazioni.

«Io sono incapace d’amare, egli scrive parlando d’un’Angelica per la quale aveva avuto un capriccio di desiderio: non l’avrei amata più delle altre. Qual’è dunque il sentimento che ho quando vedo una donna?

«Ti desideravo: non mi saresti sfuggita. T’avrei dato la perfida assicurazione d’un amore che non avrei mai conosciuto... T’avrei ricevuto fra le mie braccia con tutta la freddezza conservata sin allora, ma con una apparenza d’ebbrezza... Tu m’avresti creduto il più felice degli uomini... Io avrei scritto sbadigliando il tuo nome sul mio giornale dietro il nome di tante altre e t’avrei abbandonata per preparare un nuovo intrigo.»

Non era nè sensuale, nè tenero. Anche nella passione conservava intiera la sua freddezza d’osservazione e d’analisi; ma cercava sempre, con avidità, questo fiore d’emozioni che gli veniva dalla donna e ch’egli confessava non saper trovare altrove. «E lo cercava ogni giorno, dicono i De Goncourt, in sempre nuove emozioni, nei dolci nonnulla d’un amoretto appena imbastito, nella successiva piccola vittoria sopra una donna che si lascia corteggiare, nell’occupazione mezzo platonica e mezzo concupiscente d’una creatura adorata (era per lui quel che più amava nell’amore) per cui aveva creato il verbo gingigner, amar colla testa, coll’immaginazione.»

E la donna non la dimenticava neppur nei momenti di grande preoccupazione, come quand’andava a Bourg per salvare l’amico Peytel. Da Marsiglia scriveva al Tronquoy: «E Arles! la città delle belle donne; — esse sono così belle e graziose ch’è una benedizione! — e civette!... Quando si vede le donne d’Arles non si capisce come possano esistere ad Arles e carte da giuoco e bigliardi e bocce, insomma tutt’altra cosa che l’amore.»

In questa sua volubilità si trova un fondo di tristezza e di malinconia. La donna è proprio un pretesto per lui: egli in verità non ama che quello che gli vien dall’intimo fondo del suo cuore e del suo spirito. A proposito di una giovinetta conosciuta a Bayonne, dalla quale non aveva ottenuto altro che un bacio d’addio dato alla presenza della mamma, egli notava nel suo giornale: «questo bacio unico me lo ricorderò sempre: era elettrico... Finalmente ho fatto il gran sforzo di lasciar Bayonne. Le ragazze belline somigliano alle pietre che il viaggiatore inciampa lungo via per fiaccarsi il collo: ma la mia Fanny era soltanto bellina, anzi non era nemmen bellina. È la sua animina che m’aveva stordito; è questo che io vedevo nei suoi occhi. Dov’era l’incanto? E che me n’importa? Ce n’era uno per me; e se la mia imaginazione mi ha ingannato, tanto meglio — tanto peggio — tanto meglio.»

In fondo, nelle diverse donne amate alla sfuggita, leggermente, lui non ama che la sua donna ideale, quella che non somiglia a nessuna; e si compiace di «quei momenti d’emozione d’un’estrema delicatezza, deliziosi e vaghi, che cullano dolcemente l’anima tra il piacere e la pena, ma che un rumore, un motto, un nulla, anch’un pensiero distruggono.»

Bisogna leggere l’ultima sua passeggiata colla Luigia, al bosco di Boulogne, in uno di quei giorni nei quali l’amore agonizzava di noia in tutt’e due (un’analisi delle più delicate) per comprendere fin dove potesse arrivare la sua potenza d’osservatore e di scrittore.

«Il piacere, quel giorno, era un obbligo per noi: eravamo di quelli che vogliono esser felici ad ora fissa.... È assai strano, senza dubbio, ma era così. C’eravamo incontrati per caso, eravamo stati felici un momento per la reciproca novità, com’accade sempre; poi, senza che io ne sapessi il perchè, la Luigia mi era venuta in uggia....»

È una giornata triste, lunga. Coricati sull’erba, «imbarazzati tutti e due dal loro buon senso che non riuscivano a vincere», lei gli avea posato la testa sulle ginocchia, dicendogli che voleva dormire una mezz’ora. Lui avea atteso coll’orologio alla mano, contando i minuti. Tardi, percorso lentamente quasi tutt’il bosco, rientrano per la porta Maillot.

— «La giornata vi è parsa lunga, le dissi.

— «No, niente affatto: mi son divertita. E voi?

— «Molto.

«Mentivamo; avevamo il merito di non dircelo. Non ci volevamo male, ecco tutto.»

In questo giuoco, ch’egli chiamava la caccia alla donna, l’attirava l’incognito. E correva dietro un cappellino, dietro un pedino, dietro un velo bianco, felice quando poteva incontrare qualche trouvaille e quando s’imbatteva in qualche nuova farfalla da classare.

Ma un giorno anche lui fu preso per davvero. La ragazza era bella, con denti bianchissimi, col seno ricco, coi capelli bruni, con quel non so che d’una cortigiana da farsi amare. Sapute di lei delle cose abjettissime, si sente lacerare il cuore. «Ho compreso in un momento ciò che si chiama amore! L’ho compreso con tutte le sue abnegazioni, con tutti i suoi sacrifizi!...» E quando lui deve andar via «non un lamento, non un rimprovero, non una parola sul passato.» Hanno passato insieme gli ultimi tre giorni in campagna.

— «Tornerò da te, domani, è vero?

«Non seppi dire di no. Così, il giorno dopo, lei venne. Tutto quello che potei fare fu di rifiutarle di venir la sera dello stesso giorno; e la sera l’amavo tanto, che avrei pianto dal non vederla!...»

Il ricordo d’Arsenia lo tormentò per mesi e mesi.

Altri episodii non meno caratteristici racchiude il bel libro dei De Goncourt. Io ho sfiorato a mala pena il soggetto. Ed ho messo a posta da parte l’arguto osservatore della società partigiana, perchè questo dell’amore m’è parso il lato più curioso e men noto del celebre artista.

Il libro dei De Goncourt si legge coll’avidità d’un romanzo; forse è il primo saggio di quello che sarà il romanzo futuro, un semplice studio biografico fatto su documenti intimissimi. Allorchè s’arriva a quella fine così piena di tristezza che chiude una vita laboriosissima e gloriosa, l’emozione guadagna il cuor del lettore e le lagrime salgono agli occhi.

«Dopo tanto lavoro, un’opera di diecimila disegni dove si trova, per la prima volta nella storia dell’arte, il talento dell’artista riunito al talento di scrittore, dopo le laboriose ricerche del matematico, del dotto e dell’inventore, egli dorme nel cimitero d’Auteuil il gran sonno della morte, sotto una lastra di granito, immagine della solidità della sua gloria e della durata di questo nome (semplice e fiera iscrizione della sua tomba): Gavarni.»