III.
STORIA DI MARE
Spuntava il dì sereno; non aleggiava vento
Sulla spiaggia che il flutto batteva molle e lento,
Da breve ora soltanto s'era levato il sole.
La pura aura marina, che spira fresca ed ole
Con un profumo amaro, facea ondeggiar la tela
D'una tenda costrutta con una vecchia vela.
Non una voce. Solo come un punto in distanza
Qualche barca da pesca che lentamente avanza.
Ma a un tratto dalla tenda una fanciulla bionda,
Bella come la Venere che sorge in mezzo all'onda,
Uscì qual visïone luminosa, inattesa.
Sulle spalle superbe la chioma avea distesa,
Ed il vestito bianco svelava la bellezza
Delle sue forme pari alle antiche in purezza.
I piedi sulla rena lasciavan delicata
Orma di piante e dita che parevan di fata.
Con gli occhi color d'aria dalle arcuate ciglia
Guarda la giovin scena a cui ella somiglia
Con una espressione di gioia giovanile.
—O la freschezza lieta d'un bel giorno d'aprile!
Per toccar le conchiglie s'abbassava talora,
Ed una ne ammirava tutta rosea, e sonora.
Si soffermò un istante, gettò uno sguardo intorno
All'orizzonte chiaro dove brillava il giorno,
Formando una visiera della sua aperta palma,
E poi ridente, piena d'una letizia calma
Corse nel mar, siccome da alcun desir fatale
Attratta, e avviluppata da un fascino ideale.
—Poi le mancò il terreno ed allungò le braccia,
Le aprì, le riallungò, seguendo una sua traccia,
E cominciò a nuotare con leggiadra baldanza.
Già nelle prime mosse pervenne a una distanza
Incredibil dal lido—elegante e veloce.
Non si sarìa potuta richiamar con la voce.
Dritto davanti a lei, rapida e risplendente
Ella fendeva i flutti, e ognor magistralmente
Alzandosi e abbassandosi nel variato suo corso,
Talvolta si voltava e nuotando sul dorso
Guardava il vasto cielo, e sul fianco talvolta
Al lido la dolcissima faccia tenea rivolta,
Giuocando e andando sempre, come fosse rapita
Dai venti—e poi talora in estasi infinita
Parea dormisse, chiusi gli occhi azzurri e belli,
Sparsi sul bianco viso i biondi suoi capelli.
Quest'era dall'infanzia il solo suo piacere.
Sempre la si vedeva e per giornate intere
Correre verso il largo. Preferiva il mattino,
L'ora in cui è deserto il lido ed il cammino.
La conosceva appena un vecchio marinaro.
Al bacio sol dell'onde fremea quel corpo ignaro.
Non si potea per essa conoscer la paura.
Appena circondata dall'acqua amara e pura,
Era nel suo elemento; e quando poi serena
E allegra uscìa dai flutti, simile a una sirena,
Il suo bel corpo bianco destava meraviglia.
Pareva il mar sua culla, ella del mar la figlia;
Del vasto oceano ignoto ognor sentiasi amica
Ed ignorava ancora che fosse la fatica.
Con le braccia sublimi qual di marmo animato
L'Ellesponto ella pure avrìa attraversato
Senza paura—ed anco senza desir d'amore!
E spesso nella calma estiva e verso l'ore
Pesanti del meriggio, scotendosi le goccie,
Usciva tutta gaia, e in sulle ardenti roccie
Si coricava offrendo del sole ai caldi baci
Le giovanili forme innocenti e procaci.
Là rimaneva a lungo placidamente, l'alma
Sentendosi confondere alla natura calma.
L'ira degli elementi per lei era una festa
E sorrideva altera in mezzo alla tempesta.
Era una dolce musica per lei lo spaventoso
Rumoreggiar dei flutti che non hanno riposo
E fra le nubi oscure il sibilar dei venti!
—Ma preferìa l'arcano amor degli elementi,
Il lungo bacio queto del pelago alla terra
Allora che dei nembi s'è calmata la guerra,
La molle ondulazione che ne viene dal largo
Quando tutto s'addorme in un lento letargo,
E quando, per cullarle sovra i flutti soavi,
Sembra che il mar domato cerchi le grandi navi.
Quel giorno, ancor più lieta, piena di gioia pura
Nuotava in alto mare in fra l'onde sicura.
Lontana assai da terra si soffermò un istante,
Tra la spuma giocò, poi senza andar più avante
Si coricò e fu immobile—bagnando l'aureo crine
Nell'acqua, che la linea sì delicata e fine
Del viso incorniciava di cristallo verdastro.
—Nel cielo s'innalzava gloriosamente l'astro
Del giorno.—Ed ella alzava al vasto firmamento
Gli occhi che d'azzurro s'empiano e di contento.
Alfin si mosse.
Allora provò una gran sorpresa:
Un giovane mai visto, con una mano tesa
Dritto verso di lei nuotava ed un delfino
Parea, maestoso qual era in suo cammino.
Veniva. Egli era bello al par d'un dio pagano.
Veniva. Ad ogni istante era meno lontano.
Avea i capelli bruni., non lunghi ed arricciati,
Da gocciole lucenti coperti ed imperlati,
Ed il suo viso imberbe più giovin dell'aprile
Era d'una bellezza perfetta e femminile.
Ei pure era sorpreso, e coi grand'occhi neri
Pieni di dolce ardore e languidi ed alteri
La contemplava fisso. A un tratto fu vicino.
—«Io ti scorsi da lungi nel raggio mattutino.
Colui che non vedevi per ammirarti accorse.
Che niuno sa nuotare al par di me…»
—«Io forse»
E fuggì via. Ma rapido ei la raggiunse. Allora,
Nuotando insieme andarono uniti per brev'ora,
A forze uguali. A lei pareva fosse un gioco
E quasi senza sforzo pur lo vìnceva un poco.
Ognor s'allontanavano. Ma dopo lunghi istanti,
E stanca di guardare all'orizzonte avanti,
Ella pur si voltò, e i loro sguardi alfine
S'incontrarono. E allora le pupille divine
Nell'innocenza sua fissò sul nuotatore
E ingenua il contemplava e senz'alcun rossore.
Essi correvan sempre; ma ecco che improvviso
Una espressione strana le si dipinse in viso.
Ignota lassitudine di lei s'impadroniva,
Parca che le sue mani cercassero una riva…
Il giovin se ne avvide, e le pupille fisse
Sempre su lei: «Sei forse un poco stanca?», disse.
—«Io? Giammai». Ma frattanto facevansi più lenti
Mentre così dicea tutti i suoi movimenti.
In tutto lo splendore sul vastissimo piano
Il sole i rai possenti vibrava più lontano,
E quella immensità che avean dinnanzi a loro
Pareva tempestata di grosse gemme d'oro,
Ma a riposar lo sguardo, sovra le loro teste
Stendevasi tranquilla l'immensità celeste.
Senza contare il tempo andavano silenti.
Ella era tutta gaia, ma già nuotava a stenti
E si sentia contenta e un poco umiliata.
Faceasi il respir corto e la lena affannata,
Ed una man tenea sul seno palpitante,
Ed egli le chiedea sommesso, ad ogni istante,
S'ella era lassa, e sempre, sdegnosa e sorridente,
Rispondeva di no. Eppur sensibilmente
Ad ora ad or scemavano le forze sue già vinte
Ed avanzava solo a disperate spinte.
In fin le stese il braccio ed ella affranta, muta
L'afferrò febbrilmente e già quasi svenuta.
Tutta sentiasi invasa da ignoto turbamento.
L'un contro l'altro stretti andavano col vento
E i corpi si toccavano splendidamente belli
E l'aura alla fanciulla i dorati capelli
Moveva, e li spingea in opulenta massa
Sulle spalle imbrunite di lui. Ell'era lassa,
E di guardarlo in viso quasi più non osava…
Egli con occhi languidi e ardenti contemplava.
S'allungavano forse gl'istanti all'infinito,
Volavan forse l'ore?—Il tempo era smarrito.
Ell'era ognor più stanca. Il nuotator robusto
La sostenne, cingendo il suo corpo venusto,
Traendola con sè. Con forza prodigiosa
La portava qual fosse una languida rosa.
Ella avea chiuso gli occhi, e quasi inconsciente
Il cor di confidenza pieno ineffabilmente,
Spinta da irresistibile e nuovissimo istinto
Le braccia intorno al collo del giovine avea cinto.
Egli mirava l'ombra che le palpebre chiuse
Gettavan sulle guancie di pallore suffuse,
E le labbra vermiglie. E si sentìa sul petto
Le mosse di quel core a battere costretto,
E per la prima volta. Ei mormorò sommesso:
—«Io t'amo».
Ella rispose: «Mi salva».
Allor più presso
A lei cui già mancava la voce egli si stese
E con le labbra ardenti le dolci labbra prese.
La fanciulla innocente serrò con infinita
Tenerezza colui che le dava la vita,
Colui ch'ella, già debole, chiamava salvatore.
E nulla ella sapeva pur sapendo l'amore.
Lo sguardo nel suo sguardo ella teneva fisso,
E in estasi novella pareale in un abisso
Cadere lentamente, nelle brame infinite,
Parean le loro bocche eternamente unite
Ed era un di quei baci che finir non si ponno.
Sembrava su lor scendere misterïoso sonno
E a un tempo li riempiva possanza sovrumana.
Egli sentiva in sè vibrar la forza arcana
D'una felicità che non avrà più fine,
Urtarsi le violenze delle gioie divine,
E allor dalla sua bocca del bacio prigioniera
Un mormorìo s'udì, una voce leggiera.
Gli augelli che passavano in ciel con l'ali aperte
Fermavansi a guardare quelle due forme incerte
E sovra il dolce gruppo circoscriveano il volo.
E quello che vedevano sembrava un corpo solo
Pien di forza e di grazia e doppio ed indiviso,
Simile a visïone d'ignoto paradiso.
Fu un lampo. Ma rinchiuso in la breve durata
Era un eterno gaudio. Lei s'era risvegliata
E le parea risorta esser già dalla morte
E spinta nel mistero d'una novella sorte…
E s'abbrancava al giovine e lo teneva stretto.
Ma fu lui che pel primo sentì scemar nel petto
Il soffio ed il vigore… fu lui che la fortezza
Aveva degli olimpici cui vinceva in bellezza.
E con un lieve gemito, un rantolo d'amore,
Da un'indicibil estasi suprema, da un languore
Si sentì tutto invadere soavissimo e fatale
E si coprì il suo volto di pallore mortale.
Ed egli sprofondava. Per un minuto ancora
Ella il potè sorreggere, ma poi cedette, e allora
Sempre più avvinta a lui, confusi in una speme,
Unì il suo corpo al suo per rimanere insieme.
—E lenta ma sicura già l'inghiottiva l'onda.—Pria
s'agitò una forma, indi una chioma bionda
Si vide ancor confondersi col bianco della spalla;
L'oro di quei capelli restò un istante a galla,
Poi l'acqua lo coprì con mormorio leggiero.—
Ella lo avea seguito nel sogno e nel mistero
Sentendo che divisi non sarìano più mai.
E più vivi ed ardenti dardeggia il sole i rai:
Sovra l'immenso oceano più nulla si discerne.
I flutti hanno più flebili le lamentele eterne,
E par che alfin si stenda, dovunque, in ciel, sull'onda,
Inalterabilmente serenità profonda.