XI.
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Fuggiva il giorno ed io pensai: l'estate
Segue la primavera e passa, e viene
Il queto autunno, e poi le sconfortate
Brume; ma pur dopo le amare pene
Giungon le gioie e l'esultanze liete,
Dopo le lotte son l'ore serene.
L'uomo dopo la vita avrà quiete
Nella luce letal crepuscolare,
E dei desir più non saprà la sete.
Sì, una vita ventura che spaziare
Lascierà l'alma nostra alfine pura
Come libero augello sovra il mare
Verrà, ma forse nella nostra oscura
Mente sogniam la speme d'una vita
Fulgida troppo in la sorte futura.
Dei mondi nella serie indefinita
Entro un mondo sarem di veli avvolto,
E la luce sarà vaga e sbiadita.
Ne parrà forse rivedere il volto
D'alcun che amammo sulla terra vieta,
Ma mestamente fia l'occhio rivolto.
Avrem raggiunto il porto, ma la mèta
Ne apparirà diversa e men lucente
Di quanto disse ogni miglior profeta.
Un grigio azzurro regnerà; fian spente
Allor le tinte più sonore e vive;
Tutto parrà languire eternamente.
Color di perla, interminate rive
Si seguiran, cristalli inargentati,
E piante ignote d'ogni raggio schive,
E smorti fiori come addormentati
Nell'eterno sopor dolce e fatale,
E profumi sottili ed ignorati
Senza gli aromi turgidi del male,
Senza i poemi intensi del dolore
E dei peccati senza l'aureo strale,
Senza le lotte del terreno amore,
Sarà quale ombra d'una vita arcana,
E regnerà dove non suonan l'ore
Una nuova mestizia sovrumana.
* *
Pure al domani sotto il sol raggiante
Che illuminava i piani e l'alte cime
E mutava ogni goccia in un diamante
E pareva attestare il ver sublime.
Sentii scendere ancor nell'alma lassa
Il peso della vita che ne opprime.
Mi parve ancor che qui ove tutto passa,
Ove il dolore sol di nostro è certo,
E ogni voglia ne attira odiosa e bassa,
Ove tutti si va per cammin erto
E faticoso ad una ignota mèta,
Non sapendo il perchè d'aver sofferto,
Ove lo spirto mai non si disseta
E ribellar sentiamo prigioniera
L'alma rinchiusa nella fragil creta,
Temibile non è per l'uom la sera,
Che alfin dirà ciò che a ciascuno è ignoto,
E affermerà se la speranza è vera
O se il destino d'ogni senso è vuoto.
* * *
Ma sul mio capo s'avvolgean le spire
Dei rami d'una quercia secolare
Dal tronco immane che non vuol morire.
Ed ecco, a un tratto, io la sentii parlare!
Una rauca e sottil voce da un ramo
Su di me scese e dovetti ascoltare.
—«Ah! tu almeno t'arresti quando chiamo,
E fai silenzio a queste mie parole.
Odon le piante. Mentre leggevamo
Nel tuo pensier che ignora ciò che vuole
E che per false strade si disperde,
Ridemmo, chè sei cieco innanzi al sole.
Bello risplende delle frondi il verde
Sull'azzurro del cielo, e altero è il fiore,
—E in vani sogni il tuo pensier si perde,
Sorride il sol nell'allegro splendore,
E le messi che zeffiro accarezza
Piegano liete innanzi al mietitore;
È gaio il mare per la dolce brezza
E avrà la gioia pur della tempesta…
E trilla l'augellin che il guscio spezza.
Sulla terra e nel ciel dovunque è festa,
Pur chiuso è ancor dell'universo il fato
E l'avvenir che agli esseri s'appresta.
«Tutto è mister, ma nel tronco ingrossato
Scorrer sentiamo il vital succo, come
Il mondo sente vita in ogni lato.
L'aura folleggia tra le sparse chiome…
Vengon gli amanti uniti—e poi retrivi
Cercan sui tronchi nostri inciso un nome.
E le foglie agitiamo e siam giulivi
Ignorando il destino, e pur sentiamo
Che ovunque è vita. E tu solo non vivi?
Tu pensi e scruti e dici: il vero io bramo.
E intanto passano i momenti vani
E le fronde non vedi sul mio ramo,
Breve è la vita e lungo il suo domani,
Qualunque sia. Sorridi dunque e sorgi!
Qui non dormire i sonni tuoi malsani!
Il mondo è immensa gioia che non scorgi».