SCENA III.
Laura e La Zena.
Zena
subito, risentita.
È forse venuto qualcuno a mia insaputa, signora, a parlarti di quel ragazzo?
Laura.
No, Zena: nessuno, t’assicuro.
Zena.
Signora, dimmelo! Perchè una parola ebbi allora, quando avrei potuto approfittarmene, se non avessi avuto coscienza — io sola, sai? contro tutti! — e una parola ho anche adesso!
Laura.
Ma no, no, non è venuto nessuno: stai tranquilla. È venuto in mente a me. Così. Perchè mi sono ricordata che, prima di sposare, mi fu detto che mio marito qua, in villa, da giovane....
Zena.
Ma che vai pensando più, signora!
Laura.
Aspetta. Io voglio sapere. Voglio parlare con te, Zena. Siedi, qua, accanto a me....
Indica uno sgabello.
Zena
sedendo, impacciata.
Ma sai che mi pare tu voglia parlarmi di un altro mondo, ormai, signora?
Laura.
Sì, perchè tu eri tanto ragazza, allora.
Zena.
Oh, una ragazzaccia senza testa! E non ero mica così....
Laura.
Me l’immagino. Dovevi esser bella....
Zena.
Bruttaccia non ero.
Laura.
Ed eri già fidanzata, è vero?
Zena.
Sissignora. Con questo che ora è mio marito.
Laura.
Ah!
Zena
con gli occhi bassi, alza un po’ le spalle e sospira.
Eh, signora, che vuoi?
Breve pausa.
Laura
quasi con timidezza.
E lui lo sapeva?
Zena
impronta, ma senz’impudicizia.
Chi? Il signorino?
Laura.
Sì; che eri fidanzata?
Zena.
Sissignora, come non lo sapeva? Ma era un ragazzo anche lui, il signorino.
Laura.
Sì, ma dimmi....
Zena.
Signora, sono una poveretta; ma credi che se male feci allora, lo feci soltanto a me, e non volli che ne fosse fatto ad altri senza ragione!
Laura.
Ti credo, Zena; lo so. Ma dimmi: ecco, io voglio sapere. “Senza ragione„, hai detto. Ne eri proprio, dunque, così sicura tu?
Zena.
Di che? Che il ragazzo non era del signorino?
Laura.
Ecco, sì. Perchè, tu sai, tante volte.... avresti potuto tu stessa essere in dubbio.
Zena
la guarda, sorpresa, scontrosa; poi si alza.
Perchè mi fai codesto discorso, signora?
Laura.
No. Perchè ti turbi? Siedi, siedi....
Zena.
No, non siedo più.
Laura.
Vorrei saperlo perchè.... perchè sarei.... sarei contenta che tu mi dicessi....
Zena
la guarda, sorpresa, scontrosa; poi si alza.
Che il ragazzo era del signorino?
Laura.
Tu non hai nessun dubbio?
Zena
seguita a guardarla male, poi, come per richiamarla a sè:
Signora....
Laura
ansiosa.
Di’ di’....
Zena.
Tu dovresti esser contenta, mi pare, di quello che ho sempre detto!
Laura.
Se ne sei proprio certa....
Zena
seguita a guardarla male, poi, come per richiamarla a sè:
Bada, signora, che la povertà è cattiva consigliera.
Laura.
Ma no: perchè io anzi, ora, alla tua coscienza mi rivolgo, Zena!
Zena.
La mia coscienza, lasciala stare. Parlò allora, la mia coscienza, e disse quello che doveva dire.
Laura.
Proprio la tua coscienza? Ecco, vorrei saper questo! Eri così giovine, inesperta.... E, forse per timore....
Zena
ride, quasi con ischerno.
Ma sai che tu mi stai parlando adesso, come mi parlò mia madre, allora, quando s’accorse del signorino? Proprio così mi disse: ragazza.... inesperta.... se non avevo almeno qualche dubbio.... se non negavo per timore....
Laura.
Anche tua madre, vedi?
Zena.
Ma di mia madre lo capisco. Il male me l’ero già fatto, con quell’altro; se ne voleva approfittare. Ma tu perchè, signora, adesso, dopo nove anni, mi vieni a riparlare di quel ragazzo?
Laura.
Perchè.... perchè so, ecco.... so che tuo marito pretese, allora, del denaro, per sposarti.
Zena.
Ah, per questo? Ma si sa, signora! Non era povero per niente.... Mia madre lo mise su, facendo sapere a tutti del signorino. Non mi voleva più sposare, pur sapendo bene che il figliuolo era suo. C’era da spillar danaro, qua, dai signori; e se ne volle anche lui approfittare. E bada che se ora viene a sapere che a te piacerebbe
La guarda in un modo ambiguo e provocante.
— chi sa perchè.... — che io avessi ancora qualche dubbio....
Laura.
Ah! Tu mi fai pentire d’aver voluto parlare con te a cuore aperto, per uno scrupolo che non puoi neanche intendere!
Zena.
E chi sa? Forse t’intendo, signora; non ti pentire!
Laura.
Che cosa intendi?
Zena.
Eh, siamo furbi noi contadini! Vedo che ti piacerebbe che tuo marito avesse avuto un figlio con me. Ebbene, io ti dico questo soltanto: che io, contadina, il figlio lo diedi a chi ne era il padre vero. — Ah, eccolo qua, il signorino....
Si trae indietro, a testa bassa.