ATTO SECONDO.

Tinello in casa del Capitano Perella. Veranda in fondo, con ampia vista sul mare. Due usci laterali a sinistra: quello prossimo al proscenio è la comune; l’altro dà nella camera da letto del Capitano. Tra un uscio e l’altro un portafiori con cinque vasi bene in vista. Lateralmente a destra, un altro uscio. Vetrine con stoviglie da tavola, credenza, e poi divano, con sulla spalliera uno specchio; poltrone, un tavolinetto. La tavola è apparecchiata in mezzo, con cura, per quattro. Alla parete, quadri rappresentanti marine, vecchie fotografie, e qua e là oggetti esotici, ricordi dei viaggi del capitano Perella. Lo stesso giorno del primo atto. Pomeriggio. A poco a poco si farà sera e, sul finire dell’atto, entrerà dalla veranda un bel chiaro di luna.

SCENA PRIMA. Il signor Paolino, Nonò, poi Grazia.

Il signor Paolino, seduto al tavolinetto con Nonò accanto sfoglia un quaderno di versioni latine e segna con un lapis rosso e turchino i voti sotto ogni versione.

Paolino.

E qua possiamo segnare un bel nove.

Nonò.

Un altro nove? (Batte le mani, esultante) Che bellezza! E così fanno: tre otto, un dieci e due nove!

Paolino.

Sì, e tu lo mostrerai a papà, appena arriva, questo quaderno.

Nonò.

Eh altro! eh altro! (Si mette a fare un conto sulle dita).

Paolino.

Perchè — bada, Nonò! — devi far di tutto quest’oggi per lasciar contento papà....

Nonò

(senza badargli, seguitando a contare).

Sì.... sì....

Paolino

(seguitando).

E non dargli il minimo pretesto d’inquietarsi! Ma che conti stai facendo?

Nonò.

Aspetta.... Tre (e si tiene con la destra tre dita della mano sinistra) poi quattro e cinque (e mostra le cinque dita della sinistra) sei e sette (e mostra l’indice e il pollice della destra) otto, nove e dieci (e mostra a uno a uno le altre tre dita della destra): Mezza lira! mezza lira!

Paolino.

Che vuol dire mezza lira?

Nonò.

Ma sì, mezza lira! Che bellezza! Perchè papà mi dà un soldo per ogni otto: sono tre: tre soldi, dunque. Poi due soldi per ogni nove: sono due: quattro soldi. Tre soldi per ogni dieci. Dunque: tre e quattro, sette; e tre: dieci, che fanno mezza lira!

Paolino.

Ah, benissimo! Sei contento?

Nonò.

Eh, io sì! Figurati! Ma lui no!

Paolino

(restando male).

Come come? Lui non sarà contento?

Nonò.

Eh no.... Prima mi dava tre soldi per ogni nove e cinque per ogni dieci. Ma poi, visto che tu li semini gli otto, i nove e i dieci....

Paolino.

Ah sì? t’ha detto così? che io li semino?

Nonò.

Sì, ha preso il quaderno, l’ultima volta, e l’ha buttato all’aria.... così (eseguisce, con sprezzo) gridando: Ma perdio, li semina questo professore, gli otto, i nove e i dieci....

Paolino.

E s’è arrabbiato?

Nonò.

Tanto! E ha ribassato la tariffa!

Paolino.

(subito).

Ah, ma allora.... (riprende il quaderno e ritorna a sfogliarlo in furia) aspetta.... aspetta, Nonotto mio.... ribassiamo noi subito i punti.... segniamo cinque.... segniamo sei.... segniamo sette....

Nonò

(con un grido, come se si sentisse strappare un dente).

Come! No! E la mezza lira?

Paolino.

Ma te la darò io, Nonò! Ecco.... ecco.... (cava la borsetta dal taschino) te la dò io.... te la dò io....

Nonò.

No.... no....

Paolino.

Ma sì, figliuolo mio! M’immaginavo che papà dovesse esserne contento! Se mi dici che s’arrabbia, invece! Ecco, prendi.... Per te è la stessa cosa che te la dia io o che te la dia papà, non è vero?

Nonò

(pestando i piedi).

No, no: io voglio i tre otto, i due nove e il dieci!

Paolino.

Ma non te li meriti, in coscienza, figliuolo mio! Non te li meriti proprio!

Nonò.

E perchè allora me li davi?

Paolino.

Ma perchè.... perchè non sapevo che costassero soldi e un dispiacere a papà! Non dobbiamo far dispiacere a papà, Nonò! E oggi, oggi dobbiamo esser lieti tutti! Anche tu, con la tua mezza lira, che ti dà in premio, di nascosto, il tuo professore — (oh, non dirne nulla a papà, bada!) — te la dò, perchè se non ti meriti i nove e i dieci, un premio pure te lo meriti per i progressi che fai....

Nonò.

Come mi hai scritto nel libro?

Paolino.

Ecco, sì.... benissimo! Come ti ho scritto nel libro.

Entra Grazia dalla comune. È una vecchia dalla burbera faccia cavallina.

Grazia.

La signora non c’è?

Paolino

(indicando l’uscio a destra).

La signora credo sia di là, Grazia.

Grazia.

E allora ci vada lui (indica Nonò) ad avvertirla che è venuto il marinajo.

Nonò

(subito, scattando).

Il marinajo? È arrivato papà! Vado a bordo! vado a bordo! (s’avvia correndo per la comune).

Paolino.

No, che fai, Nonò? Vieni qua! Bisognerà prima avvertirne la mamma.

Nonò.

La mamma lo sa! lo sa! (fa per uscire).

Paolino.

Férmati, ti dico! (A Grazia) Andate voi, vi prego, ad avvertir la signora.

Nonò.

Ma se lo sa, Dio mio!

Grazia

(andando a picchiare all’uscio a destra, borbotta).

Quante storie! quante storie! (picchia all’uscio e, senza neanche aspettar la risposta, entra).

SCENA SECONDA. Detti, la Signora Perella, il Marinajo.

Nonò

(che s’è fermato presso la comune, grida verso l’interno).

Marinajo! Marinajo! vieni qua!

Marinajo

(entrando subito).

Eccomi qua! (Si piega sulle gambe e apre le braccia per ricevere sul petto Nonò, che spicca un salto e gli s’appende al collo). Ah! Viva l’ammiraglio!

Nonò.

Portami da papà! Subito subito!

Entra dall’uscio a destra la signora Perella abbigliata con una certa cura straordinaria che la fa apparire più goffa.

Marinajo

(a Nonò che gli sta in braccio).

Aspettiamo che ce lo dica la mamma! (Si toglie il berretto). Ai comandi, signora!

Signora Perella.

È già entrato in porto il vapore?

Marinajo.

Stava per entrare, signora. A quest’ora sarà entrato!

Nonò.

E andiamo allora subito! Voglio veder la manovra!

Marinajo.

Eh, durerà un pezzo, prima che abbassino la scala!

Signora Perella.

Mi raccomando, per carità, Nonò! Lo affido a voi, Filippo!

Marinajo.

Non dubiti, signora! Al vecchio Filippo può affidarlo! A rivederla! Andiamo, ammiraglio!

Via per la comune con Nonò in braccio.

SCENA TERZA. La Signora Perella e il signor Paolino.

Paolino

(appena andati via Nonò e il Marinajo, voltandosi verso la signora Perella, pudicamente afflitta nel goffo impaccio del suo straordinario abbigliamento).

Ma no! ma no, cara! no! Come ti sei combinata? Così no!

Signora Perella.

Mi.... mi sono acconciata....

Paolino.

Ma che acconciata! No! Ci vuol altro!

Signora Perella

(guardandosi addosso).

Perchè?

Paolino.

Ma perchè così no! non va!

Signora Perella.

Più di così?... Dio sa quanto m’è costato!

Paolino.

Lo vedo! Ma così non va, anima mia! Tutto dipenderà, forse, dal primo incontro! A momenti egli arriva.... Ti deve trovar piacente! Ora così non va.... Capisco, capisco che ti dev’esser costato! Ma ancora non basta!

Signora Perella.

Oh Dio! E come allora?

Paolino.

È enorme, sì, anima mia, lo intendo, enorme il sagrifizio che devi compiere, tu casta, tu pura, per renderti appetibile a una bestia come quella! Ma bisogna che tu lo compia, intero!

Signora Perella

(esitante, con occhi bassi).

Più.... più scollata?

Paolino.

Più! sì, più! molto, molto più!

Signora Perella.

No, no.... Dio mio....

Paolino.

Sì! Per carità! Tu hai grazie, tesori di grazia nel tuo corpo, che tieni gelosamente, santamente custoditi. Bisogna che tu ti faccia un po’ di violenza!

Signora Perella.

No, no.... Dio, Paolino, che mi dici? Sarebbe inutile poi, credi! Non ci ha mai badato!

Paolino.

Ma dobbiamo appunto forzarlo a badarci! forzarlo, quest’animale che non capisce la bellezza modesta, pudica, che nasconde i suoi tesori di grazia! Presentarglieli, ecco — lascia fare a me — metterglieli sotto gli occhi, almeno un po’.... (Appressandosi con le mani avanti) Guarda.... così, permetti?

Signora Perella

(arretrando, spaventata, e con ribrezzo riparandosi il seno).

Ma no! Li sa, Dio mio, Paolino!

Paolino

(incalzando).

Ricordarglieli!

Signora Perella

(c. s.).

Ma se non se ne cura!

Paolino.

Lo so; ma perchè tu, anima mia, e questo è il tuo pregio, bada, per me! quello per cui io ti ho cara e ti stimo e ti venero! codesti tesori, tu, non hai saputo mai farli valere....

Signora Perella

(quasi inorridita).

Farli valere? E come?

Paolino.

Come? Vedi, tu non te l’immagini neppure, come! Eh, altro! Tante lo sanno bene!

Signora Perella

(c. s.)

Ma che fanno? come fanno?

Paolino.

Niente. Non.... non nascondono così, ecco! E poi.... Via, non farmi disperare! Credi che costi a te soltanto, del resto? Costa anche a me, perdio, predisporti, acconciarti perchè tu possa piacere a un altro! (alzando le braccia al cielo) preparare la virtù, Dio, per comparire davanti alla bestia! Ma bisogna, per la tua salvezza e per la mia! Lasciami fare! Non abbiamo più tempo da perdere. Prima di tutto, via codesta camicetta! È funebre! Viola, colore deprimente! Una rossa, che strilli!

Signora Perella.

Non ne ho!

Paolino.

E allora quella di seta giapponese, che ti sta tanto bene!

Signora Perella.

Ma è accollata....

Paolino.

Scòllala! In nome di Dio, scòllala! Non ci vuol nulla.... Ripieghi in dentro i due lembi, qua davanti; ci appunti su, giro giro, un merletto.... Ma àprila bene, mi raccomando!... molto, molto! almeno fin qua.... (indica sul seno di lei, molto giù).

Signora Perella

(inorridita).

No! Tanto?

Paolino.

Tanto! Tanto! Da’ ascolto a me!

Signora Perella

(c. s.).

Ma tanto, no!

Paolino.

Tanto, sì; Se no, ti dico che è poco! E pèttinati un po’ meglio, per carità! con qualche ricciolino sulla fronte. Uno lungo, qua, in mezzo alla fronte, a gancio! E due altri qua, che s’allunghino sulle gote, a gancio!

Signora Perella

(c. s. non comprendendo).

A gancio? Oh Dio, come a gancio? Perchè?

Paolino.

Perchè sì! Da’ ascolto a me! Non farmi perder tempo in spiegazioni! A gancio è così (glielo mostra col dito, contraendolo) insomma, come un punto interrogativo sottosopra! Uno qua; uno qua e uno qua (indica la fronte, poi la guancia destra, poi la sinistra). Se non sai farteli, te li faccio io! Vai, vai, cara.... (La spinge verso l’uscio a destra). E scolla, scollala molto, la camicetta!... Io intanto esamino qua la tavola se non ci manca nulla per il pasto della belva!

La signora Perella esce per l’uscio a destra, lasciandolo aperto. Paolino si reca alla tavola apparecchiata in mezzo; la esamina, aggiusta qua e là, posate, bicchieri.

Paolino

(eseguendo).

Così.... così.... così.... E quella marmotta di Totò, intanto, che ancora non viene! Mi disse fra cinque minuti.... eccoli qua, i cinque minuti del signor farmacista! Un’ora! È passata un’ora!

Signora Perella

(dall’interno, strillando).

Ahi!

Paolino

(accorrendo davanti all’uscio).

Che hai fatto?

Signora Perella.

Mi sono punta un dito, con lo spillo!

Paolino.

Ti esce sangue?

Signora Perella.

No. Non ne ho più nemmeno una goccia nelle vene!

Paolino.

Eh, lo so! E dovresti averne tanto, anima mia per dare un po’ di colore alle tue guance bianche.

Signora Perella.

M’ajuterà la vergogna, Paolino....

Paolino.

Non ci contare! Hai tanta paura, che la tua vergogna non avrà nemmeno il coraggio d’arrossire! Ma ho qua l’occorrente: non temere! L’ho portato con me.... (trae di tasca una scatoletta di belletto e altri oggetti per la truccatura e li depone sul tavolinetto) Ho qua tutto.... Dico di quell’imbecille di Totò che non mi porta ancora le paste! Sono sulle spine.... A fidarsi!... Se non fa a tempo! Ma mi disse: Vai, fra cinque minuti sarò da te....

Signora Perella

(dall’interno, piangendo).

Dio.... Dio.... Dio....

Paolino.

Che cos’è? Un’altra puntura? Piangi? (guarda nell’interno della soglia e arretra) Ah! È spaventoso! Apre di nuovo la bocca!

Signora Perella

(c. s., in un gemito).

Che avvilimento!... che avvilimento!...