XL.

Ed ecco a me venir, nella sua veste

Di luce avvolta, una ninfa celeste,

Che rischiarò la mia vista turbata:

Religione tra gli uomini è nomata.

Il castigo divin mi fe' provare,

Poi la verga m'impose di baciare;

Così insegnò al ribelle cuore mio

La sommissione ai voleri di Dio.

Anna More.

— Ero più giovane di te, Gertrude, — cominciò Emilia — quando fui sottoposta alla mia prova, e per ogni rispetto una persona assai diversa da quella che tu hai conosciuta. Tu sai forse ch'io perdetti la mamma in così tenera età, che non serbo alcuna memoria di lei. Ma mio padre si riammogliò presto, e nella matrigna ch'io ricordo come se fosse stata la mia vera madre, trovai tanto amore e tante cure da compensarmi pienamente della mia perdita. Io la rammento qual'era negli ultimi anni della sua vita: alta, gracile, delicata, con un viso dolce ma piuttosto malinconico. Vedova anch'ella d'un primo marito, aveva un figliuolo che divenne subito il mio solo compagno. Tutti i miei piaceri infantili furono divisi con lui. Quando mi dicesti, molto tempo fa, ch'io non potevo immaginarmi quanto tu amassi Guglielmo, fui sul punto di confidarti una parte di questa storia della mia prima giovinezza, a fine di persuaderti che nessuno meglio di me poteva comprendere un tale affetto: ma mi rattenni, perchè tu eri allora troppo bambina, e non volevo contristarti col racconto di casi dolorosi come i miei. Perciò tacqui. Le mie parole non potranno mai esprimerti quanto caro mi fosse quel compagno della mia infanzia. Ciò che eravamo l'una per l'altro, e l'influsso che l'una esercitava sull'altro ci univano coi legami d'una reciproca dipendenza: perchè sebbene egli fosse lo spirito dirigente, la volontà forte e determinata, ed io mi sottomettessi di buon grado a una dominazione cui la mia docile natura non ripugnava, c'era una cosa nella quale il mio baldo protettore e signore aveva bisogno del mio aiuto e del mio appoggio. Ero io quella che serviva da mediatrice tra lui e mio padre. Idolatrato dalla sua mamma, il ragazzo all'incontro era sempre trattato con freddezza e diffidenza dal patrigno che non lo comprendeva, e lungi dall'apprezzar le sue nobili qualità, pareva considerarlo con sospetto e antipatia. Ma ai miei sguardi imploranti, alle mie supplichevoli preghiere egli prestava benevolo orecchio, e il mio compagno sapeva che io ero pronta a spendere tutta la mia eloquenza in suo servigio ogni volta che gli occorreva ottenere un favore o far valere una scusa.

«Certo per nostra madre la durezza del marito verso il figliuolo di lei doveva essere una causa di grande infelicità. Ricordo bene con quale ansia si sforzava di nascondere i suoi falli, le sue imprudenze, e come spesso m'insegnasse ella stessa ciò che avevo da dire a fine di propiziare il mio babbo, che per amor mio molte volte perdonava al ragazzo il cui carattere ardimentoso e indipendente lo metteva non di rado in conflitto con un uomo severo oltremodo contro chi sia incorso nella sua collera.... E tu hai avuto occasione di giudicarne.

«Durante la sua vedovanza la mia matrigna era stata poverissima, e suo figlio, non avendo ereditato nulla dal proprio padre, si trovava alla mercè della generosità del mio. Questa era una pungentissima mortificazione per lui, e metteva a fiera prova il suo orgoglio già potente; spesso io lo vidi irritato e inasprito da benefizi che egli sapeva non essere largiti con mano paterna, mentre il signor Graham, che non intendeva questo sentimento, lo accusava in cuor suo di grossa ingratitudine.

«Finchè nostra madre ci fu conservata, si visse in discreta armonia: ma disgraziatamente quando io toccavo i sedici anni, fu colta da una malattia fulminante e morì. Ho presente sempre alla memoria l'ultima notte della sua vita. Ella mi chiamò al suo letto e mi disse con voce solenne: «Emilia, io ti rivolgo morendo questa preghiera: sii l'angelo custode del mio figliuolo!»

«Dio mi perdoni, — e così esclamando gli occhi spenti della cieca s'empirono di lacrime — se fui infedele alla mia missione!

«Quegli di cui ti parlo, — Emilia si guardava dal proferirne il nome — era allora un giovanetto diciottenne. Mio padre l'aveva da poco fatto entrare in qualità di commesso nel proprio banco, a mal suo grado, perchè egli desiderava seguire i corsi degli studi superiori; ma sua madre ed io l'avevamo indotto a cedere, vista l'irremovibile volontà del capo di famiglia. La morte della signora Graham strinse più che mai i vincoli tra suo figlio e me. Egli continuò ad abitare con noi, e passava in mia compagnia tutte le sue ore di libertà. Il babbo stava molto fuori, e quando era in casa si chiudeva nella biblioteca lasciando che lui ed io c'intrattenessimo a piacer nostro. Frequentavo allora la scuola ed ero un'alunna diligente, amantissima dei libri. Quante volte, quando tu mi parlavi dell'assistenza che ti prestava Guglielmo nei tuoi studi, mi ricordasti il tempo in cui io venivo così aiutata e incoraggiata dal mio tenero amico, sempre volonteroso d'adoprarsi per me con l'intelligenza e con l'opera.

«Ma la nostra felicità non era indisturbata. Spesso io vedevo sul volto di mio padre quella dura espressione che temevo sopra ogni cosa, mentre manifesti segni d'irritazione, d'ira talvolta, nell'aspetto del suo figliastro, m'avvertivano che una tempesta era scoppiata, probabilmente nel banco, senza ch'io potessi averne idea fuorchè dagli effetti. Nè potevo più intromettermi come mediatrice, perchè i guai insorti derivavano di solito da qualche negligenza reale o supposta, o qualche errore in materia d'affari, del giovane e inesperto commesso; colpe per le quali il babbo, negoziante fin nelle midolle, e ragioniere di scrupolosa esattezza, non aveva indulgenza, e in cui lo spensierato delinquente, privo d'attitudine all'ufficio impostogli, era proclive a ricadere.

«Le cose andavano innanzi così da sei mesi, quando a un tratto avvenne un grave mutamento. Evidentemente mio padre aveva ceduto a suggestioni di terze persone, o concepito egli stesso dubbi che l'inquietavano. Egli, come tu sai, è un uomo franco, onesto e schietto nei suoi propositi, quali si siano, che se anche volesse ricorrere a qualche artifizio non avrebbe l'astuzia necessaria per condurlo a termine con buon successo. Quindi ci avvedemmo presto della sua risoluzione di porre immediatamente un freno alla dimestichezza tra il suo figliastro e me. A tal fine introdusse nella famiglia una governante: la signora Ellis, che da allora non ci ha più lasciati. La presenza quasi continua di quella estranea, e gli ostacoli ch'egli cominciò a frapporre alle antiche consuetudini che favorivano la nostra intimità provavano abbastanza come egli intendesse sradicare e distruggere, se possibile, l'affezione da cui eravamo uniti. Nè invero è da maravigliarsene ove si rifletta che essendo io oramai donna, essa non era più da considerarsi come un'affezione fanciullesca, mentre un'altra sua forma non avrebbe ottenuto l'approvazione del babbo, posto che il figliuolo della sua seconda moglie, tanto adorato dalla madre, non godeva punto la sua benevolenza.

«Il dolore cagionatomi da sì fatti procedimenti non poteva compararsi che all'indignazione del mio compagno di sventura, il quale non s'era mai così fieramente risentito d'alcun altro atto ostile del patrigno: nè la tattica di questi riuscì a staccarlo da me, perchè sebbene evitasse con cura di mostrarsi sotto gli occhi della «spia», come denominava la signora Ellis, il suo genio inventivo escogitava numerose occasioni di vedermi e intrattenersi meco durante l'assenza di lei; condotta sommamente propria ad eccitare più che mai i sospetti di mio padre.

«Io sono persuasa ch'egli v'era spinto soprattutto da un profondo senso della malevolenza e dell'ingiustizia usategli e dal desiderio di manifestare la sua indipendenza da ciò che stimava un'inescusabile tirannia: non ho nessuna ragione di credere che l'idea d'un idillio romantico o di un futuro matrimonio entrasse nei suoi calcoli. E io che allora non conoscevo legge superiore alla sua volontà o almeno non vi obbedivo, mi prestavo senza esitare a questi piccoli inganni per eludere la vigilanza da cui saremmo stati separati.

«Ma mio padre, come non è raro il caso tra le persone poco socievoli, e in apparenza poco osservatrici, vedeva i nostri sotterfugi meglio che noi non si pensasse, e si figurava più cose che non esistessero in realtà. Egli ci spiava attentamente, ma contro il solito suo modo di procedere s'astenne per qualche tempo dal frapporsi tra noi. Ben ponderando pensai poi che allora egli si proponesse di separarci in maniera più naturale di quella tentata, approfittando della prima opportunità per trasferire il suo figliastro in qualche posto connesso con la sua casa di commercio, sia all'estero sia in una città lontana degli Stati Uniti, e volesse evitare, finchè il suo disegno non fosse maturo, d'affliggermi cedendo al dispetto e alla collera che gli bollivano dentro; perchè ha sempre avuto, come adesso, per l'immeritevole sua figliuola tutta la tenerezza e l'indulgenza conciliabili col mantenimento della sua autorità.

«Ma prima che questo proposito fosse attuato, succedettero casi e sorsero sospetti i quali condussero alla sua perdita l'uno, e immersero l'altra.... —

La voce mancò ad Emilia.

Ella chinò il capo sulla spalla di Gertrude e pianse amaramente.

— Non vi forzate di narrarmi il resto, cara, — disse la giovanetta. — So, ora, quanto siete infelice, e basta. Risparmiatevi, ve ne prego, lo strazio di ridestare per amor mio i dolori passati.

— Passati! — esclamò la cieca ritrovando la voce, ed asciugando le sue lacrime. — No, non sono passati mai.... Gli è soltanto perchè non soglio parlarne che m'hanno in questo momento sopraffatta così... Non credere però ch'io sia infelice, Gertrude. La mia pace di rado è turbata, nè avrei permesso ai deboli miei nervi di rilassarsi, comunicandoti i segreti di quel mio duro tempo di prova che mai potrò dimenticare, se non fosse che, conoscendo tu quanto dolcemente e armoniosamente volga la mia vita verso il grande ed eterno risveglio, desidero provare alla diletta mia figliuola il potere di quella fede divina per cui le mie tenebre furono mutate in luce maravigliosa, e un'afflizione come la mia fu la benedetta foriera della gioia suprema. Ma non mi rimane più molto da narrare, e lo dirò il più brevemente possibile. —

Ella proseguì con voce ferma benchè sommessa e un po' soffocata.

— Io m'ammalai d'improvviso. Avevo una gran febbre. La signora Ellis, da me trattata sempre con freddezza e spesso con disdegno (ero, devi sapere, una bambina viziata), m'assistette giorno e notte mostrandomi una premura e una devozione ch'io non avevo diritto d'aspettare da lei. Grazie alle sue cure e alla scienza del dottor Jeremy, già allora nostro medico di famiglia, dopo alcune settimane entrai in convalescenza. Stavo già abbastanza bene da essere in grado di rimanere alzata e vestita parecchie ore, quando, un pomeriggio, per mutare aria e scena, passai dalla mia camera nella biblioteca del babbo, ch'era la stanza attigua, e mi posi quasi a giacere sul divano. Restai sola perchè la signora Ellis doveva attendere alle faccende domestiche; ma prima di lasciarmi aveva portato lì e collocato in modo ch'io v'arrivassi con la mano un tavolinetto su cui si trovavano varie boccette, bicchieri e altre cose delle quali potevo aver bisogno durante la sua assenza.

«Era verso la fine d'una giornata di giugno, e io, dal divano, guardavo il calar del sole, prossimo al tramonto. Un senso di solitudine m'opprimeva, perchè da sei settimane non avevo più avuto altra compagnia che quella della mia infermiera, salvo le periodiche visite del babbo. Figurati l'immenso mio piacere quando insperatamente vidi comparire il compagno per me più geniale, e adesso poco men che proibito! Non c'eravamo riveduti da che mi ero ammalata, e dopo quella lunga e crudele separazione il nostro incontro fu più affettuoso che mai. Egli, insieme con un temperamento focoso e indomito, aveva una profondità di sentimento, una tenerezza di cuore, una dolcezza di maniere quasi femminili. Come ricordo sempre l'espressione del nobile suo viso, i maschi toni della sua voce, mentre seduto accanto a me sull'ampio divano, bagnandomi le tempie doloranti con acqua di Colonia presa da una delle boccette ch'erano sul tavolino, mi ripeteva tutta la sua gioia di rivedermi!

«Da quanto tempo fossimo là non saprei dire, ma il crepuscolo già invadeva la stanza quando fummo interrotti da mio padre, il quale entrò bruscamente, venne diritto verso di noi a passi affrettati, e fermandosi di botto a una certa distanza incrociò le braccia e squadrò il suo figliastro con tale aria d'iroso disprezzo, ch'io nulla avevo mai visto di più terribile. Il giovane si rizzò e l'affrontò con uno sguardo di sfida, in atto superbo. Non posso nè vorrei descriverti la scena che seguì.

«Mi basti dire che mio padre, eccitatissimo, scagliava contro l'oggetto del suo furore una doppia accusa, ove poneva in secondo luogo la bassezza, così egli diceva, di cercare d'acquistarsi mediante spregevoli arti l'amore e con esso le ricchezze dell'unica sua figliuola, colpa veniale a paragone del nero, dell'infame delitto di falso di cui appunto l'aveva scoperto reo, un falso in cambiali, per una somma ingente, servendosi del nome del suo benefattore.

«Fino ad oggi, per quanto io sappia, — continuò Emilia, commossa intensamente — questa imputazione non fu contraddetta, ma io non l'ho creduta mai fondata, nè allora nè poi. Quali si fossero i suoi errori (e a non pochi lo trascinò il suo temperamento impetuoso) di questa criminosa azione, sebbene nemmeno la sua parola me lo attesti, non esito a dichiararlo innocente.

«Non ti farà maraviglia, Gertrude, che debole e ancora malata com'ero, io non fossi capace di notare in quel momento, e ancor meno possa rammentarmi ora distintamente, i fatti che le parole funeste provocarono. Però alcune immagini confuse, le ultime dipintesi nei miei poveri occhi, mi sono tuttora impresse nella memoria e visibili in pensiero. Mio padre dava le spalle alla finestra, e dal punto ch'entrò quella sera nella biblioteca non ho più riveduto la sua faccia; ma la figura dell'altro, dell'accusato, illuminata com'era dagli estremi raggi d'un tramonto d'oro, m'è presente sempre in pieno rilievo. La testa era fieramente rigettata all'indietro; negli occhi chiari e calmi che sostenevano uno sguardo scrutatore s'affermava l'innocenza sicura sotto l'oltraggio; il pugno stretto sembrava fare un vano sforzo per frenare la collera violenta manifestata dalle labbra compresse, dai denti serrati, dal viso fremente di viva e profonda indignazione. Egli non parlava: la voce gli rimaneva soffocata nella gola. Pure il suo patrigno seguitava ad inveire con un linguaggio senza dubbio duro e offensivo, benchè io non rammenti i termini. Faceva paura osservare le alterazioni che scomponevano i lineamenti del giovane, mentre ritto di fronte a lui ascoltava le ingiurie e i cocenti rimproveri che quegli per certo credeva in buona fede giusti e meritati, ma che accendevano nell'animo dell'offeso un'ira furibonda, spaventosa.

«A un tratto egli fece un passo innanzi sollevando lentamente la mano chiusa che aveva lasciato fino allora pendere lungo il fianco. Io non so se volesse prendere il Cielo a testimone della sua innocenza del crimine imputatogli, o se intendesse colpire mio padre, perchè a quel gesto balzai in piedi risoluta a gettarmi tra loro e supplicarli di placarsi, per amor mio; ma le forze mi fallirono, e, con un acuto grido, ricaddi sul divano, svenuta.

«Oh, l'orrore del mio ritorno alla vita! Come troverò le parole per dirtelo?... Ascolta, Gertrude.... Egli.... il povero ragazzo perduto.... fuori di sè, si slanciò in mio soccorso.... Reso folle dall'ingiustizia atroce non sapeva ciò che facesse. A Dio è noto che mai, mai glielo apposi a colpa, e se nella mia disperazione proferii parole che sonavano come un rimprovero, fu perchè anch'io ero frenetica, e non sapevo ciò che dicessi.

— Come! — esclamò Gertrude. — Avrebbe dunque egli...?

— No, no! Non egli.... non egli spense i miei occhi!... Fu una disgrazia. Volle prendere di sul tavolino la boccetta dell'acqua di Colonia che aveva adoprata poc'anzi. Di boccette ve n'erano là parecchie.... Nella sua furia ne afferrò invece una contenente non so che forte acido usato dalla signora Ellis nella mia camera di malata.... Aveva un tappo di cristallo, assai aderente.... ed egli.... la sua mano era mal ferma, egli, stappandola con uno sforzo.... versò il liquido....

— Sui vostri occhi? — gridò la giovane.

Emilia chinò il capo.

— Oh, sventurata Emilia!... E, misero, misero giovane!

— Misero davvero! Serba a lui tutta quanta la tua pietà, Gertrude, perchè egli fu di gran lunga il più infelice dei due.

— Oh, amica mia buona! Quanto dev'essere stato terribile il vostro dolore! Come avete potuto soffrirlo e vivere?

— Intendi il dolore per i miei occhi? Oh, sì, fu terribile assai! Ma lo strazio dell'anima fu ben peggio ancora....

— E che avvenne di lui? Che fece poi il signor Graham?

— Non posso darti un'esatta relazione di ciò che seguì. Io non ero in condizioni da poter sapere come fosse stato trattato da mio padre il suo figliastro. Puoi immaginartelo però. Bandì il giovane dalla sua casa, per sempre, dichiarò di non conoscerlo più; nè certo mitigò la sentenza con nessuna gentilezza, perchè ormai, oltre le accuse che gli moveva prima, aveva disgraziatamente da imputargli la cecità della sua figliuola.

— E voi non sapeste più nulla di lui?

— Sì. Mediante il buon dottore, il solo che fosse informato di tutto, seppi dopo qualche tempo ch'egli era partito per l'America meridionale; e nella speranza di poter ancora una volta comunicare col povero esiliato, ed assicurarlo del mio immutabile affetto, cominciai a rimettermi in salute; la febbre cessò, lo stato de' miei occhi migliorò alquanto, e il dottore perfino non escludeva la possibilità di restituirmi a grado a grado la vista. Passarono alcuni mesi. Quel benevolo amico, perseverando con diligenza nelle sue ricerche, giunse a scoprire alfine dove precisamente si trovasse lo sventurato giovane e quale fosse il suo recapito. Ma mentre, con l'aiuto della signora Ellis che la pietà aveva guadagnata alla mia causa, io principiavo una lettera piena d'amore, supplicandolo di ritornare, tutte le mie speranze terrene furono fatalmente troncate. Egli morì in terra d'esilio, solo, senz'assistenza, senza conforto: morì vittima di quel tremendo malore che rende i paesi meridionali inospiti allo straniero. Ed io, apprendendo la dolorosa notizia, ricaddi in condizioni più miserabili di prima, e a forza di piangere spensi quel barlume che incoraggiava il buon dottore, nè la vista potè esser più ridonata ai miei occhi.... —

Emilia tacque. Gertrude la cinse con le braccia, e rimasero strette l'una all'altra, in un tenero amplesso. Il comune dolore cementava la loro amicizia, la rendeva più cara che mai.

La cieca riprese:

— Io, Gertrude, ero allora una creatura del mondo, avida de' suoi piaceri, ignorante d'ogni altro bene. Dapprima perciò giacqui nelle tenebre più cupe, le tenebre della disperazione. Andavo intanto ricuperando le forze fisiche, e la vita mi si riapriva dinanzi, inutile e sconsolata. Tu non puoi farti un'idea della desolazione assoluta in cui trascorrevano i miei giorni. Spesso mi sono poi rimproverata il male che devo aver cagionato così al mio povero babbo, il quale, benchè non ne parlasse mai, era, ne sono sicura, profondamente afflitto dalle scene terribili avvenute, ed avrebbe dato tesori per riedificare il passato. Ma alfine un'alba sorse nella mia notte in apparenza eterna. E la luce mi fu recata da un ministro della Chiesa, il nostro caro signor Arnold. Egli dischiuse gli occhi del mio intelletto, accese la lampada sacra della religione nella mia anima placata, m'insegnò le vie della pace, e guidò gl'incerti miei passi verso quel beato riposo che già sulla terra è concesso ai fedeli di Dio. Per il mondo io sono sempre la disgraziata cieca che il triste suo fato esclude da ogni godimento; ma il mio risveglio alla vera luce è tale, che per me la mia sorte è ben diversa, ed io posso esclamare come colui che provò la virtù sanatrice del suo Salvatore: «Una volta ero cieca, ma adesso veggo!» —

Gertrude quasi dimenticò le proprie pene ascoltando la straziante storia d'Emilia; e quando questa le pose una mano sul capo, ed implorò dal Signore la grazia che anche ella fosse resa atta a sostenere con pazienza le sue prove e ad attingervi nuova forza e nuova bontà, la fanciulla si sentì penetrar il cuore da quell'amore profondo, da quella fede sublime, che di rado vengono a noi se non nell'ora del dolore, e provano che soltanto soffrendo possiamo divenire perfetti.