XLI.
Ma la fanciulla a sè non venne meno
Nell'ora d'agonia; calma, il terrore
Stesso le infuse, ed il cuor suo l'orrore
Tutto conobbe, e in ogni parte appieno.
Southey.
Posto che il signor Graham nella sua lettera manifestava il proposito di trovarsi sulla banchina all'arrivo del piroscafo a Nuova York per ricevere la sua figliuola e Gertrude, il dottor Jeremy stimò inutile d'accompagnarle oltre Albany, dove le avrebbe vedute imbarcate e donde poteva poi proseguire direttamente per Boston, sulla linea ferroviaria dell'Ovest. La sua signora era oramai impaziente di ritornarsene a casa e non si sentiva nessuna voglia di rivisitare la gran metropoli con quel gran caldo.
— Addio, Gertrudina, — disse il dottore nel salutarle sulla tolda d'uno dei piroscafi percorrenti il fiume Hudson. — Ho gran paura che voi abbiate perduto il cuore a Saratoga: non siete più vispa ed allegra come prima. Non credo però che si sia potuto smarrire molto lontano, in un luogo così; dunque procurate di ritrovarlo prima che ci rivediamo a Boston. —
Egli era appena sceso a terra, e mancavano pochi minuti alla partenza, quando salì a bordo una gaia comitiva d'elegantoni, parlando e ridendo più forte che non consentisse, a parer di Gertrude, la buona educazione. Nel gruppo spiccava Isabella Clinton, la quale era fatta segno di scherzosi e piacevoli motti da parte dei suoi amici, e sebbene fingesse d'esserne stizzita e quasi d'adontarsene, tradiva la propria compiacenza con l'espressione del bel viso invermigliato e ridente. A un tratto la mimica significativa d'alcuni di essi, e un ssst sommesso, avvisò dell'avvicinarsi di qualcuno che non doveva udire le loro osservazioni: e Guglielmo Sullivan comparve, con una sacca da viaggio in mano e un pesante scialle sul braccio. Il suo aspetto era grave, come la sera innanzi, probabilmente per la medesima ragione. Egli passò davanti a Gertrude che aveva calato il velo sulla faccia, e andò ad Isabella presso la quale depose sopra una seggiola il suo fardello.
Mentre le parlava con voce sommessa, la campana di bordo invitò bruscamente quelli che non partivano a lasciare il piroscafo. Il giovane fu costretto ad allontanarsi in fretta, e venne a trovarsi di qualche passo più vicino a Gertrude nell'atto che concludeva il suo discorso all'altra dicendo:
— Dunque, se farete il possibile per ritornare giovedì, cercherò d'aver pazienza fino allora. —
Gertrude distinse chiaramente queste parole.
Un minuto dopo la macchina si metteva in moto, non senza però che un uomo d'alta statura, sopraggiunto in quel momento, facesse a tempo d'imbarcarsi, fra il terrore degli spettatori, varcando con un salto audace lo spazio che già divideva il bastimento dalla riva. Egli tranquillamente passò nel salotto dei signori dove si stese su un divano, trasse di tasca un libro, e si pose a leggere.
Quando, incominciato il viaggio, si fece un po' di quiete sulla tolda, Emilia domandò piano alla sua compagna:
— Non ho forse udito dianzi la voce d'Isabella Clinton?
— Infatti, — rispose Gertrude — è qui. Siede dalla parte opposta, e ci dà le spalle.
— Non ci ha vedute?
— Sì, credo. Guardava in questa direzione mentre le persone che sono con lei sceglievano i loro posti.
— E lei ne ha scelto uno che le permette di non vederci ora?
— Sì.
— Forse va a Nuova York per salutare la signora Graham.
— È probabile. Non ci avevo pensato. —
Seguì un silenzio. Emilia pareva pensosa. Infine ella mormorò appena:
— Chi era il signore che venne a parlarle, un momento prima della partenza?
— Guglielmo, — disse Gertrude con voce tremula.
Emilia le premette la mano e tacque. Anche ella aveva udito le parole di Guglielmo, e comprendeva che significassero per la sua amica.
Passarono alcune ore. Avevano percorso un gran tratto del fiume, perchè la velocità del piroscafo era grande: troppo grande, pensava Gertrude, per la sicurezza dei passeggeri. Dapprima, assorta nelle sue riflessioni e incapace di godere i pittoreschi paesaggi che poche settimane innanzi l'avevano tanto deliziata, ella era rimasta indifferente ad ogni cosa intorno, fissando lo sguardo nelle acque azzurre e profonde, e comunicando col proprio cuore. Ma a grado a grado la sua attenzione fu attratta da varie circostanze che eccitavano a bordo una viva curiosità, e finirono col destarle tanto spavento, che il corso de' suoi pensieri ne fu interrotto ed ella non potè più considerare se non le presenti condizioni d'Emilia e sue, e le possibili loro conseguenze.
Parecchie volte, dopo lasciata Albany, il loro piroscafo era passato davanti a un altro di pari dimensioni, costruzione e velocità, recante anch'esso un carico di vite umane e diretto alla stessa mèta. Di tanto in tanto, nella loro corsa sfrenata, la contiguità delle due navi era tale da provocare serie inquietudini nel sesso debole e fiera indignazione nel forte. Si diceva che facevano una gara di rapidità, e si contendevano la vittoria disperatamente. Alcuni dei passeggeri, incuranti del pericolo, s'appassionavano per quella lotta insensata, ed eccitatissimi seguivano con folle ardore, frementi di piacere, le vicende della corsa in cui l'ambizione delle due rivali si manifestava con prove d'inaudita temerità. Ma gli altri, cioè il maggior numero, che comprendeva tutte le persone ragionevoli e di buon senso, guardavano quello spettacolo, sdegnati e impauriti. A molte delle stazioni sulla riva il piroscafo non si fermava affatto; e dove sostava un attimo, i disgraziati viaggiatori venivano spinti fuori o dentro con furia indecente a rischio della loro incolumità, e i rispettivi bagagli (o quelli di qualcun altro) scaraventati dietro a loro, senza cerimonie, mentre la macchina ansante e ruggente urlava contro la violenza fatta alla sua libertà. Verso mezzogiorno quella febbrile agitazione era al colmo, e neppure le assicurazioni del comandante che non si correvano pericoli, riuscirono a calmarla interamente.
Gertrude, seduta accanto ad Emilia, le teneva stretta una mano e spiava ansiosa ogni indizio di terrore, procurando d'indovinare la verità dal contegno e dall'aspetto dei compagni di viaggio che le sembravano più intelligenti. Emilia, che non vedeva nulla di quanto avveniva intorno a lei, ma che la finezza del suo udito aveva resa accorta dello spavento generale, era tranquilla, benchè pallidissima: di quando in quando interrogava la fanciulla circa la vicinanza del secondo piroscafo, perchè la minaccia d'una collisione era la causa che principalmente turbava i passeggeri.
Alfine quello su cui esse erano imbarcate giunse a oltrepassare il suo competitore; il comandante affermò di nuovo che la sicurezza era piena ed intera, e la calma ritornò a poco a poco; chi riprese le conversazioni interrotte, chi spiegò un giornale. L'allegra compagnia di cui faceva parte Isabella Clinton e fra la quale grandissima era stata la paura, ricominciò a chiacchierare e ridere chiassosamente. Ma Emilia aveva sempre il viso bianco, e a Gertrude parve alquanto spossata.
— Scendiamo sotto coperta, cara, — le disse questa. — Tutto è quieto, oramai, possiamo star sicure. Nel salotto delle signore ci sono sofà comodissimi; vi metterete un po' a giacere, e ci faremo portare un bicchier d'acqua. —
La signorina Graham acconsentì. Cinque minuti dopo erano stabilite gradevolmente in un angolo del salotto dove rimasero indisturbate fino all'ora del pranzo. Non andarono però a tavola. Avevano già destinato d'astenersene, e dopo la scossa sofferta la mattina non ne avrebbero avuto più voglia in nessun caso. Se ne stettero perciò tranquille dov'erano, mentre i passeggeri accorrevano alla chiamata, da ogni parte del piroscafo, desiderosi di ristorarsi con un buon pasto dopo tanti spaventi; e potevano farlo in pace, perchè la gara di velocità era cessata e a bordo tutto procedeva con perfetto ordine.
Gertrude aperse il suo panierino da viaggio e prese l'involto contenente la loro colazione. Non era una di quelle colazioncine che le mamme previdenti e amorose apparecchiano per la famiglia in viaggio, ghiotte del pane per la materia prima e la preparazione appetitosa, ma consisteva semplicemente in un po' di roba asciutta che il dottor Jeremy s'era procurato in fretta all'albergo prima della loro partenza da Albany. La fanciulla girava lo sguardo dalle fette di lingua rinsecchita e di pane raffermo, alle focaccine spugnose parecchio stantie, ed esitava, non sapendo che cosa di quel poco felice assortimento dovesse raccomandare ad Emilia, quando un cameriere negro, di civile aspetto, entrò portando un gran vassoio carico di piattini scelti, lo posò sulla tavola vicina a loro, poi volgendosi a Gertrude chiese che altro desiderassero.
— Ma questo non è per noi, — ella rispose. — Avete sbagliato.
— Punto sbaglio, — replicò l'uomo. — Ordini ricevuti per signora cieca e signorina bella. Io obbedisco ordini. Altro, signorina?
— No, ci basta. —
Il negro uscì, e Gertrude, tentando di mostrarsi allegra, domandò ad Emilia che avessero a fare di quel pranzetto comparso come nella fiaba d'Aladino.
— Mangialo, cara, se puoi, — disse questa. — È per noi di certo.
— Ma a chi lo dobbiamo?
— Alla mia cecità e alla tua bellezza, pare, — fece Emilia sorridendo; e soggiunse ingenuamente: — Forse il primo cameriere o il maggiordomo ha avuto compassione di noi, visto che non eravamo in istato di venire a tavola, e ci ha mandato il pranzo qui. Suvvia, mangialo, figliuola, prima che si diacci.
— Io?... Non ho appetito, veramente.... Ma sceglierò un bocconcino delicato per voi. —
Quando il cameriere venne a riprendere il vassoio, si mostrò contristato vedendo che avevano toccato appena quelle buone cose. Gertrude gli diede una mancia domandando a chi dovesse pagare il conto.
— Pagare, signorina! — egli esclamò con un grottesco sorriso. — Mai più! Il signore paga tutto!
— Chi? — interrogò ella, molto stupita. — Che signore? —
Ma prima che l'uomo potesse rispondere un altro negro dal grembiulone bianco apparve sull'uscio, e rivolse un cenno al suo compagno, il quale s'affrettò a prendere il vassoio e trotterellò via, piegato sotto il peso, lasciando Gertrude ed Emilia alle loro congetture circa il benevolo incognito.
Finirono col concludere che quella inaspettata cortesia veniva senza dubbio dal dottor Jeremy: evidentemente egli aveva dato ordine di servirle, e pagato ogni cosa, prima di lasciare il piroscafo. Nè mai il buon dottore ricevette un più immeritato tributo di elogi e di gratitudine, giacchè per quanto avesse un cuor d'oro, atti di così raffinata galanteria non se li sarebbe sognati nemmeno.
Appena mangiato, Emilia si ricoricò, e diede a Gertrude il consiglio d'imitarla; poi, credendo che lo avesse seguito, cercò di prender sonno, e dormì placidamente un'ora. Ma la sua compagna vegliava accanto a lei, con amorosa cura, impedendo alle mosche di turbare un riposo di cui la povera cieca, nel suo debole stato di salute, aveva gran bisogno, dopo due notti quasi insonni.
— Che ore sono? — chiese Emilia destandosi.
— Manca poco alle tre e un quarto, — rispose la giovanetta, guardando il suo orologio, bellissimo dono d'una classe delle sue alunne.
Emilia si rizzò, dicendo:
— Non possiamo dunque essere molto lontano da Nuova York. Dove ci troviamo ora?
— Non lo so precisamente, ma credo in vicinanza delle Palizzate. Se non vi dispiace d'aspettarmi qui vo a vedere. —
Attraversò la sala, e cominciò a salire la scaletta. In quella fu colpita e spaventata da un suono stridente accompagnato dal rumore di passi precipitati. Ella proseguì tuttavia, sebbene più volte urtata da persone che con faccia spaurita accorrevano in frotta per conoscere la causa di quello scompiglio. Aveva guadagnato a stento il sommo della scala, quando un uomo le passò davanti di fuga, ansimante, pallidissimo, gettando il grido terribile:
— Fuoco! Fuoco! —
Di lì a un secondo seguì una scena di sgomento e confusione, indescrivibile. Acute grida s'alzavano al cielo, gemiti di disperazione erompevano da cuori spezzati dal terrore e dal dolore per i loro cari, o impazziti dalla certezza della propria fine imminente. Ognuno invocava soccorso dagli altri, e nessuno era in grado di prestarne. Uomini che non avevano mai pregato imploravano Dio con fervore. I cervelli più forti erano sconvolti, gli animi più valorosi si sentivano mancare, cedevano all'orrore dell'ora.
Gertrude eresse la snella persona, e girò intorno i grandi occhi neri dilatati dallo spavento. Dappertutto era tumulto, ma l'elemento distruttore non appariva ancora che in un punto solo. Verso il centro della nave, dove causa l'eccessivo riscaldamento della macchina s'era incendiato il legno asciutto delle parti circostanti, una voluminosa fiamma sgorgava dardeggiando le sue lingue formidabili e facendo retrocedere interroriti i più coraggiosi. A quella vista la fanciulla si slanciò giù per la scaletta pensando soltanto a raggiungere Emilia. Ma fu arrestata al primo passo. Le braccia vigorose di qualcuno ch'era dietro a lei le cinsero la vita ed ella si sentì trarre con impeto sopra coperta, mentre una voce familiare diceva ansando:
— Gertrude, figliuola mia, caro tesoro, state quieta, state quieta, io vi salverò! —
Non per nulla il signor Phillips, giacchè era lui, le raccomandava di star quieta: ella si dibatteva perdutamente, gridando:
— No! No!... Emilia.... Emilia! Lasciatemi.... a costo di morire devo trovare Emilia!
— Dov'è? — domandò egli.
— Laggiù, laggiù, — indicò Gertrude — nel salotto.... Lasciatemi andare.... lasciatemi.... —
Egli gettò un rapido sguardo in giro, poi disse con tono fermo:
— Calmatevi, figliuola: vi salverò tutte e due. —
D'un balzo egli fu a piè della scala e si precipitò nel salotto.
Emilia era nell'angolo più lontano, in ginocchio, con la testa arrovesciata all'indietro; e la sua faccia pareva la faccia d'un angelo.
Phillips e Gertrude corsero a lei; e mentre l'uno si chinava per sollevarla tra le sue braccia, l'altra esclamò ansiosa:
— Venite, Emilia, venite! Egli ci salverà! —
Ma la cieca resisteva.
— No, lasciami, Gertrude.... salvatevi voi! Oh, — soggiunse supplichevole, alzando il viso verso lo sconosciuto — non pensate a me, salvate la mia creatura! —
Ma non aveva finito di proferire queste parole, che egli già la portava fuori della sala, seguito dalla fanciulla.
— Se possiamo attraversare la nave siamo sicuri! — disse il signor Phillips con voce soffocata.
Impossibile. Tutto il centro della tolda ardeva.
— Dio buono! — egli esclamò. — Troppo tardi! Bisogna tornare indietro. —
Non senza difficoltà poteron giungere al salone lungo. In quel momento il piroscafo, che non appena scoppiato l'incendio era stato diretto verso terra, urtò contro le rocce e si spaccò nel mezzo. La parte anteriore venne perciò a trovarsi presso la riva, e per coloro che l'occupavano la salvezza era quasi certa. Ma ahimè, non così per i passeggeri che stavano a poppa. La poppa restava lontano, nel fiume, e il vento spingeva le fiamme divoranti in quella direzione, ponendo i disgraziati che si rifugiavano ancora in quel frammento della nave perduta, tra due elementi egualmente fatali.
Arrivati nel salone il primo pensiero del signor Phillips fu d'aprire una finestra e saltare sul bordo traendosi dietro Emilia e Gertrude. Vi pendevano alcune corde. Egli ne prese una, e l'attaccò alla nave con la destrezza d'un vecchio marinaro. Poi si rivolse alla giovanetta:
— Gertrude, — disse scolpendo le parole — io porto Emilia alla riva, a nuoto. Se il fuoco s'avvicina troppo, aggrappatevi al bordo. In caso disperato sospendetevi alla corda. Lasciate svolazzare il vostro velo. Vo e torno.
— No, no! — gridò Emilia. — Prima Gertrude!
— Zitta! — fece questa. — Ci salveremo tutti.
— Tenetevi bene alla mia spalla, Emilia, — soggiunse il signor Phillips che l'aveva ripresa in braccio, senza badare alle sue proteste.
S'udì un tonfo in acqua. Erano partiti.
A un tratto Gertrude si sentì afferrata per di dietro. Volse il capo. Isabella Clinton, inginocchiata, pazza di terrore, s'abbrancava a lei in guisa da ridurre l'una e l'altra all'impotenza, e in pari tempo gridava con tono lamentoso:
— Oh, Gertrude, Gertrude, salvatemi! —
Ella cercò di sollevarla, ma ogni sforzo era inutile perchè senza fare il minimo gesto per aiutarsi, quella s'avvolgeva follemente il grave abito da viaggio di Gertrude intorno alla persona quasi a schermirsi dalle fiamme invadenti, e quanto più presso a loro veniva balenando la luce sinistra, con più selvaggia frenesia la interrorita fanciulla s'aggrappava alla sua compagna di sventura, pur implorando con alte grida il suo soccorso mentre la teneva così impedita.
Ma a questa era impossibile qualsiasi tentativo di salvezza finchè rimaneva imprigionata in quella tenace stretta. Ella guardò nella direzione in cui s'era allontanato il signor Phillips e con gioia lo vide ritornare. Egli, deposta Emilia in una barca fortunatamente incontrata, s'affrettava verso l'altra pericolante.
In quel momento una gran fiammata arrivò, spinta dal vento, in tanta prossimità del luogo dov'erano rifugiate le due giovani, che Gertrude, la quale stava ritta, ne sentì il cocente calore, e tutt'e due furono mezzo soffocate dal fumo.
Allora nell'animo della nobile creatura sorse una risoluzione eroica. Il signor Phillips già s'avvicinava. Una di loro poteva essere salvata. Sarebbe Isabella. Ella invocava aiuto da lei: non glielo negherebbe. E poi Guglielmo amava Isabella; egli avrebbe pianto s'ella fosse perita.... No, questo dolore gli verrebbe risparmiato. Per Gertrude non piangerebbe, non molto almeno.... Se una doveva morire, morrebbe lei, dunque....
Per una volontà come la sua, risolvere era fare.
— Isabella, — ella disse col tono di quella severità che s'userebbe verso un bambino caparbio, dal quale le esortazioni amorevoli non hanno ottenuto nulla — m'udite? Rizzatevi in piedi: fate quanto vi dico, e sarete salva. M'udite? —
Ella udiva, tremava, e non si moveva.
Gertrude si chinò, le separò a viva forza le dita delle mani convulsamente intrecciate, e riprese, con una durezza a cui solo la necessità poteva indurla:
— Se voi m'obbedite, tra cinque minuti sarete sulla riva, sana e salva, intendete? Ma se v'ostinate a non muovervi e comportarvi come una bimba senza giudizio, periremo tra le fiamme, l'una e l'altra.... Su, su, per amor di Dio, non c'è tempo da perdere! E notate bene le mie parole! —
Isabella si rizzò, fissò gli occhi nel viso calmo e risoluto di Gertrude, e domandò con voce piagnucolosa:
— Che debbo fare?
— Vedete l'uomo che s'avvicina a nuoto?
— Sì.
— Viene a noi. Tenetevi afferrata a questa corda; io vi calerò pian piano a fior d'acqua. Aspettate! —
E strappatasi di capo il lungo velo turchino, lo annodò al collo d'Isabella e lo rigettò sui biondi suoi capelli.
Il signor Phillips arrivava.
— Lesta, lesta! O sarà troppo tardi! —
Isabella afferrò la corda, ma retrocedette sgomentata all'idea dell'acqua sotto i suoi piedi. Però una nuova irruzione del fuoco, da una finestra, le diede il coraggio di sfidare un pericolo ch'era del resto soltanto apparente. Aiutata da Gertrude passò sopra bordo, e si lasciò calare giù. Fu sorte che il salvatore si trovasse pronto a riceverla tra le braccia, perchè la paura l'aveva tanto estenuata che non si sarebbe potuta reggere lungamente alla corda.
Gertrude non ebbe agio di seguirli con gli occhi: troppo doveva badare a sè. Le fiamme oramai giungevano fino a lei. A un piede di distanza appena dardeggiavano minacciose, ed ella, avvolta in una negra nuvola di fumo, quasi soffocava. Non poteva più esitare. S'attaccò alla corda lasciata libera da Isabella, che il signor Phillips rapidamente portava a salvamento, e scivolò lungo il fianco della nave divorata dal fuoco. Quanto tempo le sue forze le avrebbero permesso di reggersi così sospesa, quanto tempo quella parte ancora incolume dello scafo avrebbe sostenuto la corda? Non ebbe da sperimentarlo. Nel momento stesso che ella sfiorava la fredda superficie del fiume, l'enorme ruota, da cui si trovava poco lontana, diede un ultimo giro, con un rumore lugubre, spirante, che risonò come una nenia di morte; l'acqua agitata venne spumeggiando a percuotere la nave e ritirandosi travolse il corpo leggero della fanciulla.