XLII.

Dee la ragione governare il cuore,

E all'anima irrequieta che combatte

Tra la speme e il timor, suader la calma.

Cotton.

Il signor Graham, stanco dei viaggi e delle gaie compagnie che non si confacevano nè ai suoi gusti nè alla sua età, è ritornato a godere la quiete della vecchia villa.

Egli passeggia per i viali del giardino fermandosi di tratto in tratto ad osservare lo sviluppo di qualche bell'albero prediletto, o l'eccessivo rigoglio di alcuni arbusti già amorosamente coltivati, i cui ramoscelli negletti, pendenti, chiedono al giardiniere una buona potatura. Il suo aspetto ha un'aria di contentezza, di sodisfazione che mostra quanto egli goda di ritrovarsi nell'antica dimora familiare. Forse egli sarebbe restio a confessarlo, ma è un fatto: quel godimento deriva in gran parte dalla circostanza che la tranquillità del suo ritiro è piena e sicura, grazie alla temporanea assenza della troppo vivace e troppo socievole padrona di casa, la quale si trattiene ancora a Nuova York. Intanto s'abbandona con piacere all'illusione d'essere tornato ai bei giorni passati, quand'era libero e padrone di sè, come non è più adesso, perchè la signora Graham approfitta della sua età e de' suoi acciacchi per dominarlo, con arte, del resto, maravigliosa.

E la presenza d'Emilia e di Gertrude tanto intimamente associate ai ricordi di quei giorni, aggiunge forza al dolce inganno della fantasia. Esse sono là, nella casa silenziosa; le vedrà a pranzo; un pranzetto fine e succulento, presieduto dalla signora Ellis con la serietà e la precisione in lei abituali, e mangiato in pace, senza rischio di venire interrotti e disturbati da qualche chiassosa irruzione d'ospiti inattesi.

Sì, Gertrude, c'è anch'essa; miracolosamente salvata dalle acque che l'avevano travolta e quasi inghiottita, ella ha fatto ritorno alla quieta e veneranda villa che ora è per lei il luogo più caro sulla terra.

Dopo ricuperati, non senza difficoltà, i sensi smarriti nella lunga lotta tra la vita e la morte, aveva saputo che uomini pietosi venuti in soccorso dei naufraghi con una barca, l'avevano raccolta, mentre i flutti la risospingevano verso la nave in fiamme. Un minuto più tardi sarebbe stata perduta.

Ella non rammentava nulla. Dal momento che aveva commesso il leggero peso del suo corpo alla debole resistenza della corda, fino a quello in cui aveva riaperto gli occhi in una camera tranquilla e veduto Emilia china ansiosamente sul letto ove ella giaceva, c'era una lacuna nella sua memoria. Il signor Graham era arrivato alcune ore dopo la terribile catastrofe, e il giorno seguente le aveva ricondotte sane e salve all'antica villa da tanto tempo deserta.

La casa e le sue adiacenze conservano quasi il medesimo aspetto di quando apparvero per la prima volta agli sguardi maravigliati di Gertrude ancora bambina, in quella sua famosa visita, lungamente desiderata e intensamente goduta, che fu per lei durante mesi ed anni un inesauribile soggetto di entusiastici discorsi.

I grandi olmi che gettano sempre la densa loro ombra sul verde vellutato del pratello davanti alla casa; il viale bene inghiaiato che conduce fino all'ingresso e poi, biforcandosi, mette a destra nel boschetto dove i rami degli alberi s'intrecciano ad arco sopra esso, a sinistra, nell'orto dei peschi; la vecchia pergola coperta di lussureggianti caprifogli, il grande padiglione rustico dai pilastri grezzi e nodosi, il laghetto, la fontana, e in ispecie le aiuole, cui Giorgio, uno dei fedeli di Gertrude, ha quasi ridonato l'aspetto di quando ella le aveva in cura; tutte le cose, insomma, appaiono ridenti e familiari, quali nelle felici estati in cui Emilia, seduta nella sua poltrona da giardino, sotto l'ampia magnolia, ascoltava la voce allegra, le squillanti risate, il passo leggero della piccola giardiniera che movendosi in mezzo ai fiori come nel suo elemento dava alla tenera amica cieca l'idea d'un fiore animato, soavissimo fra tutti.

Di tanto in tanto un pettirosso in ritardo, ultimo dei numerosi stormi accorsi alla festa delle ciliege, e da lungo tempo partiti, viene saltellando per i sentieri o sulle siepi di bosso lindamente tagliate, e rizza la testolina guardandosi intorno con l'aria di dire: «È ora che parta anch'io!» Una famiglia di scoiattoli, antichi favoriti di Gertrude che si divertiva a osservarli quando si trastullavano fra i rami del salice dirimpetto alla sua finestra, va facendo la sua raccolta nei noci del giardino, dove ce ne sono parecchi, negli angoli tranquilli preferiti da quegli animaletti. Tutti affaccendati essi salgono e scendono, ciascuno con la sua noce in bocca. Non erano venuti l'anno scorso, o almeno non si erano fermati, perchè la signora Graham e il suo giardiniere avevano dichiarato loro la guerra. Ma quest'anno non ci sono nemici, e possono fare copiose provviste per il prossimo inverno.

La vecchia casa stessa sembra gioire della sua pace. La porta della facciata è aperta a due battenti. Nell'atrio la poltrona del signor Graham occupa il solito posto. Gli uccellini di Gertrude, ben custoditi dalla signora Ellis durante la sua assenza, saltellano sui sottili ballatoi della grande gabbia indiana appesa sotto il vasto portico. Il vecchio cane di guardia sta beatamente a giacere al sole, sicuro che nessuno lo molesterà. Il salotto è, come una volta, ornato da vasi pieni di fiori. E il signor Graham pensava ch'era assai gradevole una casa così quieta e ben ordinata, mentre saliva gli scalini dell'ingresso, faceva una fischiatina agli uccelli e una carezza al cane, si sedeva nella sua comoda poltrona e pigliava il giornale portatogli dalla linda servetta.

La cara vecchia villa era sempre quella. Il tempo non aveva fatto che conferirle nuova grazia, darle un'aria più riposata e più serena.

Ma i suoi abitatori?

Il signor Graham è passato attraverso nuove vicende, e sebbene certi tratti del suo carattere siano tanto profondi da non poter essere cancellati, egli per molti rispetti non è più lo stesso uomo. Un tempo si sarebbe coraggiosamente opposto a qualsiasi innovazione nelle sue consuetudini domestiche, a qualsiasi perturbazione de' suoi comodi; ma l'età senile e gli acciacchi avevano depresso alquanto il suo spirito e domato la sua volontà fino allora invincibile. Giusto nel momento di questa crisi egli s'era unito a una donna che possedeva energia e fermezza di propositi, combinate con una certa dose d'amabilità e di sagacia, in grado sufficiente per vincere il suo punto quando le stesse a cuore. Ella, ben inteso, lo compiaceva nelle sue piccole manie, e lo manteneva nella dolce illusione che la sua autorità (quando voleva esercitarla) era assoluta e incontrastabile; ma barcamenava in guisa da fare a modo proprio in tutte le cose importanti, e lo aveva infine ridotto a tale, ch'egli si stimava contento di godere i suoi comodi in quanto poteva e lasciare che il resto andasse per la sua china.

Non è quindi da maravigliarsi se tornato per alcune settimane alla vita del buon tempo antico, ne gioisse come uno scolaretto delle sue vacanze.

Emilia siede nella sua camera, neglettamente avvolta in un accappatoio. Ella è più pallida che mai, e l'espressione del suo viso è d'ansietà, di turbamento. Ogni volta che l'uscio s'apre, ella sussulta, trema, avvampa d'un improvviso rossore, e già due volte nella mattinata ha dato in uno scoppio di lacrime. Qualunque piccolo sforzo, fin quello di vestirsi, le sembra insostenibile: non può seguire la lettura che le fa Gertrude; e ogni tanto la interrompe con domande concernenti il piroscafo incendiato, il salvamento suo e d'altre persone, e tutti i particolari di quella terribile scena d'angoscia e di morte. Il suo sistema nervoso è, certo, fieramente scosso. Gertrude la guarda, e piange, stupita di vedere come la sua calma e la sua ragionevolezza l'abbiano abbandonata.

Esse sono insieme fin dalla prima colazione, ma Emilia non vuole che la fanciulla si trattenga con lei più a lungo. Insiste perchè ella esca, faccia una passeggiata, si distragga un poco. Ritornerà tra un'ora, ad aiutarla a vestirsi per il pranzo: questa è una cerimonia da cui la signorina Graham non si dispensa mai, essendo suo vivo desiderio conservare agli occhi del padre un'apparenza di salute e di felicità. Gertrude sente ch'ella davvero brama restar sola, e credendo che, per la prima volta, perfino la sua presenza le sia importuna, si ritira nella camera propria. E la cieca, non appena la sua compagna l'ha lasciata, china la faccia tra le mani e di nuovo dà in singhiozzi convulsi.

La signora Ellis, vista ritirarsi la fanciulla, la segue, chiude l'uscio, si mette a sedere, con un'aria che basterebbe da sola ad aumentare le apprensioni di Gertrude, e parla in tono declamatorio degli spaventosi effetti che produce sulla povera Emilia il ricordo dell'orrenda catastrofe.

— È tutta sconvolta, — conclude la governante — e se non comincia a star meglio tra breve, non esito a dirlo, temo le peggiori conseguenze. Emilia è debole; i viaggi non fanno per lei. Secondo me, bisogna che se ne stia tranquilla a casa sua. Già io non approvo cotesta smania di viaggiare, specie coi pericoli che si corrono in oggi. —

Fortunatamente per Gertrude, la signora Ellis viene chiamata in cucina, ed ella è alfine libera di meditare sugli eventi degli ultimi giorni: soggetto inesauribile, se nessuno l'interrompesse. Ma di lì a qualche minuto si presenta la servetta che ha portato il giornale al signor Graham, e porta qualche cosa anche a lei. Una lettera! La riceve con mano tremante, e quasi non osa guardare il bollo postale. Il suo primo pensiero è che sia di Guglielmo. Ma l'illusione svanisce senza lasciar luogo a speranze e timori. Se il bollo è di Nuova York, dov'egli potrebbe trovarsi, la scrittura le è affatto sconosciuta. Un'altra idea, di poco minor momento, le balena; oppressa dalla commozione a segno che si sente mozzare il respiro, ella rompe il suggello e legge:


«Mia diletta Gertrude, figliuola mia cara, perchè tale siete veramente per me, quantunque soltanto l'angoscia del terrore e della disperazione d'un cuore paterno potè strapparmi quelle parole.... Pure non era folle il sentimento che mi spinse nell'ora del pericolo a stringervi al mio petto e chiamarvi mia. Più volte l'avevo provato, e represso. E anche ora vorrei far tacere l'invito della natura, e partirmene, per andare a finire la triste mia vita piangendo in solitudine; ma la voce che ha parlato in me non può essere ridotta al silenzio.

«Se vi avessi veduta felice, gaia, senza pensieri, non avrei chiesto di condividere la vostra gioia, e men che meno avrei voluto gettare un'ombra sul vostro cammino. Ma voi siete contristata e conturbata, mia povera figliuola, e la vostra afflizione stringe tra noi un vincolo più forte di quelli del sangue: sì, mi fa mille volte vostro padre, perchè io sono un uomo infelicissimo e stanco, e so comprendere le pene altrui. Voi avete un cuore buono e gentile, cara mia creatura. Piangeste un giorno sui dolori d'un ignoto; non negherete dunque la vostra pietà, se non potete dargli il vostro filiale amore, ad un padre desolato, che con mortale angoscia scrive tremando le funeste parole da cui sarà forse condannato all'odio e al disprezzo dell'unica persona cui l'unisca un legame naturale! Già due volte prima d'oggi tentai di vergarla, e deposi la penna rifuggendo dall'impresa crudele. Ma per difficile che mi riesca il parlare, più difficile ancora è soffocare i palpiti del mio cuore inquieto: e però ascoltatemi, benchè sia probabile che poi non vorrete ascoltarmi mai più....

«V'è un uomo sulla terra al quale voi non pensiate senza orrore? Uno il cui nome non richiami alla vostra mente che fatti tenebrosi ed obbrobriosi, e sia stato da voi aborrito fin dai più teneri anni? Voi che tanto amate la vostra migliore amica, non avete appreso a odiare e disprezzare in pari misura il suo peggior nemico? Ah, non può essere diversamente! Ed io tremo pensando che la mia figliuola diletta fuggirà inorridita da suo padre quando conoscerà il segreto così lungamente custodito, così dolorosamente rivelato, quando saprà ch'egli è

«Filippo Amory.»

Finito di leggere, Gertrude alzò dal foglio un viso ch'esprimeva soltanto un profondo stupore. Quella strana missiva era per lei inintelligibile. Grosse lacrime le luccicavano negli occhi, l'eccitazione le tingeva le gote d'un vivo rossore. Era commossa, ma non comprendeva il senso delle parole di quell'uomo.

Stette alcuni minuti fissando lo sguardo nel vuoto, smarritamente, poi si rizzò di scatto e, con la lettera serrata in una mano mosse verso la camera di Emilia per comunicarne a questa il bizzarro contenuto e chiederle d'aiutarla a interpretarlo. Ma davanti all'uscio si fermò. Emilia già stava male, era agitata e depressa: non conveniva disturbarla, cagionarle forse nuovi affanni. Sollecita com'era venuta ella si ritirò, e tornò a sedere nella sua camera per rileggere la singolare dichiarazione e tentar di trovare le tracce del mistero.

Che il signor Phillips e lo scrivente fossero una sola e medesima persona le era subito apparso evidentissimo. Non era lieve l'impressione che avevano lasciata nell'animo suo le parole da lui proferite incontrandola nell'imminenza del pericolo, e tutta la sua condotta a bordo. Da tre giorni quell'esclamazione affettuosa le risonava di continuo all'orecchio ed occupava il suo spirito: «Figliuola mia, caro tesoro!...» Ora le balenava la consolante idea che il nobile e generoso straniero il quale aveva così coraggiosamente arrischiato la vita per salvare Emilia e lei, potesse in realtà essere suo padre: e tutte le fibre del suo essere fremevano di gioia, una speranza inebriante sopraffaceva il suo cervello, le dava le vertigini. Ora quell'idea le sembrava invece inverosimile, folle, e si sforzava di respingerla, di considerare la cosa in modo più razionale e più probabile: certo le parole e la condotta del signor Phillips si spiegavano come l'effetto d'una potente sovreccitazione, o forse d'una fantasia un po' disordinata, un po' turbata; ipotesi, quest'ultima, che anche in altre occasioni il suo contegno le aveva suggerito.

Dopo la catastrofe, ella, appena riacquistata la coscienza di sè, aveva chiesto notizie del salvatore di Emilia e d'Isabella: ma egli era scomparso, senza lasciare alcuna possibilità di rintracciarlo. Il signor Graham, arrivato poco appresso, aveva affrettato la loro partenza, e, per quanto riluttante, ella era stata costretta ad abbandonare ogni speranza di rivederlo. Perciò si trovava ridotta alle sole sue vaghe e insodisfacenti congetture.

Con Emilia ella non s'era mai confidata, per gli stessi motivi che l'avevano rattenuta ora dal consultarla sulla misteriosa epistola; ma tra sè medesima non aveva cessato di ponderare, notte e giorno, il linguaggio e le maniere inesplicabili del signor Phillips, non soltanto nel recente spaventoso evento, ma fin dal primo istante della loro conoscenza.

La seconda lettura della lettera la rese più perplessa ed inquieta che mai. Nè le destava nuove idee, nè dava consistenza a quelle ch'era andata volgendo in mente fino allora.

Ma per un'oretta ella stette a leggere e rileggere quelle righe, finchè le ebbe quasi scancellate con le lacrime che le piovevano dagli occhi, e a grado a grado diverse commozioni si manifestavano nella espressione del suo viso. A un tratto ella si rizzò, prese risoluta un foglio, e scrisse con una febbrile rapidità che mostrava come profondamente, e quasi terribilmente, fosse scossa in tutto il suo essere, anima e corpo, e si piegasse, vacillasse sotto il peso delle speranze, delle ansie, degli affetti, dei timori che si combattevano in lei:

«Caro, caro padre,

«Se posso osare di credere che siete tale, o se no, certo, il migliore amico mio.... ma come scrivervi, che dirvi, poichè tutte le vostre parole sono un mistero? Padre! Parola benedetta! Oh, Dio volesse che il nobile mio amico fosse mio padre! Eppure, ditemi, è forse possibile? Ahimè! Ho un triste presentimento che il mio bel sogno sia una mèra illusione, un errore....

«Io non ho mai udito pronunziare il nome di Filippo Amory. La mia buona, la mia dolce Emilia, mi ha insegnato ad amare tutti; l'odio e il disprezzo sono estranei alla sua natura, e, me ne confido, alla mia. Inoltre, ella non ha nemici, mai non ne ebbe uno al mondo, nè potrebbe averne. Sarebbe lo stesso far guerra a un angelo del Cielo, o ad una santa e soave creatura come lei.

«Nè giungerete a farmi credere che voi siate un peccatore, un reo. Non può essere. Farebbe torto a un'anima retta il pensarlo: ripeto, non può essere. Ben volentieri poserei il capo sul petto d'un tal padre; con gioia adempirei il dolce dovere di consolare i dolori dell'uomo benevolo e generoso che con abnegazione mirabile ha liberamente offerto la sua vita per me, e per altri la cui salvezza mi stava più a cuore della mia propria. Quando mi prendeste tra le vostre braccia e mi chiamaste figliuola, cara figliuola, io pensai che l'angoscia di quel terribile momento avesse eccitato e turbato il vostro spirito in modo da rivestirmi d'una falsa apparenza, da confondere forse la mia immagine con quella d'una persona amata e lontana.... Adesso credo che non fu passeggera follia, ma che piuttosto mi scambiaste sempre per un'altra a cui spetterebbe il grato ufficio di consolare la vita contristata d'un padre, mentre io, ahimè, rimango l'orfana non riconosciuta, non cercata, la povera creatura senza babbo e senza mamma, che sono stata fin dai miei più teneri anni.

«Se avete perduto una figlia, Dio conceda che vi sia restituita per amarvi come io v'amerei qualora avessi la fortuna d'esser quella! Ma tuttavia consideratemi come figliuola del vostro cuore, lasciate ch'io v'ami e preghi e pianga per voi, lasciate ch'io versi dall'anima tutta la mia gratitudine per le cure affettuose e la simpatia che m'avete prodigate.

«Eppure, benchè io non vanti questo diritto e non osi, sì, non osi, accarezzare il pensiero che voi non v'ingannate credendovi mio padre, non posso frenare i palpiti del mio cuore, e tremo, e quasi mi viene meno il respiro, quando mi balena la benedetta, la celeste speranza di questa possibilità! No, no, non voglio contemplarla, perchè temo che non potrei sostenere il dolore di vederla svanire!...

«Oh, che mai scrivo? Non so.... Una prolungata incertezza mi farebbe soffrir troppo; scrivetemi prontamente, o venite a me, caro padre.... voglio chiamarvi così una volta almeno, dovesse pur essere la prima e l'ultima.

«Gertrude.»

Il signor Phillips, o piuttosto Amory, giacchè questo era il suo vero nome, aveva dimenticato od omesso di menzionare il suo recapito. La giovanetta se ne avvide soltanto quando s'accinse a scriverlo sulla sua lettera, e provò un acuto dolore pensando che questa non gli sarebbe mai pervenuta. Ma si tranquillò alquanto osservando di nuovo il bollo postale. Egli doveva trovarsi a Nuova York. Senza esitare diresse colà la sua missiva; poi, non volendo affidarla ad altre mani, si mise il cappello, coperse con un velo il viso commosso, e s'avviò frettolosamente verso la Posta del villaggio.

Per le persone sensitive e di viva immaginazione, nulla v'è di più penoso che l'incertezza. Quando sappiamo che cosa dovremo sopportare, possiamo quasi sempre chiamar in nostro soccorso la forza e la rassegnazione necessarie; ma occorrono una pazienza e una resistenza non comuni per rendere uno capace d'aspettare con calma e serenità l'approssimarsi d'una grave crisi piena d'eventi di cui non è possibile prevedere la natura, ma che inevitabilmente eserciteranno un'azione dominante su tutta la nostra vita. Un momento la speranza prevale e promette un esito felice; sorridiamo, respiriamo, l'ansietà è bandita; ma ecco che a un tratto una parola, uno sguardo, perfino un pensiero cambia il corso dei nostri sentimenti; il volto si oscura, il petto è oppresso da una subita ambascia, la paura ci assale come un incubo, e quanto più ci siamo abbandonati a una gioia fidente, tanto più ci sprofondiamo nella tortura del dubbio o nell'agonia della disperazione.

Il caso di Gertrude era singolarmente penoso. Da una settimana ella già lottava contro un'angosciosa sospensione d'animo, quasi intollerabile; e adesso, d'improvviso, sorgeva un altro mistero, fonte d'incertezze non meno tormentose, d'affanni non meno intensi. Pareva invero uno sforzo superiore al potere d'una fanciulla così giovane, sensitiva, inesperta, il dominarsi a segno da reprimere le sue commozioni, dissimularle agli occhi altrui, soffrire sola, in silenzio, i crudeli rigori della sua sorte.

Eppure lo fece, e strenuamente. Sia che la gravità delle emergenze suscitasse in lei, come suole avvenire in una donna d'alti sensi e d'alto cuore, una proporzionata energia, sia che dinanzi alla inutilità d'ogni tentativo di sciogliere il complicato nodo del suo destino, ella si trovasse costretta a incrociare le braccia e chinare il capo rassegnata, sia che con umile fede resa più profonda e più ardente dal sentimento della propria impotenza, ella si rivolgesse per soccorso a Colui del quale ci appare tutta la forza nella nostra debolezza, certo si è che mentre si dirigeva a casa, dopo aver consegnato la sua lettera al mastro di posta, la sicurezza del suo passo, la calma del suo sguardo alzato al cielo, mostravano ch'ella aveva preso in quel momento una coraggiosa risoluzione: risoluzione saldamente mantenuta durante i due giorni ch'ebbe ad attendere la risposta di Filippo Amory.

Ed era questa: procurar di troncare per il presente le vane congetture e l'infruttuosa comparazione delle probabilità, che servivano soltanto ad affaticare il suo spirito, torturare il suo intelletto, turbare la sua pace; non occuparsi più di ciò che concerneva lei stessa; dirigere con un disperato sforzo tutte le sue energie fisiche e morali verso fini disinteressati, e aspettare pazientemente finchè la nube oscura che pendeva sul suo fato fosse dissipata dalla luce della verità, e la rivelazione squarciasse il mistero.

Fu ella medesima non poco maravigliata quando in progresso di tempo rammentò il gran numero di faccende domestiche e d'amichevoli prestazioni che quasi macchinalmente compì nel corso di quei due giorni di lotta contro pensieri che tentavano con violenza di riprendere il sopravvento e non potevano essere domati che mercè un enorme sforzo di volontà.

Ella spolverò e ricollocò tutti i libri della copiosa biblioteca, disfece i bagagli e ripose nel loro luogo gl'indumenti suoi e d'Emilia, aiutò la signora Ellis a riordinare le porcellane e le biancherie, e sbrigò molti altri lavori ch'erano stati negletti o posposti.

E così, lodevolmente ingegnandosi d'occupare le mani se non il cuore, ella attese.