XXIX.
È questo il mondo che ammiriamo? Questa
L'umanità che chiamasi civile?
Anna More.
Mentre, mezz'ora innanzi il pranzo, la signora Graham, le sue nipoti, Ben e Fanny Bruce, e il tenente Osborne, sedevano nel salotto, la sovrastante camera d'Emilia risonava di un'allegria che pungeva la loro curiosità. Non un'allegria clamorosa o sguaiata, ma schietta. Si distinguevano le risate argentine di Gertrude, a cui Emilia stessa univa in qualche scoppio le sue. Ed alle loro voci si mescolava una terza, oltremodo strana.
Rina Ray corse due o tre volte alla porta anteriore dell'atrio per udir meglio, e indovinare il soggetto di quell'ilarità cordiale; l'ultima, rientrò annunziando che Gertrude scendeva con la regina delle streghe.
Gertrude aperse l'uscio chiuso di colpo da Rina dietro a sè, e fece entrare la signorina Marta Pace, la quale s'avanzò a passettini misurati e minuti verso la signora Graham, e si fermò davanti a lei con una profonda riverenza.
— Come state, signora? — disse questa, che quasi sospettava Gertrude d'averle fatto una burla.
— La padrona di casa, m'immagino, — disse la signorina Marta.
L'altra confermò il proprio diritto a quel titolo.
— Una signora maestosa! — mormorò la bizzarra vecchietta a Gertrude, ma in modo d'essere udita, e spiccicando le sillabe con l'enfasi che le era particolare.
Poi si rivolse a Bella Clinton, che cercava di nascondersi nell'ombra d'una tenda, e avvicinandosi a lei con le mani alzate in atto di stupore, esclamò:
— La signorina Isabella, com'è vero ch'io godo la luce del giorno! E radiosa come un'aurora! Bontà celeste! S'è mai prodigiosamente espanso il fiore della vostra bellezza! —
La fanciulla aveva riconosciuto Marta Pace non appena comparsa nel salotto, ma nel suo sciocco orgoglio si vergognava di passar per familiare d'una persona così eccentrica, e avrebbe voluto fingere di non sapere chi ella fosse. Non glielo permise Rina, la quale venne avanti dicendo forte:
— O, signorina Pace, di dove siete capitata? —
La vecchietta le strinse le mani con aria estatica:
— Voi dunque mi riconoscete, signorina Caterina! Iddio versi le Sue benedizioni sul vostro capo per la memoria che serbate d'una vecchia amica!
— Certo, v'ho riconosciuta alla prima occhiata! Non vi si dimentica facilmente, voi.... Bella, non ravvisi la signorina Marta? Eppure io la vidi sempre in casa tua....
— Ah, è lei? — disse la superbiosa, mal tentando di far credere ch'ella in realtà non aveva ravvisato una persona che visitava spesso i suoi genitori, un tempo, ed era da loro tenuta in molta stima.
— Temo, — sussurrò udibilmente, come dianzi, Marta Pace, volgendosi a Rina — temo che in quel petto si celi un cuore orgoglioso! — Poi, senza mostrare d'accorgersi di Ben Bruce e del tenente ai quali voltava le spalle, soggiunse:
— Galanti, a quanto veggo.... giovani galanti.... Vostri o suoi? —
Rina, avvedutasi ch'essi avevano inteso e se ne divertivano, rideva dai precordi.
— Oh, miei, signorina Marta, — rispose senza esitare — miei tutt'e due! —
La vecchia zittella girò gli occhi intorno, e non trovando il signor Graham andò a domandare a sua moglie:
— Signora, dov'è il novello sposo? —
Un po' confusa, la signora Graham disse che suo marito sarebbe venuto tra poco, e l'invitò a sedersi.
— No, grazie, vi sono obbligata, ma io ho uno spirito investigatore, e, col vostro permesso, ispezionerò la sala. Vedo volentieri tutto ciò ch'è moderno. —
Ella incominciò dall'esaminare i quadri che ornavano le pareti. Ad un tratto si volse a Gertrude e domandò, abbastanza forte da essere distintamente udita:
— Cara, dite un po', che ne hanno fatto della seconda moglie? — E poichè la fanciulla la guardava stupita, si spiegò meglio: — Oh, intendo parlare dell'effigie: so bene che l'originale se n'è partito dal mondo, or è gran tempo: ma l'effigie della seconda signora Graham dove sarà? Stava sempre appesa qui, se la memoria non mi tradisce. —
Gertrude le mormorò all'orecchio la sua risposta, che provocò questo soliloquio della signorina Pace:
— Nel solaio! Già, gli è il corso della natura: il nuovo oblitererà fin la memoria dell'antico! —
E presa la giovanetta a braccetto terminò con lei il suo giro d'ispezione; poi, fermandosi davanti al gaio crocchio che si divertiva a guardarla, chiese di far la conoscenza del signor Bruce e d'essere presentata al «membro del compartimento della guerra» come designava l'ufficiale. Rina compì con aria cerimoniosa questa formalità e presentò il tenente Osborne anche a Gertrude, perchè l'indignava la trascuranza di sua zia che aveva creduto di potersene dispensare. Fu portata una seggiola alla signorina Marta, e questa sedette nel circolo dei giovani, che seguitò a intrattenere piacevolmente fino all'ora del pranzo.
Gertrude era risalita a prender Emilia per accompagnarla a tavola, dove il suo posto era accanto a lei. Occupata da un lato a servire la sua amica cieca, come sempre soleva, e avendo dall'altro la loquace vecchietta, non le rimaneva tempo di badare ad altri, con vivo rincrescimento del signor Bruce ch'era ansioso di farle notare le sue premure per Rina, la quale aveva i capelli ornati di rose muscose e il viso raggiante di sorrisi.
Anche Isabella godeva della manifesta ammirazione del suo tenentino. Le due ragazze, felici, conversavano animatamente coi loro adoratori, e nessuno pensava a disturbarle. Soltanto la signorina Marta di quando in quando attirava l'attenzione generale con le sue osservazioni, che, volessero essere facete o serie, non mancavano di suscitare un'ilarità qualche volta fuori di luogo, ma sempre irresistibile.
Il padrone di casa si mostrava pieno di riguardi verso quell'ospite singolare, e la signora, che sapeva render soavissime le sue maniere se le pareva opportuno, ed era amante degli spassi, nulla risparmiava per eccitarla a discorrere; tanto più che Marta Pace conosceva mezzo mondo, e faceva commenti appropriati e divertentissimi su quasi tutte le persone nominate nel corso della conversazione. Infine il signor Graham l'indusse a parlare di sè medesima e della sua vita solitaria: e Fanny Bruce che le sedeva a fianco le domandò arditamente perchè non si fosse maritata.
— Ah, mia graziosa damigella, — rispose la vecchietta — viene per ognuna la sua ora, e anch'io posso ancora prendere un compagno!
— Dovreste farlo, signorina Pace, — disse Graham che conosceva il suo punto debole. — Adesso avete un patrimonio, e vi converrebbe un marito per bene, che v'aiutasse ad amministrarlo saviamente.
— Oh, io non posseggo che una minima porzione di ricchezze mondane, e non sono più nel primo fiore; — fece Marta — nondimeno conto di non rimaner sola: approvo il matrimonio, e ho già posto gli occhi sopra un giovanotto.
— Un giovanotto! — esclamò Fanny scoppiando a ridere.
— Sicuro, signorina Francesca! — ella replicò. — Amo la gioventù, io, e tutto ciò ch'è moderno. Mi aggrappo alla vita, sì, mi aggrappo alla vita!
— Ma certo, — osservò la signora Graham — la signorina Pace deve sposare un uomo più giovane di lei; qualcuno a cui possa lasciare i suoi averi se mai dovesse sopravviverle.
— È vero, — rincalzò suo marito. — Presentemente, signorina, voi non sapreste in favore di chi fare un testamento, salvo che non vogliate nominare erede Gertrude: ella, credo, farebbe ottimo uso del vostro denaro.
— Questa sarebbe per me una considerazione di gran peso, — disse la vecchia zittella. — Fremo all'idea che i miei piccoli risparmi vadano scialacquati. Ora, io so bene che di poveraglia ce n'è abbondanza, e che i legati fanno gola a molti: ma io non intendo largire il mio a gente di tal fatta. Credetemi, signore, nove decimi di costoro saranno sempre poveri, checchè facciate.... No, a questi nulla! Ho altre intenzioni. —
Il signor Graham domandò, poi:
— Che n'è della famiglia del generale Pace?
— Tutti morti, — rispose Marta vivamente — tutti morti! Feci un pellegrinaggio alla tomba di quel ramo del parentado. Fu una scena mesta e commovente! — ella proseguì in tono patetico. — Sopra un tumulo erboso circondato da una ringhiera di ferro sorge un monumento bellissimo, di marmo bianco, nel quale sono sepolti tutti quanti. E sul puro suo candore alabastrino spiccano incise queste lettere:
PACE
— Come dice cotesta epigrafe? — chiese la signora Graham, credendo di non avere ben udito.
— Pace, signora, Pace: niente altro. —
Per solenne che fosse il soggetto, i commensali rattenevano a stento le risa; e la padrona di casa, visto che Rina e Fanny erano in procinto di lasciarle scoppiare irrefrenabilmente, invitò le signore a levarsi da tavola dandone l'esempio.
I signori, poco desiderosi di trattenersi, le seguirono nel vasto atrio che offriva un grato refrigerio durante le calde ore dei giorni estivi. La signorina Marta e Fanny Bruce costrinsero Gertrude a rimanere contro sua voglia con la compagnia, la quale pertanto non fu scemata se non della signora Graham a cui era difficile privarsi della sua siesta.
L'originale vecchietta eccitava la curiosità degli astanti a segno tale, che le conversazioni particolari furono sospese per concentrare l'attenzione in ciò che diceva e faceva lei.
Bella, invero, aveva sempre la sua aria un poco sprezzante, e si sforzava d'attrarre i pensieri del tenente Osborne verso altri soggetti, riuscendovi in parte: ma Rina si divertiva un mondo, e contenta che il signor Bruce le fosse accanto e godesse con lei del medesimo piacere, non cercava di meglio.
Il discorso non tardò a cadere sugli abbigliamenti femminili e la moda, due temi favoriti di Marta Pace. Dopo essersi dilungata sul suo amore del bello, specie nell'arte della sarta e della modista, ella s'alzò da sedere con un gesto deliberato, andò a Isabella Clinton, l'unica che mostrasse di voler evitarla, e prese ad esaminare la stoffa del suo vestito; poi, la pregò di rizzarsi e permetterle di studiarne la fattura, dichiarando che la descrizione d'un così perfetto e moderno capolavoro sarebbe una festa per le orecchie delle sue amiche giovani.
Ma la fanciulla si rifiutò di compiacerla; anzi, sdegnosamente, si scosse di dosso la mano della vecchia signora come se quel contatto la contaminasse.
— Via, Bella, — le sussurrò la cugina — rizzati, non essere così dispettosa.
— Perchè non ti rizzi tu e non le fai vedere il tuo vestito a benefizio delle sue volgari amiche?
— A me non l'ha chiesto, ma lo farò ben volentieri se si contenta. —
E Rina, tutta gaia e ridente, andò a piantarsi davanti a Marta, dicendo:
— Signorina Pace, ammirate il mio abito finchè volete, e magari, se vi piace, prendetene un modello: sarò superba dell'onore. —
Caso raro, l'abito di Rina era veramente bellino e degno d'osservazione. Marta fece i suoi commenti, e specie lodò quell'inutile e uggioso prolungamento della gonna ch'è lo strascico. Sodisfatta la sua curiosità, si volse a guardare se la seggiola da lei lasciata era sempre libera, poi cominciò a ritirarsi in quella direzione con un movimento retrogrado composto d'una serie di riverenze.
Fanny Bruce, la quale occupava una seggiola vicina, notò ch'ella aveva calcolato esattamente quanti passi doveva fare per finire l'ultima riverenza sedendosi, e mossa da una maliziosa tentazione mise una mano sulla spalliera. Uno sguardo e un sorriso d'Isabella l'incoraggiarono; ella tirò la seggiola indietro, impercettibilmente, ma abbastanza da minacciare la sicurezza della vecchietta.
Questa, cercando di posarvisi, perdette l'equilibrio, e sarebbe caduta se Gertrude, che vigilava, essendosi accorta delle intenzioni di Fanny, non fosse balzata verso di lei a tempo per gettarle un braccio intorno alla vita e metterla a sedere, incolume, non senza lanciare in quell'atto alla ragazzina un'occhiata di rimprovero. Tutta confusa, la piccola Bruce, rapidamente si voltò dall'altra parte, e per disgrazia pestò il piede gottoso del signor Graham, al quale il dolore strappò una viva esclamazione.
— Fan, — le disse suo fratello che aveva veduto soltanto la seconda malefatta — vorrei che tu imparassi un po' di gentilezza.
— E da chi ho da impararla? — lo rimbeccò Fanny con petulanza. — Da te, forse? —
Ben parve adirato, ma s'astenne dal redarguirla. La vecchia zittella còlse la parola a volo.
— Gentilezza! Ah, virtù rara, quanto amabile! Notevolmente sviluppata però nelle maniere della mia cara amica Gertrude, che ben si converrebbero a una principessa. —
Bella increspò le labbra e sorrise, disdegnosa.
— Tenente Osborne, — ella disse — non pare a voi che la signorina Devereux abbia bellissime maniere?
— Perfette! Lo stile de' suoi ricevimenti è l'eleganza stessa.
— Di chi parlate, — domandò Rina. — Della signora Harry Noble?
— No, della signorina Devereux, — rispose Bella. — Ma anche la signora Noble è finissima.
— È vero, — confermò Ben. — Senti, Fanny? Abbiamo trovato un modello per te. Tu devi imitare la signora Noble.
— Io non so nulla di cotesta signora, — ribattè la ragazzina. — Voglio imitare piuttosto la signorina Flint. — E rivolgendosi a questa con una serietà che le esprimeva chiaramente un sincero rincrescimento della villania commessa, domandò: — Signorina Gertrude, come devo imparare la gentilezza?
— Vi rammentate — le disse ella sottovoce e guardandola in modo significativo — ciò che il vostro maestro di musica vi rispose quando gli domandaste come dovevate imparare a sonare con espressione? Ebbene, io vi darei la stessa regola rispetto alla gentilezza. —
Fanny si fece di bragia.
— Che v'ha detto? — chiese il signor Graham. — Via, Fan, fateci conoscere la regola di Gertrude.
— M'ha detto ch'è quella datami dal maestro di musica lo scorso inverno.
— Ossia? — disse Ben vivamente.
— Io domandai al signor Hermann come avrei potuto imparar a sonare con espressione, ed egli mi rispose: «Coltivate il vostro cuore, signorina Bruce, coltivate il vostro cuore.» —
Questo nuovo precetto d'educazione venne accolto con espressioni di sentimenti diversi quanto i caratteri degli uditori. Il signor Graham si morse le labbra e s'allontanò: la sua gentilezza non si fondava nel cuore, ma quella di Gertrude sì, ed egli lo sapeva; Isabella sorrise con aria di superbo disdegno; Rina e Ben Bruce erano mezzo stupiti e mezzo esilarati; il tenente Osborne mostrò di non essere inaccessibile alla nobilissima verità enunciata, perchè volse a Gertrude uno sguardo d'ammirazione e simpatia; il viso d'Emilia manifestò quanto pienamente ella partecipasse all'opinione della sua protetta, la quale era un po' confusa nel vederla così divulgata e commentata; la signorina Marta poi non esitò ad approvarla con un forbito elogio:
— Le parole della signorina Gertrude sono d'oro. L'unica gentilezza vera è la spontanea offerta del cuore. Forse quest'eletta compagnia di giovani e donzelle accondiscenderà ad ascoltare dalla bocca d'una vecchierella la storia d'un raro esempio di sì fatta gentilezza cordiale, ch'ebbe la sua degna ricompensa. —
Tutti si dichiararono ardentemente desiderosi di sentir la storia della signorina Marta, ed essa incominciò:
— Un giorno d'inverno, alcuni anni or sono, una vecchia signora, piena di debolezze, ma dotata d'una certa perspicacia, e della sua parte d'esperienza del mondo, (Marta Pace è il suo nome) si pose in cammino, per speciale invito, alla volta della casa d'un degno gentiluomo: l'onorevole signor Clinton, padre della signorina Isabella, la vezzosa damigella qui presente. Tutti i grandi alberi della nostra buona città di Boston scintillavano di diacciuoli più fulgidi dei diamanti che brillano nelle miniere di Golconda, e i marciapiedi erano insidiosi per i passi malfermi od incauti.
«Io perdetti l'equilibrio e caddi. Due galanti signori mi sollevarono e mi portarono in un vicino emporio farmaceutico, dove mi fecero riacquistare i sensi smarriti e mi ravvivarono con un fragrante cordiale. Io ripresi la perigliosa via trepidando, e certo non sarei giunta alla mèta con le ossa incolumi, senza l'aiuto d'un cavaliere dalle guance rosate, il quale mi raggiunse, e, passato il mio debole braccio sotto il suo, più giovane e forte, protesse i miei passi fino al termine del viaggio non breve.
«Nè il coraggio di cui doveva far prova la nobile mia scorta per compiere la sua impresa, era men che straordinario, mie graziose damigelle! Figuratevi nella vostra immaginazione un giovanetto fresco e bello come un raggio di sole, snello come una freccia, un vero Apollo insomma, attaccato al piccolo corpo curvo d'una povera vecchina quale Marta Pace. Io non mi risparmio, signorine; se m'aveste veduta in quel momento, senza dubbio direste che ora ho molto migliore apparenza. Avevo la dentiera in tasca invece che in bocca, il fintino di riccioli era stato spinto indietro dalla mia recente caduta, e i miei occhialoni, gli stessi che portava mio padre, così grandi da coprirmi mezza faccia, sarebbero bastati da soli ad eccitare la curiosità dei passanti. Ma egli procedeva imperterrito; e nonostante gli sguardi lusinghieri e i seducenti sorrisi che venivano a lui da una doppia fila di bellissime fanciulle in cui c'imbattemmo, nonostante le sghignazzate dei giovanottini dell'età sua, sosteneva la mia fragile persona con altrettanta cura che se fossi stata un'imperatrice, e moderava il baldo suo passo in accordo con la lentezza a cui mi costringevano le mie infermità. Ah, quale spirito di cortesia manifestò il mio cavaliere dalle guance di rosa! Se l'aveste incontrato, signorina Caterina, o voi, signorina Francesca, i vostri cuori palpitanti sarebbero involati per sempre! Era un modello incomparabile!
«Dov'egli fosse diretto non so, perchè seguì il mio cammino, e non mi lasciò prima d'avermi recata a salvamento alla dimora del signor Clinton. Certo non penso ch'egli ambisse la conquista del mio vecchio cuore, ma credo ch'esso lo seguì, perchè spesso ancora il mio pensiero ritorna a lui.
— Ah, fu questa dunque la sua ricompensa! — esclamò Rina.
— No. Cercate d'indovinar meglio.
— Ma io non so nulla di più desiderabile, signorina Marta.
— La sua fortuna nella vita signorina Caterina! Ecco la ricompensa ch'egli ebbe: e forse ancora non ne misura tutta la grandezza!
— Come sarebbe a dire? — domandò Fanny.
— Narrerò in succinto il rimanente. La signora Clinton m'incoraggiava sempre a discorrere durante le mie visite. Ella, conoscendo il mio gusto, lo secondava, e io godevo della sua indulgenza. Le raccontai pertanto l'avventura occorsami, ed esaltai i meriti del nobile giovanetto, il mirabile spirito di cortesia da lui dimostrato. Era presente il degno gentiluomo e prestava orecchio attento alle mie parole, perchè egli pregia la buona educazione: e quando raccomandai il mio cavalierino spiegando tutta l'eloquenza di cui ero capace, vidi che m'ascoltava con piacere, benevolenza e simpatia. Promise di parlare col ragazzo, e così fece. Gli lesse nel prestante aspetto la nobiltà dell'animo, e questa favorevole impressione fruttò al bravo figliuolo un posto di commesso dal quale salì di grado in grado fino a quello di socio e agente fiduciario che ora occupa in una cospicua casa commerciale. Signorina Isabella, mi rallegrerebbe il cuore sentire le ultime notizie di Guglielmo Sullivan.
— Sta bene, a quanto credo, — rispose la bella fanciulla seccamente. — Non mi consta nulla in contrario.
— Oh, Gertrude può informarvi! — disse Fanny. — Nessuno ne sa quanto lei circa il signor Sullivan. Essa vi dirà ogni cosa. —
Tutti gli sguardi si volsero a Gertrude che stava appoggiata alla seggiola d'Emilia, col viso acceso e gli occhi lucenti per la commozione destatale dal racconto di Marta Pace. Questa, maravigliatissima d'udire ch'ella conosceva quel tanto ammirato cavaliere di cui serbava sempre una dolce memoria, s'affrettò a interrogarla. Gertrude venne a sedere accanto a lei, e senza nessuna esitazione, nessun impaccio, rispose a tutte le sue domande. Ella parlava a voce sommessa, nè d'altronde le notizie di Guglielmo importavano al resto della compagnia; sicchè furono riprese le conversazioni particolari, e anche loro due rimasero libere d'intrattenersi del comune amico.
Brevemente la giovanetta disse quali fossero lo stupore e la curiosità del ragazzo, della sua famiglia, de' suoi amici, che non avevano mai potuto indovinare l'origine di quella fortuna: e le vane congetture suscitate dalla inattesa chiamata del signor Clinton, e chiuse con l'attribuire tutto il merito all'agenzia di Santo Claus, divertirono la vecchia zittella a segno che le sue risate erano quasi altrettanto sonore, e punto meno allegre di quelle della gaia compagnia raccolta più in là presso alla soglia, e provocata ora ad un'ilarità più viva che mai dalla birichineria di Rina e di Fanny.
Mentre la signorina Pace incaricava Gertrude di interminabili messaggi e complimenti da inserirsi nella sua prossima lettera a Guglielmo, ricomparve la signora Graham che aveva rinfrescato l'abbigliatura e la faccia, e interruppe tutti esclamando con quel suo vocione dai toni bruschi:
— Come, ancora qui? Vi credevo già in cammino attraverso i boschi. Rina, hai forse abbandonato l'idea di salire il Sunset Hill[4] dopo averla tanto accarezzata?
— Ho proposto la gita, zia, un'ora fa; ma Bella dice ch'è troppo caldo. A me pare invece un tempo adattatissimo per una passeggiata.
— Tra poco raffresca, — ripigliò la signora Graham — e credo che fareste bene a partire senz'indugio, perchè se volete prendere per i boschi la distanza non è tanto breve.
— Chi conosce la strada? — domandò Rina.
Nessuno rispose; e interrogati uno per uno, tutti dichiararono la propria ignoranza in proposito, con grande maraviglia di Gertrude la quale credeva che ogni parte del terreno boscoso e del colle fosse familiare al signor Bruce. Ma ella non stette ad ascoltare le loro discussioni, perchè s'accòrse che Emilia si sentiva stanca ed aveva un principio d'emicrania, e la persuase a ritirarsi nella quiete della sua camera dove l'accompagnò. Nell'atto che ne chiudeva l'uscio, Fanny le gridò da piè della scala:
— O non venite con noi, signorina Flint?
— No, — ella disse — oggi non vengo.
— Allora non vo neppur io. Ma perchè non volete venire?
— Farò più tardi una passeggiata con la signorina Emilia, purchè stia abbastanza bene: voi potete accompagnarci, se vi fa piacere, ma vi divertireste assai più andando sul colle. —
Intanto, nell'atrio, la compagnia teneva consiglio a bassa voce. Qualcuno aveva detto che Gertrude era pratica dei sentieri attraverso i boschi: ma Bella s'opponeva alla proposta d'invitarla a partecipare alla gita, Rina esitava tra la sua simpatia per lei e la tema di un'infedeltà del signor Bruce, il tenente Osborne s'asteneva dal mostrarsi propenso a ciò che Bella disapprovava, e il signor Bruce taceva fidando nella necessità di prendere Gertrude per guida, posto ch'egli aveva con subdola astuzia celato la propria perfetta idoneità a prestare questo servigio. Infatti, come aveva preveduto, si finì con lo spedire Rina a farle l'ambasciata.