XXV.

.... V'ha chi dice

Che barlumi d'un mondo più remoto

Da noi, visitan l'anima nel sonno.

Shelley.

Fu una vera fortuna per Gertrude che ricorresse appunto la settimana del Rendimento di Grazie, tempo di vacanza nella scuola del signor W., perchè così ebbe agio d'attendere alle molteplici sue faccende. Un'altra fortuna ella stimava l'aver ottenuto Giannina, la quale, lieta di compiacerla, accettò volentieri la sua proposta, quantunque, ella diceva, l'idea d'andar a servire fuor della sua famiglia non le fosse mai garbata; ma come rifiutarsi d'aiutare la cara signorina Flint ch'era stata tanto buona con lei e co' suoi? C'era piuttosto da temere che la signora Miller, avendo in casa Annetta Grant malata gravemente, non potesse privarsi della sua figliuola maggiore; anche questa difficoltà però fu tolta dal ritorno inaspettato di Maria, la secondogenita.

Dopo alcuni giorni di tirocinio sotto la direzione di Gertrude, Giannina, ragazza molto accurata e capace, si trovò in grado di sollevare la signora Sullivan de' suoi più faticosi doveri di massaia, e prestarle i servizi personali che il suo stato richiedeva. Gertrude quindi fu libera di fare frequenti visite alla vecchia Grant, la quale era nel colmo della febbre e aveva gran bisogno d'assistenza.

La memoria delle sevizie patite sotto la potestà di quella megera durava ancor viva nella fanciulla, ma scevra oramai d'ogni senso d'amarezza, d'ogni desiderio di vendetta. S'ella ricordava il passato, era soltanto per compiangere la sua persecutrice e perdonarle; se pensava al modo di contenersi verso la sua tiranna, già tanto detestata, era con l'unico fine d'esserle utile e di consolarla.

Vegliò notti e notti al capezzale della malata, che sebbene sempre in delirio, non mostrava più ombra del terrore destatole sulle prime dalla sua presenza.

Costei le parlava molto della piccola Gertrude, talvolta in modo da farle credere che l'avesse riconosciuta, ma più spesso come se fosse altrove; infine, dopo un pezzo, ella comprese che la scambiava per sua madre alla quale doveva somigliare notevolmente. Questa, invero, era stata assistita nell'ultima sua malattia dalla stessa Annetta, ma la sciagurata, assalita dagli antichi rimorsi nel vagellamento della febbre, si figurava che la morta fosse ritornata al mondo per chiederle conto della sua creatura. Solo le continue assicurazioni di benevolenza e le tenere cure prodigatele dalla giovanetta con pazienza instancabile, l'indussero da ultimo nella persuasione che la madre offesa avesse ritrovato la sua bambina in buona salute e al sicuro, ed ignorasse i torti e i crudeli trattamenti da lei sofferti.

Una notte, l'estrema della vita d'Annetta Grant, Gertrude, che non aveva lasciato la malata se non per poche ore ed era venuta a riprendere il suo posto d'infermiera, udì il proprio nome insieme coi nomi d'altre persone nelle rapide frasi sconnesse che la vecchia andava borbottando. Ella s'accostò al letto, tendendo l'orecchio, perchè sempre sperava di cogliere in mezzo a quei vaniloqui incoerenti un qualche indizio sulle proprie origini. Ma il suo nome non fu ripetuto, e il resto si perdette in un mormorio indistinto.

A un tratto la delirante si rizzò, e rivolgendosi a qualcuno ch'ella vedeva nella sua allucinazione, gridò forte:

— Stefanino! Stefanino! Rendimi l'orologio e dimmi che hai fatto degli anelli!... Ne chiederanno.... quei tali.... e io che dirò? —

Fece una pausa. Poi, tenendo gli occhi fissi verso la parete, soggiunse con voce più debole, ma vibrante d'intensa commozione:

— No, no, Stefanino, non lo dirò mai a nessuno.... mai, mai....

Aveva appena proferito queste parole, che diede un sobbalzo, si volse, e vista Gertrude accanto a lei, le domandò urlando:

— Avete udito, eh? Avete udito?... Sì, lo so.... e volete raccontarlo.... Ma se parlate!...

Ella tentò di slanciarsi fuori del letto, e ricadde esausta sui guanciali.

Gertrude corse a chiamare il Miller e sua moglie, i quali, aspettandosi d'avere a levarsi quella notte, s'erano coricati vestiti nella camera attigua; poi, per tema che la sua presenza turbasse ancor più la morente, si ritirò lasciandola affidata alle loro cure.

Circa un'ora dopo la donna venne a trovarla in cucina, dove aveva cercato la quiete di cui sentivano bisogno i suoi nervi scossi e il suo animo contristato, e le disse che Annetta s'era calmata; ma giaceva in uno stato di grande prostrazione, e pareva prossima alla sua fine. Tuttavia ella credette meglio non rientrare nella camera. Sedette presso la stufa e prese a meditare sulla strana scena di cui era stata testimone. Spuntava l'alba quando la signora Miller le annunziò che la vecchia Grant aveva reso l'ultimo sospiro.

La sua opera di misericordia, di perdono, d'amore cristiano, era dunque compita. Ed ella s'affrettò a tornarsene a casa per riposare. Doveva armarsi di nuova forza, di nuovo coraggio, a fine di sostenere le fatiche e le pene che la sorte ancora le preparava.

E forza e coraggio non comuni erano necessari alla fanciulla per attraversare una di quelle funeste sequele di malattie e di morti fra le persone più prossime, che si danno nella vita, e in cui un colpo succede all'altro con tale fulminea rapidità, che prima d'esserci riavuti già veniamo atterrati novamente.

Meno di tre settimane dopo sepolta Annetta Grant, Paolo Cooper soccombette a una breve malattia. Quantunque nessuno di questi due casi toccasse Gertrude nei sentimenti più profondi del suo cuore, pure l'adempimento dei doveri ch'ella s'era volontariamente imposti richiedeva uno sforzo fisico e morale assai grave per una giovanetta di diciotto anni, già tormentata dalla minaccia d'una terza disgrazia, e ben più dolorosa.

Anche l'assenza d'Emilia era una dura prova, perchè nelle ore d'angoscia ella soleva ricorrere alla buona amica per consiglio e conforto, e da lei imparava la pazienza e la rassegnazione, virtù di cui le offriva un vivente esempio. Un'unica lettera, scritta dalla signora Ellis, le aveva recato notizie del suo viaggio, e queste non erano molto sodisfacenti.

I Graham soggiornavano all'Avana, dove avevano preso alloggio in una pensione tenuta da una signora loro connazionale, e affollatissima d'ospiti venuti da Boston, Nuova York e altre città settentrionali.

«Non è mica un viaggio molto piacevole, in fin dei fini!» scriveva la governante. «V'assicuro, Gertrude, ch'io vorrei piuttosto essere in pace, a casa, e non tanto per me quanto per Emilia. Già non può trovarsi bene, qui, poverina, perchè l'abitazione manca d'ogni comodo: le finestre invece di cristalli hanno grate come nelle prigioni, non c'è un tappeto in nessuna stanza, nè un caminetto, nè un braciere, sebbene qualche volta la mattina il freddo si faccia sentire. E poi c'è una vedova, con un fratello e le nipoti: la quale vedova è una donna frivola e vana e secondo me, credetemi o no, ha messo gli occhi sul signor Graham, o vuol pigliarsi giuoco di lui. Veste pomposamente, parla forte, ha modi imperiosi: a lei piace dominare, e lui è tanto grullo da seguirla come un cagnolino, e prender parte ad ogni sorta di gite, a piedi, in vettura, a cavallo.... Non è ridicolo? Un uomo di sessantacinque anni sonati! Emilia ed io non scendiamo più che di rado nel salotto, giacchè l'allegra brigata non tiene il minimo conto della nostra presenza. Essa non si lagna, non fiata nemmeno, ma io vedo che non è felice, e desidera di ritornare a Boston: lo desidererei anch'io se non ci fosse quella terribile traversata.... Ah, Gertrude, mi sembra un miracolo ch'io non sia morta dal mal di mare nel venir qui, e la sola idea di risalire a bordo d'un piroscafo mi sgomenta a segno, che non so proprio come farò a tornarmene indietro!...»

Gertrude scriveva spesso alla signorina Graham; però, non potendo questa leggere le sue lettere che mediante gli occhi della signora Ellis, non le era dato di manifestarvi i suoi pensieri e sentimenti più intimi come usava nei colloqui con l'amica piena d'indulgenza e di simpatia, perchè avrebbe dovuto esporli alla censura della governante.

Ogni corriere delle Indie orientali portava notizie di Guglielmo Sullivan, i cui affari prosperavano e ch'era contento nell'esilio pensando che i suoi cari godevano, lietamente com'egli credeva, i frutti delle sue fatiche. Egli scriveva quindi sempre nel consueto suo tono gaio e vivace.

Una domenica sera, poche settimane dopo la morte del vecchio Cooper, Gertrude sedeva accanto alla signora Sullivan, stesa sul suo letto, e teneva in mano una lettera aperta di cui le leggeva per la terza volta il contenuto. I numerosi bolli postali sulla facciata esterna del foglio ne mostravano la provenienza. Era arrivata il giorno stesso. La madre ascoltava intenta quella lettura, e così dolorosamente la colpiva il contrasto tra le proprie riflessioni e le fulgide speranze di quel figliuolo ignaro della fosca nube che s'addensava sul suo capo, ch'ella chiudeva le palpebre, abbandonandosi, oppressa da una tristezza profonda come non mai; mentre la giovanetta, ripetendo le parole con cui Guglielmo esprimeva la gioia del momento agognato in cui avrebbe potuto stringere di nuovo tra le sue braccia «la cara piccola mamma» che si struggeva di rivedere, gettava uno sguardo furtivo sul corpo consunto, sul viso emaciato della povera donna, e si sentiva gelare il cuore.

I primi timori del dottor Jeremy non erano infondati. E l'inferma, aggravatasi ancora per l'ansietà cagionatale dalla malattia del padre e per il dolore della sua morte, declinava rapidamente verso la tomba.

Gertrude non era tuttavia riuscita a comprendere se ella ne fosse consapevole o no. Mai la signora Sullivan aveva parlato su questo soggetto, nè accennato in alcun modo a un presentimento della sua prossima fine. Anche ora, osservando la sua placida apparenza, la fanciulla propendeva a credere ch'ella s'illudesse sul proprio stato.

Ma il dubbio fu rimosso. Dopo essere rimasta qualche minuto assorta nella sua intensa meditazione, ch'era forse una preghiera, la malata riaperse gli occhi, e fissandoli in quelli della sua giovane amica, disse con voce chiara è calma:

— Gertrude, io non rivedrò più Guglielmo! —

Gertrude non rispose.

— Vorrei scrivergli e dirglielo io stessa, — ella proseguì — ma sarà meglio, se non ti spiace, di scrivere tu per me, come tante volte, ch'io ti detti ciò che devo dirgli.... Non c'è tempo da perdere; perchè sento che vo mancando, e non è probabile che mi duri a lungo la forza di farlo.... Toccherà a te, figliuola mia, dargli la notizia, quando tutto sarà finito; ne hai abbastanza di tristi doveri, tu; voglio almeno risparmiarti la pena di prepararlo al colpo che l'aspetta.... Sei disposta a cominciare la lettera oggi?

— Sicuro, zietta mia, se vi pare che sia bene così.

— Sì, cara, mi pare. Ciò che gli scrivesti l'ultima volta, concerneva soltanto la malattia e la morte del nonno, non è vero? Di me non gli dicesti nulla che lo potesse impensierire?

— Nulla affatto.

— Allora è tempo d'avvertirlo, povero ragazzo! Non c'è bisogno che il dottor Jeremy me lo dica, perchè io sappia che muoio!

— Ma ve l'ha forse detto? — domandò Gertrude, andando al tavolino e preparando l'occorrente per scrivere.

— Oh, no! È troppo prudente. Però, quando glielo dissi io, s'astenne dal contraddirmi. Tu lo sapevi? — ella domandò, guardando intensamente la fanciulla ch'era venuta a sedersi sulla sponda del letto e china verso di lei le lisciava i capelli.

— Da alcune settimane, — mormorò Gertrude imprimendo un bacio sulla pallida fronte della malata.

— Perchè me l'hai taciuto?

— Non era necessario ch'io parlassi, — rispose la pia giovanetta. — Sapevo che il Signore non poteva chiamarvi in un momento che la vostra lampada non fosse alimentata ed accesa.

— Arde, ma fievolmente, — disse la donna con cristiana umiltà.

— E qual fiamma sarà vivida se la vostra langue? Non siete voi stata per lunghi anni un esempio mirabile di pietà e di pazienza? Eccettuata Emilia, non conosco persona al mondo altrettanto degna del Cielo.

— No, no, Gertrude, non sono che una povera peccatrice, piena di debolezza. Per quanto fervidamente io desideri di giungere al cospetto del nostro Salvatore, il mio cuore terreno si strugge di rivedere un'ultima volta il mio figliuolo, e a tutti i miei sogni della beatitudine celeste si mescola il cocente rammarico che questa gioia, l'unica ch'io bramassi ancora quaggiù, debba essermi negata.

— Oh, zietta, siamo tutti creature umane! Finchè la vostra anima immortale è chiusa nelle spoglie mortali, come potreste cessar di pensare a Guglielmo, e non bramare la sua presenza nell'ora della prova suprema? Un sentimento naturale come questo non può essere un peccato.

— Non so.... Forse anche non è. E se fosse, spero d'ottenere, innanzi di lasciar la terra, la grazia di espiare con un perfetto spirito di sottomissione le rivolte d'un cuore materno. Leggimi, cara, qualche santa parola di conforto: sembra che tu abbia il dono d'aprire sempre il buon libro alla pagina che meglio conviene al mio bisogno. Ah, sì, davvero, è un peccato in me ogni querela, assistita come sono dall'affetto e dalle cure di quella in cui Dio m'ha dato una figliuola benamata! —

Gertrude prese la Bibbia, e avendola aperta al Vangelo di San Marco le cadde lo sguardo sul passo dell'agonia di Gesù nell'orto di Getsemani. Con savio criterio ella stimò che nulla poteva essere appropriato allo stato d'animo della signora Sullivan più che la commovente descrizione della lotta sostenuta dal Salvatore contro la propria umanità; nulla più atto a quetare il suo spirito, a sedare la ribellione della sua natura umana, che il visibile conflitto tra l'umano e il divino, con tanta patetica evidenza narrato dall'Apostolo; nulla più efficace che l'esempio del Figlio di Dio, il quale alla Sua preghiera, tre volte ripetuta, che venisse allontanato da Lui, se era possibile, il calice amaro, aggiungeva piamente: «Sia fatta la Tua volontà e non la mia!»

Senza esitare ella lesse, ed ebbe la sodisfazione di vedere che la lettura aveva avuto lo sperato effetto, perchè quando tacque, indovinò sulle labbra della madre di Guglielmo, giacente in un atteggiamento di calma serena, le parole del Redentore. Non volendo disturbarla nelle sue meditazioni, non le rammentò la lettera al figliuolo, e sedette presso il letto in silenzio. Mezz'ora dopo la malata dormiva d'un placido sonno. Il suo volto aveva un'espressione di pace e di letizia così soave, che la fanciulla godeva nel contemplarlo. Innanzi ch'ella si destasse, l'ombra della notte invase la stanza. Gertrude, invisibile nel buio, sussultò udendo il suo nome. Prontamente accese una candela, e s'accostò a lei.

— Oh, cara, che bel sogno ho fatto! — disse la signora Sullivan. — Siedi qui accanto a me: voglio raccontartelo. La realtà stessa non può essere più viva. Mi pareva d'attraversar l'aria a volo, librandomi sopra le nubi, in mezzo a fulgide stelle. Benchè rapido, il moto era tanto dolce che non mi stancava. Ed io viaggiavo, viaggiavo, passando in alto su terre e su mari. Infine vidi sotto di me una città bellissima, con chiese, torri, monumenti e un visibilio di gente che andava e veniva in tutte le direzioni. Avvicinatami, potei distinguere le facce di quegli uomini e quelle donne, e in una strada affollata notai un giovane che mi ricordava Guglielmo. Gli tenni dietro, e tosto mi sentii sicura ch'era lui stesso. Egli naturalmente mostrava un'età maggiore di quando ci lasciò, e il suo aspetto era proprio quale me lo sono sempre figurata, secondo le descrizioni che ci ha date nelle sue lettere dei cambiamenti fatti in questi anni. Lo seguii attraverso parecchie strade, finchè egli entrò in un vasto e bell'edifizio che sorgeva nel centro della città. Entrai anch'io. Passammo per ampie sale e altre stanze, tutte riccamente mobiliate, e ci fermammo in un salotto da pranzo. Nel mezzo c'era una tavola coperta di bottiglie, di bicchieri, e d'un magnifico servito ove restavano ancora dolci e frutta quali mai non ne vidi in vita mia. Vi sedeva intorno una brigata di giovanotti, molto ben vestiti, ed alcuni di così attraente apparenza, ch'io ne sarei rimasta incantata se non avessi avuto lo strano potere di leggere nei loro cuori e scoprire il male che vi s'annidava.

«Uno aveva un viso piacentissimo in cui brillava l'intelligenza; era infatti dotato di non comuni facoltà mentali; ma io, vedendo più addentro che non si vegga d'ordinario, m'accorgevo, grazie a una specie d'istinto, che tutto il suo acume, tutta la sua genialità, non erano per lui se non mezzi d'ingannare gli uomini abbastanza folli od ingenui da lasciarsi cogliere a' suoi lacci; e portava in tasca, io lo sapevo, un paio di dadi falsati.

«Un altro era la delizia della compagnia per il suo spirito arguto e faceto; ma a me non sfuggivano i primi indizi dell'ebbrezza, e non dubitavo che di lì a un'ora non sarebbe più stato padrone dei propri atti.

«Un terzo si sforzava invano di sembrare felice; al mio sguardo scrutatore la sua anima appariva a nudo, e io non ignoravo ch'egli era torturato dall'angoscia d'aver perduto il giorno innanzi, al giuoco, tutto il suo denaro e parte di quello del suo principale, e dalla paura di non aver tanta fortuna da rivincere quella sera l'ingente somma.

«E come questi tre, tutti i presenti erano sulla china d'una vita viziosa, e più o meno prossimi alla rovina. Nondimeno avevano un'aria piacevole e gaia, da cui Guglielmo, gli occhi del quale andavano dall'uno all'altro, pareva attirato e sedotto.

«Uno di loro gli offerse un posto alla tavola, che tutti lo sollecitarono a prendere. Sedette, e il giovanotto che stava alla sua destra colmò un bicchiere di vino limpido e generoso invitandolo a bere. Egli esitò un momento, poi lo accostò alle labbra. In quella io gli toccai una spalla. Si volse, mi vide, e subito il bicchiere gli cadde di mano, e il vino si sparse a terra in mezzo ai frantumi del cristallo. Gli feci un cenno. Egli si rizzò e mi seguì. L'allegra compagnia lo richiamava a gran voce; anzi, uno dei commensali gli afferrò un braccio e tentò di trattenerlo, ma egli si liberò con una scossa nè volle ascoltare le loro proteste. Non eravamo però ancora usciti dal palazzo, quando colui ch'io avevo osservato per il primo e che sapevo essere il più astuto e il più pericoloso della brigata, sbucò da una stanza vicina al portone dov'era arrivato da un'altra parte, e sussurrò qualche parola all'orecchio di Guglielmo. Il mio figliuolo titubò, si voltò indietro, e forse avrebbe ceduto alla tentazione, s'io non mi fossi piantata di fronte a lui, alzando l'indice con un gesto di minaccia, e scotendo il capo. Allora egli respinse risolutamente il tentatore, si slanciò fuori, e scese a precipizio la lunga scalinata d'ingresso, prima che potessi raggiungerlo.

«Ma io mi movevo con grande rapidità, sicchè non tardai a ritrovarmi al suo fianco, e presi a guidarlo attraverso le vie formicolanti di gente. Molte furono le avventure che incontrammo, e da ogni parte scorgevo tranelli tesi agl'incauti ed agl'inesperti. Più d'una volta il mio occhio vigile salvò lo spensierato ragazzo da qualche insidia in cui senza la sua mamma sarebbe certo caduto. Di tanto in tanto lo perdevo di vista, e dovevo ritornare sui miei passi: ora lo aveva diviso da me la folla, ora s'era volontariamente indugiato dove il popolino si divertiva, per assistere da spettatore a' suoi sollazzi o mescolarvisi. Però sempre obbediva al mio ammonimento e proseguivamo insieme il cammino. Intanto calava la sera.

«A un tratto, passando per una via rischiarata da numerosi lampioni, m'avvidi che Guglielmo non mi accompagnava più. Lo cercai di qua e di là, ma non riuscii a trovarlo. Ansiosa, corsi un'ora di strada in strada chiamandolo a nome: nessuna risposta. Alfine, spiegate le mie ali, m'inalzai sopra la città popolosa e l'esplorai con lo sguardo nella speranza di scoprirvi il mio figliuolo come già appena arrivata.

«Non fui delusa. Egli m'apparve in una sontuosa sala, illuminata a giorno, tra un'accolta di gaudenti del gran mondo. Una splendida giovane s'appoggiava al suo braccio, e io le vedevo nel cuore che la virile bellezza e le attrattive dello spirito di lui non la lasciavano indifferente. Allora tremai per Guglielmo! Ella era avvenentissima e ricca, ed anche molto elegante e corteggiata, come mostravano la ricercatezza del suo abbigliamento e l'ammirazione che destava intorno a sè. Ma io penetravo l'anima sua, e sapevo quanto ella fosse vana, superba, frivola, gelidamente egoista; sapevo che se amava Guglielmo era perchè la seducevano i suoi pregi esteriori, le sue piacevoli maniere, il suo radioso sorriso, e non per la nobiltà della sua natura, che non poteva apprezzare. Mentre essi passeggiavano nella sala e quella ch'era decantata come la regina della festa dava a lui solo il suo tempo e i suoi pensieri, io scesi invisibile accanto a mio figlio e di nuovo gli toccai una spalla. Egli guardò in giro, ma prima che avesse scorto il volto materno, la voce della sirena cattivò tutta la sua attenzione, ed ogni mio sforzo per staccarlo da lei fu inutile, poichè non mi udiva nemmeno. Infine ella disse alcune parole che svelarono all'alta mente del mio Guglielmo la follia e l'egoismo di quell'anima mondana. Allora, io, cogliendo il momento in cui ella stessa aveva indebolito il suo fascino su di lui, me lo strinsi tra le braccia, e, aperte le ali, volai lontano lontano, portando meco il premio conquistato. Salendo così nell'aria sentivo il mio figliuolo abbandonarsi sul mio petto, e il giovane nel fiore della virilità ridivenire il bambino che soleva posarvi come in un caldo nido la bionda testolina ricciuta. A rapido volo ritornavamo al luogo natio, passando su terre e su mari. E non sostammo finchè io non vidi la mia diletta Gertrude che ci aspettava in un verde prato, sul pendio d'una collina, all'ombra di grandi alberi. Volavo verso di lei per deporre a' suoi piedi la preziosa mia creatura, quando mi destai pronunziando il tuo nome....

«Ah, cara, l'amarezza del calice che debbo vuotare è oramai svanita! Un angelo del Cielo me lo porge. Io non desidero più di rivedere mio figlio in questo mondo, perchè sono persuasa che la mia dipartita s'accorda coi disegni d'una misericordiosa Provvidenza. Adesso credo che nella mia veste mortale sarei forse impotente a salvare Guglielmo dalle tentazioni, a distorlo dal peccato; ma il puro spirito materno avrà maggiore virtù. Nella certezza che la mamma veglia su lui dalla sua dimora celeste, che s'adopra a mantenerlo nel retto sentiero, egli troverà una più valida difesa contro il pericolo, un più sicuro rifugio per l'anima insidiata, ch'ella non potrebbe offrirgli se fosse sulla terra. Adesso, o Padre, io posso dire dal profondo del cuore: «Sia fatta la Tua volontà e non la mia!» —

Da quell'ora fino alla sua morte, che seguì circa un mese dopo, la signora Sullivan conservò la stessa tranquillità d'animo, la stessa perfetta rassegnazione. Come ella diceva, il suo dolore aveva perduto ogni amarezza. La lettera che dettò per Guglielmo esprimeva la sua piena fede nella bontà e nella saggezza della Provvidenza divina, e lo esortava a sottomettersi con reverenza ed amore ai decreti dell'Onnisciente. Gli ricordava le prime lezioni ch'ella gli aveva date, la pietà e la padronanza di sè inculcategli fin dai più teneri anni, e gli rivolgeva come estrema sua preghiera la raccomandazione che il suo influsso su di lui venisse aumentato anzichè diminuito dalla morte, che la sua presenza fosse da lui sentita come reale e continua. Infine ella che fedelmente aveva lottato contro le avversità, lo ammoniva di guardarsi dai pericoli e dalle insidie che accompagnano la prospera fortuna, e di non smentire mai, nè screditare l'educazione ricevuta.

Gertrude piegò la lettera credendola finita, poi uscì per recarsi alla scuola dove insegnava. Ma tosto che si fu allontanata, la signora Sullivan la riaperse, e con la sua mano debole e tremante aggiunse sul foglio già quasi riempito alcune righe che dicevano la disinteressata, paziente, amorosa devozione della fanciulla, chiudendo con queste parole: «Figliuolo mio, finchè avrai cara la memoria del tuo nonno e della tua mamma, non cessar di mostrare tutta la gratitudine di cui il tuo cuore è capace a colei che le mie forze non mi consentono di lodarti quanto merita.»

Ella si spense così lentamente, a grado a grado, che la catastrofe quasi fu un colpo inaspettato per Gertrude, la quale, pur vedendo l'opera distruttrice della malattia, non poteva risolversi a credere che sarebbe una volta compiuta.

E fu nel silenzio della notte, senza nessuno fuor della giovane Giannina tutta sgomenta, per aiutarla e sostenerla, ch'ella assistette alla dipartita di quell'anima a lei tanto cara.

— Ti fa paura vedermi morire? — le domandò la signora Sullivan circa un'ora innanzi la sua fine.

— No, — ella rispose.

— Ebbene, volgimi un poco verso di te, — disse la morente — affinchè il tuo viso, figliuola mia buona, sia l'ultimo aspetto terrestre su cui si posino i miei occhi. —

Gertrude obbedì. E la madre di Guglielmo spirò, con la mano nella mano di lei, e uno sguardo di profondo affetto negli occhi che la fissavano mentre si spegneva.