XXVII.
La vedo.
Fluente in ricci d'or libera scende
Per gli omeri la chioma, e sulla bella
Bocca suona una voce melodiosa.
Non ella!
Di beltà più soave un'altra splende.
Nè melodia sgorgar sì dolce, io credo,
S'ode qual dalle labbra sue di rosa.
La vedo.
Non forse è quella dalla fronte pura
E bianca al par di netto avorio? Quella
Dai grandi occhi celesti? Ell'è l'amata?
Non ella!
È più leggiadra un'altra creatura
Di mente saggia e volontà temprata.
Carolina Gilman.
La casa di campagna del signor Graham aveva un grande atrio con due porte, l'una in dirittura dell'altra, le quali durante le giornate calde rimanevano aperte dando adito a una fresca corrente d'aria. Perciò le vicinanze dell'ingresso principale donde l'ombreggiato cortile esterno che scendeva fino alla strada, in lieve pendio, offriva una vista piacevole, erano divenute un ridotto favorito della famiglia, specie nelle ore mattutine innanzi che il sole v'arrivasse. E là, in un gaio mattino di giugno, Isabella Clinton e sua cugina Rina Ray s'erano comodamente stabilite, ciascuna secondo le proprie idee della comodità.
Isabella, sprofondata in una gran poltrona che aveva spinta fin presso la soglia, teneva in mano un lavoro di tappezzeria, ma non faceva che guardare oziosamente verso la strada. Ella era una bellissima ragazza, alta, snella, fine, di colorito delicato, con chiari occhi azzurri e folti capelli biondi pioventi in lunghi ricci. La vezzosa bambina che Gertrude aveva contemplato incantata, mentre questa dalla finestra osservava lo zio True nell'atto d'accendere il lampione di fronte alla casa di suo padre, era divenuta una non meno vezzosa giovane. La sua rara bellezza, posta in rilievo da tutta l'eleganza che il buon gusto può suggerire e tutto il lusso che il denaro può permettere, destava intorno a lei l'ammirazione della gente, le attirava le lusinghe e le carezze di quanti l'accostavano.
Rimasta orfana di madre in tenera età, e lasciata per qualche anno in cura a donne di servizio, ella aveva imparato presto ad apprezzare più che non valgano le attrattive esteriori onde natura era stata con lei tanto prodiga; e sua zia, sotto la cui tutela si trovava da quando aveva lasciato la scuola, non era certo la persona più atta a combattere questa vanitosa idolatria di sè stessa.
Non si sarebbe ingannato chi avesse attribuito la sua aria di conscia superiorità e il gesto protervo con cui il piccolo piede batteva lo scalino della soglia, alla persuasione che Isabella Clinton, la bellissima e ricchissima damigella, era quanto mai seducente nel suo abito da mattina, di casimiro celeste, ornato di sontuosi ricami, e aperto davanti su una sottana bianca, di cambrì, per metterne in mostra le non meno sontuose gale. Nè poteva far maraviglia ch'ella si compiacesse della propria apparenza, la quale avrebbe pienamente sodisfatto i critici più severi.
A' suoi piedi, su uno degli scalini bassi, sedeva Rina Ray, che nell'aspetto e nelle maniere, come in molti punti del carattere, presentava un vivo contrasto con la cugina. Ella era una di quelle creature vivaci, giocherellone, carezzevoli, che il mondo chiama care bambine, tanto piccina che i suoi modi fanciulleschi non le si disdicevano; tanto spiritosa da farsi perdonare qualche infrazione delle buone creanze; troppo spensierata perchè potesse essere costantemente savia e gentile: ma di cuore così affettuoso, così fervente di generosi entusiasmi, che i suoi difetti erano scusati dalle persone disposte ad amarla come ella desiderava e cercava d'essere amata da tutti. Avvenente d'altronde, e sempre animata, allegra, contenta. Ammirava Isabella, le voleva bene, e fino a un certo segno si lasciava dominare da lei; però sapeva tenerle testa con fermezza nei casi in cui i loro sentimenti non s'accordavano.
All'opposto dell'elegantissima signorina Clinton, ella di rado era ben messa per la ragione che, quantunque ne avesse ampiamente la possibilità, non se ne curava. Quella mattina aveva infilato sulla sua veste di seta scura una cappa di flanella rossa, e, freddolosamente, se la teneva stretta intorno alla persona, dicendo ch'era mezzo assiderata, e che volentieri sarebbe andata a scaldarsi al fuoco in cucina, se non avesse avuto paura d'incontrarvi quel dragone femmina della signora Ellis.
— O perchè, Bella, se proprio bisogna star qui a sedere sulla soglia, non sediamo piuttosto su quella dell'uscio di dietro, dove c'è il sole? — domandò alla cugina. — Ah, capisco! — soggiunse. — La carnagione!
— La carnagione! — fece Isabella. — Io non temo di sciuparla, più di quanto lo temi tu. Sono sicura di non andar soggetta a lentiggini, nè ad abbronzamenti.
— Sì, lo so; ma diventi rossa ch'è uno sgomento.
— E se anche non fosse non andrei lo stesso dall'altra parte. Mi piace sedere qui, sul davanti, e guardar la gente che passa. Chi saranno quei due laggiù sulla strada? È un pezzo che li vedo venire; però non li distinguo ancora bene. —
Rina guardò nella direzione indicatale, e, dopo aver osservato un minuto la coppia che s'avanzava, esclamò:
— Ma è Gertrude Flint! Sarei curiosa di sapere dov'è stata. Il signore che l'accompagna mi pare e non mi pare.... Non credevo che ci fosse da avere un cavaliere elegante in questi paraggi.
— Elegante! — disse Isabella con sarcasmo.
— E perchè no, cara cugina? T'assicuro che questo è un figurino.
— Oh, io non darei un quattrin bacato di tutti i galanti della signorina Gertrude!
— Davvero? Eppure faresti meglio ad aspettare d'aver veduto bene prima d'affermarlo. Voialtri miopi non dovete pronunziare giudizi così affrettati. Ti dico ch'è un cavaliere col quale tu stessa non disdegneresti di mostrarti: è il signor Bruce.... quello che conoscemmo alla Nuova Orléans.
— Impossibile! — esclamò Isabella rizzandosi di scatto.
— Te ne accerterai coi tuoi propri occhi, — replicò Rina — giacchè viene qui con lei.
— Curioso! Perchè mai l'avrà accompagnata?
— Per dar prova del suo buon gusto. Non avrebbe potuto trovare una compagnia più amabile.
— Io non sono del tuo parere su questo punto. Confesso che non vedo nulla di tanto amabile in quella ragazza.
— Perchè non vuoi. Tutti la dicono attraentissima. Il signor Bruce apre il cancello per farla passare, con altrettanto rispetto che se fosse una regina. Mi piace questo suo contegno.
— Guarda! Ha quel famoso cappellino chiuso, bianco. E quell'abito di ghingano a scacchi! Che ne deve pensare il signor Bruce, critico tanto fine in materia d'abbigliamenti femminili? —
Gertrude e il suo compagno intanto s'avvicinavano alla casa. Ella alzò gli occhi, vide le due signorine sulla soglia, e sorrise piacevolmente a Rina, la quale faceva comici sberleffi e le lanciava occhiate significanti, dietro le spalle d'Isabella. Ma il giovanotto, la cui attenzione era tutta rivolta a lei, non s'accòrse delle altre, e queste lo udirono distintamente dire, nell'atto che le porgeva un involto che egli aveva galantemente portato:
— Penso che non entrerò. Sarebbe una tal seccatura doversi mettere a conversare con estranei! Ditemi, non lavorate più in giardino, la mattina?
— No, — rispose Gertrude — del mio giardino non esiste più se non la memoria!
— Come! — esclamò egli. — Spero che i nuovi venuti non avranno osato.... —
S'interruppe accorgendosi che la fanciulla guardava verso la casa, e guardò anch'egli nella medesima direzione. Vedute Isabella e Rina ritte di fronte a lui, fu costretto a riconoscerle e salutarle. S'avanzò dunque verso di loro, e confidandosi che non avessero inteso le sue parole, porse a entrambe la mano.
Esse, invece, le avevano intese, ma credevano che egli ignorasse di chi parlava; per tanto s'astennero dal farne cenno.
S'ingannavano però. Il signor Bruce sapeva benissimo che le nipoti della nuova signora Graham erano precisamente la signorina Clinton e la signorina Ray da lui conosciute alla Nuova Orléans; tuttavia non aveva nessuna voglia di ritrovarsi con loro. Ma il manifesto piacere delle giovanette nel rivederlo lusingò la sua vanità, e la conversazione divenne tosto così animata, che Gertrude potè entrare in casa e salire senza ch'essi avvertissero la sua scomparsa.
Ella andò nella camera d'Emilia dove aveva sempre libero accesso. Mentre raccontava la sua gita mattutina e l'esito delle varie commissioni di cui s'era incaricata, la governante sporse la testa dall'uscio, e con una faccia e una voce che palesavano una grande inquietudine, domandò:
— Non è ritornata Gertrude? Ah, meno male, siete qui! Presto, ditemi se la signora Wilkins ha le fragole....
— Ne ho accaparrate i tre quarti. Non le ha ancora mandate?
— No, ma sono contenta di sapere che vengono. Mi dà tante noie questo pranzo! —
La signora Ellis finì d'entrare, chiuse l'uscio, e sedette mandando un gemito che somigliava a un grugnito:
— Affemmia, cara Emilia, non potete farvi una idea di quello che le nostre ragazze hanno avuto da stirare oggi! — ella esclamò. — La signora Graham e le sue nipoti mettono nel nostro bucato un visibilio di biancheria fina, trinata, ricamata.... O non è una vergogna? Ricche come sono, dovrebbero dar da lavare e stirare fuori, mi sembra.... Ho aiutato io stessa quanto potevo, ma dice bene la signora Prime: non s'ha che due mani per una. E io avevo da parlare col macellaro, e fare i budini e il blancmanger, e per giunta mi tormentavo a cagione di quelle benedette fragole che m'ero dimenticata d'ordinare.... Dunque la signora Wilkins non aveva ancora spedito le sue frutta al mercato?
— No, ma le stava preparando in fretta; se tardavo un poco, non trovavo più nulla.
— Fortuna che siete arrivata prima! Non so che avrei fatto senza le fragole, perchè mi sarebbe mancato il tempo d'andare a caccia d'altra frutta. Ne avrò appena abbastanza per tutto quello che mi rimane da sbrigare avanti pranzo! La signora Graham non aveva mai tenuto una casa finora, e non sa quanto ce ne vuole per le diverse faccende. Quando ritorna di città pretende di trovar ogni cosa in perfetto ordine, e non domanda nè cura chi abbia spicciato il lavoro. —
In quella s'udì la cuoca chiamare dalla scala di servizio:
— Signora Ellis! Il garzone dell'ortolana ha portato le fragole, ma non sono mondate: dice che non c'era tempo.
— Ohimè! — esclamò la governante, stanca e seccata. — E chi le monderà, vorrei un po' sapere? Caterina non ha un minuto d'avanzo, e io men che meno.
— Le monderò io, — disse Gertrude seguendo la governante che scendeva. — Lasciate fare a me, signora Ellis!
— No, no! — fece la cuoca. — Vi macchiereste le dita, signorina Gertrude; non le toccate.
— E che importa? Le mie mani non hanno mica pelle di guanto: sono lavabili con acqua e sapone. —
La governante accettò con gratitudine l'aiuto della giovanetta, la quale sedette nel salotto da pranzo, e si mise all'opera.
Intanto Bella e Rina facevano tutto il possibile per intrattenere piacevolmente il signor Bruce, che seduto sulla scalinata dell'ingresso, con la testa appoggiata a un pilastro del portico, lanciava ogni tanto un'occhiatina verso l'atrio, e su per la scala, nella dolce speranza di veder riapparire Gertrude. Infine, non contandoci più, stava per accomiatarsi, quando sua sorella Fanny entrò dal cancello, e attraversato di corsa il cortile passò davanti al trio, precipitosamente, con l'intenzione di salire in casa difilato.
Ma Ben stese un braccio, la colse a volo, e le sussurrò qualche parola all'orecchio prima di lasciarla andare.
— Chi è cotesta piccola selvaggia? — domandò Rina Ray, mentre Fanny spariva nell'atrio come un baleno.
— Mia sorella, — rispose il giovane col suo tono di noncurante indolenza.
— Davvero? — disse vivamente la fanciulla. — La vidi qui altre volte, ma non feci attenzione a lei. Non sapevo che fosse vostra sorella. Che bella ragazzina!
— Vi pare? — fece Ben. — M'incresce di non poter dire come voi. Secondo me è uno spauracchio. —
Fanny ricomparve, si fermò un momento a piè di scala, e gridò senza cerimonie:
— Dice che non può venire perchè è occupata.
— Chi? — le chiese Rina afferrandola a sua volta e trattenendola.
— La signorina Flint. —
Il viso di Ben si tinse d'un lieve rossore che non isfuggì a Bella Clinton.
Rina domandò:
— E che sta facendo?
— Monda le fragole.
— Dove vai, Fanny? — disse alla ragazzina il fratello.
— Di sopra.
— Hai dunque il permesso di girare per tutta la casa?
— La signorina Flint m'ha detto che posso andar a prendere gli uccelli.
— Che uccelli?
— I suoi. Metterò la gabbia al sole e canteranno stupendamente. —
Corse su per le scale, e non tardò a ritornare con la gabbia contenente i minuscoli monias che Guglielmo aveva mandati da Calcutta.
— To', Rina, devono essere quelli lì gli uccelli che ci destano tutte le mattine col loro schiamazzo! — esclamò Isabella.
— È probabile, — disse Rina. — Fanny, portateli qui, vi prego. Vorrei vederli. Dio, che piccole creaturine! Guardate, signor Bruce.... Bellini, carini!
— Posa la gabbia là, sulla soglia, perchè possiamo vederli meglio, — disse il giovane.
— Temo che li spaventiate, — rispose Fanny. — La signorina Flint non vuole che si spaventino.
— Sta' tranquilla, — replicò egli — tratteremo gli uccellini della signorina Flint coi più benevoli riguardi. Di dove li ha avuti? Lo sai?
— Vengono dalle Indie orientali. Glieli mandò il signor Sullivan.
— Chi è cotesto signore?
— Un suo grande amico. Ella riceve spesso lettere da lui.
— Quale signor Sullivan? — domandò Isabella. — Conoscete il suo nome di battesimo?
— Credo sia Guglielmo, — disse Fanny. — La signorina Emilia chiama sempre questi uccelli i Guglielmini.
— Bella! — esclamò Rina. — Gli è il tuo Guglielmo Sullivan!
— Che uomo fortunato! — fece Ben con accento sarcastico. — Proprietà d'una bellissima signorina, e grande amico di un'altra!
— Non so che tu voglia intendere, — disse agramente Isabella alla cuginetta. — Il signor Sullivan è un giovane socio di mio padre, ma sono anni ch'io non lo vedo.
— Fuorchè ne' tuoi sogni, Bella, — insistette l'altra. — Tu dimentichi.... —
La signorina Clinton pareva ora adirata sul serio.
— Sognate il signor Sullivan, voi? — escì a dire Fanny piantandole gli occhi in faccia. — Voglio andar a domandare alla signorina Flint se accade anche a lei.
— Brava, — disse Rina — vengo anch'io. —
Attraversarono l'atrio correndo, apersero l'uscio della sala da pranzo, e fecero l'interrogazione ad una voce.
Còlta così di sorpresa, Gertrude non arrossì nè si confuse; rispose tranquillamente:
— Sì, qualche volta. Ma che ne sapete voi due del signor Sullivan? Perchè mi fate cotesta domanda?
— Oh, per nulla! — rispose Rina. — Anche altre persone lo sognano, e facciamo un'inchiesta per sapere quante sono. —
Richiuse l'uscio e tornò indietro di volo.
— Gertrude Flint è stata più franca e sincera di te! — gridò alla cugina con aria di trionfo. — Era meglio confessare la tua piccola debolezza che arrossire e negar la verità! —
Ma lo scherzo, a Bella, non garbava; n'era vivamente offesa, e non lo nascondeva. Il signor Bruce, impacciato e seccato, s'affrettò a lasciare che le due ragazze accomodassero la questione tra loro. Tosto ch'egli se ne fu andato, la signorina Clinton piegò il suo lavoro di ricamo, e con gran dignità salì nella sua camera, mentre Rina, la quale rideva ancora, si trattenne da basso, desiderando d'approfittare dell'occasione per stringere amicizia con Fanny Bruce. Questo desiderio nasceva dal fatto che le piaceva non poco il fratello, e ch'ella aveva concepito la tanto comune ma spesso erronea speranza d'avvantaggiare la propria causa entrando in dimestichezza con la sorella. Fors'anche l'induceva a questo passo l'aver osservato che Gertrude sembrava godere le simpatie dell'uno e dell'altra.
Invitò dunque Fanny a sedere accanto a lei, le cinse la vita con un braccio, poi cominciò dal discorrere della signorina Flint, e indagare quali fossero le origini dell'intimità di questa con la famiglia Bruce, e se fosse più o meno grande di quanto pareva.
La ragazzina, comunicativa per sua natura, l'informò, senza farsi pregare, delle circostanze che l'avevano condotta a legarsi così strettamente con una amica d'alcuni anni maggiore.
— Anche vostro fratello la conosce da un pezzo, non è vero?
— Sì, credo, — rispose Fanny in tono di noncuranza.
— E a lui, piace?
— Non so, ma penso che debba piacergli; come potrebb'essere diversamente?
— Che v'ha sussurrato in un orecchio quando ci siete passata accanto sulla scalinata? —
Ella non se ne rammentava lì per lì; ma avendole Rina ripetuto ciò ch'era venuta a riferire, non esitò a rispondere:
— M'aveva detto di domandarle se non sarebbe tornata presto a intrattenersi un po' con lui, e di dirle che si tediava mortalmente ad aspettarla. —
Rina sporse le labbra in atto di dispetto.
— Vorrei sapere — ella ripigliò — se la signorina Flint usa ricevere visite qui, ed è trattata da pari a pari.
— Ma sicuro! — la rimbeccò Fanny con prontezza. — E perchè no? È la più compita signorina ch'io abbia mai conosciuta. La mamma dice che le sue maniere sono finissime, e mi raccomanda di prenderle per modello. —
In quella Gertrude, che era andata a mettere le fragole nella ghiacciaia, attraversava la parte posteriore del lungo atrio. La ragazzina la chiamò:
— Signorina Gertrude, siete lesta?
— Or ora vengo, Fanny, — rispose la giovane.
— A far che? — interrogò di nuovo Rina.
— A leggere, — disse la piccola Bruce. — Oggi essa leggerà alla signorina Emilia il rimanente dell'Amleto di cui le lesse ieri i tre primi atti, ed io ho il permesso di star con loro, ad ascoltare. Ci capisco poco o nulla, quando lo leggo da me, ma sentito da lei diventa tutto piano. È una lettrice maravigliosa. Sono venuta apposta per udire la fine della tragedia. —
Restata sola, Rina si stese sul sofà che era nell'atrio, e s'addormentò. Fu destata dalla signora Graham, la quale arrivava da Boston poco innanzi l'ora d'andare a tavola, e trovatala lì a dormire,, ancora in veste da mattina, la scosse per un braccio e le disse con quella sua voce che ad onta delle migliori intenzioni non poteva essere se non grossa e rude:
— Su, su, Rina Ray, svegliati e va' a vestirti per il pranzo! Ho veduto alla finestra Bella già pronta e veramente splendida. Vorrei che ti dessi anche tu un po' di cura d'abbellirti, di comparire! —
Ella sbadigliò, e, col suo comodo, obbedì all'ordine della zia. Era sua politica, quando aveva offeso in qualche modo la cugina, contenersi come se ne fosse inconsapevole; Isabella dal canto proprio faceva bensì il broncio, ma lo smetteva presto, troppo essendole necessaria la sua compagnia. E così non tardavano a ritornare amiche più di prima.
— Bella, — disse Rina, mentre si ravviava i capelli, allo specchio — ti rammenti quella ragazzetta che tutte le mattine nell'andare a scuola incontravamo in compagnia d'un vecchio paralitico?
— Sì.
— Io credo, sai, che fosse Gertrude Flint. Ha fatto un gran cambiamento, sicuro: ma i lineamenti sono sempre gli stessi, e certo non c'è al mondo un altro par d'occhi come quelli.
— Non dubito punto che sia la medesima persona, — rispose Isabella freddamente.
— L'avevi già pensato?
— Sì, quando Fanny ha detto che conosce Guglielmo Sullivan.
— E perchè l'hai taciuto?
— Oh Dio, Rina, io non m'appassiono tanto per lei, come te e qualcun altro!
— Chi altro? —
Isabella a sua volta punzecchiava la cuginetta.
— Il signor Bruce, bambina. O non vedi ch'è mezzo innamorato di lei?
— No, non lo vedo, punto. Si conoscono da molto tempo, così mi ha detto Fanny, ed è naturale che tratti con gentilezza e con rispetto una ragazza tenuta dai Graham in tanto conto. Ma non credo davvero ch'egli voglia prendersi d'amore per una che, oltre l'esser povera, non ha nemmeno una famiglia.
— Forse infatti non vorrebbe.
— E non è. Gertrude Flint non fa per lui. Egli ha frequentato molto il bel mondo non solo a Boston ma a Parigi, e gli si conviene una moglie di spirito gaio, amante della buona compagnia, che sappia spendere e figurare.
— Dici bene.... Una Rina Ray, per esempio.
— Questa è ridicola, Bella!... Parrebbe che non si possa parlare senza pensar a sè stessi! Che me ne importa a me di Ben Bruce?
— Io non so se te ne importi: ma so che non mi strapperei i capelli a proposito di lui, come fai tu in questo momento. Suona la campana per il pranzo, e tu sarai in ritardo, al solito. —