XXXVIII.
Ah non così, non così nel passato
Tu solevi incontrarmi.... A te insegnato
La lontananza e il tempo hanno l'oblio?
Mrs. Hemans.
Gertrude aveva rimesso la sua piccola protetta nelle mani della bambinaia venuta a cercarla, ed era ritornata a sedersi fra i suoi amici, quando l'attenzione generale fu attratta da una bellissima giovane, vestita splendidamente, che entrò nella sala scortata da tre cavalieri. Ella guardò in giro per trovar la persona che veniva a visitare, poi andò verso la signora Petrancourt, la quale a sua volta le mosse incontro.
Quantunque nulla fosse per Gertrude più inaspettato di quell'apparizione, ella riconobbe subito Isabella Clinton; ma questa passò davanti a lei e ad Emilia senza notarle. Non essendovi seggiole libere, prese posto con la signora sur un'agrippina, a qualche distanza da loro, e incominciò una conversazione animatissima e familiare. Mentre discorreva non si volse mai, ed accomiatatasi sarebbe ripassata sotto gli occhi del dottor Jeremy e delle sue compagne, fingendo di non accorgersi della loro presenza, se in quel momento il dottor Gryseworth non avesse diretto la parola alla signorina Flint, chiamandola per nome. Girò allora lievemente il capo da quel lato, e còlta dallo sguardo della fanciulla fisso nel suo, mormorò un «Buona sera» in tono di noncuranza, come si saluta qualcuno che si conosce appena, gettò un'occhiata furtiva su Emilia, squadrò con impertinente curiosità il circolo di cui esse facevano parte, e, senza fermarsi, s'allontanò sussurrando ai suoi cavalieri commenti satirici sull'Albergo del Congresso e sugli ospiti che v'alloggiavano.
— Oh, che bellezza! — disse Netta alla signora Petrancourt. — Chi è? —
La signora Petrancourt comunicò quanto sapeva d'Isabella Clinton; avevano viaggiato insieme in Isvizzera, s'erano incontrate a Parigi dove la bella Americana era molto ammirata.
— Voi la conoscete? — domandò poi a Gertrude.
— La conobbi prima che partisse per l'Europa, — rispose questa — ma dopo il suo ritorno non l'avevo più riveduta.
— È arrivata da poco, — disse la signora — con l'ultimo piroscafo, in compagnia di suo padre. Si trova a Saratoga da due o tre giorni soltanto. All'Albergo degli Stati Uniti fa furore, a quanto ho inteso, e ha legioni d'adoratori.
— I più dei quali probabilmente sanno che uno di questi giorni sarà in possesso d'un grosso patrimonio, — osservò suo marito.
Emilia, che conversava con Elena Gryseworth, udì questo discorso, e rivolgendosi a Gertrude, domandò se parlassero della signorina Clinton.
— Sì, — rispose per lei il dottor Jeremy — e se ella non fosse la più maleducata ragazza del mondo, voi, cara, avreste saputo prima d'ora ch'è stata qui. —
La cieca s'astenne da ogni commento. Non le faceva maraviglia che i Clinton fossero ritornati soli, perchè in Europa s'erano separati dai Graham quasi subito, ed ella non ne aveva più avuto notizie: e nemmeno la stupiva l'inciviltà d'Isabella, per enorme che fosse, posto che costei sembrava ignorare fin le regole più elementari delle buone creanze. Anche Gertrude tacque: ma, dentro, ardeva di sdegno perchè una mancanza commessa verso la gentile Emilia la feriva nel cuore.
Gertrude e il dottor Jeremy erano mattinieri e si trovavano sempre fra i primi alla sorgente. Il medico diceva di gustar meglio, di buon'ora, quell'acqua salutare, e giacchè alla fanciulla levata col sole, secondo il suo costume, piaceva far moto avanti colazione, voleva che lo accompagnasse nelle sue allegre camminate mattutine, non senza aver assaggiato anch'ella il beveraggio di cui egli era tanto amante. La signora Jeremy ed Emilia prolungavano i loro sonni finchè ne sentivano il bisogno, e l'ora della colazione era quella del loro risveglio.
Così la mattina seguente alla serata dell'incontro con Isabella, dopo che il dottore ebbe tracannato il suo settimo bicchiere e Gertrude stessa per compiacerlo si fu indotta con rara abnegazione ad ingurgitare il contenuto d'uno colmo, benchè quell'acqua le riuscisse molto ingrata al palato, intrapresero la consueta passeggiata. Avevano già percorso un bel tratto di cammino quando Jeremy s'avvide d'esser privo della sua mazza, e sicuro d'averla dimenticata alla sorgente, manifestò l'intenzione di tornare indietro a cercarla.
La giovanetta si proponeva di seguirlo, ma egli, pensando che forse non avrebbe ricuperato l'oggetto smarrito senza qualche difficoltà e sarebbe stato costretto a indugiarsi, insistette perchè ella continuasse la sua via in direzione della strada ferrata circolare, promettendole di venire a raggiungerla girando dall'altra parte. Ella camminava da alcuni minuti, sola e pensosa, quando a una brusca svoltata d'un sentiero del parco, vide venire innanzi una giovane coppia. Non distingueva il viso dell'uomo mezzo nascosto da un largo cappello di paglia, ma nell'elegante signorina appoggiata al suo braccio aveva tosto ravvisato Bella Clinton. Era evidente che anche Bella ravvisava lei, ed in pari tempo che non voleva riconoscerla, poichè dopo il primo sguardo, tenne gli occhi ostinatamente fissi sul proprio compagno o al suolo. Questo contegno non turbò affatto Gertrude; ella non sentiva maggior desiderio dell'amicizia di quell'altezzosa creatura che costei della sua. Ma essendo così dispensata dall'aspettare e ricambiare il saluto della signorina, naturalmente la sua attenzione si fermò un istante sul cavaliere che la scortava. Egli pure, passandole accanto, volse a lei i suoi grandi occhi grigi, con indifferenza, come un estraneo guarda un estraneo in cui s'imbatte, poi nello stesso modo li distolse, parlando in tono leggero alla sua dama.
E i due proseguirono, s'allontanarono. Ma Gertrude rimaneva immobile, sbalordita, oppressa dai palpiti violenti del suo cuore. Ella conosceva quegli occhi, quella voce, sapeva chi era quel giovane come se l'avesse veduto e udito pur ieri. Poteva ella forse scordare Guglielmo Sullivan?
Ma egli, sì, l'ha scordata. Deve corrergli dietro, afferrargli le mani, forzarlo a guardarla, a riconoscerla, a parlarle?
Mosse un passo dietro alla coppia, esitò, s'arrestò. Una folla di commozioni l'assaliva, l'accecava, la soffocava, e mentre ella lottava seco stessa, Guglielmo e Isabella svoltarono in un sentiero, scomparvero. Ella si coperse il volto con le mani (sempre suo primo impulso nei momenti d'angoscia) e s'addossò al tronco d'un albero.
Era Guglielmo: quanto a questo nessun dubbio. Ma non il suo Guglielmo, non il caro ragazzo, il tenero suo amico d'infanzia. Invero il tempo non aveva aggiunto molto alla statura e allo sviluppo del giovane diciannovenne, alto e già ben complesso, ch'era partito per le Indie. Tuttavia sei anni trascorsi in Oriente, tra fatiche e cure dello spirito, strapazzi fisici, frequenti viaggi lo avevano mutato assai più che se fosse rimasto a condurre una vita tranquilla nel suo paese. Al fresco carnato dell'adolescenza era succeduto un colorito più pallido, un poco abbronzato, e ombrato dalla barba, che mostrava una matura virilità; negli occhi ridenti adesso appariva più profondo il pensiero; l'elastico passo era più fermo e misurato; il viso, raggiante allora come un sole, aveva preso un'espressione calma e grave che dava un'impronta caratteristica ai suoi lineamenti quando erano in riposo.
Ma le attrattive che avevano cattivato al giovanetto tutti i cuori, erano sostituite nell'uomo da qualità di pregio eguale, se non superiore. Egli era sempre straordinariamente bello, e dotato di quella grazia naturale e disinvolta del portamento che tanto piace. La fronte ampia ed aperta, la bocca dalle linee denotanti un animo mite ma insieme forte e risoluto, le maniere franche e balde, rimanevano inalterate, e sarebbero bastate esse sole a farlo riconoscere da colei in cui la sua immagine era indelebilmente impressa, anche se ella non avesse udito il suono della nota voce, nel momento stesso. Tutto, tutto proclamava al suo cuore palpitante che Guglielmo Sullivan l'aveva incontrata a faccia a faccia, ed era passato oltre, senza ravvisarla, e, secondo ogni apparenza, immemore o noncurante, lasciandola sola col suo immenso dolore!
Dapprima quest'unico amarissimo pensiero fu presente al suo spirito: «Egli non mi conosce più!» Esso riempiva e dominava la sua immaginazione, le faceva correre nelle più profonde fibre dell'essere un fremito di stupore ed angoscia. Non rifletteva ch'ella era tuttavia una bambina quando Guglielmo l'aveva veduta l'ultima volta, e che doveva apparirgli adesso ben diversa. Meno ancora pensava a rallegrarsi d'una trasformazione di cui ogni particolare tornava a suo vantaggio. La penosa idea che l'amico diletto della sua fanciullezza l'aveva dimenticata, ch'ella era morta per lui, cancellava qualunque altro ricordo.
Fossero stati tutt'e due ragazzi come al tempo della loro fraterna intimità, le sarebbe parso naturalissimo spiccare una corsa, raggiungerlo, chiamarlo. Ma gli anni e i mutamenti che avevano operato, alzavano tra loro una potente barriera. Gertrude era una donna oramai, e ne aveva l'alterezza; l'animo suo delicato, la modestia virginale la distoglievano dal seguire l'impulso dell'antico affetto. Bentosto però altri sentimenti l'assalsero confusamente. Come mai Guglielmo Sullivan si trovava là, e con Isabella Clinton appoggiata al suo braccio? Quando aveva ripassato l'Oceano? E perchè non era andato anzi tutto in cerca di lei, della prima sua amica, dell'unica, per quanto ella avesse fino allora saputo, da cui egli aspettasse d'essere accolto al suo ritorno in patria? Possibile che non si fosse nemmeno curato d'avvertirla del suo arrivo? In qual modo spiegarsi quello strano silenzio, e il fatto più strano ancora della sua premura d'accorrere a un ritrovo mondano prima di visitare la sua città natale e la sorella d'adozione?
Domande su domande, dubbi su dubbi s'accavallavano nella sua mente, in tale scompiglio ch'ella non poteva ragionare nè venire ad una conclusione. Non poteva che sentire e piangere. E sopraffatta da tante dolorose commozioni ruppe in lacrime.
Povera fanciulla! Era assai diverso quell'incontro da ciò che aveva immaginato e sperato! Durante sei anni, mentre la donna si maturava in lei, il ritorno di Guglielmo era stato il sogno delle sue veglie, e la realtà fugace ma dolcissima de' suoi sonni felici. Egli non si sarebbe potuto presentare in nessun'ora del giorno o della notte, nè sotto nessun travestimento, senza essere atteso e indovinato. Di nessuna formula di saluto si sarebbe potuto servire che già ella non avesse inteso sonare nella sua fantasia. Il suo primo sguardo, ella lo vedeva, le era familiare. Le parole che direbbe venendo a lei, le sue esclamazioni, le sue domande, le risposte che ella farebbe, la felicità d'entrambi (velata di mestizia dopo la dipartita dei loro cari perduti), tutte insomma le particolarità dell'incontro agognato ella le aveva già evocate mille volte nello spirito, ogni tanto in nuove forme, e con l'aggiunta di qualche nuova circostanza.
Ma non mai nelle sue visioni era apparsa pur un'ombra della triste verità che d'improvviso l'aveva precipitata nel dolore di quel disinganno. Nemmeno i sogni più oscuri erano stati presaghi d'una così gelida indifferenza, nemmeno i presentimenti più affannosi, non rari, da ultimo, le avevano fatto temere qualche cosa di così straziante come quell'assoluto oblio, quella totale distruzione del tenero e intenso affetto che aveva lungamente unito a lei l'esule in terre lontane.
Addossata al tronco del vecchio albero, col petto gonfio di profondi singhiozzi che non trovavano sfogo, e il viso mal celato dalle piccole mani tra le cui dita affusolate scorrevano copiose lacrime, ella piangeva, dimentica del luogo, del tempo, di tutto fuorchè della sua soverchiante ambascia.
Il rumore d'un passo che s'avvicinava la scosse. Con rapido gesto si slanciò avanti senza guardare nella direzione in cui l'udiva, calò il velo di trina che portava in luogo di cappello, per modo da nascondere la faccia turbata, s'asciugò gli occhi grondanti di pianto, e s'allontanò in fretta volendo evitare d'essere raggiunta e osservata da qualcuno dei numerosi forestieri che passeggiavano nel parco a quell'ora.
Le pieghe del fitto velo e le lacrime risgorganti le offuscavano la vista, ed ella non sapeva dove la conducesse la sua fuga ansiosa, quando a un tratto un rombo e un sibilo acuto le risonarono all'orecchio, in gran prossimità, spaventandola e confondendola a segno ch'ella si fermò incerta della via da prendere; ma in quella si sentì afferrare per la vita e sollevare da terra con prontezza e facilità, come se fosse stata una bimba, e prima ch'ella potesse acquistar coscienza di ciò che le accadeva, mentre lo stesso braccio robusto la reggeva trattenendola, si vide passare davanti con vertiginosa celerità una vetturetta della ferrovia in miniatura, dove sedevano due persone. Un passo di più, e si sarebbe trovata sul binario, esposta all'urto, forse mortale, del veicolo lanciato a tutta corsa.
Rimosse il velo, e volse al suo salvatore, il quale, cessato il pericolo l'aveva subito sciolta dalla stretta, un viso ch'esprimeva insieme una viva gratitudine e un gran turbamento, reso più sensibile ancora dalle tracce della dolorosa commozione di poco prima.
Il signor Phillips, poichè era lui, la guardò con tenerezza e pietà profonda.
— Povera figliuola! — egli disse dolcemente, prendendola a braccetto. — Vi siete molto spaurita. Venite a sedervi su quel banco. —
Ma ella scosse il capo e accennò che desiderava piuttosto proseguire verso l'albergo. Non era in grado di parlare; la benevolenza di quello sguardo, di quella voce, non faceva che accrescere la sua penosa confusione e le toglieva la facoltà della favella.
Egli non insistette, l'accompagnò in silenzio, ma sorreggendola con amorosa cura, e gettando su lei sguardi pieni d'ansietà. Alfine, con uno sforzo ella riescì a calmarsi alquanto. Allora egli osò rivolgerle di nuovo la parola, e domandò:
— V'avevo forse spaventata io?
— Voi! — fece ella con tono sommesso e malfermo. — Oh, no! Siete tanto buono....
— Mi duole di vedervi così conturbata. Quella ferrovia circolare con le sue vetturette è inutile e pericolosa.... Dovrebbero sopprimerla.
— La ferrovia? — mormorò Gertrude, come smarrita. — Ah, sicuro.... non mi rammentavo....
— Mi sembrate un po' nervosa.... Dovreste chiedere al dottor Jeremy un calmante.
— Il dottore? È tornato indietro per cercare la sua mazza, credo. —
Egli comprese che lo spirito della fanciulla era sconvolto, perchè ne conosceva la vivacità e l'acume essendosi in quei giorni la loro amicizia fatta più intrinseca. S'astenne dunque da altri tentativi di conversazione, e non apersero più bocca finchè, giunti all'albergo, nell'accomiatarsi, egli, tenendole un momento la mano stretta nella sua, disse con accento commosso:
— Potrei forse fare qualche cosa per voi? Potrei aiutarvi? —
Gertrude lo guardò, e vide al suo aspetto ch'egli l'intendeva, che capiva com'ella fosse non già nervosa ma infelice. I suoi occhi lucenti di nuove lacrime lo ringraziarono.
— No.... no.... — rispose ansante. — Ma siete buono, molto buono. —
E rapidamente entrò nell'atrio. Per più d'un minuto il signor Phillips restò fermo dov'ella lo aveva lasciato, fissando la porta quasi volesse vedere la fanciulla arrivata a salvamento.
Il primo pensiero di Gertrude fu di nascondere quanto meglio potesse a tutti i suoi amici, e specie alla signorina Graham, il grave dolore che l'opprimeva. Certo avrebbe trovato in Emilia simpatia e conforto; ma per grandi che fossero il suo amore e il suo rispetto verso la sua benefattrice, ella rifuggiva con gelosa delicatezza da ogni confidenza atta ad abbassare Guglielmo Sullivan nella stima d'una persona dinanzi alla quale desiderava ardentemente mostrarlo degno dell'alto concetto che di lui le avevano dato le sue lodi.
Emilia quasi non conosceva fino allora il giovane se non da ciò che gliene diceva Gertrude, e però un sentimento misto di tenerezza per l'amico d'infanzia, e d'amor proprio, vietava a questa di palesarle ch'egli, ritornato in patria dopo tanti anni d'assenza, l'aveva riveduta per la prima volta in un pubblico passeggio di Saratoga, e le era passato accanto senza curarsi di lei.
Naturalmente le s'era affacciata l'idea che Guglielmo poteva averla cercata a Boston e, appreso ch'ella si trovava a Saratoga, esserci venuto appunto col fine di vederla: nè, riflettendo a mente calma, questa ipotesi pareva contraddetta dal fatto che, incontratala per caso, una fugace occhiata non bastasse perchè egli la riconoscesse subito, mutata com'era nel volto e nella persona. Ma quel raggio di speranza svanì quand'ella si rammentò d'una lettera ricevuta il giorno innanzi da parte della signora Ellis, la quale custodiva ora la casa dei Jeremy. Come ammettere che scrivendole avesse omesso di menzionarle una visita per lei tanto importante? Pure, una possibilità rimaneva: cioè che la data della concisa epistola fosse anteriore all'arrivo di Guglielmo, o che questi, sbarcato appena, non fosse ancor giunto a scoprire la sua temporanea dimora. Nonostante i dubbi cui dava adito la poca premura ch'egli mostrava di rintracciarla, passeggiando invece con Isabella, Gertrude s'aggrappava appassionatamente a quest'altra fragile speranza; e confidandosi ch'entro la giornata egli si sarebbe presentato all'albergo, si propose di concentrare tutte le sue energie nello sforzo di mantenersi calma e composta. Conveniva aspettare d'acquistar una certezza.
Durò gran fatica a parere come il solito ed eludere l'amorosa e attenta vigilanza d'Emilia che, conscia dei doveri assunti verso la figliuola adottiva, e timorosa di non essere atta, causa la sua cecità, a proteggere abbastanza quella creatura così ardente ed eccitabile, notava, sempre all'erta, le sensazioni e le commozioni provate da Gertrude, e soprattutto ogni variazione del suo umore, ordinariamente gaio.
Ora, per quanto la fanciulla si fosse armata di fiducia, e incoraggiata con la speranza che Guglielmo non sarebbe infedele alla loro antica amicizia, il suo spirito era depresso dall'evidenza con cui si era presentato ai suoi occhi il fatto ch'egli non poteva più essere per lei ciò ch'era stato una volta, che mai più non avrebbero potuto trattarsi con fraterna dimestichezza come fino a quando s'erano separati: egli era adesso un uomo del gran mondo, aveva nuove conoscenze, nuove cure, nuovi interessi, ed ella doveva riconoscere d'essersi abbandonata a una folle quanto tenera illusione, accarezzando l'idea che nel loro caso le leggi della natura sarebbero sospese, che il tempo non avrebbe alterato l'indole nè l'intensità del loro mutuo affetto.
Segnatamente l'induceva in questa persuasione la circostanza d'averlo veduto in quel primo casuale incontro a fianco d'Isabella Clinton, la signorina mondana per eccellenza, tra la quale e lei non c'era ombra d'affinità o di simpatia. Isabella, invero, era la figlia dell'uomo generoso che a lui giovanetto aveva aperto la via della fortuna impiegandolo nella sua casa commerciale di cui adesso egli faceva parte in qualità di socio; nulla di più naturale quindi che Guglielmo non soltanto la conoscesse, ma si sentisse in obbligo d'usarle deferenza e prodigarle le sue attenzioni. Gertrude tuttavia provava un senso di distacco, e non riusciva a cacciare un doloroso presentimento che le agghiacciava il cuore, pensando alla sua familiarità con una che aveva sempre ostentato verso di lei un superbo disprezzo trattandola incivilmente.
Un'unica via di condotta le rimaneva: dominarsi con tutte le sue forze, chiamare in suo soccorso perfino l'orgoglio, e mantenersi in qualunque evento calma e serena. Il timore che già un occhio perspicace avesse penetrato parzialmente il suo segreto indovinando che ella era afflitta, la metteva in guardia; e però, entrando nella camera dove Emilia l'aspettava, diede al suo «buon giorno» un tono gaio ed aiutò la cieca a vestirsi come di consueto. Certo il suo viso mostrava le tracce del pianto recente, ma quella non le vedeva, e prima di andare a colazione ella ebbe cura di farle sparire.
Subito fu posta a nuovi cimenti. Il dottor Jeremy, che ricuperata la sua mazza era andato a cercarla nel luogo convenuto, e non l'aveva trovata nè là nè altrove nel parco, la tempestò di domande sul cammino da lei seguito e sulle ragioni per le quali lo aveva piantato in asso.
Ella cadde dalle nuvole. Non s'era più ricordata affatto del vecchio signore, nè del loro accordo, secondo cui era stabilito ch'ella proseguirebbe sempre nella medesima direzione; e còlta così di sorpresa, senza che avesse preparato una risposta, arrossì, restò confusa. La verità era questa: ansiosa d'evitare l'ignoto passante che udiva venire dalla parte per dove ella doveva muovere incontro al dottore, aveva preso la direzione opposta, e, raggiunta dal signor Phillips, era tornata in sua compagnia all'albergo rifacendo la strada di prima e deludendo per conseguenza il buon Jeremy a cui non pensava più.
Ma prima ch'ella potesse addurre qualche scusa, arrivò di corsa Netta Gryseworth evidentemente piena d'allegra malizia, e chinandosi su una spalla di lei, le disse all'orecchio, abbastanza forte da essere udita dagli altri della loro piccola comitiva, che si erano fermati mentre il dottore chiedeva spiegazioni a Gertrude:
— Cara amica, certi commoventi addii dovrebbero esser fatti fuor degli sguardi indiscreti; mi maraviglio che li abbiate permessi sulla soglia dell'albergo! —
Questa osservazione non era propria a scemare l'impaccio della fanciulla, che s'accrebbe a mille doppi quando il dottor Jeremy, ghermita per un braccio Netta la quale già scappava, insistette perchè spiegasse che intendeva dire, dichiarando che egli sospettava qualche cosa, e voleva sapere chi fosse il cavaliere di Gertrude.
— Oh, un bel giovane alto, suo adoratore!... Bisognava vedere come stava lì piantato a seguirla con gli occhi! In verità cominciavo a temere che la crudele lo avesse cambiato in sasso! Che gli avevate fatto, Gertrude?
— Nulla, — rispose questa. — M'ha salvata da una vetturetta della ferrovia circolare che era sul punto d'investirmi e m'ha accompagnata a casa. —
Il suo tono era serio. In altri momenti avrebbe riso e motteggiato con Netta; ora un peso troppo grave le opprimeva il cuore. Ma il dottor Jeremy non s'accòrse della sua crescente agitazione, e spinse lo scherzo ancor più oltre.
— Romantica avventura! Un pericolo imminente! Soccorso provvidenziale! Passeggiata da solo a sola, evitando il vecchio dottore che sarebbe stato il terzo incomodo! Ho capito.... —
La povera Gertrude, rossa scarlatta e confusa da far pietà, cercò di giustificarsi, balbettò, finì col dire che non sapeva più, non rammentava....
Elena Gryseworth le gettò uno sguardo scrutatore, Emilia volse verso di lei la faccia ansiosa, e Netta, mezzo impietosita e mezzo esilarata, la trasse nella sala da pranzo dicendo:
— Non vi confondete, Gertrude, non c'è poi niente di terribile, dopo tutto. —
Ella volle sforzarsi di far colazione, ma non potè nascondere la sua mancanza d'appetito, e fu lieta d'accompagnare Emilia nella loro camera appena questa ebbe finito il leggero suo pasto. Là le raccontò minuziosamente il pericolo che aveva corso, e come il signor Phillips l'avesse salvata: racconto di cui la signorina Graham parve contentarsi. Poi sedette in apparenza tranquilla, e lesse ad alta voce alcune pagine d'un libro a loro prestato da quel gentiluomo, che, singolare sfortuna, ella non era ancora riuscita a presentare alla sua amica non essendosene mai offerta l'opportunità.
Trascorse l'intera mattinata senza che Guglielmo si facesse vivo. Ogni volta che una persona di servizio passava per il corridoio, Gertrude palpitava di speranza; e se qualcuno picchiava all'uscio, come ripetutamente accadde, la sua mano tremante poteva appena alzar la gruccia. Questo continuo alternarsi d'illusioni e disinganni la teneva in uno stato d'eccitazione tale, ch'ella era tutta accesa in viso, e verso mezzogiorno cominciò a sentire i sintomi di un violento mal di capo, cosa molto insolita in lei. Nondimeno, comprendendo che s'ella si fosse astenuta con una scusa qualunque di comparire quel giorno a pranzo, la sua condotta avrebbe certo provocato commenti erronei, si vestì accuratamente secondo il solito, e andò a prendere il suo posto a tavola. Soffriva, ma le guance imporporate e gli occhioni neri scintillanti la rendevano più che mai attraente; nè era da maravigliarsi se nell'atto che traversava la sala e durante il breve tempo che vi si trattenne, gli sguardi del signor Phillips, che sedeva a qualche distanza, e d'altri ancora, si fissavano su lei con attenzione.