Marini Sanuti Leonardi filii Patricii Veneti de Adventu Caroli regis Francorum in Italiam adversus Regem Neapolitanum. Incipit liber secundus feliciter.
Fiorentini havendo el Re di Franza ordinato el zorno che 'l voleva intrar in la terra, feceno grandissimi apparati, butoe le porte di legno a terra con le sarazinesche, et a compiacentia dil Re butono una parte di muro appresso la porta di San Friano et atterrono ivi la fossa. Intrò de Luni a dì 17 Novembrio: il modo et ordine sarà scritto di sotto. Et Fiorentini fece questo ordine, che per tutta la terra volseno che in ogni casa fusse preparato per allozar Franzesi, et dove che Franzesi andavano, zoè da prima quando introno in Fiorenza, et in qual caxa volevano, vi poteva habitar, perchè di tutto li era provisto, de vituarie et ogni altra cosa, da li patroni di le caxe: tamen Franzesi pagavano il viver loro. Le donne veramente fiorentine, con le lor robe di valuta, andono a star ne li monasterii di donne religiose. Questo a ciò non si mescolasseno con Franzesi, timide di quello era successo a Lucca. Ma essendo assà zente con el Re, parte fonno mandate cussì come intravano in la terra, fuora per l'altra porta, di comandamento dil Re, verso Siena; et cussì si sparpagnò per quella Toscana. Fiorenza adoncha città in Toscana nobilissima et prima, fo edificata avanti lo advenimento di Cristo anni 90, da gli homeni d'arme de Sylla romano, perchè Sylla preditto li assignò quel paese per sua habitatione; et questi habitono a presso el fiume di l'Arno, et edificono un castello chiamato Fluentia, come scrive Plinio. Dopo, venendo Totila re de Gothi, la prese et totalmente la disfece et guastò. Dopo la prese Carlo Magno, et per memoria la fece rehedificare et ampliare di circuito di mure, et volse la fusse libera con molti privilegii, et concesse a loro legge et gli magistrati. Et poi del 1024 fu molto ampliata per spoglie di la città de Fiesole, perchè quel popolo fo costretto venirvi ad habitare: del 1071 fu accressuta di mure, oltra la chiesia di Santo Laurentio, come è al presente. Et morto Federico imperatore, loro inimicissimo, successe Rodolpho, al qual Fiorentini detteno ducati 6000, et li restituite ne la pristina libertà, et loro ordinono 12 anciani. Et poco da poi mutorono, et ne fecero 8 chiamati Priori di l'arte et uno Confaloniero di justitia, i quali stanno fermi nel palazzo. Per mezzo di questa vi passa el fiume di l'Arno, el qual per la ferocità di le acque è innavigabile. È un bellissimo tempio di San Zuan Battista, dove è il suo digito che mostrò Ecce Agnus Dei, et qui solamente è di tutta la città el Battesimo: et le porte, che son tre, sono di ferro bronzo, historiate dil vecchio et nuovo Testamento. Ancora v'è el tempio edificato con arte incredibile, grandissimo, con una volta nel mezzo et la chiamano la cupola, edificata con inzegno più presto divino che humano, et tutto di fuora coperto di marmoro variato, et sempre vi si lavora, et si chiama Santa Maria la Nonciata, et ha una torre stupenda, tutta di marmoro, per campaniele, altissima. Questa città in poco tempo arse do volte, et fo del 1176. Ha habuto molti adversarii per tuorli la libertà, Pisani, Senesi, et altri in Italia, poi Henrico VII imperatore, poi Castruccio, ancora Lanzilò re di Puja, Galeazzo Maria, primo duca di Milano, et innanzi a lui Joanne archivescovo de Milano, et duca Felippo etiam duca de Milano, re Alphonso et Ferdinando so fiol ultimamente; tamen sempre se difese. Di questa città vi fu Francesco Petrarca, el qual nacque in uno castello chiamato la 'Ncisa in Val d'Arno, 12 miglia di sopra Fiorenza; Dante Aldighieri, Accursio jurisconsulto, Lunardo Aretino ben fusse di Arezzo, et altri assae, maxime Cosma de Medici ricchissimo, Pallade Strozzi cavalier, in greco et latin dottissimo, Angelo Acciauli capo dottissimo in greco. Or Fiorenza zira attorno mia cinque e un terzo; le porte di la terra 13; sopra el fiume di l'Arno è 4 ponti, uno de li qual ha botteghe 40, l'altro X; su l'Arno è molini numero 54 da masenar ne la terra. Ha d'intrada Fiorenza ducati 350 milia; la chiesia cathedral è Santa Liberata, e parrocchie 52, priorie 12, oratorii 16. Ha spedali 38, 4 da infermi, 2 de ammorbati, 2 de bastardi, 26 de pellegrini, uno de preti per zorni 8, uno de frati per zorni 8. Monasterii de frati numero 21, zoè 9 di l'ordine di San Battista, uno de San Basejo, uno de San Hieronimo, 3 di Santo Agustin, uno di Carmelitani, do di San Francesco, do de San Domenego frati predicatori, uno de Umiliati et uno di Santo Antonio. Monasterii di donne 44: 12 di San Battista, 9 di Santo Agustin, 5 di Santo Domenego, 6 Carmelitani, 2 di San Zuan in Hierusalem et do altri; in tutto 44 de li ordeni sopra scritti, ma sotto diversi nomi de Santi. Frati et preti et monache vi sono numero 5000, de li quali 3000 ne sono Mendicanti. Caxe 18 milia et 400. Fa anime 128 milia, forestieri 15 milia. È in Fiorenza strade 258, torre et campanieli 284, piazze 24, loze dove se reducono li cittadini 18, botteghe di seda 120, telari 3000, tra i qual 400 de brocati d'oro et d'arzento lavorano. Botteghe di lana 280, lavorano panni 10000. Battiori numero 263 da depentori per dorar, et da filar numero 23. Spiziarie 95, barbarie 120, oresi 37, banchi de monede grosse et piccole 33, librari 28, sartori botteghe 18, fa calze 64. Consuma de farina al zorno moza 150, ch'è 3600 a l'anno; consuma de vino al zorno 900 barile, ch'è 3500 barile a l'anno et X barile fa una botta. Fiorentini consuma di oio a l'anno barile 55 milia. Di fuora di la terra è caxe et palacii de cittadini X milia fra mia 5; et zirando fra mia X, numero 14 case de cittadini hanno tentorie di seta et lana 47, chiovere da tirar panni numero 8. El palazzo di la Signoria val di spesa a l'anno ducati 24 milia, tra manzar et salarii: videlizet manzano bocche 47. Et il domo è di piere divisate, con il campaniel simile alla chiesa. Casamenti et palazzi bellissimi. Or li Signori soi, che sono 8, et il Confalonier 9, stanno do mexi et non più. Et questa descriptione ho voluto qui scriver, benchè non sia in proposito, pur a ciò di ogni cosa, lezendo questa, se ne habbi cognitione, ho voluto brevemente qui scriverla. Ma a la intrata dil Re veniamo.
Questo è il modo de l'intrar dil Re di Franza in Fiorenza a dì 17 Novembrio.
Imprimamente giongendo la Maestà dil Re a Monticelli, fuor di la porta di San Friano, se fermò qui aspettando l'ordine dato. Ivi gionse la Signoria di Fiorenza, et posesi a sedere in su uno balcone, con le sedie come sono in piazza, su la ringhiera molto ornata, con uno sopracielo de panno azzurro, con le arme dil Comun di Fiorenza, et con certi scudi di qua et di là per la porta, et per l'andito di la porta medesimamente, con le armi dil Re. Et sedendo la Signoria in sul balchetto, se era ordinata una bella processione con ornatissime pianete, come si usa per San Joanni, ma incominciato a piover alcune gozole, i frati se messeno le pianete a roverso per non le guastare, per la qual cosa non poteva proceder la processione. Et pur ancora comenzava venir de molti cavalli, sì de quei de cittadini che andavano incontra al Re, sì etiam de quelli de li homeni d'arme; in modo che i frati furono sbaragliati di qua et di là, e chi correva per uno viottolo, et chi per uno altro. Incominciando adoncha la intrada dil Re, venne avanti 200 coppie de zoveni fiorentini, molto belli, bene a cavallo et vestiti tutti alla franzosa, con ricchissime veste et con maneghe molto larghe. Innanzi a tutti era Lorenzo de Piero Francesco, con squadrone di zoveni a cavallo ben in ordine, che battendo cavalcavano per andar a far certi provvedimenti et apparecchi per el Re. Da poi lui seguite ditti zoveni molto ornati, et driedo loro seguitava forsi 100 coppie de homeni de tempo, pur fiorentini, molto ben vestiti et ben a cavallo. Et cavalcando via, stando cussì uno puoco, comenzò a venir la zente dil Re, et innanzi a tutti 4 tamburini con 4 tamburazzi grandissimi, che parevano 4 tinele, et sonavano con tutte due le mani, et havevano duo da lati che sonavano zuffoli, et fazevano sì grande el strepito che 'l pareva ruinasse quella via dove i passavano. Et driedo a loro 7 caporali, che andavano al pari, in modo che i tenevano quanta era larga quella via, armati benissimo con certe curazze scoperte et maglie, et le braze è bellissime, salde di finissime maglie, con certe arme a uso di ronca inorate et molto lustrate: parevano arme disconze al portare, ma erano più atte a tagliare uno usso (uscio). Et havevano uno cappellazzo in capo per uno, et sopra la curazza una zornea tutta frappata de zambelloto. E driedo loro parecchi altri con quelle mannaie. Et da poi questi, forsi 200 balestrieri con forsi 800 arcieri a piedi, et loro 4 tamburazzi, con forse 2000 schioppettieri. Innanzi a tutti era uno homazone, con una arma in mano lustrata, a uso di spedo da porco, fitta in uno querculo grosso e torto: cosa assà goffa; et poi questi 4 tamburazzi che sonavano con tutte due le mani, che pareva gli avesseno a far una vendita. Et da poi questi veniva molti Sguizzari con zerti lanzoni molto curti et grossi come travexeli, con uno certo ferrazzo curto a uso di una ponta de partesana, et andavano a sette a sette tutti insieme, et durono uno gran pezzo a passare, in modo che fo stimato esser più di diecemilia, et driedo a questi venne certe banderuole, et dopo loro erano altri schioppettieri et balestrieri et arzieri, con una squadruzza con quelle mannaie, come ho ditto di sopra. Da poi questa veniva uno trombetta, con una tromba longa, con una bandiera, con uno squadrone de forsi 60 homeni d'arme, con li più diversi et grossi cavalli che mai fusse visti, con sopravveste mezze di brocato d'oro et mezze divise, e con bellissimi pennacchi e con una mazza ferrata per uno in sulla cossa, et il stocco a lato. Et da poi questi venivano quelli che portavano le lanze inclinate come se le volesseno imberciare. Et dopo questi venne pochi balestrieri a cavallo, ma una grandissima moltudine de arzieri a cavallo. Et dopo questi uno altro squadrone, medesimamente armati tanto riccamente che tutti doveano esser o conti o signori, et era zente molto fiorita. Et cussì avanti che venisse el Re, venne 8 o ver 10 squadroni, come ho ditto; poi veniva tutti i trombetti di la Signoria di Fiorenza, vestiti a la devisa dil Re, zoè bianco e vermiglio, con certe gabanuzze di zambelloto, et con una moltitudine de trombetti dil Re; et driedo a loro uno bellissimo squadrone de homeni d'arme, tutta fiorita zente. Veniva prima li signori dil sangue, tra i quali vi era do italiani: el sig. Galeazzo di Sanseverino et don Ferrante fiol dil Duca di Ferrara, a uno insieme con loro. Et po questi uno baldacchino portato da quattro dottori in la terra Fiorentini, sotto el quale era el Re a cavallo, in su uno bello cavallo, et havea indosso una gabanella de broccato d'oro tirato, et di sopra una sbernia di raxo azzurro et uno cappellazzo bianco sottile in capo, che non parea fusse niente su quello cavallo se non uno capo per la grandezza dil cappellazzo: uno homicino aliegro in viso, con uno grandissimo naso, et il viso longo, con fanti a piedi intorno, che era una bella cosa a veder. Et driedo al Re era assà baroni, con veste de broccato d'oro che toccavano per fino in terra. Et dopo loro venne parecchi squadroni de homeni d'arme, come quelli da prima, che mai si vide la più mirabil cosa. Et intrato in la terra, sonando tutte le campane, li fu fatto riverentia a Sua Maestà da la Signoria era sentada lì a la porta di San Friano, come ho ditto di sopra. Era tunc temporis confalonier di justitia uno Francesco di Martino Scarfi. Et giongendo al ponte di Santa Trinità dove era uno carro con uno edificio con molti razi (arazzi) quando fo annonciata Nostra Donna, che parve cosa bella al Re; et seguitando el cammin passò per borgo San Jacomo et passò el Ponte Vecchio, et venne zoso per Ponte Santa Maria, el qual era tutto coperto di quella tela vi sogliono metter i botteghieri per rispetto del sole; et zonzendo in piazza, lì era uno carro triumphale, con uno grandissimo zio (giglio), et di sopra una corona di palme inarzentade, con rami de olive; et eravi su giovani con diversi instrumenti, che sonavano et cantavano, et salutorono el Re dicendo: ben vegna el liberator et restaurator de la libertà! et molte altre cose in laude dil Re. Et procedendo passò da casa de Zulian Gondi, passò via dal canto di Pazzi, et zonzendo in Santa Liberata smontò da cavallo et intrò in chiesia. Et zonzendo a la porta, quivi era el Vescovo con tutto el clero de preti; et menollo a l'altar grando, et ivi ringratiò Dio che lo havea condutto a salvamento, et da tanta zente che era, si durava fatica zonzer perfin a mezzo la chiesia. Et quivi sopra l'hostia in man di l'Arcivescovo solemnemente zurò de observare li capitoli, li qual saranno di sotto scritti, et mantegnirave Fiorenza in libertà, restituendole le sue terre; et volse che, versa vice, la Signoria di Fiorenza, nomine illius Comunitatis, li zurasseno sempre saranno fideli a sua corona et a la caxa di Franza. Et poi ritornato con gran furia fu messo a cavallo, per esser piccolissimo, et fu menato in la via larga, perchè era sì grande la calca, che non si poteva seguitarlo, et era notte, et dismontò da cavallo. A la caxa de Piero de Medici era apparato per Soa Maestà con tante zentilezze, che mai più si vide tale, dicono i Fiorentini. Primamente era coperta tutta la via de mantegli de roversi azzurri con zigli zali, et con uno cornisone con le arme dil Comune et dil Re, et cussì sopra lo usso (uscio) che usciva a la scala con festoni acconci ornatamente, et cussì sopra la loza dentro, più degnamente che non si potrebbe contare, con tanti zigli e con tele zale. La camera tutta conzà di broccato d'oro. Et il simel in caxa de Piero Francesco pur de Medici, con uno tondo in su lo usso (uscio), messo a oro con le arme dil Re, et con festoni pendenti da lati, con penne inarzentade conze degnamente, et di sopra con uno vaso inarzentado et con uno lauro in ditto vaso, pur inarzentado, et in caxa benissimo aconzo, con panni d'oro per coperte di letto, cose bellissime d'ornamenti, et una lettiera de avolio con le casse de avolio. Et in questo mezzo si era fatto notte, et la Signoria fè metter uno bando, che ognuno mettesse lume a le finestre per fina a le 5 hore, sotto pena di la disgratia loro: et cussì fo fatto per poter allozar Franzesi, et pareva zorno, tanta luce vi era. Et subito zonto el Re, dimandò di le medaie, cammei et porzellane di Piero, che erano cose di grande estimatione, però che Lorenzo suo padre molto si deletava; ma perchè erano sta strafurate da li soi, et scose in li monasterii, non le potè haver. Et Fiorentini li presentò la caxa preditta di Piero, ma lui non la volse accettar, et molto instigava la tornata di Piero, facendoci tutto a ciò ritornasse: tamen Fiorentini mai volseno consentir, imo li chiesero una gratia, che tutte le arme de Medici, erano depente per la terra et nel palazzo, fusseno dispegazate, a ciò non vi restasse memoria di loro, et che la parte seguiva Piero fusse cazzata dil governo; et levono alcune caxe antiche, le quale un tempo erano stà basse, et da Medici subposte. Francesco de Medici nominato di sopra, a ciò non fusse più chiamato de caxa de Medici, essendo ditta caxa venuta tanto in odio a Fiorentini, volle che de caetero fusse chiamato di la caxa de populani, et mutò l'arma che prima era sie balle rosse in campo zalo, et una a questo modo come è qui pinta, et al presente levò l'arma, zoè una rosa in campo bianco, ch'è l'arma di la Comunità. Et questo intrò al governo di la città, et ogni exilio et confiscatione per sè stessa era levata col governo di Piero. Adoncha per il scaziar de Medici niuna caxada di quelle lo seguiva fo mandate fuora de Fiorenza, ma ben quodammodo private, zoè che non erano elette al governo di la Republica, benchè etiam fino li soi medesimi fonno contrarii a esso Piero. Et questa Signoria, che era al presente 8 et il confaloniero di justitia, i quali habitano in palazzo, era di quelli pur fatti mentre Piero era in Fiorenza, et compiteno li do mexi di loro dignità. Ma, compiti, fonno refati de altri, et fatto uno nuovo ordene, secondo come di sotto il tutto chiaro sarà scritto.
Capitoli conclusi tra il Cristianissimo Re di Franza et Comune di Fiorenza a dì... Novembrio 1494 in Fiorenza, firmati[105].
Oratio Marsilii Ficini Florentini ad Carolum Gallorum regem habita...... Acta Florentiae die... Novembris 1494. Dixi[106].
Protesta Regis Franciae ad Alexandrum pontificem et universis et singulis[107].
Questo protesto fo mandato ad Alexandro Papa et Collegio de reverendissimi Cardinali, el qual poi a ciò tutti lo vedesse et potesse ben leggerlo a suo piacere, fu butado in stampa, latino et vulgare, et venduto per tutte le città de Italia.
Quello seguite in Fiorenza mentre el Re vi stette et in Toscana.
A dì 21 de Novembrio zonseno in Fiorenza, dove era el Re, Domenego Trivixan et Antonio Loredan cavalieri, ambassadori di la Signoria di Venetia, deputati a esso Re di Franza, et senza altro honor se ne andono con la sua brigata a dismontar al hostaria. Questo perchè in quel zorno medemo fu certa novità di populo ivi, adeo che quasi tutto el populo armato era corso a la piazza, per caxon di alcune presomptione havea usato certi baroni franzesi. Però che Fiorentini si haveano redutto in conseglio per consultare li fatti loro, et etiam per trovar danari che il Re dimandava, iuxta la forma di capitoli. Et mentre erano Fiorentini a tal consultatione, questi Franzesi dubitando quello voleva dir questo star tanto in conseglio, volseno intrar in palazzo et etiam nel ditto conseglio, dicendo volevano intender la cagione stevano tanto serrati a consultar. Et li fo risposto consultavano el fatto loro, et che non volevano che ditti baroni intrasse nel loro conseglio. Unde uno di quelli franzesi desnuò uno pugnal verso il portinaro, volendo al tutto intrar: per la qual cosa la Signoria fece sonar campana a martello, unde tutta Fiorenza si messeno in arme, et si pur uno havesse principiato, sine dubio tutti li franzesi che ivi si trovavano sarebbe stati tagliati a pezzi, perchè in Fiorenza è un gran populo, et, come fo ditto, era appresso persone XV milia da fatti su la piazza. Et el Re meravigliandosi di questo, benchè le sue zente erano volonterose di far qualche movesta, per haver causa de metter la terra a sacco, ma considerando el pericolo havea a seguir, a mettersi a furore populorum, ordinò a le sue zente stesseno in pase, et cercò di adattar le cose. Et mandò a dimandar a la Signoria quello havea voluto dir questo, et intesa la cagione, al meglio si potè fo a ditti fiorentini fatto diponer zoso le arme, et la Signoria medema venne ad excusarsi alla Maiestà dil Re, con la qual fra Hieronimo di S. Marco di l'ordine di San Domenego, reputato in Fiorenza santo, come ho scritto di sopra. Et disseno Sua Maestà non se dovesse meravigliar, perchè quel populo era di tal sorte che, a uno segno, tutti se redusevano armati a la piazza ad aspettar il mandato di la Signoria, per conservation de loro libertà; et etiam perchè pur intendevano che quella voleva promover el ritorno de Piero de Medici, la qual cosa el populo non la poteva sopportar, per le tirannie havea quella caxa fatto. Et come vidi una lettera venuda di Fiorenza, che el Re protulit haec verba: li cieli et le stelle voleva che noi desfassemo Fiorenzai et nui li volemo obstarli. Etiam è da saper che Fiorentini antivedendo a molte cose, havendo a vegnir questo Re in Fiorenza, ordinono un bel modo di adunar zente in la terra a li bisogni, et elexono XXX commissarii, i quali andasseno per le ville, castelli et terre vicine dil suo territorio, et far che quando sentivano sonar la campana dil palazzo di la Signoria, la qual di raro vel numquam si sona a campana e martello, se non quando intravviene qualche novità grande: et fo sonata al tempo che Piero de Medici andò attorno la terra, come ho scritto di sopra, cussì etiam li campanelli di le chiesie dil contado de Fiorenza dovesseno sonar, nè mai restar se quella prima di la città non restasse; et che tutti, a tanti per caxa, dovesseno correr armati come meglio potevano a Fiorenza a ubidientia di la Signoria. Questo feceno a ciò el Re non li venisse voglia di far qualche movesta, essendo con cerca X milia persone allozato in la terra: ancora secretamente feceno intrar molti del contado armati in Fiorenza, i quali stevano occulti, a ciò in omni eventu fusseno presto preparati. Et questo fu la causa che nè Fiorentini poteno mandar contra li ditti ambassadori, nè etiam uno de primi baroni dil Re, al qual era stà commesso dovesse venirli contra et honorarli. Et zonti ditti oratori, sedate le cose, Fiorentini si venneno ad excusar, et li consignono una caxa honorifice preparata, et cussì etiam ex parte Regis venneno ad receverli, narrando la cagione che non erano venuti contra. Et poi andono a la presentia dil Re, dal qual fonno benigne ricevuti; et exposeno a dì 25 la loro imbassata, sì publica quam privata, et con el Re andò per fino a Roma et deinde a Napoli, come tutto scriverò di sotto.
Et Pontifice Romano, come capo di la Christianità, essendo suo ufficio di veder pacificar le cose, maxime in Italia, vedendo che el Re non havea voluto parlar a Lucca al Cardinal di Siena legato suo; et vedendo che el cardinal Curcense, tituli Sanctae Mariae in Cosmedin, di natione franzese, el qual noviter, a riquisitione dil re Maximiliano, da questo Pontifice fu creato insieme con XI altri cardinali ne l'anno 1493 di Dicembre, voleva venir a trovar il Re a Fiorenza, li commesse alcune cose dovesse dir a Sua Maestà et detteli zerca quella legatione, zoè veder di adattar, potendo. Ma non potè far nulla, nè etiam molto si scaldò, per esser franzese. Ma pur el Papa terminò di star constante, et al tutto metter sue forze in ajuto dil re Alphonso, al qual concesse tutti li passi de entrar in Reame che era di la Chiesa, a ciò li fortificasse et mettesse custodia, come ho scritto di sopra. Ma Colonnesi non restava di far a Romani il pezo potevano.
El cardinal Farnese, fatto legato in Patrimonio, volendo intrar in Montefiascone, loco di la Chiesia, non fu accettato; ma Franzesi poi intrò zerca 4000 a dì 26 Novembrio, come dirò di sotto.
Ritorniamo a Pisani. I quali, partido el Re di Pisa, cerca XXV zoveni figlioli de principali cittadini andono alla cazza et preseno molte selvadesine, et cussì tutti vestiti a uno modo de turchino, con l'arma et insegna dil Re nel petto, venneno a trovar el Re a Fiorenza, et presentarli quello havevano cazzato. La qual cosa fo al Re molto accetta. Unde questi fonno con bel modo da Fiorentini retenuti, benchè el Re l'havesse molto a mal, et però volse mantenir Pisani in libertà, et zerca Pisa non servar li capitoli a Fiorentini. Et ancora Pisani intendendo che 'l Re havea fatto uno capitolo con Fiorentini zerca loro, per el qual pareva non dovesseno esser (come erano) reduti in libertà, mandono al Re soi ambassadori, i quali fonno Bernardin de Lagnolo cavalier, Simon Francesco de Orlandi et Piero Griffo jur. doct., a ciò ottenesseno da Soa Maestà la libertà. Et questi da poi che alcuni stetteno seguitando el Re, da poi il suo partir de Viterbo, ottenneno carta et privilegio rimanesseno in libertà con alcuni capitoli: tamen che dovesseno pro nunc levar le insegne sue, et esser sotto li soi do governadori et capitano ivi lasciato. Et cussì ditti oratori ritornono a Pisa.
Ma è da saper che Pisa è camera de imperio, et ex consequenti ditto Re non ha alcuna jurisditione, nisi in armis, de redurli in libertà.
Ma el Re de Franza preditto, essendo stato in Fiorenza zorni XI, habuto danari da Fiorentini, zoè ducati 50 milia, havendo visto la terra, però che tal hora vi andò a cavallo quella vedendo, fo a messa a S. Johanne et Santa Liberata; et ritrovandosi ivi ambassadori de Senesi, che l'aspettavano per compagnarlo in Siena, li dava passo et vittuarie, offerendoli la terra, come sempre havevano fatto, per la devotione portavano a la casa di Franza, i quali fonno Zuan Antonio Saracini et Bartholomio di Carlo franzoso. Questi pregono Sua Maestà che con più poca zente potesse dovesse intrar in la città. Za era venuti a la presentia dil Re li cittadini fora ussiti di Siena, i quali del 1487 fonno discacciati da la parte contraria, pregando el Re volesse farli ritornar in Siena. Et cussì el Re cercò di farlo, benchè non potesse ottenir questo da Senesi, come dirò di sotto. Et el Re lasciato do soi ambassadori o vero commessarii in Fiorenza, secondo la forma di capitoli, i quali fonno monsig. di la Mota, el qual non molto da poi fo mandato ambassador a Milano, et ne successe uno altro chiamato Gian Francesco general di Bertagna catelano; et l'altro pur lassato in questo tempo fu el presidente dil Delphinà. Et a dì 28 Novembrio da po disnar partì de Fiorenza, et andò mia 3 a uno monasterio di la Certosa, dove è una bellissima et forte fortezza, cussì è fabbricato ditto monasterio, et quivi se puose. Insieme vi seguiva li ambassadori de Venitiani; et Fiorentini etiam vi mandò fino a Siena, et do che dovesse seguir Sua Maestà sempre, zoè Francesco Soderini episcopo di Volterra, et Neri Capponi. Ma lasciamo qui el Re, et quello in questo mezzo seguite scriviamo.
Za le sue zente erano andate parte avanti avviato verso Siena, et anche su quel di la Chiesia, facendo corrarie et prendendo alcuni castelli per caxon di haver vittuarie. Et mentre che el Re era in Siena mandò monsig. di Mompensier con 3500 cavalli avanti in Siena: el qual havendo intelligentia con quei de Acquapendente, ch'è una terra dil Papa, mandò 1500 cavalli, i quali ivi presentati ebbeno subito la terra. Et cussì si andavano sparpagnando per quelli castelli vicini di la Chiesia, et dannizavano, benchè, dove andava, subito li era portate le chiave, come fu Orvieto, Montefiascone et altri luoghi, i quali non accade qui descriverli.
In questi zorni accadette di una preda fatta per Franzesi, la qual non voglio lassar di scriver, ch'è una madonna Julia di Fieschi, moglie dil sig. Ursino sig. di Brassanello, ch'è uno castello appresso Viterbo, et sorella dil cardinal romano chiamato Farnesio, novamente da questo Pontifice creato cardinal, et era favorita dil Pontifice, di età giovine et bellissima, savia, accorta et mansueta, la qual era venuta de Roma a uno sponsalicio de alcuni soi parenti, et partita di uno castello a presso Montefiascone o vero Acquapendente, ivi ne la strada con zerca cavalli 40, et molti di quelli era in sua compagnia, de la fameglia dil cardinal preditto, el qual non era stà accettato in Montefiascone, et era ritornato a Viterbo legato. Or da uno monsig. di Alegra fo presa, et poi menata a Viterbo, come dirò di sotto: et inteso chi la era, dette taglia ducati 3000, et scrisse al Re di questa presa, el qual non la volse veder. Ma lei scritto a Roma come era benissimo trattata, et che li fusse mandato la taglia, essendo stata alcuni zorni lei con le sue donzelle con Franzesi a Viterbo, habuto la taglia, benchè altri dicono per liberalità di quel che la prese non volse taglia niuna, ma libere con 400 Franzesi foe accompagnata fino a le porte di Roma, et ita fuit.
Ma el Re, partito di la Certosa, venne de sera a San Cassano, et ad allozar a Poggibonzi, lochi di Fiorentini, demum intrò in Siena. Ma prima che descriva el modo et ordine et quello fece in Siena, voglio di Fiorentini scriver alcuna cosa.
Successo a Fiorenza da poi la partita dil Re.
Fiorentini, benchè havesseno conclusi li capitoli con el Re, che li fosse reso li soi luochi, pur per più securtà esso Re volse tenir Serzana, Serzanello, Pietrasanta, el forte de Livorno, et si pol dir di Pisa, et in Fiorenza lassò li do sopra nominati. Tamen non mosse in ditti luoghi le insegne de Fiorentini, ma ben li custodi, et vi puose de suoi franzesi.
Ma, partito el Re, deliberorono di far li loro ufficii, essendo tempo de li do mesi di mutar Signoria, et cussì elesseno una parte de cittadini in palazzo di signori, et tra loro questi ufficii i quali parte, maxime li accoppiatori, dovesseno durar uno anno, li nomi di quali qui sotto saranno scritti. Ma el populo, inteso questo modo novo, non volendo tollerar, si levono a rumor, et corseno tutti sopra la piazza, unde fo deliberato a far a questo modo, compito el tempo de questi deputati che era uno anno, di governarsi secondo el costume vecchio, zoè che tutti quelli di Fiorenza potesseno venir a consiglio compiti anni XXX, essendo stato però o loro, o il padre, o suo avo, intro uno di questi tre officii, o vero di signori, o confalonieri, o di collegio; et non vi essendo stati, come è ditto di sopra, non se intenda dil loro consiglio. Dove, questo numero reduto, dovesseno deliberar el modo de li officii haveano a far, maxime la Signoria, come cussì feceno, qual intenderete lezendo più avanti. Tamen pro nunc quelli officii fatti restasseno, et cussì fo sedato el popolo fiorentino.
Questi sono XX accoppiatori creati per uno anno.
- Santo Spirito:
- D. Domenego Bonsi cavalier
- Tanai de Nerli
- Ridolfo di Pagnozo Ridolfi
- Piero di Gino Capponi
- Antonio di Sasso per la minore
- Santa Crose:
- Barbo Corsi
- Nichol Sacchetti
- Borth.º Guinigi
- Giulian Salviati
- Jacomo del Zacharia per la minore
- Santa Maria Novella:
- D. Guido Anton Vespuci cavalier
- Francesco de Martino Scarfi
- Piero Popoleschi
- Bernardo Rucellai
- Andrea di Manetto per la minore
- Santo Johanne:
- Francesco Valori
- Gulielmo de Pazi
- Bracio Martelli
- Lorenzo di Pier Francesco olim de Medici nunc de populani
- Francesco Rontoli per la minore
X Conservatori di la libertà.
- Paulo Anton Soderini
- Piero Vetori
- Piero Corsini
- Piero Guiciardini
- Piero Pieri
- Lorenzo Moregli
- Lorenzo Lenzi
- Lorenzo Benintendi
- Jacomo Pandolfini
- Franceschino degli Albici
8 di guardia di balia.
- Santo Spirito:
- Guido Manelli
- Mauro Fantoni
- Santa †:
- Marco Nardi
- Salveto Salveti
- Santa Maria Novella:
- Andrea de Carlo Strozi
- Carlo Rucellai
- Santo Johanne:
- Piero Gerardini
- Barth.º Thedalti
Et non molto da poi provedendo a poner buon governo al stato loro, dil mexe di.... uno Antonio di Miniato cittadino pur di Fiorenza, che per consulti di la terra era eletto perpetuo official di monte, al qual se depositava tutte le intrate de Fiorenza. Questo, quando Lorenzo de Medici da poi la guerra con el re Ferrando andò a Napoli, et ritornato messe una parte che necessitava donar molti danari et presenti a Signori occultamente per conservar la libertà di Fiorenza, et el populo che vedeva che el re Ferrando l'havea rimandato con maggior autorità che prima, dubitando disseno tutti esser contenti, et per Lorenzo fo eletto questo Antonio de Miniato et confirmato dal populo, o vero consiglier a tal administration di l'entrade, come ho ditto, et da po' etiam, morto Lorenzo, sotto Piero vi restò; ma, seguita la ribellione di Piero, ditto Antonio in questo tempo da Signori fiorentini fo preso, et fugli domandato l'administratione di anni 16, che tanto tempo havea scosso le intrade di Fiorenza. Rispose haver dato a la caxa de Medici un milion e 500 miera de fiorini, senza i altri lui havea speso per conto e comandamento di Lorenzo et Piero. Unde fo terminato che 'l fusse decapitato su la porta dil palazzo dil Papa, et che tutti i soi beni andasseno in Comune, et altri parenti in exilio complici; i quali anche loro havevano participato in questo scelere, di tuor li danari publici. Et fugli trovato in caxa di ditto Antonio miera 40 fiorini, scosi sotto el soler dil fuogo, li qual lui a poco a poco li accumulava, stimando che mai per alcun tempo non se ne sapesse, et pur fonno trovati.
Intrata dil Re di Franza in Siena adi do Dezembrio 1494.
Intrò el Re di Franza in Siena con grandissimo triumpho, li andò contra la Signoria di Siena et assà cittadini. Fo fatto alcuni archi triumphali a le porte, gioso di qual discendevano alcuni angeli, et li presentò le chiave di la cittade. Et intrò a dì do Dezembrio di marti a hore 23, et a la prima porta de Camolia fo fatto uno arco triumphal con queste lettere: Sena vetus civitas Virginis. A la seconda porta fo fatto una lupa, ch'è la insegna de Senesi, a li piedi di la qual erano queste parole: Venisti tandem, rex Christianissime, cui nostrae ultro patent januae. Et a la terza porta era uno arco triumphale con do homeni, uno di qual representava Carlo Magno, et havea queste lettere: Italiae, ecclesiaeque romanae liberator, christianaeque fidei ampliator sanctissimus; l'altro rappresentava questo Re presente, con questo verso: Carolus octavus Francorum rex, ad idem divino missus numine. Et era preparato il suo allozamento bellissimo de ogni sorte tapezzarie, panni d'oro etiam nel Vescovado, el qual per Pio pontifice, per esser Senese, quando vi stette fo fabbricato molto degnamente, et sopra la porta de ditto Vescovado era scritto: Salve, dive Carole, Francorum gloria, Italiae praesidium, Africae terror. Fonno poi cantati li infrascritti versi, quibus beata Virgo Francorum regem alloquitur:
Inclite francorum rex, invictissime regum,
Unica christicolae spes et fiducia gentis,
Ingredere et felix subeas mea tecta, secundis
Auspiciis, nam re ipsa libens vultuque sereno
Urbe mea accipio, felicibus annue ceptis,
Committoque tibi veteres mea moenia Senas,
Senas Gallorum Senonum de nomine dictas.
Siena adoncha è città seconda in Toscana de potentia et ricchezze, et come scrive Policarpo nel VI suo libro di le Croniche fo edificata più de 300 anni avanti l'avvenimento di Cristo da Franzesi Sennonesi per habitatione de loro homeni antichi; ma al presente si può numerare fra le altre moderne, perchè in quella non è alcun segno de antiquità ma tutta degnamente rinnovata. Altri vol fusse edificata da Carlo Martello, ma Biondi foroliviense historico scrive esser stà edificata da Iohanne XVIII, et da sei plebatichi a quella assignati fo chiamata Siena, de quali fo el primo de Perosa, de Chiusi, de Rezzo, Fiesole, Fiorenza et Volterra. Questa città è in su un colle, ha intorno ripe de tufi, ma nella parte superiore de questa città sono paesi plani, con molti giardini, et è molto coltivata. Vi sono molti superbi et degni edificii et studio publico in ogni facultà, una piazza degnissima con palazzi di Signori ed altri privati superbissimi, uno hospitale ricchissimo et piatoso con un degno governo, et ha grande intrata. Per la città sono torre altissime et forte. El suo territorio è paese fertilissimo in ciascuna cosa a l'humana vita necessaria. È mia 80 discosta da Roma. In questa alcuna religione ebbe principio: come fu Monte Oliveto quello descoperto numerato fra Canonici regulari di Santo Augustino, de gli Iesuati et quasi quello di Santo Francesco per San Bernardino che fu di Siena. Quivi del 1058 fu fatto el Concilio, et Nicolao II creato pontifice. Di questa città vi fu Alexandro III che sostenne molti mali da Federigo Barbarossa et alla fine aiutato da Venitiani: etiam Pio secundo, Santa Catharina di Siena del terzo ordine di Santo Domenego, Ugo Benzi medico summo, et molti altri li quali numerare sarebbe perder il tempo.
Or il Re intrò in Siena con 4000 cavalli, dove era il Cardinal di Siena nominato di sopra tituli Sancti Eustachii, el qual è episcopo di quella città. Or el Re, visto non li haver voluto parlar a Lucca come legato, quivi essendo persona privata et non nomine Pontificis, li fece le debite accoglienze, dimandando perdono si a Lucca non li havea parlato, perchè sì come Cardinal o vero per nome de Senesi fusse venuto, libentissime li arebbe dato audientia, ma non volse come legato dil Papa, et cussì al presente li fece bona ciera, per esser degno prelato. È da sapere che la prima cosa che fece el Re quando intrò in Siena, fu che andò di longo al Domo. Ivi fece l'oratione, seguendo quel ditto di Christo: Primum quaerite regnum Dei, et poi dimandò a la Signoria, però che Siena si governava come Fiorenza fanno. Li Signori et Confalonier stanno in palazzo, et portano certi signali a le barette per esser conosciuti. Li chiamano et sottoscrivonsi alle lettere: Priores, gubernatores comunis et cap. populi civitatis Senarum. Et cussì come a Fiorenza è confalonier, cussì qui è capitano dil populo. Or el Re dimandò 4 cose: Primo, che li fora ussiti dovessero esser lassati intrar, et li fosse perdonato. Secundo, che li fusse prestati certa quantità de danari. Tertio, che li desseno formenti, promettendo di pagarli. Quarto, potesse haver il passo aperto. A le qual richieste, fatto le debite consultatione, risposeno: prima non voler più li fora ussiti, tamen che vederebbeno di adattar, come cussì fo. Che danari non havevano, ma che formenti erano contenti di dar a Sua Maestà moza mille, che valevano ducati 4000, di quali volevano li danari. Tamen ebbe promesse et mai fo satisfatti. Oltra di questo per liberalità di Senesi, li appresentono in dono altri mille moza de formenti. Et cussì seguite le cose con Senesi.
Viene qui a Siena dal Re el Cardinal di Sanseverino, el qual licet fusse da la parte di Ascanio, tamen era in Roma, et per esser episcopo maleacense (di Malaga) et stato qualche tempo in Franza, parse al Pontifice di mandarlo per legato, et con lui uno ambassador di re Alphonso, per veder si potevano conzar che non venisse più di longo, mediante li ambassadori venitiani, et darli qualche tributo etc. Ma el Re dato audientia a ditto legato, et dittoli come al tutto voleva esser a Roma, et ritrovarsi far le feste di Nadal ivi con la Beatitudine dil Pontifice, dove el vederia di conzar e far quello si havesse a far. Et ditto cardinal, havendo tal risposta, in uno zorno et mezzo ritornò da Siena a Roma, ch'è mia 100.
Quelli di Viterbo, in questo mezzo, ch'è una città dil Pontifice mia 40 da Siena et 60 da Roma, la qual dil 1193 per Celestino III pontifice fu denominata città, et ordinò in quella la dignità episcopal, el cui vescovo fusse similmente pastore di Toscanella et di Centocelle, et terra bella, grandissime chiese et torrazze assai et fontane, circonda mia 3 et si dice Viterbo. È loco di 4 città piccole, et già dil 1493, perchè a Roma vi era la peste grande, questo Pontifice con molti Cardinali et la corte qui in Viterbo vi stette. Or appropinquandosi el Re, el Pontifice era contento che 'l sig. Virginio Orsini a compiacentia dil re Alphonso con alcune squadre de cavalli et assà fanti dovesse intrar a custodia di Viterbo, et etiam se divulgava el Re preditto Alphonso havea scritto a suo fiol duca di Calavria, venuto di Santo Arcangelo, dove era stato fino hora, più propinquo a Roma con le sue zente, et conte di Petigliano, che dovesse entrar lì in Viterbo a ciò Franzesi non tegnisseno quella terra. Ma Viterbesi non volendo guerra sopra il suo, mandò a notificar al Re, che ancora era quivi a Siena, dovesse mandar zente che le metteriano in la terra avanti che giongesse el presidio aragonese, offerendosi loro et la terra sua a Sua Maestà. Per la qual cosa el Re vi mandò monsignor di Alegra nominato di sopra, et poi immediate venne monsignor di Monpensier con 4000 Franzesi et introno in Viterbo. Ma alcuni custodi dil Pontifice intrò in la rocca, tamen etiam di subito si rese.
De l'intrata dil Re di Franza in Viterbo et successo fin l'intrar in Roma.
Vedendo el re di Franza prosperar le sue cose felicemente et esser in gran reputatione in Italia, che 'l suo exercito augumentava però che per ogni luogo dove el passava zente paesane lo seguiva per andar al vadagno, havendo visto che dove si appresentava le chiave erano portate, et licet fusse inverno, tempi da star a li alozzamenti, pur franzesi li piaceva guerrizar, et li pareva istade, per esser sotto un altro clima. Et a dì 4 Dezembrio a hore 18 partì di Siena, essendo stà molto honorato da quella comunità, con do Cardinali San Piero in Vincula et Curcense, essendo stato tre zorni in Siena. Venne allozar la sera a Bonconvento, loco de Senesi, et passato a Montepulzano, a dì 7 ad Acquapendente terra di la Chiesa novamente da li soi d'accordo acquistata, et qui si reposò, per esser Domenega inassueto a cavalcar, per devotione. Et a dì 8 ditto intrò in Viterbo con molte di le sue zente, et non vi potendo capir, la terra licet fusse grande, mandono fuori di la città gli homeni di le lor caxe, et li franzesi rimaseno ivi ad alozar. Et mandò a dir al Papa che li volesse dar passo et vittuarie, però che erano nel suo campo gran carestie, come etiam era il vero, qual per lettere di ambassadori nostri se intese. Et el conte di Cajazzo col conte Carlo di Belzojoso, i quali havevano seguito el Re fino a Viterbo, a dì 6 Dezembrio tornono a Milano et a Vegevene dal Duca.
A Roma quello fece Alexandro pontifice in questo tempo.
El Pontifice, vedendo l'aproximarse dil Re di Franza, disposto pur al tutto di non abbandonar Alphonso, et facea fortificar el castello ponendovi custodia. Tutta Roma si levava saepius a rumore. Colonnesi scorsizava fino su le porte: le porte di Roma teniva cadenate, et etiam per paura fece murar alcune porte, maxime da la banda de Viterbo, et riparar a le mure. Era gran carestia per caxon che per il Tevere non poteva venir vittuarie, adeo il rugio dil formento, ch'è stera do venitiani, valeva carlini 48, el vino ducati 40 la botta, et cussì tutte le altre robe era cresciute in precio: non poteva vegnir da mar, et manco da terra per le corrarie faceva Colonnesi ogni zorno fino su le porte, et non potevano più Romani, et maxime preti usi a ogni delitia, tollerar tanta carestia. Dubitava el Pontifice el Re non el desmettesse dil papado; sperava che Alphonso o da Venetiani o Spagna o Turchi dovesse haver soccorso; et cussì stava in queste pratiche, saepius consultando in concistorio con Rev.mi Cardinali. Si divulgava el Papa voleva abbandonar Roma, et andar, secondo alcuni, a Napoli, altri venir a Venetia, come fece del 1172 Alexandro terzo, che da Venitiani fu benigne ricevuto, et datoli vittoria contra Federico Barbarossa, et rimesso nel Papado; la cui istoria sarebbe molto longa a volerla qui descrivere. El campo dil Re di Franza era pur vicino a Roma, et sparpagnato da Viterbo fino a presso Roma in quelle terre di Orsini, come dirò di sotto; el qual era certo da 30 in 40 milia persone, et più ogni hora s'ingrossava. Et el Papa non potendo con forze resistere, benchè exhortasse continue Paulo Pisani ambassador di la Signoria ivi, dovesse scriver a quella li dovesseno (come sempre Vinitiani hanno fatto) al presente ajutar la Chiesia, et li era risposto non dubitasse di aver danno alcuno, pur molti Cardinali era contrarii al Papa. Si ritrovava lì in Roma ambassador dil re Alphonso Antonio di Zenari dottor, nominato di sopra, era prima a Milano. Or el Pontifice fece molti provvisionati et messe vittuarie in Castel Santo Anzolo per anni 3, el qual castello è fortissimo et, ut dicitur, inexpugnabele, havendo tentato di far ogni accordo col re di Franza, et lì in Roma era soi ambassadori, et el Cardinal S. Dionisio franzese. Unde fense di voler adherirse a la voluntà dil Re, poi che ad altro modo non poteva far, et za havea fatto trieva per alcuni zorni con Colonnesi per praticar accordo, et ordinato di far un concistorio dove voleva fusse tutti li cardinali, et etiam dette salvocondutto al Cardinal Ascanio dovesse venir liberamente in Roma. El qual era stato za per avanti, et partito in discordia. Et cussì adi X di Dezembrio venuto li cardinali in castello, o vero in palazzo, dove era preparato di far concistorio. El Pontifice za havea ordinato a soi che cussì come venivano questi 3 cardinali, zoè Ascanio, Sanseverin et Lonà novamente creato a requisition di esso Mons. Ascanio, fusseno ritenuti, et cussì fo fatto. Unde li altri cardinali erano venuti per essere in concistorio, visto questo, ritornono alle loro habitationi. Ancora da poi in Roma fo retenuto et menato in castello da quelli dil Pontifice el sig. Prospero Colonna, uno de primi de quella parte nemica di Orsini, assà nominato di sopra, et etiam Hieronimo di Totavilla fo fiol dil Cardinal Roam, seguiva ditta parte colonnese. Questa nuova subito Paulo Pisani cav. ambassador in corte scrisse a la Signoria, et venne prestissima in hore 44, zonse a dì 13 da mattina fo il zorno di Santa Lucia. Et fo dismesso consiglio et fatto Pregadi, et da poi el Cardinal di Lonà fu lassato con promissione di andar a Hostia, et veder che il sig. Fabricio Colonna, fratello di Prospero, volesse render Hostia ne le man di la Chiesia. Ma non potè far nulla, perchè quella terra di genti franzesi era ben custodita; et de subito che ditti cardinali fo retenuti, el Papa mandò fuora di Roma li ambassadori dil Re di Franza, et la sera fece entrar dentro el sig. Virginio Orsini capitano dil re Alphonso con squadre 30 et alcuni fanti; el qual di Baccano era venuto su le porte con intendimento dil Papa. Ancora el zorno da poi che fo adi XI intrò in Roma el duca di Calavria, allozò de Aleria con el conte de Petigliano con squadre zerca 25 et certi fanti, zoè le zente l'havia habuto in Romagna, et con quelle era rimasto, ben che le mancava el duca d'Urbino signor di Pexaro et altri. Questo duca fino hora era stato, partito che fu di Cesena, verso le marine con le sue zente, da poi di Santo Arcanzolo a Monte Rotondo loco de gli Orsini, et cussì ditte zente aragonese in Roma si allozono, et conclusive tutta la terra era in arme. Li Cardinali et prelati si fortificavano la notte in loro caxe per dubio di danno per tanti soldati era lì in Roma, et ditte zente in una parte di la terra fo poste ad allozar, et ivi si fortificono facendo a modo repari. Et el Pontifice scrisse uno breve al duca de Milano per la ritention fatta di suo fratello Monsig. Ascanio, el qual quivi è posto, et etiam la risposta dil Duca.
Exemplum brevis Sanctissimi domini nostri ad Ill.mum et Exc.mum D. Ducem Mediolani.
Videntes magnas praesentium rerum turbationes et angustias, decrevimus (non nisi ad bonum finem) retinere apud nos dilectum filium nostrum Ascanium cardinalem Sanctae Romanae Ecclesiae Vice Cancellarium fratrem tuum, ut, sicut circumspectionem suam tamquam nos ipsos amamus, ita ad omnem rerum successum futurum sit nobiscum; cui ita numquam deficiemus cum omnibus facultatibus nostris, etiam propria persona, sicut nobis ipsis. Insuper etiam retineri fecimus Prosperum de Colonna, qui Romam venerat absque tamen aliqua securitate nostra, ut per eum recuperemus arcem nostram Hostiensem, quam proditorie hoc anno occupaverat, et alia omnia bona communia et publica sequantur. Ad quae intendimus toto corde. Haec significata duximus tuae nobilitati, ut illi omnia nostra sint communia; quam pro Deo rogamus ut pro pace et quiete Italiae velit se totum addicere et operam dare. Non enim dubitamus, mediante divino auxilio, quod omnia bene succedant; significantes et affirmantes tuae nobilitati quod bono animo et opere nobis correspondendo, prout de illa speramus, pro statu et exaltatione tua quantum in hoc mundo facere possumus et propriam personam exposituri sumus. Romae, die decimo Xmbris 1494, pontificatus nostri anno secundo.
Responsum ducis Mediolani Pontifici maximo.
Monet me per litteras suas Sanctitas Vestra, detentum a se Rev.mum et Ill.mum Dominum Cardinalem fratrem meum, et tanquam id honoris causa et non iniuria factum sit et ex hoc omnia bona cessura sint, me ut ad Italiae quietem animum intendam efficacibus verbis cohortatur. Moverat me antea hujus injuriae magnitudo, quantum et ratio ipsa et literae quas, re audita, statim ad Sanctitatem Vestram scripsi, docere potuerunt; sed incredibile est quantum ad primum dolorem accesserit postquam haec legi quae in Sanctitatis vestrae litteris continentur. Quae enim conveniens causa esse potuit ut qui mihi frater est, tanto genere ortus, et qui primos christianorum regum affinitate arctissima contingit, detineri et in custodia haberi deberet? Aut ubicumque tanta barbaries fuit in qua sine causa manus in aliquem inferantur, et ei, a quo beneficia ingentia acceperis, pro beneficio maleficium et iniuriam reddas? quo igitur magis haec considero, eo maior et admiratio et dolor subit. Si enim in fratre meo culpa est, cur non exprobratur? Sin autem nihil deliquit, si semper de Sanctitate Vestra benemeritus est, cur et ille et ego tam insigni iniuria afficimur, quod ei libertas per Sanctitatem Vestram adepta est? ego vero non modo in bonam partem hoc accepturus non sum, imo nihil est in quo me Sanctitas Vestra magis laedere potuerit, et quod... ut omnia etiam extrema temptaturus sim magis me movere possit. Vehementer igitur Sanctitas Vestra fallitur si hanc captivitatem posse christianissimum Francorum Regem a proposito avertere sibi persuasit. Qua re, si caetera eum a suscepto bello dehortarentur, ipsa sola ut incenderetur magis, et omnia mallet quam non ulcisci tantam iniuriam, efficerem ego quoque, cui hunc animum natura dedit ne, ubi fieri potest, ullius rei magis quam pacis studio tenear. Adeo longe absum ut a Sanctitate Vestra tam graviter loesus quieturus sim, quod etiam si laniari fratrem meum videam, Francorum Regem hortari ad bellum et ei vires meas addere non cessabo. Hoc igitur responsi mei sponsum sit, nisi liberato fratre meo, pacati et quieti nihil a me Sanctitatem Vestram habiturum esse. Et si Francorum arma ad hoc non sufficerent, propinquos ac necessarios reges ad hoc bellum ab exteris nationibus concitabo... Serenissimi et christianissimi Romanorum et Franchorum Regum, in quibus reipublicae christianae spes omnis nititur, et aliorum Principum et Potentatum et praesertim Illustrissimi Dominii Veneti affinitatem et benevolentiam relinquo. Vestra autem Sanctitas, quae iniuria tantos reges et principes offendere verita non est, quid spei suos habere velit ipsa consideret. Vegleveni, XXIº Decembris Mº CCCC LXXXX IIIJ.
Subscriptio) Ludovicus Maria Sforcia Anglus
Mediolani dux etc.
Ma el Re di Franza, che ancora non era partito de Viterbo, inteso questo, molto stette suspeso, et si meravigliò assai, et subito mandò uno araldo dal Pontifice a dolersi di questo, et che dovesse lassar in libertà el cardinal Ascanio suo carissimo parente et commissario, et quello voleva dir questa retention, et che non rendendo el venerebbe per forza in Roma facendo grandissime crudeltà, et usò ditto araldo assà altre parole. Ma el Papa li rispose che tornasse dal suo Re, et che remanderia soi legati a Soa Maestà, li quali li diriano el suo voler et quello era in animo de far, et che el cardinal Ascanio et gli altri li haveva ritenuti come desobedienti de li m.ti la Santa Chiesia, tamen che stevano bene, et li voleva appresso de lui, et cussì a dì 13 Dezembrio fatto concistoro, el Pontifice mandò tre legati a esso Re, i quali fonno lo episcopo di Narni, lo episcopo di Concordia di natione vicentino de caxa di Chieregati, et frate Gratiano spagnol di l'ordine de Frati Menori, ai quali fo commesso dovesseno conferir con el Re alcune cose, excusar el Pontifice dil retegnir di Ascanio, et veder si insieme, pur che con li ambassadori di la Signoria, poteva adattar sì con Sua Beatitudine quam con re Alphonso, manifestandoli che la retention de Cardinali et Prospero Colonna era a bon fine. Ma quam primum se intese in campo dil Re di Franza la retention di questi tre Cardinali, el signor Galeazzo di S. Severino, el qual da Lion fino a Viterbo sempre havea seguito el Re, essendo stà retenuto suo fratello cardinal, et etiam Ascanio fratello dil suo carissimo signor et benefattor duca de Milano, si partì dal Re, et in quattro zorni fatto cammino da corrier venne a Vegevene dal duca preditto, el qual duca non solum scrisse el brieve scritto di sopra al Pontifice, ma ancora più mandò a inanimar esso Re di Franza, promettendo mai di abbandonarlo nè mancarli di la fede a lui data, et che li manderia zente, et feze preparar el conte de Cajazzo el qual con alcuni cavalli lezier dovea (andar) verso Roma incontinente, et altre zente li sarebbe venute driedo; etiam mancando dinari li offeriva breviter ogni aiuto, purchè el Re volesse approximarse con l'exercito a Roma. Si dubitava el duca, come era da dubitarse, che 'l Pontifice non facesse morir ditti Cardinali, eo maxime suo fratello; i quali, benchè fusseno retenuti, non però steva se non honorifice in castello, come merito li R.mi Cardinali debbeno stare. Et el Papa faceva far in Roma grande custodia; steva in castello dubitando che el Re non venisse con furia a intrar in Roma, per esser potentissimo; era molti spagnoli a custodia dil palazzo, et non poteva uscir de Roma niuno, senza bolletin dil Pontifice. Et corrieri a Venetia, dal primo che portò la nuova di la retention, steteno assà a venir, però che le strade furono rotte, nè poteva venir securamente. Et accidit che venendo uno corrier de Roma a Venetia con lettere di l'ambassador, fo spogliato per la strada appresso Perosa, dà et toltoli le lettere, le qual essendo in zifra, come è consueto di far, non le intendendo le restituite, et post tot labores fonno portate a la Signoria. Ad altri corrieri li fonno tolte le lettere et cavallo, altri presi, i quali acciò non vedesseno le lettere che havea, quelle strazzò ovvero le butono in acqua loro medemi, sì che le strade erano rotte come intravien a tempo de guerra, maxime per la Toscana, che Siena, Pisa, Fiorenza et Lucca erano in qualche commotione di aiere, come dirò di sotto, et li contadini attendevano più a robar che a far altro.
Partita dil Re di Franza da Viterbo et quello seguite fino a l'intrar in Roma.
In questo tempo che a Roma tal cose si fanno, et le zente dil Re di Franza za erano bona parte partite da Viterbo, et andate per quelli castelli vicini a Roma, et el Re essendo stato zorni... in Viterbo, a dì 22 Dezembrio si partì, et andò con el suo exercito verso Ronsiglione, et qui fece carta a Pisani de libertà, come ho ditto di sopra. Li ambassadori di la Signoria, per non esser lozamento dove andava el Re per la moltitudine di le zente lo seguiva, rimaseno a Viterbo, tamen mandono con Soa Maestà Francesco da la Zudecha loro segretario, il qual di ogni successo dil Re advisava li ambassadori et loro poi drezzava le lettere a Venetia. Ma el Re andò di longo a Nepi ad alozar, terra di beneficii dil cardinal Ascanio, et quivi stette do zorni, ma le sue zente andono a Brazano, Campagnano et l'Anguillara, castelli tutti del sig. Virginio Orsini di qua dal Tevere, et andati a Campagnano che è castello primario, dove vi era dentro Carlo fiol di esso sig. Virginio, el qual non potendo resistere a le forze franzese si rendette a patti, salvo li averi et le persone, et Franzesi introno dentro; et cussì andavano Franzesi per quelli altri castelli sì della Chiesa quam di alcuni Segnorotti, e tutti, come si appropinquaveno, levaveno le insegne di Franza et li averzeva le porte, pur era carestia, et la moltitudine erano sì che si puol concluder fino qui non abbi desnuato spada Franzesi per combattere, ma ben per far paura, nè in alcuno luogo accampato, benchè con loro havesseno ogni cosa necessaria a oppugnar una terra, come ho scritto di sopra. Et a dì 18 el Re partito de Nepi venne ad allozar a Brazano, dove qui stette longamente, loco pur di ditti Orsini, et havendo udito li legati dil Papa, pur non li piaceva la dimora faceva di retenir ditti Cardinali, et continue mandava a dir al Pontifice volesse lassar el card. Ascanio, et che lui voleva intrar per le feste di Nadal in Roma, le qual si appropinquava, et che dovesseno mandar fuora li Aragonesi soi nemici; tamen li tre legati non restava di praticar accordo. Et in questo medemo zorno, a dì 18, el Re chiamò el secretario di li ambassadori di la Signoria, et dimandò: ch'è de li ambassadori? el qual rispose erano rimasti da driedo per causa di allozzamenti, onde Soa Maestà li disse dovesseno al tutto farli venir, perchè havea da consultar, et etiam volea con loro intrar per le feste di Nadal in Roma. Unde inteso questo da Venitiani, fo scritto che ditti ambassadori con che compagnia potesse, se ben dovesse de li soi mandar in driedo, seguir la persona dil Re, et cussì feceno, che subito andono a trovar esso Re a Brazano, et come fonno zonti, el Re li dette audientia, dicendo: Domini Oratores, datime conforto, et fate la Signoria mi ajuta, che il Santo Pare retien pur ancora el cardinal Ascanio et Prospero Colonna, et vi prometto di ogni mio progresso far partecipe dil tutto quella Ill.ma Signoria. Et cussì ditti ambassadori promesseno di scriver a la Signoria.
Parte di questo exercito, come ho ditto, si divise da li altri, et preseno alcuni castelli, et feceno alcuni ponti di legno sopra el Tevere per passar di là; et zerca 5000 Franzesi in questi zorni, a dì 19 et a dì 22 ditto, corseno fino su le porte di Roma chiamando el duca de Calavria dovesse venir fuora a la battaglia. El qual duca si volse armar, et fece metter in ordine le sue zente con el sig. Virginio Orsini et conte de Petigliano, ma tanto stette a venir fuora che Franzesi, fatto alcuni danni, ritornono ai loro allozamenti.
In questo mezzo a Roma el Papa in castello praticò di accordar che Colonnesi venisse al suo soldo et dil re Alphonso, facendoli gran promissione, et fece certi patti et capitoli con el sig. Prospero Colonna, era lì retenuto.
Et a dì 18 ditto, el Pontifice venne in concistoro con certi capitoli, la substantia di qual è questa. Primo che libere dovesse esser lassato esso sig. Prospero di Castello, el qual prometteva in termene de do zorni andar a Hostia et far che suo fratello sig. Fabricio li daria la terra et fortezza ne le man, la qual lui la consegnaria poi al Papa. Item che restava soldato dil Pontifice et re Alphonso, et questi li promettevano di dar ducati 30 milia a l'anno, zoè do terzi Alphonso et un terzo la Chiesia. Item che 20 milia scudi restava haver de stipendio livrato et promesso dal Re di Franza come suo soldato, libere el Pontifice li prometteva darli de contadi, habuto Hostia. Item che tutti li soi castelli et lochi tolti per re Alphonso siano resi et restituidi a essi Signori Colonnesi, et pagatoli el danno havesseno habuto per l'incursione. Et alcuni altri i quali ad plenum non se intese, ma zurato di mantegnir al Papa quanto havea promesso, et sigillati li capitoli fo lassado di Castello et andò esso sig. Prospero verso Hostia per veder di rehaverla, unde suo fratello mostrò di esser renitente, et al tutto volerla tenir per il Re di Franza. Tamen erano d'accordo, et volevano mantenir la fede data al Re.
Ancora fo lassato el cardinal S. Severino, et mandato per el Pontifice legato al Re di Franza a Brazano, a ciò vedesse di operar quello che li tre non havevano potuto operar et che el Re non dovesse andar più oltra, promettendo di far che re Alphonso li daria tributo annuatim, et che pur si Soa Christianissima Maiestà havesse voglia, come sempre ha ditto, et per il protesto fatto in Fiorenza appar che lui vuol andar contra infedeli a recuperar la Terra Santa, ex nunc esso Pontifice voleva esser causa di far una liga et paxe universale, zoè Soa Beatitudine, esso Christianissimo Re di Franza, la Maestà dil Re et Regina di Spagna, la Ill.ma Signoria di Venetia, lo Ill.mo Duca de Milano, Fiorentini et altri potentati, maxime la Cesarea Maestà dil re Maximiliano eletto Imperator et el Re d'Ungaria. La qual unione esso Summo Pontifice bastava l'animo in brevissimi zorni di far et concluder, ne li quali era posto etiam el re Alphonso di Napoli; et cussì tutti collegadi dovesseno andar alla destrutione di infedeli, posto che dimostrava esso Re haverne tanta voglia et che non volesse esser causa di far cede (stragi) nel Reame di Napoli, et che Alphonso preditto havesse cagion di chiamar in suo soccorso Turchi, i quali si offeriva de venir et venuti mal saria a discazarli: et altre et simele parole, nomine Pontificis et Collegii Cardinalium. El qual Cardinal con Francesco Guidizoni protonotario et alcuni di la sua fameglia se ne venne a trovar el Re, et referito la sua legatione a Brazano, minime niuna cosa ottenir potè, però che esso Re et quelli lo consegliava havea deliberato di acquistar el reame de Napoli, discazar re Alphonso et Aragonesi di quello, metteno li baroni dil Re venne expulsi in loro stato, i quali erano con lui, et tuttavia lo seguiva; et però stette fermo in voler la intrata di Roma una volta, dicendo non voleva offender la Chiesia nè el Santo Pare in niuna cosa; imo, come christianissimo, da quelli la volesse dannizar, ajutarla.
Continuamente si scorsizava fino su le porte di Roma, dannizando el paese, nè in Roma vi poteva intrar vittuarie, et mentre che el sig. Prospero Colonna mostrava di adattar le cose con suo fratello in Hostia, a dì 25 Dezembrio el cardinal San Piero in Vincula con fanti franzesi 350 partito dil campo del Re, intrò in Hostia et messe quelle zente et uno capitano franzese chiamato.... de guerra, el qual fino al presente è ivi a custodia per el Re di Franza. Et subito intrato ditto Cardinal, fonno più costanti che mai fusseno, dicendo non voleva obbedir al Pontifice, el qual non era iure et rite creato, et che oltramontani ancora non li havia dato la ubedientia, come era la verità. Et el sig. Prospero strazò i capitoli fatti col Pontifice, andò in campo dal Re et ruppe la fede data al Papa, dicendo haverla data sforzata per uscir di Castello, et quella prima data a la Majestà dil Re era pura et libera, et quella al tutto voleva observar.
Ancora el cardinal Ascanio vize canzelier fo lassato in libertà, et venne in campo a trovar el Re, et come se divulgaveno erano su pratiche di far liga con tutti li Principi christiani contra infedeli, et trieva tra el preditto Re di Franza et el Re di Napoli, tamen non concluseno alcuna cosa, dicendo el Re come sarebbe in Roma co el Pontifice adatteria el tutto, ne le qual pratiche se interponeva li Ambassadori di la Signoria. Ma el sig. Prospero andò a Marino, castello di suo fratello signor Fabricio, mia X lontan da Roma, et ivi stette con le sue zente.
In Roma era, come ho scritto di sopra, el Duca di Calavria fiol dil re Alphonso con el sig. Verginio Orsini, conte di Petigliano et Zuan Jacomo di Traulzi; in tutto con alcune zente di la Chiesia squadre 55 et fanti 5000. Questo Duca non restava di exhortar el Pontifice a star constante et saldo, et non abbandonar el Re suo padre. Praticavano di intrar ditte zente in Castel Santo Anzolo, pregando volesse scomunegar ditto Re di Franza, et far cruciata contra di lui, et cussì stavano in queste pratiche con gran carestia. Lì eravi ambassador di Alphonso, Antonio di Zennari.
Seguito et rumore accaduto in Fiorenza et di loro governo.
A Fiorenza accadette in questi zorni alcuni rumori, zoè che essendo zonto Piero de Medici venuto per la via di Ancona a la presentia dil Re a Brasano, pur lamentandosi di la ingratitudine de Fiorentini usata contra di lui et di la caxa de Medici, maxime da poi che nel 1432 Cosma suo avo fu revocato, Piero, Lorenzo et esso Piero sempre a quella republica aveva giovato, difesa et custodita in libertà, et che a hora che lui si havea adherito a esso Christianissimo Re, li soi contrarii et emuli l'haveano scacciato con suoi fratelli et il Rev.mo Cardinal, datoli taglia, i quali per più securtà di la vita loro erano capitati a Venetia, et che lui era venuto a inchinarsi a Soa Maestà, et quello che li comandava dovesse far voleva obbedir. Tamen che la roba sua a Fiorenza era dilaniata. Unde el Re molto dolendosi, non volendo tollerar questo, scrisse a li soi restati in Fiorenza Ambassadori, o vero commissarii, prima dovesseno dir a Fiorentini li mandasseno alcuni danari, come si havevano ubbligati per li capitoli, et che non dovesseno molestar la roba di Piero de Medici. Et inteso questo, Fiorentini feceno li soi consegli. Ma el populo si levono a rumor, et corseno armati su la piazza, altri voleva iterum el governo di Piero, altri voleva obbedir a ogni mandato dil Re. Et de quelli do che ivi era nomine suo, altri non volleva per niente ubbedir in niuna cosa, anzi volevano servar quella sua Republica in libertà, et non sottoponeva a niuno, et far quello a loro piacevano, et di novo constituir el suo governo, seguendo el costume veneto in crear li magistrati. Unde per queste dissensione el consiglio, che era reduto per trovar li danari per mandar al Re, non feceno alcuna provvisione, et fo in grandissima discordia, maxime zerca el novo governo havevano a far, però che za havevano eletti 100 cittadini chiamati il collegio di 100, i quali durasseno uno anno, et questi elesseno li Accoppiatori et altri officii pur per uno anno come ho scritto di sopra. Ma non contentandosi el populo in publica concione in piazza, redutti la Signoria, li fece lezer publice li capitoli fatti con el Re di Franza, et terminono di tenir el modo de far el suo conseglio come al principio di questo secondo libro ho scritto, et si pacificono tutti, intervenendo però l'autorità di quel frate Hieronimo. Ma Senesi, Lucchesi et Pisani feceno liga ditte comunità insieme, con aiuto de Zenoesi, per aiutar Pisani a conservarsi in libertà, che pur Fiorentini faceva preparamenti per rehaver Pisa, et tutti quelli di li contadi soprascritti erano in arme, zoè villani, che parevano un campo contra Fiorentini, et dannizono alcuni castelli. Quello seguite poi intenderete più oltra seguendo il costume nostro.
Cose accadute in Venetia in questo tempo et dil Gran Turco.
A Venetia, per lettere di Antonio Grimani capitano zeneral da mar, se intese come lui haveva habuto il certo da Costantinopoli, che el sig. Turco, inteso la venuta dil Re di Franza di qua da monti, tamen non haveva ancora inteso la sua intrata di Fiorenza; dubitando che esso Re, ottenendo el reame di Napoli, poi non volesse seguir quello sempre havea ditto, di passar a la Vallona a danno de Turchi, vedendo che za Turchi di le marine, da paura di l'armata di Franza erano venuti 110 mia fra terra, et abbandonate le marine reduttosi alle fortezze, lassando li loro tugurii et habitatione, esso sig. Turco deliberò di provveder et fece subito uno editto che tutti li soi bassà, subassà et altri di li soi Turchi primarii, dovesseno venir a la Porta, zoè da lui a Constantinopoli, a consultatione. Come etiam per lettere di Andrea Gritti patricio nostro era ivi mercadante, la Signoria fo certificata di questo; et che ordinò ditta Porta uno zórno di zuoba, ch'era apud illos festa solennissima et non assueta, di far in tal zorno consultatione. Et mandò per tutti i calafai, fabri et altri maistri, che statim dovesseno nel suo arsenal lavorar per far galie, perchè a tempo nuovo voleva haver una grandissima armata, di vele, come si divulgava, 200; et mandò uno ambassador al re Alphonso, come ho scritto di sopra, confortandolo che dovesse questa invernata difenderse, perchè a tempo nuovo li voleva dar grandissimo soccorso sì de exercito terrestre quam con potente armata, la qual facea metter in ordine. Et za italiani dubitava el re Alphonso non facesse passar Turchi di la Vallona, perchè za ne era ivi redutti qualche bassà, et etiam esso Re ordinò tutti li navilii erano in Puia fusse retenuti, et però si dubitava.
A dì 19 Dezembrio nel consiglio di Pregadi fu preso certe provvisioni per trovar danari, a ciò a li bisogni fusseno preparati, et maxime di tansar le arte o vero botteghe. Et cussì per li X Savii in Rialto a questo deputadi, ogni zorno andavano tanxando ditte arte, et la tansa mandaveno a li governadori de le intrade, dove pagavano.
Essendo venuta a Mantoa, come ho scritto di sopra, madonna Chiara sorella dil Marchexe et moglie di monsig. Mompensier capitano dil Re di Franza, non restava di exhortar el fratello volesse accordarse con la Maestà dil Re suo, promettendoli gran cose; licet questo marchexe, za anni 4, era a soldo di la Signoria con ducati 30 mila a l'anno in tempo di paxe, pagato ogni mexe ducati 2500 a la camera di Padoa. Et perchè a la fin di questo mexe veniva a compir la ferma de li 4 anni, tamen mancava 4 mesi a praticar, nel tempo non si poteva accordar con niuno, secondo la forma di l'accordo havea con ditta Ill.ma Signoria. Unde fo preso in Pregadi di dar libertà al Collegio di confermarlo, con li modi et condition a loro parevano. El qual Marchexe teniva el suo ambassador fermo qui a Venetia, chiamato Antonio Triumpho; et in questi zorni mandò a donar a la Signoria uno bellissimo presente di salvadesine, benchè ogni anno da poi era condotto consuetava di far; ma questo fu molto più bello de li altri, el qual fo partito tra el Serenissimo Prencipe et li Padri di Collegio, sì come si suol far.
In questo mezzo, el Cardinal Ystrigoniense, fiol dil Duca di Ferrara, venne di Hongaria dove era stato gran tempo, et essendo ivi fu creato da questo Pontifice cardinal, et sta nel suo vescovado in Ystrigonia con sua ameda la Raina, moglie che fu di re Mathyas. Et ne l'andar a Ferrara dal padre, convenne passar per il Polesene di Ruigo; tamen non fo lassato intrar con zente in Ruigo, et etiam don Alphonso fiol dil Duca et suo fratello volendo venirli in contra, mandò a dimandar allozamento in Ruigo; al qual fo risposto che si Soa Signoria voleva intrar con alcuni de sui el fusse ben venuto, ma con 500 cavalli con qual veniva, non volevano tante zente in la terra. Et cussì nè el Cardinal nè don Alphonso non intrò in Ruigo, et passò di fuora via, et andò a Ferrara. Et ditto Cardinal quivi restò nè non andò a Roma fino che vi ritornò in Hongaria; et poi a dì 12 Fevrer essendo sta chiamato dal Re di Hongaria, che 'l ritornasse in Ystrigonia, alias lo priverebbe di quelle intrate, partì di Ferrara con la sua fameglia, et habuto licentia da la Signoria, allozò in Ruigo, demum cavalcando verso Hongaria andò in Ystrigonia.
El re Alphonso per tutto el suo regno faceva provvisione, et per littere di Paulo Trivixano cav. ambassador nostro a Napoli se intese come, havendo lui nomine Dominii dimandato la tratta di 200 cavalli di le sue razze, non solamente el Re fu contento di dar ditta tratta, ma più che volse far uno presente a la Signoria di corsieri 100 forniti a tutte sue spese fino su la piazza di San Marco; etiam la tratta de formenti di la Puia concesse a nostri, come ho scritto di sopra, benchè Puiesi non volevano vender per caxon di non haver carestia. Oltra di questo el Re scrisse a la Signoria, pregando li volesse dar aiuto et soccorso, et conseiarlo di quello havesse a far, et che, al più poteva far, era in tutto squadre 75 et fanti 7 in 8 milia, et che lui si redurave in Terra di Lavoro a presso Capua, et converrà abbandonar la defensione di Fondi, Aquila et Terracina, che sono passi de intrar in Reame, et che al tutto era disposto de affrontarsi col Re di Franza, et far fatto d'arme, volendo morir prima da valente capitano che veder la ruina dil suo Stato. Concludendo, volea aiuto; Unde la Signoria li risposeno: la qual risposta fu molto secreta. Et inteso de li 100 corsieri et di la tratta, feceno metter in ordine in l'arsenal do arsilii, i quali andasse in Puia, benchè prima voleva mandarli in Ancona, ma poi mutono pensier, et con Zuam Borgi secretario fo mandati con li danari per li 200 cavalli, come scriverò di sotto. Ma avanti ditti arsilii zonzesse, venendo li cavalli, da Franzesi fo presi, et non si potè haver.
Quelli di l'Aquila, che è una di le prime terre in l'Apruzzo sotto el Re di Napoli, a ciò Alphonso non dubitasse di la loro fede, perchè za el Re di Franza mostrava de za intrar in Roma dover andarli a campo, mandono a Napoli molti fioli de li cittadini primarii per ostasi al Re, dicendo se volevano difender vigorosamente, benchè ancora ogni loro ricchezza de li bestiami fusse nella Puglia, questo perchè su quel di l'Aquila, per esser loco fertile, non vi ponno star nè viver per li pascoli, et convien l'inverno andar a pascolar nella Puia. Ancora feceno alcuni fanti, zerca 2000, pagati de suo denari in defensione loro.
El fiol dil Pontifice nominato di sopra, don Zufrè prencipe de Squilazi et zenero di re Alphonso, el qual venne a Napoli a sposar la muger in queste novità, mai si volse partir dal suocero, a ciò el padre havesse cagion di aiutar Alphonso, havendo el fiol in quelle parte. Et è da saper, che questo Pontifice ha tre figlioli et una fia, zoè el duca Johanne de Gandia, el qual habita nel suo ducato in Spagna, el cardinal Don Cesare chiamato di Valenza, questo prencipe de Squilazi, et mad.ª Lugretia maridata in sig. Johanne di Pesaro, fo fiol dil sig. Costanzo, dil qual di sopra habbiamo assà descritto.
Come el Pontifice mandò el duca de Calavria fuor di Roma, et quello fece.
A Roma Alexandro Pontifice essendo in queste pratiche con el Re de Franza, et vedendo la sua voluntà al tutto esser di voler intrar in Roma, et za era andato legato dal Re suo nepote cardinal Monreal, el qual andava et ritornava in Roma per veder di adattar li capitoli, come dirò di sotto. Et vedendo questo el duca de Calavria, che el Pontifice si voleva adherir alla voluntà de ditto Re, non potendo far altro, dubitando dil populo, per el meglio deliberò partirsi con le sue zente di Roma. Et cussì el zorno de Nadal, che fo a dì 25 Dezembrio, el Pontifice, ditto la messa in la sua cappella, chiamò esso Ferdinando duca di Calavria, et a quello messe una baretta de varo, fodrà de varo, tamen era di velluto, in testa, et li fece cinger la spada a ladi (lato), investendolo dil ducato de Calavria, et a quello usò queste parole, lacrimando e uno et l'altro, et el Duca li era davanti in zenochioni, et disse: Duca, fiol nostro carissimo, andate et state di bona voglia, che havemo speranza ne lo eterno Iddio ne aiuterà: Et li dette la beneditione, offerendosi in ogni cosa, et quello lacrimando licentiò et scrisse un breve al re Alphonso zerca questa partita di suo fiol. El qual Duca, statim montato a cavallo con el sig. Virginio Orsini, conte di Petigliano, Zuan Iacomo di Traulzi, marchexe di Pescara, et altri condottieri con squadre zerca 22 et 1500 fanti, ussite di Roma accompagnato dal cardinal Ascanio suo barba, però che questo Duca nacque di una sua sorella et dil Duca presente Ludovico di Milano, la qual era morta za molti anni, nè da poi el Re Alphonso, che tunc era Duca di Calavria, si volse più maridar. Or questo suo barba lo andò confortando fino fuora di le porte di Roma, et in quel zorno medemo el Duca con tutte le zente cavalcono mia 18 a uno loco di la Chiesia chiamato Teoli, et quelli erano dentro non volseno l'intrasse in la terra, unde convenne star lì a la campagna, et patite assà incomodi. Et scrisse al Re suo padre era a Napoli el successo, et che non era più tempo de dimorar de chiamar Turchi in suo soccorso, ma che al tutto dovesseno farli venir, vedendo che niun in Italia più lo voleva aiutar. Et andò a Terracina terra di la Chiesia, ma custodita per el Re suo padre, dove vi venne don Fedrigo suo barba principe di Altemura, el qual havea disarmato l'armata. Et quivi feceno alcuni fanti, et al meglio poteno zercò di restaurar le sue zente dil Duca, et cavalli erano mal conditionati per li disagii portati maxime in Roma con gran carestia. Le zente veramente di la Chiesia rimasero in Roma, ita volente el Pontifice. Le qual da poi che 'l Re fo intrato et accordatosi insieme et partito per Reame, el Pontifice quelle licentioe, dicendo non li bisognava più zente, et rimase se non con la sua guardia, el resto casso.
Ma li tre legati erano con el Re a Brazano, domente queste cose si faceva, non restava di praticar accordo, et fonno fatto 18 capitoli, i quali perchè non haveno luoco nè il Re volse sottoscriverli, non saranno qui posti, et quasi di tutti erano d'accordo, eccetto che il Re voleva Gem Sultan fratello dil Turco con lui, et el Papa ghe lo voleva dar ogni volta che l'andasse contro infideli. Item che el Papa li desse quattro fortezze, la Rocca Suriana, la rocca di Velletri, la rocca di Civitavecchia et la rocca di Narni et anche Terracina, et cussì non fonno d'accordo. Et come ho ditto el card. Monreal più volte venne dal Re et ritornò a Roma. In questo interim, le sue zente andono per caxon di haver vittuarie, perchè era gran carestia in campo et assaissime persone da 30 in 40 milia. Alcuni Franzesi andò a uno castello di la Chiesia un poco straman et fuora di strada, chiamato Nera, dove vi era uno governator episcopo, el qual volendosi difender non volendo fare quello che tutti altri castelli et cittade havea fatto, che dove si aproximava Franzesi li presentaveno le chiave, unde ditti Franzesi intrò per forza, et esso episcopo fugite in una chiesia dove fu trovato et menato sopra una torre et buttato giuso, acciò el morisse, et lì in terra li fu dato tante lanzate che subito expirò, dicendo: cussì intravenirà a tutti coloro vorranno resister contra el nostro Re.
Ma el Re partito di Brazano venne allozar mia 7 luntan di Roma in uno loco ditto Bacano, et za in Roma a dì 27 Dezembrio el zorno di S. Zuane evangelista a hore 2 di zorno di voluntà dil Pontifice era intrato dentro cavalli 1500 de Franzesi, et cussì andava intrando continuamente. I quali questi Franzesi, come fonno intrati, comenzono a voler far moveste, zoè di elezer caxe di Romani per habitatione de li loro Monsignori et per altre zente doveva intrar con el Re, mettendo polizze sopra le caxe dove era scritto: lozamento di Mons. tal. Unde Romani non volendo tollerar, con ajuto de Spagnoli che sono nimici simpliciter de Franzesi, si levono in arme, et Franzesi conveneno star bassi fino el Re fo intrato nè far altra movesta. Ma per el Pontifice fo ordinado che tutte queste zente franzese, et quelle introrono con el Re, dovesse alozar solamente in caxa de prelati e monasterii di ogni sorte, et cortesani, et cussì fonno posto ordine a li alozamenti, et fo partito a tanti per caxa. Et Romani per gratuirse con el Re levono le arme de Soa Maestà sopra le sue porte, adeo per tutta Roma se vedea le arme dil Re di Franza. Et za la persona dil Re el zorno de Nadal, si havesse voluto, haveria potuto intrar; ma pur stava renitente, et voleva in le sue mano el castel de Santo Anzolo, la qual cosa el Pontifice mai volse consentir, imo el si havea reduto dentro, et posto alcuni cardinali nel suo palazzo, et alcune caxe lì attorno ditto castello za havea fatto buttar a terra et spianar, a ciò volendo el Re accamparsi attorno non potesse. Tutte le artegliarie messe sopra le mure, et zerca 400 fanti spagnoli messe in ditto castello dil qual era castellano lo episcopo Agregiantino, et oltra suo nipote el cardinal Monreal et Valenza che stavano nel palazzo de San Piero, etiam ne messe do altri cardinali, zoè el Cardinal de Napoli et San Zorzi, e tamen tutta Roma era in confusione.
Accadette mirum quid a dì 23 Dezembrio, che cazete da loro istesse una certa parte di muraglie di le mure di la città di Roma, le qual erano vecchie, per la qual cosa molti judicono esser voluntà de Dio che el Re intrasse, che fino le mura istesse voleva farli adito a intrar. Ma subito dove cadette fu riparato.
Ma el Re non volendo più star a indusiar, nè perder tempo in formar li capitoli, deliberò non concluder nè sigillar alcuna cosa fino non fusse intrato in Roma, ma ben volse far al Papa uno instrumento in publica forma, chiamato da Franzesi vodo et iuramento, el qual era come uno salvo condutto al nostro modo, ch'el Re prometteva sopra la sua corona et fede al Papa de non li far alcun danno nè in temporal nè in spiritual alla sua persona, et che voleva intrar in Roma el primo di Zener, ch'è primo zorno nuovo, et forestieri per tutto si muda, milesimo de 1495, excepto cha Venitiani, che comenza a Marzo; et però essendo io veneto seguiremo el nostro costume: or questo instrumento a dì 30 Dezembrio, el cardinal Monreal portò al Pontifice, el qual non potendo far altro fo contento l'intrasse, et chiamato el concistorio mandono a dir a Soa Maestà quando li piaceva dovesse intrar. Tamen el Pontifice si segurò nel suo palazzo con bona custodia, et redusse le sue zente di là dal Tevere appresso il castello, et lassò di qua per l'habitatione de Franzesi.
Intrata dil Re di Franza in Roma adi 31 Dezembrio 1494 et quello fece in Roma.
Ma Carlo re, habuto tal risposta, non volse aspettar el zorno terminato di primo Zenaro, ma seguendo l'opinione astrologica ancora lui, vedendo esser bona hora, a dì 31 Dezembrio, el zorno de Santo Silvestro Papa, al qual Constantino imperatore concesse assà cose et adoptò la Chiesia, et quello publice instituì papa di Roma, esso Re di Franza volse intrar in Roma, et partito da Bacano dove era allozato, a hore tre di notte per la porta dil populo intrò senza saputa dil Pontifice, che si credeva dovesse venir el zorno driedo. L'ordine di l'intrar fo cussì. Prima tutte le sue zente d'arme e fantarie avanti, poi le carrette con li passavolanti et artigliarie, et lui in mezzo di la sua guardia, in compagnia con 8 Cardinali, zoè: S. Piero in Vincula, el qual di Hostia era ritornato, Ascanio, Savello et Colonna, San Dionysio et Curzense, San Severin et Lonà, parte dei qual el zorno avanti erano ussiti di Roma per venir contra el Re a honorarlo con le loro famiglie. Et cussì con questi cardinali con assaissime luminarie et fuoghi fatti per Roma, el Re intrò in la cittade. El populo mostrò gran consolation et festa: per le fenestre de Romani era posto luminarie fuora, adeo pareva tutta Roma ardesse, tanto erano li fuoghi, con grandissimo rumor, con gran multitudine de cavalli, adeo che l'ambassador nostro Paulo Pisani era in Roma, inteso che 'l Re veniva, montò a cavallo per andarli contra, ma tanta fu la calca di le zente che mai si potè aproximar a esso Re, et convenne ritornar a caxa. Li do ambassadori seguiva el Re non fonno presti a venir insieme con Soa Maestà, ma tuttavia li venne driedo, et intrò a dì ditto a hore 5 di notte, zoè do hore da poi el Re, e tutta quella notte fino a hore 9 stetteno le porte di Roma averte, et continuamente intrava Franzesi, Sguizari et altre generatione. Et el Re andò a dismontar al palazzo di S. Marco, dove li era preparato, el qual è bellissimo, et per Paulo Pontifice secondo veneto fo fatto fabbricar, et poi suo nepote cardinal de S. Marco pur di caxa Barba patricio veneto, et novamente defunto, fo compito di redurlo al modo è al presente, ma poi la sua morte Innocentio VIII pontifice ditto palazzo dette al cardinal di Bonivento di natione Zenoese, el qual cardinal venne contra dil Re fino fuora dil palazzo con la bareta in man, et cussì fece el Re. Et fattosi le debite riverentie, el Re volse metter el Cardinal de sora, el qual mai vi volse andar, et menò el Re in camera: demum intrò in un'altra camera, et stati insieme per uno quarto di hora, tolse licentia dal Re et venne fuora. Li altri Cardinali andorno a li loro palazzi, et el Re sentò su el letto, et si fece cavar li stivali et si messe i zoccoli, venne fuora di la camera, dove fo apparecchiato la tavola, et si messe al fuogo, si fè pettenar li cavelli et la barba, poi andò a cena. Era lì in tavola una navesella d'arzento, et come vien i piatti di le bandisoni, colui che porta il piatto, tuò un poco di quello, et fatto la credenza, lo resto butta in ditta navesella, et cussì si fa di ogni cosa. Beve con una tazza dorata con il coperchio; quando si metteva el vin in la tazza, uno de soi havea una cadenella d'oro, et in uno cao un pezzo de alicorno, ch'è contra il veneno, et menava attorno per ditta tazza, poi ne dava a bever a quel vi faceva la credenza, et di quello fo messo in un'altra tazza in cao di tola, dove era 4 medici, i quali cercono ditto vin si era buono per la maestà dil Re. Et cussì fanno in le vivande, però che, sempre che manza, li medichi li stà d'intorno a veder non manzasse molto et cosse cattive; manza sempre solo, et li soi gran maestri d'intorno in piedi. Poi, levato di tavola, venne in mezzo di la camera fra alcuni baroni et cavalieri, et con loro humanamente rasonava, toccandoli sotto la gola, per le qual cose dimostra esser human e dolze Re, et questa digressione et narratione ho voluto far, benchè non sia a proposito.
Niun altro cardinal adoncha andò contra el Re, che si l'havesse indusiato el zorno, sarebbe andati tutti, et la famiglia dil Pontifice che saria stata magnifica intrata. Et zonti li do nostri ambassadori Domenego Trivixan et Antonio Loredan insieme con Paulo Pisani tutti tre cavalieri et operati in diverse legatione per la Republica nostra, andono a visitar el Re a caxa, et nomine dominii si alegrò di la sua intrata, et usate le parole debite, et risposto dil Re, ringratiando la Signoria soa bona amiga, ritornò a caxa a expedir el corier a la Signoria di questa intrata in Roma dil Re.
Tutta questa notte stetteno Franzesi et Romani in piedi, altri conzando le loro arme, governando li cavalli, custodendo le carrette di artigliarie, preparandosi li allozamenti, sì che era sempre in da far. El Pontifice era nel suo palazzo, per el qual a suo piacer per do vie una publica l'altra subterranea puol andar in castel Santo Anzolo, el qual era ben custodito de molti Spagnoli et munitione. Ancora di là dal Tevere, come ho scritto, era in uno seragio 400 cavalli et alcuni fanti per soa defensione, benchè erano pochi imo niente al poter dil Re.
A dì primo Zener, el Re volse udir messa lì vicino a la chiesia di San Marco, per esser el primo dì de anno nuovo, et disse messa el cardinal San Dionysio suo franzese, et era la sua guardia in chiesa, et el Re sotto un baldacchino quadro damaschin bianco con le cortinette attorno, et ditto Re stette sempre in zenocchioni con le man zonte, mentre fo ditto la messa, e la sua guardia lì intorno, et lui diceva oratione. Era con lui questi Cardinali: San Piero in Vincula , Ascanio, Curcense, Savello, Farnese, San Severin et Colonnese, et el cardinal Valenza mentre el Re era in chiesa volle intrar per venir a honorar Soa Maestà, ma non potè intrar per la moltitudine di la zente. Et poi tornato el Re in palazzo, ditto Cardinal andò, et appena fu visto da esso Re, el Re udito messa ritornò in palazzo, ma el Pontifice con el resto de Cardinali disse messa in capella di S. Piero.
El Re fece editto: che niun de soi non dovesse far alcun danno nè violenza a niuno sì per caxon de vituarie quam per altro lì in Roma sotto pena di la forca; et etiam el Pontifice ne fece far uno altro: che niun romano nè cortesano dovesse dar alcun fastidio nè dir alcuna villania a Franzesi di la maestà dil Re, sotto pena etiam di esser appiccati senza altro rispetto. Et ancora fece el Re uno altro editto per nome dil Pontifice et suo, che ognuno dovesse portar vittuarie, et come fo ditto ordinò el precio de certa quantità, manco il formento et vino che prima erano montati in gran precio, altramente mandaria a tuor per il territorio etc.
In questo zorno intrò in Roma 5000 Sguizari armati benissimo in ordine, che fu bel veder: in tutto era in Roma venuti con el Re di le persone da 30 milia in suso, et alozato el Re, le sue zente comenzono attorno ditto palazzo di San Marco a buttar alcune caxe a terra, ma non da conto, et ivi messe le sue carrette di artegliarie; et cussì attorno si fortificò, facendo ripari, et steva con bona custodia. Li baroni dil Re, intrati che fonno in Roma, andono molti di loro a basar li piedi al Pontifice in palazzo, et visitando le altre chiese, cercando le perdonanze et reliquie sante. Et el Papa mandò a dir al Re, prima ch'el fosse ben venuto, poi che volendo venir a parlarli venisse solo con 4 de soi, et cussì voleva esser lui, dove consulteriano insieme.
Adi 2 Zener li Cardinali si ritrovavano in Roma andono a far riverentia al Re, et loro medemi portavano le code in mano, la qual cosa non si suol far se non quando vanno a la presentia dil Pontifice. Et non vi andò el cardinal de Napoli, el qual steva in palazzo dil Papa, et el cardinal Michiel nostro veneto, che tunc temporis si ritrovava ammalato. Et el Re steva con gran reputatione, et in la sua camera li 8 Cardinali nominati di sopra stevano in piedi, et lui sentando. Conclusive, Franzesi fanno puoco conto de Cardinali, et manco di altra zente, et per la superbia loro fanno poco honor et extimatione, sì come si suol far qui in Italia. Or ditti Cardinali haveno tutti audientia con poche parole, excetto do, ai quali el Re non volle parlarli, i qual do Cardinali non saranno qui posti pro bono respectu.
In questo zorno medemo, Piero di Medici intrò in Roma con el sig. Carlo Orsini fiol dil sig. Virginio, i qual fonno dal Re ben visti, et ditto Piero se ne stette qui a Roma sempre fino venne suo fratello cardinal.
Adi 4 Zener el Re mandò el cardinal de Parma con 4 de soi baroni, zoè monsig. de Obignì, mons. Presidente de Linguadoca, el qual dil mexe di Fevrer morite qui pur ambassador per el Re a Roma, el presidente di Paris et Peron di Basser, in palazzo dal Pontifice a dimandarli 3 cose. Prima suo fiol o nepote Cardinal de Valenza, con lui legato a l'acquisto dil Reame. Secundo el castello di Santo Anzolo in suo poter, acciò potesse andar et tornar in Roma a suo piacer. Tertio che, cussì come era ubligato za assai per patto expresso, dar li dovesse Gem Sultan fratello dil Gran Turco. El qual el Papa dil 148... in quà, zoè soi antecessori lo tien in castello con gran custodia, però che fu preso a Rodi, et per il gran maistro Piero Dambusso (d'Aubusson) al presente cardinal, fo mandato ne la Franza, poi fu posto qui nelle man dil Pontifice con condition che, ogni volta che el Re di Franza el volesse, el Pontifice fusse obligato di dargelo, et però al presente lo voleva. Unde el Papa rispose: primo meravigliarsi di queste nove richieste, maxime dil cardinal Valenza, et che non li pareva honesto el Re dimandasse darli tal Cardinal per legato, come che quando lui con el concistoro de Cardinal li pareva di mandar legato, loro lo elezevano. Item che el castello lui el teneva come capo di la christianità, per quelli potentati li havea dato ubedientia; maxime pro rege Maximiliano eletto imperatore, per el Re di Spagna, Re di Napoli et la Signoria di Venetia et altri. Et che di Gem Sultan a lui pareva non era tempo di muoverlo di dove era, ma pur che la mattina faria concistoro, et quello ivi delibereriano con l'aiutorio de Dio et de misser S. Piero et S. Paulo, li manderia a dinotar. Et ditti baroni ritornò dal Re, et disse la risposta dil Pontifice.
Ancora el Re dimandò danari in prestedo ad alcuni Cardinali, i quali si excusono non haver, promettendoli li loro arzenti. Tamen el Re non li volse tuor, et Colonnesi con li suoi seguazi erano molto superbiti, et messeno a sacco una caxa di uno episcopo di Conti, sua parte contraria, et in Roma le bottege erano serrate, tutti andavano armati, et essendo in queste novitade le caxe de Cardinali, dubitando non esser messe a sacco, stavano con gran guardia, havendo provvisionati. El Re non ussiva de palazzo de S. Marco, aspettando la risposta dil Pontifice. Et a ciò se intendi quanti Cardinali erano in questo tempo, ho voluto qui sotto scriverli, et quelli hanno una † erano fuora di Roma.
Cardinali romani, anno 1494.
- El Rev.mo Olivier Caraffa neapolitano, arciepiscopo di Napoli et episcopo Sabinense.
- El Rev.mo Iuliano dal Rovere savonese, summo penitentiario tituli sancti Petri ad Vincula et episcopo hostiense.
- † El Rev.mo Baptista Zeno veneto patricio, episcopo vicentino tituli Sancte marie in Porticu et episcopo tusculano.
- El Rev.mo Ioanne Michiel veneto patricio, episcopo veronese tituli Sancti Angeli et episcopo portuense.
- El Rev.mo Georgio (Costa) portogalese, episcopo de Lisbona et episcopo albanense.
- El Rev.mo Hieronimo (Basso) dal Rovere savonese, episcopo prenestino, cardinal nuncupato de Recanati.
- El Rev.mo Domenego dal Rovere savonese, episcopo Taurinense et prete cardinal tituli sancti Clementis.
- † El Rev.mo P. (Pietro Gundisalvo di Mendoza), tituli sancte Crucis in Hierusalem, prete cardinal hispanense et episcopo toletano.
- † El Rev.mo Paulo de Campo fregoso, tituli Sancti Sixti, arciepiscopo di Zenoa, prete cardinal di Zenoa.
- El Rev.mo Zuan Iacomo (Scalfenati), tituli Sancti Stephani in Celio monte, prete cardinal di Parma.
- † El Rev.mo Ludovico (Gian Lodovico Milano da Valenza), tituli sanctorum quatuor coronatorum prete Cardinal ilerdiense.
- El Rev.mo Lorenzo (Cibo) zenoese, archiepiscopo di Bonivento, tituli Sanctae Ceciliae prete cardinal di Bonivento.
- El Rev.mo Antonio (Antoniotto Pallavicini), zenoese, episcopo aureniense (di Orenze), tituli Sanctae Anastasiae prete cardinal.
- † El Rev.mo A. (Andrea d'Espinay) tituli sancti Martini in montibus, prete cardinal et arciepiscopo burdegalense.
- El Rev.mo Ioanne (Borgia) tituli sanctae Susannae, prete cardinal Monreal, et nepote dil Pontifice.
- El Rev.mo Baptista Orsini, tituli sancti Ioannis et Pauli, prete et cardinal di Orsini, romano.
- El Rev.mo Ray. (Raimondo Perauld), tituli Sanctae Mariae in Cosmedin, prete cardinal Curzense.
- El Rev.mo Iean (Giovanni Villiers), tituli Sanctae Sabinae, prete cardinal franzese, abate di Santo Dionysio.
- El Rev.mo Ioh. Antonius (Sangiorgio), tituli Sanctorum Nerei et Achillei, prete cardinal, episcopo alexandrino.
- † El Rev.mo Bernardo (Bernardino Carvajal), tituli Sanctorum Petri et Marcellini, prete cardinal, episcopo carthaginense, hispano.
- † El Rev.mo Francesco (Todeschini) de Piccolhomeni senese, tituli Sancti Eustachii, diacono cardinal di Siena.
- El Rev.mo Rafael de Riario savonese, camerario apostolico, tituli Sancti Georgii ad velum aureum (Velabro), diacono cardinal et episcopo di Pisa.
- El Rev.mo Io. Baptista, tituli Sancti Nicolai in carcere Tulliano, diacono cardinal de Savelli, romano.
- El Rev.mo Ioh., tituli Sancte Mariae in Aquiro, diacono cardinal Colonna, romano.
- † El Rev.mo P. (Pietro d'Aubusson), tituli Sancti Adriani, diacono cardinal, ac sacrae domus hospitalis Sancti Iohannis hyerosolimitani magistro general et pauperum Christi custode.
- † El Rev.mo Ioh. de Medeci fiorentino, tituli Sancte Mariae in Domnica, diacono cardinal de Medici.
- El Rev.mo Ascanio Sforza viceconte, tituli Sancti Viti et Modesti, diacono Cardinal et vice cancellario et legato di Bologna, va drio el card. Colonna.
- El Rev.mo Iul. (Giuliano) romano, tituli Sancti Sergii et Bacchi, diacono cardinal Cesarino.
- El Rev.mo Domenego Grimani veneto patricio, tituli Sancti Nicolai inter imagines, diacono cardinal Grimano.
- El Rev.mo Alexandro romano, tituli Sanctorum Cosmae et Damiani, diacono Cardinal Farnesio.
- El Rev.mo Ber. (Bernardino Donati), tituli Sancti Ciriaci in Thermis, diacono Cardinal de Lonado.
- El Rev.mo Cesar, tituli Sanctae Mariae novae, diacono Cardinal Valentino et fiol dil Pontifice.
- † El Rev.mo (Federico Casimiro Jagellone), Cardinal fratello dil Re di Polonia et Ungaria, el qual non ha habuto ancora titolo.
- El Rev.mo Ippolito (d'Este), episcopo ystrigoniense, fiol dil duca di Ferrara, el qual non ha habuto titolo.
- El Rev.mo Federico di S. Severino, tituli Sancti Theodori, diacono cardinal et episcopo maleacense (di Malaga), el qual vol esser drio quel de Medici, per error è sta qui posto[108].
Questi adoncha 35 sono tutti li Cardinali vivi al presente et loro titoli, et in tutto sì come in la pratica di la canzellaria romana si leze, puol esser num. 54, zoè 6 episcopi, et 30 preti, et diaconi 18. Sed ad rem nostram redeamus.
Non voglio restar de scriver quello ch'el zuoba, fo primo dì di Zener, et zorno driedo che 'l Re intrò in Roma, fo ritrovato in San Piero l'infrascritti versi, li quali fonno fatti contra el Papa, come lezendo intenderai el tutto[109].
Adi 5 Zener el Pontifice, per haver habuto assà moltitudine de Franzesi baroni che li era venuto a basar li piedi et haver la beneditione sua, li venne una certa angossa, et fo portato in letto, et stette tre hore come stramortito, tandem revenuto deliberò el zorno di Pasqua, che fo la circoncisione dil Signore, a dì 6, in la sua camera medema far concistorio; et cussì el Pontifice vestito in letto fece chiamar concistorio, dove venne Cardinali 16, tra li qual vi era el cardinal Santo Dionysio franzese. Et el Papa propose la richiesta fatta per el Re, dicendo la risposta data, et le ragione movea Soa Beatitudine a non voler exaudirlo in niuna cosa di quello havea mandato a dimandar. Et cussì terminono ivi in concistorio: prima laudato l'opinione de Soa Santità, poi che iterum li replicasse che questa era etiam ferma voluntà del concistorio de non darli el castello per niun modo. Za era andate parole attorno Roma, che el Papa havea deliberato, si el Re de Franza volesse pur al tutto haver el castello et lo volesse bombardar, che metteria sopra le mure la Veronica, zoè el sudario de Christo proprio che ivi si attrova, le teste di S. Piero et Polo Apostoli loro protettori, el corpo di Cristo et altre reliquie, et che si esso Re, havendo fama de Christianissimo, poi voleva bombardar, dovesse bombardar a soa posta in queste cose sacre; ancora, che non potendo più, faria una excomunica a lui e tutti i soi; con un jubileo plenario a tutti coloro fusse contrarii et offendesse ditto Re de Franza, el qual veniva contra la Chiesa. Tamen niuna cosa fo fatto.
Ma el Re mandò iterum quelli quattro baroni a dimandar al Pontifice la risposta, perchè za se intendeva in quel zorno faceva concistorio. Unde el Pontifice li fece chiamar dentro, et li disse largo modo el voler suo; et che el Re non si pensasse fino lui era Papa de haver mai el castello ne le mano, bastava haver el passo etc.; et che era fermo et costante in quello havea avanti risposto; et che manderia 4 Cardinali da Soa Maestà a justificar ogni sua volontà cussì esser et de Rev.mi Cardinali. Et ditti baroni ritornono dal Re. Et el Papa mandò questi 4 cardinali, el cardinal de Napoli, el cardinal Alexandrino, el card. Santa Anastasia et el card. Monreal, i quali andati dal Re, appena fono visti, imo exposto la loro imbassata, stetteno un gran pezzo credendo haver risposta dal Re, el qual post multa li disse: andè, et manderò a dir al Papa per li miei baroni quello vorrò.
Et inteso la risposta dil Papa, el Re deliberò de voler haver el castello, usando assà alte parole. Et in Roma tutti stevano con gran paura, perchè seguite certa novità, che alcuni de soi messeno a sacco li Zudei et fece gran danno. Ancora a dì 8 se apizò alcuni Italiani con Sguizari, et Sguizari se messe in ordine et messe a sacco la caxa di uno spicier, nome Piero Branca, et fece bottin per 8 milia ducati, per modo che el Re, inteso questo, havendo molto a mal, fece cavalcar alcuni soi capitani per cessar ditto rumore, et fo presi fra italiani, franzesi et do negri, n.º X, dei qual fo appiccati uno franzese et li do negri, et fece uno editto che niun non andasse senza luse la notte per Roma, et chi andava fusse appiccato. Item che, in termene de tre zorni, quelli havea ditte robe tolte ut supra, sotto pena di la forca si venisse a manifestar. Et cussì fo restituido gran parte. Item che li Zudei portasse una † bianca su la spalla, ai qual, havendo ditto segno, non li fosse fatto noja alcuna. Oltra di questo ordinò che 4 cavalieri franzesi con 500 cavalli per uno andasseno la notte attorno Roma, a ciò non fosse fatto danno ad alcuno. Et fu trovato alcuni senza luse, li quali secondo l'editto regio fonno appiccati; et a dì 9 de notte el Re fece appiccar uno suo cavalier, et questo per haver messo su le zente a tal rumori.
Ma el Papa per timor de novitade, a dì 7 ditto si redusse ad habitar in castello, et pur si tramava pratiche di accordo con el Re. El qual poi seguite, come dirò di sotto.
Adi X per l'abondantia di le acque havea piovesto, per el cargo di le artegliarie et di li repari fatti dentro, che molto cargava il muro, cazete cinque passa di muro attorno dil castel Santo Anzolo, zoè 14 merli, nel qual loco el Papa fo la sera avanti, le qual muraglie fonno subito riconzate et di novo fortificato, ma è mirum quid che avanti el Re intrasse in Roma cazete certa parte di muro di la terra, et a hora cazete queste dil castello. Et non molto da poi seguite l'accordo dil Pontifice et dil Re, come intenderete leggendo. Ergo son gran segnali.
Provvisione fatte per re Alphonso nel reame in questo tempo.
Domente queste cose a Roma si fanno, havendo inteso el re Alphonso era a Napoli la intrata dil Re di Franza in Roma, fece molte provisione. Prima mandò vice re in la Puia Camillo Pandon, con commissione amplissime dovesse trovar danari. Mandò do comissarii per il paese a tuor le vittuarie, sì de fuora come in alcuni castelli, e far la tansacione de le bocche, e non lassarli vittuarie se non per 4 mesi. El resto fece condur a Napoli in li castelli et in altre fortezze lì attorno, a ciò Franzesi non havesse vittuarie. Item mandò per uno zudeo di cadauna casa dil suo reame, che statim dovesseno venir a Napoli alla sua presentia, dai quali volse tra loro tutti ducati 56 milia in termene de zorni 8. Mandò per li marani spagnoli, sì per quelli habitava in Napoli quam fuora, e tolse danari a imprestedo a ducati 36 per cento de usura, et per ogni 100 ducati li dava ducati 3 al mese, da esser pagati ogni mese. Et za havea comenzà a pagar la prima paga, zoè la prima usura; et molti de questi marani in questo tempo al meglio poteno con loro brigate si partino di Napoli et venneno ad habitar qui a Venetia, et portè grande haver con loro. Et è da saper che questi marani sono zente baptizata, tamen li soi furon zudei, et stavano nel paese dil serenissimo Re di Spagna, e tenivano quodammodo un'altra leze, media tra la hebraica et Christiana: pur dimostravano esser boni christiani publice, et privatim tenivano le sinagoge in casa. Ma parse a questo glorioso Re et Regina di Spagna, di cazzarli tutti dil paese, zoè quelli che non volevano lassar la vita loro teniva, et fece molti inquisitori frati per tutti li soi regni, con grande auctorità, et uno sopra tutti chiamato l'inquisitor major, i quali facevano la inchiesta, et molti marani fono brusati, altri fuziteno in diverse parte dil mondo, et le loro statue erano brusate. Molti capitono qua a Napoli et in Reame ancora l'anno 1492. Esso altissimo Re di Spagna discaccioe di tutti li soi regni tutti li zudei, che fonno numero grandissimo, ita che niun per tempo potesseno ritornare, et li concesse certo termene a veder el suo, et che non portasseno danari fuora dil paese; ma ben mobele quanto a loro piacevano. Et questi venneno ramengi in diverse parte dil mondo; molti qui in Reame, altri a Constantinopoli, altri in varie regione; et molti essendo su le nave, per fortuna si summerseno nel mare, adeo che più sotto el dominio dil potentissimo Re di Spagna non si attrova più zudio, nemichi di la fede christiana. Et per haver dato re Ferando recapito nel suo regno, fortasse Iddio li dà al presente tal affanni.
Ancora re Alphonso vendette molti castelli e contadi per zerca ducati 30 milia; fra i qual ne comprò uno D. Tulio suo secretario per ducati 12 milia; et questi comprava ditti contadi e castelli, compravano a rason de ducati 40 per cento a l'anno de intrata de iurisdictione havea. Item mandò in Sicilia do comessarii con danari a far fantarie; mandò Perucha corsaro cathelano, era lì in Napoli, havia disarmato, homo di gran cuor, con 600 provvisionati et alcune artegliarie a uno passo di Trajetto, è sora el fiume Garigliano. Et cussì in altri passi et fortezze messe custodia. In Napoli faceva soldar fanterie a ducati 3 al mese, paga di tre mesi avanti trato. Tansoe tutte le sue terre et castelli di reame et regno suo, che cadauna dovesse far fanti in aiuto di la sua corona, maxime a tanto bisogno: et, fatta la descritione, sariano zerca fanti 12 milia, come per lettere di l'ambassador nostro Paulo Trivisano cavalier se intese, con el qual el Re conferiva ogni cosa. Item fece spianar verso Roma mia 60, butar e ruinar a terra tutte case e conventi, zoè a li passi dove se puol venir in Reame, perchè per tre vie vi si va, et tutte buttano al piano di Sessa. La prima è da Taiacozzo al contà d'Alba, poi la Celana et al pian di Sessa; la seconda a S. Germano, a Pontecorbo, al passo de Mignano et al pian di Sessa; la terza a la volta di Marino, Velitri, Fondi, Itri et pur al pian di Sessa; sì che tutte tre vie metteno cao al pian di Sessa. Ancora fece brusar li strami et fieni, voltar le semente sotto sora, et arar in questo tempo la terra era seminata, che fo una compassion che tante biave se perdesse. Tamen fece a ciò Franzesi nè al presente nè questo altro anno havesseno vittuarie, et che da la grandissima carestia et inopia prendesseno altro partito, ma poco li valse. Item fè stropar tutti i pozzi, romper et stropar le fontane al meglio poteva, perchè non trovasseno acqua. In la Calavria era vicere Don Cesare, fo fiol di suo padre non legittimo, el qual etiam lì in Calavria fece molte provvisione, elesse uno ambassador a la Signoria chiamato Hieronimo Sperandio dottor, el qual per la via de la Puia venisse poi per mar a Venetia, et quando zonzete et quello volse intenderete di sotto. Ancora esso re Alphonso fece molte provvision, provvedendo al meglio poteva al suo stato. Et non restava advisar al suo ambassador era in Spagna, che el Re desse aiuto et a lui et alla Majestà di sua sorella raina, in compagnia di la qual era andato za molti mexi a starvi, de comandamento dil Re, l'arcivescovo di Teragona, et è fino al presente. Era za partito l'ambassador dil sig. Turco, con el qual Alphonso havea concertato et pregato gran cose, maxime che facesse romper a Zenoesi, et che el Turco mandasse a tuor l'isola de Scyo a lui vicina, perchè Zenoesi erano stati bona causa di far venir el Re a suo danni, per haverli fatto l'armata lì a Zenoa. Et quelli di l'Aquila mandò ambassadori a Napoli, dicendo non si dubitasse mai di la fede loro, et cussì fermi sariano a mantenir l'omagio et fedeltà zurata a sua Majestà, la qual cosa fo molto accetta al Re, benchè poi fo el contrario.
In questo mezo, el duca de Calavria partito con le sue zente da Teracina andò per quelle parte, et a San Zermano si pose, el qual loco è mia 30 da Roma et 60 da Napoli, fortissimo et come si divulgava inexpugnabile. Era con squadre 60 et fanti 5000. Et ditto Duca andò con alcune zente, essendo venuto in campo don Fedrigo, el qual era andato a far certa quantità di fanti. Or andò esso Duca a uno luogo dil prefato, chiamato Sora, mia 70 da Roma et 50 da Napoli, el qual fu alias de Ferdinando, et concesso a papa Pio, perchè, diceva, era di la Chiesia. Unde Sixto Pontifice volendo benificiar li soi, come fece el conte Hieronimo de Riario che li dette Imola et Forlì, et a questo prefato che era suo nepote, fratello dil cardinal San Piero in Vincula, oltra Senegaglia li dette contado: et qui Calavresi li detteno la battaglia et sachizolo, ma li custodi si defeseno. Et inteso questo a Roma, subito se partì el sig. Prospero Colonna con alcune squadre de cavagli et fanti et franzesi, et lo andò a soccorrer, et za el duca de Calavria non l'havendo potuto haver era ritornato.
Per lettere di 10 Zener da Napoli, venute con grandissima difficultà perchè non poteva venir corrieri per le vie rotte, se intese come a dì 9 il duca de Calavria era partito dil campo da San Zermano, et venuto prestissimo con X cavalli et non più in Napoli; et con la Majestà dil Re suo padre steteno in colloquio soli zerca hore 8, dove consultano gran cose, come l'è da creder: poi l'altro zorno, ita che stete solum hore 16 in Napoli, tolse licentia dal padre, dove vi era l'ambassador nostro, perchè altri oratori ivi non se ritrovava, et inzenochiato, magna spectante caterva, volse la benedition dal padre, et quella habuta, lo basò con gran contamination de li circumstanti, quasi dimostrando voleva al tutto esser a le mane con Franzesi, et far fatti d'arme. Et ritornò con bon animo a San Zermano, dove era el suo exercito, con questo che cadauno sarebbe stato per si sotto degno capitano, zoè el sig. Virginio Orsini, el conte de Petigliano, Zuan Iacomo di Traulzi, Iacomo conte, el marchexe di Pescara, et molti altri signori et baroni, et continue andava augumentando l'exercito.
A dì 14 Zener el re Alphonso si comunicò coram populo, et levò una fama di voler partirse de Napoli, et lassar suo fiol al governo, et lui venir in campo contra el Re de Franza con 3000 biscaini, i quali erano venuti et passati in Sicilia per tuor soldo di esso Re, tamen mai si partì più Alphonso di Napoli, fina fece quello seguite et intenderete di sotto. Questo re Alphonso in questo tempo era molto dato alla devotione, conversava ut plurimum con frati, lezeva l'offitio grande come religioso, et non voglio star di scrivere una devotione faceva il zuoba santo, che el Re serviva in persona regiamente a 12 poveri, et fè chiamar 46 poveri l'anno 1494, a dì 23 Marzo zoè passato, et felli sentar in tre tavole: questo fece perchè havea anni 46, e tanti anni quanti ha tanti poveri serve, crescendo ogn'anno uno: et alla prima tavola, ch'è di 12 poveri, pur ditto numero lui medemo serve, come ho scritto, con grande humanità et abondantia de ferculi; a le altre do, conti, duchi, marchexi et baroni. Poi el Re lava li piedi a ditti 12 poveri, et li basa i piè, et li dette panno per camisa, zupon, calze, mantello et scarpe, et tre carlini per uno, ch'è una bellissima consuetudine a imitatione dil nostro Signor Yesu Christo, che lavò li piedi a li Apostoli. Sed de his satis.
Dil re Maximiliano alcuna cosa notanda, et di la sua Dieta.
El re Maximiliano, inteso la morte di suo cugnato duca de Milano, ritrovandose in Fiandra ne le terre di suo fiol archiduca Philippo di Bergogna con sua moglie madona Bianca, molto si dolse. Et più la moglie dimandando vendetta contra el duca Ludovico, che si havea fatto lui Duca, et privato el nepote. Et subito scrisse a Milano, dolendosi molto di la morte di suo cognato, et che el signor Ludovico dovesse haver custodia dil Ducheto, moglie et fratello, et governar ben quel stato: ita che, a tempo legittimo, esso Re possa dominar pacifice. Et però Ludovico dubitando di novità si scriveva: Ludovicus Maria Sforcia, dux etcetera, come ho scritto di sopra; benchè poi mutasse ancora. Esso Re di Romani, mandò ambassadori a Milano, i quali gionti in questi giorni, et andati a l'audientia dil signor Ludovico duca, si dolseno di la morte dil Duca, et come la Cesarea Majestà dil Re et Regina havea habuto grandissimo dolor, nè mai si alegrò di alcuna creation sua a ditto Ducato, benchè sapesse quello era successo, quasi dimostrando non haver habuto piacer de questo, et dimandò el resto di la dota sua restava haver, et era ducati 100 milia, et etiam passo et vittuarie, el qual, senza haverlo domandato, era certo di haverlo habuto, sì per il parentado, quam per essere Milano terra de Imperio, et che al tutto voleva venir a tuor la corona a Roma. Et li fo dato ducati 60 milia, et loro pur steteno fermi a Milano, per veder de haver el resto. Et poi andono a Roma dal Re di Franza, come scriverò di sotto. Et in questo mexe di Zener, sì per haver la investisone dil ducato da esso Re de Romani, quam per tasentarlo, etiam el Duca di Milano li mandò do ambassadori, quali fonno Zuan Francesco da Marliano dottor, et Baldissera de Pusterla cavalier, el qual mandò con la imperatrice sua moglie, et da ditto re Maximiliano fu decorato de la militia. Ma ditto Re era pur occupado contra el Duca de Goler (Juliers) et lo episcopo di Lexe (Liegi), che li havea tolto alcuni castelli et molto dannizava. Tamen non molto da poi sedò et pacificò ogni cosa, et venne in Alemagna, et ordinò de far una dieta a dì 2 di Fevrer a Vormes, zoè uno conseglio generale, dove havevano a deliberar gran cose, et quelle voleva far con uno grande exercito che havea ordinato, et maxime la compagnia dil..., che sono sette comuni, che fanno da persone 40 milia in suso quando vogliono si metter in ordine, et faceva zente in favore di ditto Re Maximiliano. Et scrisse a tutti coloro doveva venir a ditta dieta, come per la lettera qui accopiata vederete el tutto; benchè ditta dieta fusse prolongada poi assà, come scriverò più avanti. Ancora ditto Re scrisse a la Signoria che havea creati li soi ambassadori, li quali di breve seriano a Venetia, ma fo judicato, per el molto tardar, volesse far prima la dieta et poi mandarli. La qual cosa molto dispiaceva al duca de Milano, et pur mandava a notificar a la Signoria, come era certo el Re preditto faceva gran zente per venir in Italia. Et etiam lui elexe do solenni ambassadori a ditta Signoria, li nome di qual zonti sarà nominati, i quali etiam fonno molto tardivi. Ma avanti descriva alcuna cosa, per cognitione di coloro non hanno molto pratica di le cose, voglio scriver el modo di la incoronatione, et prima elexione de l'imperator romano. Et è da saper che del 1486, vivente Federigo terzo padre suo imperator, a dì 16 Fevrer in Franchfordia questo Maximiliano, el qual era veduo, et per moglie dil 1476 madona Maria fo fiola dil duca Carlo di Bergogna, rotto in battaglia da Lodovico padre de questo Re de Franza presente, di la qual have uno fiol et una fiola. Or questa donna, cascando di uno cavallo, morite, et el fiol fo sublevato Archiduca di Bergogna, et esso Maximiliano discaziato dil governo. Or da li septe electori, li quali nominarò di sotto, fo eletto, l'anno sopra ditto, Re di Romani; el qual ordene fo instituido del 1002, et in quel tempo primo elexeno Re di Romani, et poi incoronato dal Pontifice e imperador Augusto. El qual se die incoronar con 3 corone. Prima di ferro, che significa potentia et fortezza, et di questa se die coronar per l'arciepiscopo Coloniense, in la villa ditta Acquese vel Acquisgrano, in la provincia coloniense, leodiense dyocese. La seconda di arzento, che significa che esso è clara justitia et munda, et se die coronar per l'arzivescovo de Milano, in la chiesia de Modoetia de la diocese milanese[110]. La terza è di oro, che significa maiorità et nobilità de tutti altri metalli, et se die coronar a Roma per el Pontifice, in la chiesia de San Piero a l'altar de San Mauritio, in segno ch'è Imperator, et è sotto la sua confirmatione. Et ditto Imperator non die star in Roma, da poi la sua coronatione, se non una notte, ma ne l'uscir de la città, die andar su il monte appresso la chiesia di San Piero fuora di le mura per do mia, che si chiama monte Mauro, el qual monte è più alto de li altri ivi a torno, et quando è in cima, levando la man, die dir: omnia quae videmus nostra sunt, et ad mandata nostra perveniunt. Et statim die mandar per tutto el mondo, che a li soi mandati vegni tutti i baroni et principi christiani et pagani. Et ancora è da saper che in la città Acquense lì in Alemagna è coronato con la corona propria, che fu di Carlo Magno, et Federico so padre stette 13 anni a coronarse, per caxon di scisme era: però che del 1440 fo creato, et dil 1452 incoronato da papa Nicola quinto. Et morite dil 1493, a dì 19 Avosto, a le 23, come ho scritto di sopra nel primo libro.
Electores Imperii.
Archiepiscopus Maguntinus, sacri Imperii per Germaniam archicancellarius. — Archiepiscopus Coloniensis, sacri Imperii per Italiam archicancellarius. — Archiepiscopus Treverensis, per regnum Arelatense archicancellarius. — Rex Bohemiae, qui fuit Dux. — Marchio Brandeburgensis. — Dux Saxoniae, et — Dux Bavariae (sic). — Ut patet his versibus: Sunt autem officiales isti: Maguntinus, Treverensis, Coloniensis, quilibet imperii sit cancellarius horum. Inde Palatinus dapifer, Dux portitor ensis, Marchio praepositus camerae, pincerna Bohemus. Hi statuunt regem, servantque per ordinem legem, atque creant dominum, cuncta per saecula summum.
Maximilianus Dei gratia Romanorum rex semper Augustus[111]. A Venetia quello si faceva et anche a Milano.
A dì 5 Zener zonse a Venetia uno ambassador dil Re et Regina di Spagna, chiamato don Lorenzo Suares de Figarola (Figueroa) cavalier casigliano, et menò con lui uno suo fiol de anni zerca 20, nominato don Consalvo Ruis, el qual ambassador, come disse, era venuto prestissimo, partito di Madrit dove era l'altezza dil Re et Regina con la corte, ch'è terra situada su piera che buta fuogo, fortissima, et era stado do mexi in cammino, sempre cavalcando, venuto per la Franza, et in alcuni luoghi disse veniva ambassador al Re di Franza, a ciò non fusse ritenuto intendendo veniva a la Signoria, maxime per la caxon veniva, et passò incognito per Milano, et zonto a presso li nostri confini scrisse a la Signoria come veniva, et passato per Vicenza da Alvixe Malipiero capitano, el qual li andò incontra, fu benigne ricevuto, ma non volse dimorar, et venne di longo a Padoa, dove stette 3 zorni sì per causa di reposarsi quam di mettersi in ordine de habiti, et venne con belle mule. Et de ordine di la Signoria da li rettori di Padoa fu molto honorato, et misser Antonio Morosini cavalier capitano li andò contra con essa compagnia, et venne ad alozar nel palazzo de ditto capitano, et da Marin di Garzoni podestà etiam fu visitato. Or poi, deputato questo zorno di venir ch'era la vezilia di Pasqua, per la Signoria li fo mandato contra molti cavalieri et dottori et altri patricii fino a Lizza Fusina. Etiam vi andò Ioh. Baptista Spinello dottor et cavalier, ambassador dil re Alphonso, et Aldobrandino di Guidoni dottor ambassador dil Duca di Ferrara, el qual è longamente stato orator quivi, et fu menato con li piati fino alla Zuecha, dove era preparata una caxa, et lì fe fatto le spexe, mentre stette in questa terra, per l'officio di le Raxon vecchie a queste deputato. Et li fo fatto grande honor, sì per esser ambassador de chi era, quam perchè etiam el suo Re molto honoroe Hieronimo Lion cavalier et Zorzi Pixani dottor, etiam lui fatto cavalier quando andono ambassadori in Spagna a congratularsi dil regno acquistato di Granata. Or tutta la terra era in expectatione de intender quello voleva ditto ambassador, et quasi tutta la corte di palazzo era piena a vederlo venir. Et la mattina, fo el zorno de Pasqua, andò in collegio all'audientia, dove stette poco, perchè el Principe dovea andar a messa secondo el consueto in chiesia de San Marco. Et cussì vi andò con questi ambassadori: legato dil Papa, oratori de Franza, de Spagna, de Napoli, de Milan, de Ferrara et de Mantoa. Et el Senato poi el zorno driedo have audientia privata, et nostri patricii sapeva la lengua castigliana fonno interpreti, et expose la sua ambassada: come el suo serenissimo Re et Regina, compadre di questa Signoria, però che Nicolò Michiel, dottor et cavalier, ritrovandose del 1478 ambassador di questa Signoria in Sibilia, baptizò el principe fiolo primario dil Re[112], et ogni anno, quando vi va galie, la Signoria li manda presenti di panni d'oro et sede, come a suo fiol et fiozo; et che l'altezza dil Re et Regina preditta lo havea mandato per visitar la Signoria Illustrissima, offerendosi in tutto ogni suo poter. Conclusive, dolendosi di la venuta dil Re di Franza in Italia, et che quando el se partì non se intendeva el suo tanto prosperar, et benchè el suo Re et Regina havesseno paxe con el Re de Franza, tamen che antiqua era con questa Signoria l'amicitia et grande benivolentia: et però offeriva el poter di loro Altezze, sì per mare quam per terra, a comandi di quella; et altre cose secrete poi conferiteno... Ma ben se divulgava che, non potendo Spagna romper guerra a Franza, pur per aiutar suo parente re Alphonso di caxa di Aragona, voleva: volendo la Signoria però dimostrarsi nemiga di esso Re de Franza, prometteva darli ogni aiuto etc. Et a la risposta fo fatto consultatione, et poi che el Principe li disse el voler dil Senato, questo ambassador subito spazò fanti in Spagna al Re, et stette qui allozato ut supra. Demum alcuni mexi da poi si mutò di stanza, per non comportarli l'habitar a la Zuecha, et venne a star a la Charitade, in la caxa fu da ca Correr sopra el canal grando. Ditto ambassador era sapientissimo in parlar mirabile et ornato chastigliano, et molto virtuoso, adeo nostri faceva grande extimatione di lui. Era fradello di don Garcilasso di la Vega, che etiam in questo tempo era ambassador dil suo Re et Regina al Summo Pontifice, stato za uno anno. Et se intese certo, come 50 caravelle dil suo Re erano preparate; capitano di le qual era el conte da Trivento altramente chiamato conte de Rechesens, et quelle venivano in Sicilia a Palermo per essere a la obedientia dil Pontifice et in aiuto dil Re de Napoli; et quello di dette caravelle seguite scriverò più avanti.
A dì 14 ditto, a hore 3 di notte, a Venetia fo visto fuogo in cielo da molti, a modo di una coxa ardente, ma poco durò, che parve la cascasse in acqua et disparve. Questi son prodigii che vieneno secondo Plinio, che poi segueno mutatione de regni, come fo questo de Napoli.
In questi zorni zonse a Venetia quello ambassador del signor Turco, che poco mancò non fosse presone dil prefato, come ho scritto, et stato infino hora a Mantoa, et dal Marchexe vestito d'oro, et habuto presenti a presso ducati 1000, ritornò per Po per andar ne li soi paesi, et allozò a la caxa dove habitava l'ambassador di esso Marchexe di Mantoa. Et la matina andò a la Signoria, dove per interprete usò grande parole, dicendo che si doleva di la Signoria non habbia fatto obbedir, et che si doveva haver mandato diexe galie a ruinar Sinegaia, havendo fatto questa inzuria al suo Signor, con el qual havevemo bona paxe, et al Papa. Demum che intendeva el successo di questo Re di Franza, et che 'l diceva di voler andare contra el suo Signor; et che lui voleva tornar a Constantinopoli non da ambassador ma da messo prestissimo, et far che 'l suo Signor mandi galie a tuor Franzesi se i non haverà con che passar in Turchia, a ciò i passino. Et che el suo Signor lo lasserà acquistar qualche luogo e reposarsi per do mexi, et poi ordinarà ai soi Bassà che li vadi contra, che non si degnerave di andar in persona, et farà tanta straze di loro, che non tornerà niuno Franzese di qua a portar la nuova nel suo paese, per la grandissima rotta haverave per la gran potentia dil suo Signor. Et molte altre parole disse. Unde per el Principe li fo risposo accomodatamente, tanto che quasi rimase satisfatto. Et poi ditto ambassador, montato in gripo se partì per Corphù, et poi a Constantinopoli a la presentia dil Signor.
Arrivoe a Milano, in questi zorni, Zenoesi, benchè tra loro za un tempo si havessano quasi tolti di l'ubidientia dil Duca de Milano, et discaziata la loro parte contraria, zoè Fregosi con li soi seguazi, et maxime el Cardinal, che era Doxe et arciepiscopo di Zenoa; et electo tra loro di l'altra parte uno capo, el qual in questo tempo era Augustin Adorno, et ha questo titolo: Ducali Ianuensi gubernatori ac locumtenenti. Et di queste parti di Zenoa, et quali sono, di sopra assai ne habbiamo descritto. Et el Doxe, o vero capo, domina el castello de Zenoa, el palazzo, et le altre fortezze de la cittade et castelli dil Zenoese, et ha la sua provvisione ordinaria et obedientia de li populi. Tamen San Zorzi he le sue intrade de dacii e altre cose da per sè, et si governano da signori che sono deputati. Or Zenoesi deliberono di redurse sotto la pristina ubedientia de Milano, maxime in queste novitade de Italia, et creono tra loro sedece ambassadori di principali cittadini, et questi andono a Milano dal duca Ludovico, et quello elexeno per loro Signore, et havesse el dominio, come prima havea li altri Duchi, et fonno benigne ricevuti et carezati.
Et essendo mancato di la prexente vita, come di sopra ho scritto, a Milano Battista Trevixan ambassador di la Signoria, andato ivi insieme con Sebastiano Baduario cavalier, et a dì 24 Dezembrio espirato, el Duca lassò passar le feste de Nadal, et poi venne di Vegevene in Milano, et ordinò solenne esequie nel domo a detto cadaver di questo ambassador veneto, o vero a la sua cassa, perchè el corpo mandò per Po a Venetia, et qui fu sepellito. Or a dì 4 Zener di domenega fo fatto ditte esequie, andò el Duca con la sua corte driedo, con tutta la chieresia de Milano, et l'andete el funere con bellissimo ordine.
Ancora Sebastian Badoer cavalier, rimaso privo del carissimo collega, non stette molto ben, et si ammalò, però di mal vecchio, per la sua gamba; preso ditto mal per disagi portadi in varie legatione. Et Zorzi Negro suo secretario spesso andava, avanti el Duca ritornasse a Milan, a Vegevene a consultar. Et el cargo dil governo de Milan restava a Bortholomio Calcho primo suo ducal secretario, et homo de grandissimo inzegno et pratica.
Consultava sapientissimamente Sebastian Badoer con el Duca, dimostrando non faceva per niun potentato de Italia che questo Re de Franza havesse dominio in Italia, et eran tante le savie parole sue, che el signor Duca faceva grande extimatione di consultar con quello. Et ritornato da Vegevene per star fermo con la corte de Milano, havendo za queste feste de Nadal butado zoso e corrotto et panni lugubri portava per suo nepote, et cussì tutta la sua corte, et molto carezava ditto nostro ambassador, sì per esser homo di primi nostri patricii et di grande autorità, quam etiam per dimostrar faceva caso di la Signoria più che de niuna altra potentia de Italia. Tamen se dubitava che re Maximiliano non venisse etiam lui in Italia, per andar a Roma a incoronarse.
Ancora mandò el conte de Cajazzo con 400 cavalli lizieri et alcuni fanti, et dovea seguirlo 150 homeni d'arme per andar verso Roma in aiuto dil Re di Franza; ma inteso le novità de Pisa con Fiorentini, quello mandò in Pisa, dove stette alcuni zorni, poi andò dal Re.
Oltra de questo mandò per madona Catharina signora de Forlì, et mugier fo dil conte Hieronimo, che dovesse venir a Milano. Et lei non volendo, fece cavalcar el signor Fracasso di S. Severino con alcune zente, et uno Sigismondo da Sonzin verso Imola et quelli lochi, tamen poi non seguite nulla.
Li ambassadori di re Maximiliano partino da Milano et andono a Fiorenza a domandar passo et vittuarie, et el suo Re veniva con 30 milia persone a incoronarse a Roma, et se divulgava voleva far do vie le soe zente, una per la via de Cuora (Coira) et de Milano, l'altra per Trento et passar sul Veronese et ridurse a Bologna, et ivi far la massa et andar tutti insieme verso Roma, ma per quest'anno non venne.
Et apropinquandose el tempo dil parturir de Beatrice moglie dil duca Ludovico de Milano, parse a soa sorella mazor madona Ixabella moglie dil marchexe de Mantoa de ritrovarse a ditto parturir: et cussì andò con bellissima compagnia et etiam madona Anna moglie di don Alphonso fiol dil duca di Ferrara et sorella che fo dil duca Zuan Galeazzo morto, et cussì ditte donne se ritrovono a Milano in questi zorni dove fo fatto bellissime feste. El marito marchexe stava in pratiche de accordarse con la Signoria et renovar la conduta, tamen pur el voleva titolo de Capetanio Zeneral de Terra, o vero più quantità de danari, promettendo ogni fideltà, mandar la moglie et fioli in questa terra, che fusse mandato governator patricio a Mantoa etc., et quello seguite et el modo fo poi accordato di sotto sarà scritto.
Da Ferrara per lettere di Zuan Francesco Pasqualigo dottor et cavalier vice domino se intese come el Duca era ammalato, et che havea fatto uno editto, che in tutto el suo dominio più non si dovesse spender monete de arzento de niuna sorte et qualità, sia qual si voglia, sotto grandissime pene, excepto tamen quelle di la Signoria nostra. Questo fece per la grandissima quantità de monede varie che ivi, per esser luogo di passo, si spendeva continuamente, et faceva gran danno.
A Venetia havendo mandato a tuor la Signoria in alcune isole in Arcipelago per via di Hieronimo Venier, che de alcune è signore, molti falconi pellegrini, i quali costa assai ducati, et più di X ducati l'uno; et questi zonti, non senza difficultà portati per mar, deliberono di donarle a li ambassadori erano in questa terra, et ne mandò a donar 20 a l'ambassador dil Re de Franza, 20 a l'ambassador dil Re de Spagna, 10 a l'ambassador dil Re de Napoli, 10 a l'ambassador de Milano, 5 a l'ambassador de Ferrara, et 5 a quello de Mantoa; i quali ambassadori accettono libentissime, come cosa regia, per mandarlo a li loro Signori da parte di quella Illustrissima Signoria, per esser cosa di farne grande extimatione. Ma l'ambassador de Napoli, essendo el Papa accordato con el Re de Franza, quelli remandò indriedo a la Signoria, dicendo el suo Re al presente li bisogna altro che mandarli falconi pellegrini; tamen molto ringratiava quella, et che in ogni altro tempo haria habuto el Re per el più singular dono li fusse mandato. Et inteso questo da Monsignor di Arzenton, ambassador de Franza, mandò a dimandar al Prencipe li volesse concederli per monsignor Duca de Orliens, era in Aste, dicendo havea gran piacer di tale cose. Et cussì etiam questi X fonno mandati a ditto ambassador, et tutti fonno mandati al loro Re, infino in Spagna ch'è tanto da lonzi et non senza gran difficultà. Et conveneno portarli su stange per terra con gran spesa et etiam al Re de Franza, al quale li fo presentadi, partido fo di Roma.
In questi zorni venne a Venetia el conte Ludovico Boscheto ambassador dil signor de Rimano, licet vi fosse uno altro suo qui chiamato Antonio de Cochiaro dottor, et venne per rifermar el soldo havea loro Signorie con questa Signoria, però che era compita la ferma. Et poi che stette alcuni zorni, ditto signor di Rimano fu conduto, et cressutoli cavalli 200, ita che vien haver 100 homeni d'arme, come dirò di sotto.
Come el Pontifice si accordò con el Re de Franza.
In questo mezzo el Re de Franza, che 'l Pontifice era renitente in acordarse, mandò li soi Sguizari verso el Reame, et ancora alcuni soi capitani era partiti, una parte verso Terracina e Fondi, l'altra verso l'Aquila, et mandò uno suo araldo a l'Aquila a dinotar se dovesseno render in termene do zorni, altramente el Re veniria in persona, et venendo non li vorrebbe poi a patti: ma pur Aquilani mostrava volersi tenir per el suo re Alphonso, havendo maxime li loro animali in poter di ditto Re. Et publice resposeno volersi tenir per casa de Aragona, tamen in occulto con Franzesi praticavano accordo; la qual pratica menava uno domino Palamides Forbi di Provenza, el qual fo altre fiate in Italia col duca Zuanne di Andegavia nominato di sopra.
Le zenti che prima andò in Reame fonno squadre 60 et 4000 fanti zoe pedoni, et cussì continue mandava zente in Reame, sì per alleviar la terra, a ciò non patisse desasii per causa de vituarie. Et fo divulgato era di opinione de far do campi, perchè havea grande exercito, et da 30 milia persone in suso, la qual cosa non era creduta perchè si judicava l'inverno, per le neve grandissime, Franzesi non potessero passar monti: pur sempre qualche uno ne veniva. Et el duca de Orliens era in Aste ammalato con la quartana, et non era senza gran numero de persone che bisognando sarebbeno venuti in soccorso dil Re. Ancora la Raina de Franza soa moglie li scrisse, come a tempo nuovo li voleva mandar di la soa provintia di Bertagna X milia bertoni, et lei medema venirlo a trovar: ma la cagion de tanta zente fa che sempre augumentava, perchè è ditto comune: ogni uno segue la vittoria, et viva chi venze! Et questo Re, prosperando cussì felicemente, tutti li fora ussiti et bandizati, senza quelli che hanno piacer de ritrovarsi ne l'arme, da Milano fin a Roma veniva seguitando Soa Maestà.
A dì 12 et 13 dil mexe preditto di Zener fo concluso l'accordo tra el Pontifice et Re di Franza. Fo fatto gran fuogi sì in Castel Santo Anzolo quam per tutta la città, et soni di campane in segno di allegrezza, et li capitoli di detto accordo seranno qui sotto scritti. Et a dì 13 el Re montò a cavallo con li soi baroni et la sua guardia, et andò per Roma visitando le chiesie et perdonanze, vedendo dignissime antiquità. Di la qual città de Roma al presente niuna cosa voglio descriver, perchè occuparebbe molto tempo et saria cosa di far più gran volume. Ma lezendo Biondo Foroliviense, che fa di Roma una opera degna, di tutto quello fu et è in Roma si haverà cognitione. Ma el Re cavalcoe, che fina hora, ch'è zorni 13 da poi l'intrò in Roma, non era ussite di palazzo di San Marco.
In questo medemo zorno li zonse al porto di Hostia a la bocca dil Tevere vicin a Roma 22 caravelle, o vero nave, carge de vittuarie, vini, formenti et farine, venute di Provenza loco suo; per la qual venuta Franzesi fanno molto alliegri perchè pur ne era gran carestia in Roma, per la moltitudine di le sue zente. Ancora fo divulgato, o fusse o non... la verità dil numero, come li era zonto 40 milia scudi, li quali li fonno portati di Franza per terra, che fo causa di far più danarosi Franzesi et haver loro page: maxime le stranie generatione havea con lui, Elemani, Sguizari, Picardi, Scozesi, Bertoni et simel zente barbare. Etiam vi zonse uno Monsignor capetanio de 600 lanze franzese: et benchè cussì fusse scritto, tamen era, iuditio meo, solum di 100 lanze, ch'è 600 cavalli, perchè uno capitano dil Re per costume antiquo non puol haver più di 100 lanze per uno, et questa è la verità habuta da homeni pratichi. Et per lettere di ambassadori di la Signoria a presso Soa Maestà se intese, come el Re havea terminato, posto che col Pontifice era adattate le cose, di non dimorar più in Roma, perchè è da creder havesse lettere continuamente da li soi Anzuini sì in Napoli quam in Reame che andar dovesse. Et cussì volea partirse a dì 20, et andar mia 15 a Marino loco di Colonnesi, et ivi si porterave poi verso Terracina; et tamen non si partì di Roma fino a dì 28 ditto, come scriverò di sotto. Et a ciò el tutto lezendo chiaramente se intenda, qui saranno notadi li capitoli firmati di l'accordo col Pontifice.
Copia de Articoli fatti per la Santità dil Papa et la Majestà dil Christianissimo Re di Franza[113].
Et havendo el Re de Franza adattate le cose col Pontifice, a dì 16 Zener, fo di venere, montò a cavallo, et benissimo in ordene con la soa guardia avanti, et assà baroni driedo, andò verso el palazzo dil Papa, che prima non era stato a farli riverentia, et andò per la via di Santo Anzolo con alcuni Cardinali. Li venne contra a la porta di la chiesia tutta la chieresia di San Piero apparata, con una ombrella damaschin bianco con uno pano d'oro in cima et una † di sora, cantando Te Deum laudamus, et cussì quello ricevete, et sotto ditta ombrella, smontato da cavallo, intrò in San Piero, dove fo cantata una solenne messa da uno Cardinal in una cappella fatta fabricar per Carlo Magno suo predecessor re di Franza di Santa Petronilla, et quivi udito molto divotamente messa con tutta la soa guardia armata, la qual cussì armati steteno in chiesia. Et poi el Re andò nel palazzo dil Papa, dove era preparato per el suo allozar, et quivi disnò, et messo ordine di essere a uno disnar insieme col Pontifice, el qual steva in Castello. Et cussì el Re andò a l'hora ordinata, per trovar el Pontifice preditto. El qual Pontifice, inteso el Re veniva, si mosse et li venne contra. Et si scontrono el Papa con el Re in uno certo andio a presso el zardin, dove el Re volse inzenochiarse facendo la riverentia debita, volendo basar li piedi. Ma el Papa non volse, et abrazato disse: ben sia venuto el christianissimo Re, con molte dolce parole dimostrando gran consolatione. Et cussì veneno insieme in palazzo, in una sala che si suol far concistorio. Et era preparate do sedie coverte di veludo cremesin, una per el Papa l'altra per el Re a presso lui: et ivi si sentono con alcuni Cardinali che ivi erano venuti; et fo usato alcune parole per el Papa, et resposo benissimo per el Re, et fatto risponder a monsignor Samallo, concludendo el Re li voleva dar l'ubidientia quando a Soa Beatitudine pareva. Et ordinato fo el zorno de far concistorio publico. Et è da saper che la prima cosa domandò lì in sala el Re al Papa, che facesse Samallo cardinal, di presente; et cussì el Pontifice mandò per alcuni Cardinali, et in eodem instanti pronuntiò ditto mons. Samallo cardinal di la Romana Chiesia, licet non fusse tempo, che non si suol far Cardinali se non da le quattro tempore, tamen el Papa a requisition dil Re questo pronuntiò. El qual, essendo lì presente, si buttò in zenochioni rengratiando el Pontifice et el suo Roy di tanto beneficio, et cussì have el cappello et de cetero andò vestito da Cardinal. Et poi partiti, el Papa ritornò in Castello, et el Re rimase allozar in palazzo: tamen el Pontifice tornò in l'altra parte del ditto palazzo, et quivi etiam stette vicino al Re.
A dì 19 ditto fo fatto solenne concistorio, et el Re se inzenochiò davanti el Pontifice, et basoli li piedi come capo di la christianità, et li dette l'ubidientia, dicendo come altri Re et signori havea mandato ambassadori a Soa Beatitudine, et lui medemo in persona havea voluto venir a darli ubidientia etc., et per el presidente de Garnoboli, homo litteratissimo, fo fatta la oratione al Pontifice nomine Regis.
Ma a dì 17, che fo el sabado, la matina a bona hora, nescio qua de causa, ma se indicava per non haver habudo questo accordo in piacer, el reverendissimo cardinal Ascanio insieme con el so cardinal de Lonà tolse licentia dal Re de Franza, fenzendo el sig. Duca suo fradello era ammalato et voleva venir a Milano, et se partì de Roma et venne a Nepi dove stette 4 zorni, poi pervenne a Siena. Quello di lui seguirà per zornata lezendo sarà scritto.
Ancora el cardinal San Piero in Vincula et el cardinal Curcense, come fo divulgato, non erano contenti di tal cose; altri diceva per el re Maximiliano che al tutto voleva venir a Roma a coronarse; chi diceva perchè voleva el Papa fusse dismesso; et chi per una et chi per un'altra cosa diceva, tamen poi seguite el Re come mai.
A dì 20, fo el zorno de San Sebastian, el Papa medemo cantò una solenne messa in S. Piero, con tutti li Cardinali, et ivi era el Re, tamen prima havea disnato; et havea in consuetudine disnar a bon hora. Et esso Re volle dar di l'acqua a le mano; ma el Pontifice non volse, unde monsig. di Brexe zoè Filippo, monsignor de Foes, et monsignor di Monpensier li deteno l'acqua loro a le mano al Papa: l'uno teneva el bacil, l'altro butava l'acqua, l'altro li dette da sugar le mano. Et poi, compito la messa, el Re li volse al tutto darli l'acqua a le mano con gran humiltà per soa devotione. Et poi fo data la beneditione ivi in cappella. Era la guardia dil Re arrivata, che pareva si fusse in uno campo de armati. Et fo mostrato el volto santo di Santa Veronicha, et il capo di Santo Andrea. El qual Pio pontifice have de la Morea, et andò con tanto degna reliquia con tutta la chieresia fino a Ponte Molle. Et quivi in San Piero fece edificar una degna cappella a lato a la porta, dove morendo volse esser sepolto, et ivi la puose. Or, compite le cerimonie, el Papa dette la beneditione su el pozuol di San Piero, et fo publicata la indulgentia per el Cardinal S. Severino, nomine Pontificis, latina, vulgar et in franzese. Et dapoi disnar fo ordinato concistorio, dove vi fu 18 Cardinali, et San Piero in Vincula nè el Curcense non vi volseno andar, per la qual cosa molti si meravigliò. Le zente veramente dil Re di Franza andate verso el Reame preseno alcuni castelli a patti, però che dove si aproximavano li era presentate le chiave, zoè Civita Bucato et Civita de Chieti. Ancora quelli di l'Aquila sollecitati da quel domino Palamedes nominato di sopra et da Camillo Vitello: ma ditto domino Palamedes havendo gran poter in l'Aquila, et za al tempo dil re Zuane et re Renier ivi stette; ma fino questo tempo era stato in Franza. Et venuto el Re in Italia, etiam lui vi venne, et stette a Sinegaia, et menò la pratica di l'Aquila. Et cussì in questi zorni lui con alcuni foraussiti intrò in la ditta terra, et fo creato gubernatore da Aquilani, et scaciono quelli dil re Alphonso, et mandò ambassadori a Roma dal Re, notificando quello havevano fatto, et che volevano darsi a Soa Maestà. Tamen non volevano alcun Franzese dentro, et questo faceva perchè non havevano vittuarie. Unde el Re fo contento di la eletione di quello suo sopraditto al governo, et fo fatte gran feste in Roma da Franzesi per comenzar acquistar terre in Reame voluntarie, maxime di l'Aquila, ch'è terra fortissima, et havendo voluto tenirsi, haria dato molto da far al Re, et situata in monte assà aspro dil Apruzo, dove è il corpo dil devotissimo San Bernardino di l'ordine di Santo Francesco de Observanti, che ivi morite del 1443, era di natione senese, et fa molti miracoli. Or questa terra è la secunda dil Reame, la qual, come scrive Biondo foroliviense, del 1060 Ruberto Guiscardo el ducato di l'Aquila dominò, et a lui fu concesso per Nicolao secondo Pontifice, ma li animali soi de Aquilani era in la Puja, come ho scritto di sopra, et era grandissima quantità di piegore; et re Alphonso per più segurtà li fece menar in Terra di Lavoro, dove sono al presente. Oltra di questo Franzesi andati a Mola et Traetto haveno quelli lochi, et una fortezza sora el fiume Garigliano, ch'è mia 40 lontana da Napoli. Et accadete che alcune zente dil campo dil re Alphonso, zoè el conte di Petigliano et Iacomo Conte, fonno a le man con certi Franzesi in questi zorni, a uno passo chiamato Ponte di la Torre verso San Germano, et Franzesi fonno malmenati et morti, ut dicitur, più di 80. Tandem, sopravenendo assà moltitudine de Franzesi, Calavresi o vero Aragonesi fonno rebutadi, et Franzesi ottenne quel passo. Tutto el Reame era in combustione, non si obediva più comandamenti di re Alphonso, si udiva romori ne le cittade, cridando: Franza! Franza! maxime li Anzuini et cupidi di nove cose. Et el Re di Franza, essendo allozato in palazzo col Pontifice, più volte stette a consultar insieme, et una volta vi stette loro do soli hore 4, et havevano grande amicitia insieme, unde per Roma si judicava di qualche accordo havesse a seguir con el re Alphonso mediante el Pontifice, facendolo suo tributario, et ben che el Papa se affaticasse assai, tamen esso Re et quelli lo consigliava mai volse consentir alcun accordo, ymo dice al Pontifice in conclusione voleva el suo Reame, et poteva bastar ad Aragonesi haverlo goduto dal 1442 in qua indebitamente, et che poi faria un concilio zeneral de tutta la christianità, maxime de li potentati de Italia, et voleva ajuto da tutti a passar el mar a destrution de Turchi et infideli, et combatter per la fede di Christo. Et el Pontefice lo voleva incoronar imperador di Constantinopoli si 'l restava de l'impresa. Et el Re disse voleva prima ottener l'imperio, et poi haver el titolo d'imperator.
Et era disposto di partirsi a dì 22, et andar come havea deliberato a Marino per intrar in Reame, tamen molto si doleva di le nave doveva venir in la Calavria con el prencipe de Salerno con 1500 Franzesi, per comuover quelli populi; et non intendendo alcuna nuova di loro, dubitava fusse accaduto qualche male, le qual nave partì di Zenoa, come ho scritto di sopra.
Questa indusa in Roma fece el Re per caxon che da tante strade et fastidj el si haveva pur alquanto resentito, et habuto gran doglia di stomaco. Or ditto Re domandò al Pontifice volesse far a sue requisitione uno altro Cardinal, zoè el suo confessor era in Franza, chiamato mons. de Unians episcopo et zerman cusino di suo barba monsig. di Brexe, fradello de monsig. Luximburg, et el Papa fo contento. Tamen volse promuover questo pronunciar in concistorio. Et a dì 21 ditto fece redur li Cardinali a concistorio, et molti Cardinali erano renitenti, dicendo poteva bastar a la maestà dil Re di haver fatto uno fuora di tempo congruo, et che voleva etiam l'altro, tamen el Pontifice disse: l'è fatto; et cussì fu eletto questo Cardinal. In questi zorni lì a Roma morite alcuni Franzesi per numero 3, dubitavano di peste, la causa perchè Franzesi non havendo paura di morbo, et ne la Franza non se schiva, volseno habitar in molte caxe a Roma che ancora non erano sta habitade da poi el morbo che fo grandissimo l'anno 1492, per el qual questo Pontifice convenne con la sua corte partirsi di la città et venir a Viterbo per alcuni mesi. Morite etiam uno de soi capitani chiamato monsig. di Salbren nepote di monsig. lo grande scudier, el qual dal Re fo molto desiderato, et pur judicaveno di peste, tamen non seguite altro.
In questo mezzo el Re scrisse a monsig. di la Mota, era in Fiorenza, che dovesse andar per suo ambassador a Milano, o vero perchè Ascanio non li era più in amicitia, o pur dubitando che 'l duca Ludovico non lo compisse di ajutar etc., et mandò in Fiorenza in loco dil ditto uno Gian Frances, general di Bertagna di natione cathelano.
Lucchesi ancora mandono do ambassadori a ditto Re a dimandar a Soa Maestà, per l'amicitia li era stà mostrato di benivolentia di Soa Maestà verso quella comunità, li volesse far rehaver la soa terra, la qual alias impegnò a Zenoesi, nunc posseduta per Fiorentini, chiamata Pietrasanta; et essendo maxime al presente in le sue mano, et di questa richiesta li ambassadori di la Signoria li detteno ajuto, tamen fonno passuti di bone parole, e ritornono indriedo.
A dì 21 ditto, Domenego Trivixan et Antonio Loredan cavalieri ambassadori veneti al Re preditto, havendo in commissione di non andar se non fino a Roma con Soa Maestà, in questo zorno andono a tuor licentia. Ai quali el Re usò humanissime parole, dicendo prima dolersi di la soa absentia, ma che laudava dovesse obedir la soa Signoria, et prometteva de ogni suo successo per Mons. di Arzenton far notificar a la prelibata Signoria, come quella che lui amava summamente, per haverla trovata ferma et constante et in grande amicitia. Et cussì partiti da Soa Maestà, ponendosi in ordine per voler repatriare, la Signoria per molti respetti preseno nel Consiglio de Pregadi che ditti oratori non si dovesse partir, ymo andar seguendo Sua Maestà. Et cussì zonse el corrier a Roma a dì 22 che si volevano partir, con il mandato et voluntà dil Senato. Et questi ritornò dal Re, et notificolli quanto li era stà commesso. Di la qual cosa el Re molto aliegro dimostrò grande consolatione, et haver ubligation a questa Ill.ma Signoria, et che non faria alcuna cosa che prima non volesse comunicar con loro, et la Signoria era soa bona amiga, havendo visto a tante preghiere di re Alphonso, non si haveva voluto muover contra di lui, et che haveva atteso quanto li era stà promesso. Item come voleva partir di Roma a dì 26, et haveva mutato pensier dil camino, nè volea andar a Fondi nè a Terracina, ma in mezzo per campagna voleva andar, benchè le sue zente li advisava havevano gran carestia, et parte che andono a compagnar le artegliarie erano tornate adriedo in Roma per non trovar vittuarie da poter viver: unde parse al Re di licentiar dil suo exercito molte zente forestiere lo seguiva, et volle rimaner più presto con manco zente et soi Franzesi che aver tanta canaglia, tra i qual molti Sguizari, i quali tornavano ne li loro paesi, come etiam per lettere di Sebastian Baduario cavalier ambassador a Milano se intese, che per el Milanese ne passava assà, et ancora ne veniva di quà da monti zente nuova de Franzesi per andar a trovar el Re, intendendo il prosperar.
Et el Re stette insieme col Pontifice in castello soli in una camera, dove fece venir Gem sultan fradello dil Turco, con el qual longamente parlono di molte cose, et el Re li fece assà quesiti, el qual dovea esser menato con bona custodia nella rocca di Terracina, tamen el Re il menò con lui a Napoli. Questo Turco è huomo terribile a le guerre, crudel et molto da Turchi amato, et se Dio havesse voluto, che non volse, che da Bayseth suo fratello fu rotto, che detto Gem fusse stà Signor de Turchia et acquistato el regno paterno, al qual licet fusse menor fiol fo lassato dal padre el dominio, sine dubio tutta la christianità, ymo tutto el mondo di questo haria sentito afflitione. Ma Iddio provvedette a tutto, e fu qui posto.
A dì 24 la sera, el Re de Franza sopra nominato partì dil palazzo dil Papa, dove fino hora havia allozato, et ritornoe allozar al palazzo dil cardinal Bonivento, o vero di S. Marco. Questo fece per più sua comodità, per dover cavalcar fino do zorni et andar verso el Reame.
A dì 25, el dì de San Paulo apostolo, la mattina esso Re andò al palazzo dil Papa, et insieme col Pontifice, tutti do a uno paro, andono in compagnia de Cardinali XX, ambassadori, episcopi etc. et grandissima pompa per Roma; et a la chiesia di S. Paulo dismontono da cavallo, et li fece l'oratione, et el Pontefice dette la beneditione a tutti. Da poi se partino, et essendo al ponte di Santo Anzolo, el Papa si cavò la bareta vedendo el Re con la bareta in mano, et non voleva el Papa el Re si cavasse la bareta, et che ritornasse al suo lozamento. Ma el Re al tutto volse accompagnar Soa Santità fino a le scale de S. Piero, dove poi el Re ritornò al suo palazzo di S. Marco.
Le zente veramente franzese, per num. 5000 cavalli et alcuni pedoni, in questo tempo mezzo andate in l'Apruzo, et maxime el prefetto, habuto l'Aquila, come ho ditto, etiam molte terre, però che tutte ghe portaveno le chiave a uno araldo che ivi se appresentava levando le insegne franzese. Quelli di Lanzano mandono a offrir le chiave al capitano franzese era a quella impresa, et Colonnesi che per el Re combatteveno; tamen volseno capitolar, et che li fusse concessa la fiera libera, la qual è in Italia nominatissima, et si fa dil mese di Lujo et di Settembrio, zoè do volte a l'anno, et cussì veneno sotto il dominio dil Re de Franza, perchè Franzesi prometteva assà, tamen non manteniva. Etiam poi alcuni Franzesi andono a Populi, et have la terra, la rocca tamen si tenne, et poco da poi etiam si rese. Ma, per concluder, avante el Re se partisse de Roma, quasi tutto l'Apruzo era acquistato, et la Puja tumultuava, ogni cosa era in combustione, et si augumentava molto le ditte zente, però che 5000 Franzesi, zoè di quelli dil Re, come se intese, nunc era a presso 20 milia persone, zoè paesani che vestiva a la franzese, et andava seguitando el ditto campo vittorioso che non havea contrasto.
Et el Re in questi zorni intese: le nave nominate di sopra, col prencipe di Salerno et altri baroni franzesi, erano zonte in Sardegna, isola vicina a Corsica sotto el re de Spagna, ivi per fortuna capitade, et che havevano perse vele, antenne, et rotto arbori, in summa per le gran fortune erano mal conditionate, et una nave mancava, la qual judicavano fosse perita. Et è da saper che la causa che era solamente nave et non galie, fu perchè galie sottil da questi tempi non puol navegar per star in spiaza.
Et oltra di questo el Re terminò de mandar el card. Samallo a Fiorenza...., licet suo fratello vi fusse lì governador. Altri dicevano per conzar le discordie tra Fiorentini, che erano grandissime. Et etiam con Pisani che molto li dannizavano. Ancora per domandar li ducati 40 milia restava haver, sì che di questa sua venuta era varia opinione. Et in quel zorno medemo che 'l Re partì di Roma, zoè a dì 28 Zener, ditto mons. Cardinal con 100 cavalli, tolto licentia dal Papa et dal Re, insieme con uno monsig. di Albì venuto in sua compagnia, de mandato regio si partì di Roma, et arrivò a Fiorenza a dì 5 Fevrer, dove fo molto honorado. Quello di lui seguite, quello volse et operò, poi l'intenderete.
A dì 26 el Re venne a corte, et intrò in camera di parlamenti, et disse come el voleva cavalcar, et che l'era venuto a tuor Gem sultan, dove si ritrovava col Pontifice 6 cardinali: Santa Nastasia, San Dionysio, San Severin, el Grimani, l'Alexandrino et Valenza, el qual dovea andar con el Re legato; dove venne et fu menato ditto Gem sultan, et el Re li toccò la man, et el Turco li basò le spalle et cussì fece al Papa. Et el Papa disse: Domini mei, io consegno Gem sultan al Re qui presente, secondo se contien in li capitoli nostri. Et Gem pregò el Papa dicesse al Re li facesse bona compagnia, et cussì fece raccomandandolo sommamente. Et el Re li disse: non havesse paura di haver alcun danno, et che venisse pur di bona voglia sotto sua protetione. Et ditto Gem fu accompagnato a hore una e mezza di notte da quattro cavalieri di Rodi et molti arcieri al palazzo di San Marco, dove habitava el Re.
Et per Roma fo divulgato, partito el Re, el Pontifice voleva andar, per la gran carestia era, a Perosa.
Et è da saper come el Re de Franza stette 28 zorni in Roma, et le porte de Roma erano in mano de Franzesi e in custodia.
Et a dì 27, la sera, ditto Re di Franza andò dal Pontifice per tuor comiato, come la mattina si dovea partir, et habuta la beneditione, la qual tolse con gran divotion, abrazatosi tolse licentia, et fu accompagnato da dui Cardinali, S. Piero in Vincula et Valenza. Et cussì tutti li soi baroni tolse licentia dal Papa, ai qual, per carezarli, el Pontifice a chi concesse bolle gratis di absolutione od altri perdoni, a chi una cosa et a chi un'altra, per carezarli, ita che tutti fonno contentissimi, et con gran benivolentia preseno licentia da Soa Santità. Ad altri donava Agnus Dei, Paternostri ecc., per devotione. Et in questa sera el Pontifice, havendo inteso el successo seguito a Napoli di re Alphonso, el qual è qui sotto descripto, quello accadete a Napoli el tutto intenderete.
Come re Alphonso renonciò la corona a so fiol don Ferando et si partì di Napoli; et quello ivi seguite.
A Napoli per lettere di l'ambassador veneto se intese, date a dì 23 Zener, et zonte alla Signoria a dì 31 ditto, in zifra, venute per la Calavria et a la marina via con gran difficultà: come a dì 21 zonse ivi la nuova di l'accordo fatto tra el Papa et el Re de Franza. Et essendo el re Alphonso molto di malavoia, non sapendo che farsi per la furia de Franzesi, non sperando più aiuto da niuno, quasi non se impazava più di niente, et tutto el governo era in le mano di suo fratello don Fedrigo, prencipe de Altemura. Et za era venuto el fiol do zorni avanti in Napoli, partito dil campo, mia 50 fè in uno dì, per la qual cosa la brigata se meravigliava. Et re Alphonso, vedendo el populo esserli contrario, deliberò partirse. Dove volesse andar, non se intendeva la verità. Et cussì a dì ditto, renonciò el Reame al fiol, et fo fatto instrumento publico, licet la madregna Raina et ditto fiol li fusse a li piedi in zenochioni, pregando Soa Majestà non volesse far questa movesta, et che, partito lui, Napoli saria perso. Et lui respondeva: che non potendo assecondar a la madre, li voleva dir come lui vedeva tutto questo infortunio et mal procedeva da li soi peccati, et che lui havea in vodo de andar frate za molti anni, et che voleva andar in Cecilia a uno monasterio de frati religiosi a Mazara, però che la Raina ditta havea ivi, in Cecilia ultra Faro, do terre, zoè Mazara et Ligusta: or che ivi quiete voleva fenir soa vita, et che el regno renontiava al fiol Duca de Calavria, el qual voleva el zorno driedo cavalcasse come Re per la terra, et che forsi harebbe miglior ventura cha lui, et che li bastava haver regnado uno anno in tanti affanni, però che el padre a dì 25 de Zener passato morite, et esso re Alphonso si fece; ergo a ponto uno anno regnò et non più. Et a hore 9 di notte vel circa, in questo medemo zorno di 21 Zener, esso re Alphonso se redusse in Castel dil Uovo, che prima era in Castel Nuovo. El qual Castel dil Uovo è situado in mar, dove al suo piacer poteva partirse. Era con lui 12 frati, 4 di Monte Oliveto, ordine così chiamato come apud nos frati di santa Lena; 4 di san Martin, zoè certosini; et 4 di san Severin, ch'è uno monasterio lì a Napoli. Et portò con sè zoie, tapezarie bellissime, et la soa libraria, ch'era di le belle cosse de Italia: li libri lui havea benissimo scritti, miniati, et ornati de ligature. Et lì a Castel dil Uovo era preparate 5 galie et una fusta et do barze, sopra le qual era messo oltra le supellectile in grandissima quantità de ogni sorte de vittuarie, vini assà de varie sorte dil Reame etc. Et si voleva partir in quella notte per andar in Cecilia, et montato in galia con alcuni che lo seguite de li soi, per el tempo contrario convenne ritornar in Castello dil Uovo, dove era castellano et custode Antonel Pizolo napoletano, arlevato et fidelissimo di caxa Aragona. Or re Alphonso scrisse una lettera per tutte le soe terre, come voleva andar in peregrinazo, et che havea lassato el fiol Re, al qual pregava che l'omazo li havevano jurato a lui etiam fusse al fiol, a cui aspettava el Regno.
A dì 22 ditto, se mise molta zente in Napoli a rumor, per metter a sacco li zudei con gran tumulto, ma per el subito soprazonzer dil Duca di Calavria novo Re, si acquietò le cose; et etiam molti marani volevano metter a sacco, et fo de bisogno che el cardenal de Zenoa et Obietto dal Fiesco prothonothario, zenoesi, i quali si retrovaveno ivi, de montar a cavallo et tasentar quei populi, et cussì cessono di far altro danno per la terra. Et molti cittadini inteso dil re Alphonso la movesta, unde intesono come si voleva partir, et havea renontiato la corona al fiol, pregando quelli li volesse far bona fedeltà, et lui più prometteva de ritornar in Napoli, nè più voleva esser chiamato Re.
A dì 23, che fo di Venere, el novo re Ferando cavalcò per Napoli et per tutti i cinque Sezi, secondo el consueto, come Re, vestito d'oro, in mezo di l'arciepiscopo di Taragona era lì con la Raina nomine regis Hispaniae, et l'ambassador venitian, con cavalli 600, et nel domo, fatto le debite cerimonie, si fece Re, vivente patre, et dal populo fo dimostrato grande contento, per essere human et benigno Re. El qual, per farsi benivoli li populi, fece molte concessione et privilegii, come si suol far, per liberalità soa, quando comenzano a regnar: assolse molte terre di angarie e di tuor sal, altre fece exempte, et cavò li presoni baroni erano in Castel Nuovo, zoè el fiol dil Principe di Rossano et uno altro. Adoncha, in manco de uno anno e tre zorni, si vide in Napoli tre Re, zoè don Ferando, don Alphonso et questo Ferando presente. Et a tutti Paulo Trivisano cavalier ambassador veneto si ritrovò; et fo al quarto, che fo el Re de Franza. Or di questa mutatione di Re, et abbandonarsi cussì di Alphonso, parse a tutti cosa molto nova et inusitata, et za molti seculi non più accaduta.
A dì 28 ditto, questo re Ferando si partì di Napoli, et ritornò in campo a San Zermano, havendo scritto al so ambassador era a Venetia, et mandato la commissione fusse suo: etiam ad altri in diversi luoghi; et lassò in Napoli al governo la raina dona Zuana, et so barba don Fedrigo, et ancora el re Alphonso in Castel dil Uovo se ritrovava, et continue faceva cargar robe su le galie. Ma questo re Ferandino tolse comiato da tutti con gran pianti, dicendo andava con animo deliberato de lassar fama per esser valente, tamen non fonno mai a le man Franzesi con Aragonesi, et el Re de Franza etiam in questo medemo zorno partì di Roma, come udirete.
A dì 3 Fevrer, Alphonso olim re di Napoli se partì da Castel dil Uovo, con 5 galie, una fusta, et do barze: portò seco gran quantità di roba di ogni sorta, zoie, danari etc. a la suma de ducati 300 milia, et andò a Mazara, terra di la Raina in Cicilia, benchè molti variamente di questa andata parlava. Altri che voleva andar in Spagna ad exhortar quel Re rompesse adosso el Re de Franza, et praticar nozze di la principessa che fo moglie dil fiol dil Re di Portogallo, di età de anni 25 et bellissima[114] in suo fiol Re. Altri che 'l voleva andar dal Turco diceva, et quello far passar, però che Turchi nunquam si volse fidar di passar in Italia, per non esser tajadi a pezzi. Tamen esso Re andò a Mazara, dove stete alcuni zorni facendo vita solitaria, et di lui quello seguite, lezendo più avanti intenderete el tutto. Ma ritorniamo al Re di Franza, et come si partì di Roma.
Di la partita dil Re di Franza, et come prosperò in Reame.
A dì 28 Zener, a hore 15, el Re di Franza montò a cavallo armado su uno caval morello con suo barde: havea di sopra le armadure una vesta di broccato d'oro, di sopra questa una tabarra di panno d'oro et raso cremesin a quartoni, et uno cappel bianco in capo, et monsig. di Brexe armado, con una sopravesta di panno d'oro, et altri baroni et cavalieri zerca 70, armati, con sopraveste, alcuni di panno d'oro, et mitade di veludo, et chi di raso. Era su la piazza di S. Piero homeni d'arme et arcieri 800, cavalli 600, et venne dal Papa, et smontato andò in palazzo. El Pontifice con alcuni Cardinali erano ivi redutti dove si dà la benedition, et el Re li andò con la bareta in man, dimandando li dovesse Soa Santità perdonar al cardinal Curcense, et cussì perdonò. Poi el Pontifice, Re et el cardinal Valenza, andava legato con lui, si redusseno in una camera, e lì parlò zerca mezza hora: da poi ditto Re basò el pè al Papa, et cussì fe' i soi baroni. Da poi el Papa venne fuora, dove era li Cardinali, con una bolla in mano, et disse: Sacra Maestà, questa è la bolla sottoscritta da tutti i Cardinali, et cussì son contenti. La Bolla dizea che 'l Pontifice con li Cardinali asegurava el Re per tutte le terre et castelli di la Chiesia, et comanda a quello si renda etc. Et poi montò a cavallo, et cussì el cardinal Valenza, et ancora fo fatta una bolla per el Papa al cardinal S. Piero in Vincula, che 'l potesse star in Roma, ma fo fatto un po' di garbujo. Et el Re havea con lui Gem sultan, vestito a la turchesca appresso di lui, con Turchi drio, et andò per la via longa fuora di Roma per andar quella sera ad alozar mia 12 a castel Marino, loco de Colonnesi, et li ambassadori nostri lo sequiva. El zorno driedo se partì per andar seguendo Soa Maestà. Era bellissimo veder per Roma tanta magnificentia, con zerca 5000 pedoni con azzette in man, senza il resto armati. Et è da saper che el zorno avanti za erano partiti di Roma, per non dimorar drio el Re, questi Cardinali, zoè S. Piero in Vincula et Curcense, et questi la spetono a Marino, et el cardinal Colonna et Savello andono a li soi castelli. Adoncha havea cinque Cardinali con lui.
In questo medemo zorno zonseno a Roma do ambassadori dil Re et Raina di Spagna, chiamati don Antonio de Fonseca castigliano è uno de capitani dil Re, et mons. Johan de Albion aragonese castellano de Perpignano, i quali veneno per terra per la Franza, et zonti in Alexandria di la Paja andono per la Toscana a Roma, et intendendo che 'l Re de Franza, al qual erano sta mandati, era cavalcato poco avanti, li andono driedo, et cussì a cavallo, presentato le lettere di credenza, li protestò che non dovesse andar più di longo contra re Alphonso, et che haveano in commissione da loro Re et Raina di manifestarli che, non tornando et prima udendo tutta la soa ambassada, li romperiamo guerra per terra e per mar, et che a li soi danni esso Re de Spagna comenzaria andar. Et el Re de Franza rimase molto admirato, et li disse: Domini oratores, venite a Marino et a Velitri con nui, che vi darò audientia, et vi farò risposta a ogni cosa. Et come da l'ambassador di ditto Re di Spagna intesi, che era qui a Venetia, homo di grandissimo inzegno et molto mio amico[115] l'altezza dil suo Re et Raina in questi tempi havevano questi ambassadori in diverse parte: zoè era al Pontifice suo fradello don Garcilasso di la Vega cavalier castigliano, et stato za uno anno al re Maximiliano; do, come ho ditto, a questo Re de Franza; uno al Re de Portogallo; uno al re de Inghilterra; uno al re Alphonso di Napoli, el qual capitò a Venetia, come udirete di sotto, a questa Signoria, et quasi tutti per le cose presenti.
Ma el Re, cavalcato di lungo et zonto a Velitri terra di la Chiesia, dove a dì 29 ditto erano zonti li nostri ambassadori partiti di Roma, et trovono esso Re de Franza, al qual si apresentono et li fece assà bona et perfetta ciera, tamen era alquanto conturbato per quello la notte era successo ivi: zoè, che el cardinal Valenza fiol dil Pontifice, la notte, de Velitri si havea calato gioso de li muri di la terra, et con do cavalli era ivi preparati cavalcò quella, come fo divolgato, in Spoliti, terra fortissima di la Chiesia; tamen non sapevano Franzesi dove si fusse andato. La qual movesta el Re non poteva considerar dove fosse proceduta, et disse ista verba: Malvas Lombard, et lo primiero lo Santo Pare; et deliberò con el suo conseglio de non andar più oltra, et quivi riposar fino intendeva altro. Ancora in questo zorno zonse dal Re uno suo capetanio, andato con molti Franzesi verso Civitavecchia terra dil Pontifice per haverla in sua potestà juxta li capitoli, ma quello governator era lì per nome di la Chiesia non volse lassarli intrar, sì che steteno Franzesi in dubio di qualche tradimento dil Pontifice, et rimaseno molto admirati. Et questa nuova zonse a Venetia a dì 3 di Fevrer. Et non voglio restar di scriver cosa assà degna di memoria, come per una lettera venuta di Roma io vidi: che Franzesi, dubitando de vittuarie et strami per li cavalli, che erano certi non poter trovar, loro medemi messeno feni et biave sopra le groppe de soi cavalli, tanto che li potesseno pascer fino che 'l Duca de Calavria havea fatto quelle provvisione ho ditto di sopra.
Ma a Roma, partito el Re, el Pontifice continuamente faceva notte e zorno fortificar quella parte di muro di Castel Santo Anzolo che cazete, et di novo fabbricar, come per lettere di Paulo Pisani ambassador di 31 se intese. In Roma non se parlava nulla di quello havea fatto el cardinal Valenza, et era stato col Pontifice, el qual mostrava di non saper, ma che pur si divulgava la partita dil Pontifice con la corte fino 8 zorni et andar a Perosa, sì per causa di vittuarie quam per dimostrar a Romani come stariano in abondantia non vi essendo la corte. Tamen non si mosse et stette fermo in Roma.
Rimase in Roma Piero de Medici, el qual volendo seguir el Re in l'ussir di Roma, Soa Maestà li mandò a dir dovesse ivi restar fino li manderia a dir altro, et cussì restò in casa dil Cardinal suo fradello, era in quelli zorni di Bologna venuto a Roma. Et ancora don Ferrante fio dil Duca di Ferrara di suo comandamento restò. Tamen da poi, intrato el Re in Napoli, quello andò a trovar.
Et el Re preditto, volendo al tutto intender la cossa sequita per el cardinal di Valenza, mandò a dì 31 Zener do soi araldi con lettere al Pontifice, a dolersi di quello havea fatto ditto Cardinal, meravigliandosi, nè poteva comprender dove procedesse, et che Soa Santità dovesse proceder et far ritornar ditto legato, et avvisarli quello havea voluto dir tal movesta, altramente che tegniva fusse rotti li capitoli, et che li saria forzo di ritornar indriedo. Ancora scrisse al cardinal di Santo Dionysio, rimaso suo commesso a Roma, come dovesse andar dal Papa et intender di questo, et che dovesse chiamar li capi dil populo romano, chiamati caporioni, et aricordarli come da lui et da li soi havevano habuto bona compagnia, pagatoli le vittuarie, et non li era sta fatto danno alcuno, et notificarli el seguito. Et andato ditto Cardinal con questi araldi dal Pontifice, exposto et presentate le lettere, el Papa si excusoe che non sapeva niuna cosa, nè dove si fusse, dimostrando di dolersi summamente, et cussì per justificarsi li mandò do legati a Velitri, zoè lo episcopo di Terni et l'auditor di Rota Porcharis, quali insieme dovesseno esser con lo episcopo di Concordia era partito di Roma cum el Re per farli compagnia; et excusar el Pontifice di questo. Et etiam el populo de Roma ne mandò do altri a notificar che erano deditissimi, zoè lo episcopo de Nepi et il prothonotario di Buffali. Ancora mandono uno per nome dil Pontifice et uno per nome dil Re sopranominato a Spoliti, dove se diceva era ditto Cardinal, acciò tornasse legato con el Re de Franza; et non lo trovono. Li fo ditto era stato et partito, dove si fusse andato non sapevano, però che con tre cavalli soli cavalcava hora in qua ora in là per non andar legato con ditto Re. Et fo divolgato la causa esser, perchè havea inteso a Roma alcuni Francesi da Spagnoli erano stati tagliati a pezzi, et dubitando el Re non facesse la vendetta sopra di lui, se ne era fuggito: et cussì questa scusa catò (trovò). Le zente di esso Re in questo mezzo intrò in Civitavecchia terra di la Chiesia, et etiam poco da poi ebbeno Terracina in loro dominio, licet da Aragonesi fusse custodito. Ma lassiamo qui el Roy, et altre cose seguite in Italia scriviamo.
Cose seguite in diverse parte de Italia in questo tempo.
À Venetia zonse in questi zorni un ambassador dil Re et Raina di Spagna, venuto prestissimo et incognito per andar a Napoli, chiamato m. Johan..., maistro rational dil regno di Valentia, homo a presso el Re de gran reputation, et havea alcuni spagnoli in soa compagnia, et quivi se accompagnò con uno ambassador fo dil re Alphonso, el qual era stato a dolersi a la Duchessa sua fiola di la morte dil Duca, et el sig. Ludovico volse ditta Duchessa li desse audientia, et vette (vide) el fiol dil Duca. Or volendo ritornar a Napoli, venne qui a Venetia, nomeva ditto oratore Piero Zuane Spinelli castellano di Trane, parente di quello era qui a la Signoria. Et cussì andati questi do ambassadori a Ravenna, volendo passar mai poteno, et conveneno ritornar indriedo. Unde l'ambassador de Napoli era qui, andò a la Signoria, pregando dovesse concieder che questi montasse sopra li do arsilii andavano in Puja a tuor li cavalli dil Reame, et cussì a dì 3 Fevrer montono su ditti arsilii, et andono a loro viazo, ma accadete a ditto Maistro rational assà infortuni, che fo preso et spogliato et toltoli le mule menò con loro, però che dismontono a Ortona a mar, et fo presentato al Re de Franza come dil suo successo intenderete el tutto. Ma li arsilii con Zuan Borgi secretario andono indarno, perchè venendo li corsieri fonno presi come roba dil re Alphonso da Franzesi, et cussì ditti arsilii tragettò zudei su l'isola di Corfù, et ritornò a Venetia, et fonno mandati prima per li stratioti.
A dì 3 Fevrer l'ambassador di Napoli andò molto aliegro in collegio, notificando haver lettere di 18 Zenaro da Vurmes (Worms), ch'è a presso Cologna in Elemagna, dove se ritrovava la majestà dil re Maximiliano venuto per far la dieta, da l'ambassador dil suo Re, che li advisava come esso Re de Romani havea totalmente deliberato di ajutar casa di Aragona, et che si el Re de Franza non se levava da l'impresa, che li voleva romper a li confini de Bergogna, et che havia mandati li soi ambassadori a ditto Re. Item come voleva mandar li soi 4 ambassadori a questa Signoria, i quali di breve dovevano zonzer. Et cussì molto aliegro vene zoso di collegio. Ma queste era parole, et el Re de Franza faceva fatti in Reame. Et è da saper che ditto Re de Romani scrisse una lettera a la Signoria, che non volesse ni diliberar ni far cosa alcuna circa a le cosse di questo Re di Franza, perchè lui mandaria soi ambassadori a consultar con questa Signoria alcune cose bone per la soa Republica, et salute per la Italia.
In queste medemo zorno la sera zonse uno ambassador dil re Alphonso, zoè partito di Napoli avanti el Re havesse fatto quella movesta, et venne per mar, et montò a Ortona a mar sora una fusta, zonse a Lio dove per la Signoria li fo mandato alcuni zentilhomeni contra per honorario, et alozò a la casa dil Duca di Ferrara, dove era preparato per li ambassadori dil Duca di Milano doveano venire. Questo nomeva Hieronimo Spieraindio, dotto napolitano, et insieme con Iohanne Battista Spinelli, altro ambassador stava fermo qui, andò a la Signoria et expose la soa imbassada. Et el principio fo de la ruina dil suo Re, el danno poi de questa Signoria, concludendo li dovesse aiutar, et come si divulgava offeriva largi patti et partiti a questa terra, a ciò aiutasseno el suo Re. Et poi stato alcuni zorni, a dì 16 Fevrer partì, et andò a Roma, et ritornò a Napoli a starvi come cittadino, licet vi fusse Re, et havesse el dominio el Re de Franza, et stette come gli altri.
Per lettere di Zuan Francesco Pasqualigo dottor et cavalier, vicedomino a Ferrara se intese, come a dì 2 Fevrer, fo el zorno de Santa Maria, el Duca de Ferrara con molti de soi primarii venne in persona, essendo varito dil mal, a visitar esso Vicedomino fino a caxa; cosa che nunquam ha asuetado de far. Et questo perchè el Vicedomino era ammalato et laborava di podagre. El qual Duca osò molto benigne parole in exaltatione dil Stato di la Signoria, et tolse poi licentia, et alcuni soi rimaseno con ditto Vicedomino, et li disse come el Signor voleva di brieve venir a Venetia, sì per visitar la Serenissima Signoria, quam per justificarsi come lui non era stato cagione di alcuna movesta de Franza, come era incolpato; concludendo voleva esser bon fiol di questa Signoria: tamen non venne et non seguite altro.
A Bologna, essendo terra subposta a l'imperio, in questi tempi, el magnifico Johanne Bentivoj che in quella città è cittadino primario et ordina et governa el tutto, licet bolognesi facino ducati di oro et monede, le qual al presente si spendeno per tutto, pur con voluntà di esso Re de Romani eletto Imperador, fece batter una moneda d'oro de valuta de do ducati; da una banda una testa di ditto magnifico Johanne, con lettere a torno che dice: Johannes Bentivolus bononiensis secundus; et da l'altra banda una arma inquartada, zoè l'aquila ch'è l'arma de l'imperio, et la siega ch'è l'arma de Bentivoj, con una aquila di sopra el scudo con lettere a torno: Maximiliani Imperatoris munus. Et questo per esser cosa notabile ho voluto scriver. Ho visto ditti ducati et continue si stampa.
A Milano el duca Ludovico descoverse che madona Bona duchessa vecchia et madona Ixabella duchessa zovene scrivevano lettere a Maximiliano, dolendosi che ditto sig. Ludovico si havea fatto Duca et privato le ditte di ogni dominio, et che dovesse venir ad aiutarle, et maxime el suo sangue et el fiol fo dil Duca, el qual era privato di quella dignità che ogni ragion volea havesse. Ma, capitate ditte lettere in mano dil Duca, ordinò ditte done stesseno in più destreta nel castello, non le lassando parlar più ad alcuno; le qual però etiam prima molto obscuratamente con panni lugubri vestite, senza alcuna politezza, et la moglie manzava in terra, et mostravano gran dolor, et come niun andava ivi a pianzer el Duca, diceva madona Isabella: non pianzete lui ch'è in vita eterna, perchè vedendo esser privo dil ducato facea vita di santo, ma pianzete la sorte di me meschina et di mio fiolo. Et questa alcuni mexi dapoi fece una puta[116].
A Fiorenza mandono a Milano do ambassadori pregando el duca volesse scriver al Re de Franza in suo favore, li volesse far restituir Pisa, però che li do ambassadori loro, erano a presso Soa Majestà, non haveano potuto ottenir cosa alcuna. Unde deliberorono di far exercito di zente. Haviano Francesco Secco et Hannibal Bentivoj et el conte Ranuzo di Marzano a loro soldo, licet a compiacentia dil Re ditte zente cazasse. Et elexeno do commissarii in campo contra Pisani, zoè Nicolò Valori et Piero Caponi, et preseno alcuni castelli de Pisani: mancava Librafratta, Vico Pisano et Pisa. Poi quello seguirà scriverò de sotto, a ciò se intendi ogni cosa.
Senesi in questo tempo mezzo deliberorono di volersi pacificar fra loro, et cussì a la fin dil mese di Zener pacifice chiamono dentro le do parte de citadini fora ussiti, chiamati populo et reformatori; i quali del 1487, el zorno di Santa Maria Maddalena di Luio, per dissensione fonno scacciati di la città, et questi habitavano su quel de Fiorenza. Et come ho scritto, ne l'intrar dil Re li volseno far intrar, ma la Signoria di Siena allora non volseno, et a hora par habbi consentito. La qual Signoria sono 8, et uno capitano di populo, et stanno do mexi in palazzo con gran magnificentia, sì come a Fiorenza; poi succiedono de li altri. Le parte in Siena sono cinque: nove, populo, nobeli, reformatori et dodeci. Quelli al presente rezevano sono li nove, ma hora, intrati li foraussiti, pacifice tutti saranno daccordo, et goderanno le dignità loro: la qual cosa durò fin vi venne el Re.
Maximiliano re de Romani, domente queste cose in Italia se fanno, essendo zonto a Vormes, dove continuamente baroni, ma per non esser reduto tutta la quantità, di 2 Fevrer che era ordinato, la slongò fino al duodecimo zorno di Marzo, ch'è el zorno de san Gregorio, di far la dieta: al tutto voleva venir in Italia per andar a Roma a coronarse, et mandò ambassadori a Sguizari, i quali si governa a comunità, a dimandarli passo, perchè conveniva passar per le soe terre, volendo andar a Milano. I qual Sguizari risposeno esser contenti, dummodo volesse menar con Soa Majestà a suo soldo X milia Sguizari. Ma ditto re Maximiliano fo contento di tuor 3 in 4 milia, et non tanta quantità. Et cussì stevano in queste pratiche. Et per lettere di Hieronimo Gritti podestà a Roverè di Trento se intese, come erano zonti do ambassadori di ditto Re a Trento, ch'è mia... lontano di Roverè, sotto uno episcopo, et vi è el corpo dil beato Simoneto[117], che fu da Zudei nel 1475 morto et marturizato et fa molti miracoli. I quali do ambassadori, venivano a la Signoria et che aspettavano el quarto a zonzer, però che etiam el Vescovo de Trento con loro era deputato. Quando zonzeranno intenderete lo nome et quello volseno.
Del mese di Zener in Spagna, in una città chiamata Guadalagiara in Castiglia vecchia morite el Cardinal di Spagna, chiamato Pietro di Mendoza tituli sanctae † in Jerusalem, prete cardinal et arciepiscopo di Toledo, el qual era stato za 6 mexi amalato. Era di età de anni 75 et ricchissimo. Havea de intrada de beneficii ducati 80 milia, stava in Spagna seguitando la corte, et sempre era a presso di la Raina et molto amato. Lassò tre fioli, tra li qual uno chiamato Rodorico de Mendoza marchexe dal Zenete, ha de intrada ducati 30 milia; et do altri etiam con bona intrada[118]. Or, morto che 'l fu, el Re scrisse al Pontifice pregando Soa Santità non volesse dar via li soi beneficii ac arcivescovadi, ma che dovesse aspettar che lui concederia ad alcuni de soi yspani degne persone, i quali poi Soa Beatitudine li confermeria; et el Pontifice rescrisse esser contento. Da poi el Re et Raina conferite l'arcivescovado di Toledo a uno frate di l'ordine di San Francesco, confessor di loro Majestà, chiamato fra Francesco Semenes, ha de intrada ducati 45 milia, et lui lo recusò, pur a compiacenza dil Re accettò. Item al Cardinal de Cartagenia dette de beneficii ducati 10 milia, et il titolo di santa †. A Don Joan de Fonseca dette lo episcopato de..........., dà de intrada ducati 3000; et una badia de Vagliadolide, de ducati 4000, a uno altro so servitor. Et cussì rescrisseno al Pontifice haver conferito detti beneficii. Et subito el Papa confirmò, et habute le bolle introno in possesso.
Et l'armada di ditto Re di Spagna ussite in mar. Era tra nave et caravelle numero 35. Capetanio el conte de Trivento. Et erano partiti d'Alecante, porto a presso Valenza, et veniva a la volta di Cicilia, poi passar a Gaeta, bisognando in aiuto dil Pontifice, tamen fo poi in favore di re Ferando de Napoli. Et se divulgava era sopra ditte nave alcuni combattenti gianiceri, capetanio dil qual terestre exercito era il duca di Alve, german e cusin dil Re, con lanze 600, et che demum se intese dovea ussir il resto di le caravelle, capetanio di le qual dovea venir el conte de Moniche admirante de Castiglia, etiam german dil preditto Re di Spagna, et el duca di Alve nominato di sopra. Tamen poi, intesa la verità, ditti do capetanii non se partino di Spagna, ma solum venne el conte de Trivento. Et di questa armata, etiam per lettere di Francesco Bragadino capetanio di le galie deputate al viazo di Barbaria, se intese, date in Almeria, terra di la Granata, de dì 27 Dezembrio, come alcune barze de ditte armade li erano venute a torno, non per far danno a robe de Venetiani ma ben a robe de Mori, perchè sopra ditte galie ne era assà. El capetanio se tirò in porto più a presso la terra che 'l potè, et quelli di la terra li dette favore, che ditte barze o vero caravelle andono via, et da loro intese certo che ditta armada sudava in Cecilia oltra Faro, ch'è dil Re di Spagna, dubitando di fatti loro per le combustione era in Reame, et perchè, benchè sia ysola, è solum al Faro de Messina, dove scrive le fabule et poeti esser Sylla e Carybdi, solum mia 3 da passar il mar da questa Cicilia andar in ditta ysola. Però el Re mandò ditte armade per custodia di la soa ysola, a compiacentia de Ciciliani. Quello seguirà intenderete.
Per lettere di Capetanio zeneral da mar se intese, etiam per lettere de Constantinopoli in un scuro sermone, come el signor Turco faceva grandissima armada, et voleva haver in mar questo anno vele 150, et che era tornato el so ambassador stato dal re Alphonso. Unde Venetiani sospese il mandar a tuor de li stratioti con li arsilii, per non desfornir li lochi marittimi; per i qual, a farli, era sta mandà al zeneral ducati 40 milia, sì per far ditti stratioti, quam per scriver zurme per le galie sotil si armava in l'ysola de Candia, Corfù et altrove; sì come fo preso in Pregadi: et bona parte di ditti stratioti erano sta scritti, tamen per collegio nostri facevano li patroni per li XV arsilii, zoè boni marinari, experimentadi in diversi viazi. Et li arsilii se conzava in l'arsenal, a ciò al bisogno fusseno apparati.
Per ben ch'al proposito non sia di questa venuta dil Re di Franza, di dover scriver quello accade in altre parti dil mondo, per esser cosa notoria ho terminato farne mentione. Per lettere di Zuan Valaresso, consolo a Damasco, di 8 Novembrio se intese, come nel ritornar di la caravana de Mori, che 'l Soldan vi manda uno capetanio con alcuni mercandanti con camelli assà, et si parte di Damasco ogni anno per andar a la Mecha, dove se dise è l'archa di Maometto suo gran Propheta et institutor di la loro fede. La qual alias steva in aiere, però che era a torno calamita, et quella era di ferro, sì che conveniva per forza, ogni parte di la calamita tirando el ferro a sè, star nel mezzo, però dicevano steva in aiere. Ma, volente Deo, del 148... quella cazete et ruinoe, et, come Mori dicono, la sua fede die durar poco et haver molte persecutione, et però stanno in gran paura. Or questi Mori vanno insieme zerca 30 milia, ch'è bellissima cosa a veder, et contratano con mercadanti indiani le loro merze, a barato de specie, pepe, garofoli, zenzeri, cannella, nose etc. Et poi Mori quelle portano a Damasco et in Alexandria et altre terre, dove si fanno mercadantie con christiani et quelle vendono o baratano, et perchè za do anni el Soldan non havea pagato il suo caffaro o vero regalia ad Arabi, che sono zente terribilissima, stanno a la campagna, assaissimi anco fanno tra loro un capo; questi, ben siano sotto el Soldan, tamen hanno el loro capo da per sè, perchè sono zente che non se puol domar; et el Soldan sta ben con loro per molti respeti; viveno de rapina. Or questi Arabi in questo tempo prese la ditta caravana dil Soldan, la qual poteva valer da ducati 800 milia in suso, di specie, zoje et altro. Et retenne el capitano con li mercadanti, ben che Mori se volesseno difender, et fonno a le mani. Tamen Arabi haveno la vittoria, la qual cosa fu molto molesta al Soldan, pur sperava de conzar la mastella, et li voleva donar ducati 50 milia de contanti, et loro ne volevano più, tamen poi conzò et li dette ducati assà, et haveno la caravana, el capitano et homeni indrio, et questa cosa cussì notabele et za molti anni non accaduta ho voluto qui scriver.
Successo dil Re di Franza fino a l'intrar in Napoli.
Ritorniamo al Re di Franza, el qual era a Velitri, et data l'ultima audientia a li oratori di Spagna, et a Val di Montona li expedite, i quali exposeno tre cose. La prima, si dolevano che l'ambassador dil suo Re et Raina, che era venuto da Soa Majestà a Lion, et quello seguito fino a Piasenza, in cinque mexi non havia habuto bona audientia nè quella extimatione si conveniva a l'altezza di cui rappresentava: imo fo rimandato via, et si meravigliavano molto, et, nomine Regum Hyspaniae, volevano saper la cagione. Secundo, che ben che esso Re di Franza habbi dimandato aiuto bisognando al suo Re et Raina, et benchè habino insieme bona paxe, amigo de li amigi et nemigo de li nemigi, pur che Soa Maestà havia tolto questa impresa senza consigliarsi con li suoi Re, et che volendo aiuto bisognava havesse consultato di questa guerra, era iusta vel non La terza, che 'l serave buono di qualche accordo, et che loro volevano pacificar le cosse con el Re di Napoli. Ma el Re de Franza rispose, quanto a la prima richiesta di l'ambassador, che non sapeva di chi lui si havesse potuto lamentar, et che si havesse dimandato audientia lui ge l'haveria data volentiera, ma che non l'avendo dimandata, nè etiam accordandola el Re, loro non si poteva doler: et che potevano saper che li soi ambassadori sempre ne la Franza erano stati honoradi. Al secundo de l'impresa, che non bisognava consulto a voler recuperar el suo, et che 'l Reame di Napoli li partegniva, però era impresa justissima et compresa ne li capitoli. Al terzo, che non bisognava far altro accordo, ma che Alphonso si dovesse contentar di renderli a lui el Regno possesso indebite, et venir con lui in Franza, dove Soa Maestà li prometteva provvisione et stato condecente. Et poi ditti oratori andati seguendo el Re a Val Montona, tolseno licentia, et concluseno con el Re, zoè che li disseno dovesse desister de voler haver el Reame di Napoli, et che se a niuno die aspettar ditto regno, la Maestà dil suo Re è il primo, perchè suo barba re don Alphonso quello acquistò per forza, et zerca questo usono assà alte parole; unde el Roy si dolse, dicendo non era honesto che adesso che l'era venuto con tanta spesa cussì avanti, et che poteva dir haverlo acquistato, ditti ambassadori volesse el no seguitasse l'impresa, et che lui el voleva haver una volta, et poi faria decider de chi quello dovesse esser de jure et cussì post multa rimaseno d'accordo. Et dimandato al Re chi doveria cognoscer poi de jure, et dar questa sententia, li ambassadori aricordano el Pontifice come capo di la Christianità, ma el Re non il volse, dicendo haverlo sospetto, sì per esser di nation subposta a loro Re, quam per esserli stato contrario; et rimaseno che el Parlamento de Paris fusse quello havesse a decider questo. Et cussì ditti oratori ritornarono a Roma, et advisato in Spagna el tutto, li comesse dovesseno al Re Maximiliano, et cussì andono come scriverò di sotto.
Ancora zonse do ambassadori a Velitri a ditto Re di Franza, venuti per nome dil re Maximiliano di Romani, i quali fonno quelli stati a Milano et Fiorenza et Roma, non avendo lì audientia per le cosse accadeva, ma fo divulgato erano venuti per notificar al Pontifice prima la venuta a incoronarsi dil suo Re, et per confirmar la paxe et accordo col Re di Franza. Et a Val Montona ebbeno audientia, i quali dimandono salvo conduto, raccomandandoli li confini di la Franza, dinotando havia aconzo le cose di Bergogna, et che al tutto voleva venir a Roma questo anno a tuor la corona de l'imperio, e far una cruciata, et passar contra infedeli. Et cussì otteneno da esso Re di Franza lettere, et quello volseno, et che voleva far la dieta, la qual havia prolongata, et che za erano zonti alcuni elettori de l'imperio, signori et episcopi, et che concluderia di far la ditta cruciata. E andono insieme col Re fino a Varoli, dove tolseno licentia per ritornar a Roma. Ai qual el Roy disse: fate che la Majestà di Maximiliano vegni presto a incoronarse, perchè al tutto voglio ritrovarmi a Roma per honorarlo. Et cussì questi ritornono a Roma, come più avanti intenderete.
Quelli di l'Aquila havendosi dato, come ho scritto di sopra, voluntarie sotto el dominio dil Re di Franza, con conditione che non intrasse niun Franzese dentro, onde alcuni Franzesi assà insolenti volendo intrarvi, fonno da Aquilani assaltati, et ne fo morti zerca 80, portandosi bestialmente, tamen pur havevano le insegne dil Roy. Napolitani vedendo che el populo havea fatto quelle moveste, a dì 26 et 27 Zener, contra zudei et marani, et che Ferando al meglio havea potuto tasentò quel populo, et a caso ivi era gionto do navilii di zudei...., più el populo se inanimò, et parte fonno malmenati, et disseno al Re non volevano nè marani nè zudei più in Napoli. Et el Re ordinò dovesseno partirsi, et cussì nolizono navilii chi per Barbaria, chi per Alexandria, et chi per Constantinopoli. Li marani ricchi steveno in caxa. Or fu fatto uno editto che tutti li pegni che zudei si ritrovava in le man, et quelli tenivano banco, et cadauno dovesseno per obviar li scandoli render de chi erano, tamen che li facesse uno scritto di pagarli lo cavedal et usura infra tanto termine, et non solamente in Napoli ma per tutto el Reame et in la Puia, dove in varii luogi contra zudei era fatto gran destrusione. Et ben che fusse fatto questa provisione, per questo non restò che non fusse sachizati.
A Roma in questo mezzo, con voler dil Re di Franza et con patente de investisone di l'Anguilara, intrò el sig. Carlo Orsini con 400 persone in Roma, et andò a la caxa di uno D. Bartholamio che fo nepote di Sixto Pontifice, el qual da esso Sixto fo investito di la ditta Anguilara, la qual era del sig. Deiphebbo, che fo a tempo di la guerra di Ferrara soldato de Venetiani, et essendo huomo veterano, a tempo de Innocentio, morite del 148.... lì in quelle parte, et lassò alcuni fioli, i quali ancora è al stipendio veneto. Or ditto sig. Carlo prese i fioli del sopranominato Bartholamio, et messe la sua caxa a sacco, et li fece molti danni per rehaver li soi castelli.
Ma essendo el Re a Velitri, Franzesi andono per quelli castelli di Conti et dil sig. Gaietano, et molti ne prese facendo gran danno. Et andono a uno castello chiamato Monte Fortin dil conte di Fondi, et li deteno la battaglia a la terra, et quello prese per forza, dove usoe grandissima crudeltà, amazzando quanti scontravano: tamen la rocca si tenne. Et Franzesi piantò le bombarde, zoè le soe artiglierie su carri, et li custodi pavidi si deteno a pati, salvo l'haver et le persone: ne la qual rocca era do fioli dil sig. Jacomo Conte romano, era al soldo dil Re di Napoli, et questo castello era suo, et questi fonno da Franzesi ritenuti fino havesse do altri castelli dil padre mancava ad haver, et poi li deteno taglia ducati 2000, dicendo se intendeva donarli la vita et non la persona. Non voglio qui descriver le spurcizie usano Franzesi, le violentie di donne etc., come tutto di sotto, in loco più necessario, per mi sarà scritto.
Et poi el Re si partì da Velitri, et andò a Val Montona dove expedite li oratori di Spagna et venne quelli dil re Maximiliano, come ho scritto più difuso avanti, et ancora zonse el conte de Chaiazo, zoè sig. Zuan Francesco di San Severino per el duca de Milano con cavalli 300 et alcuni balestrieri a cavalo, et zonse a dì 8 Fevrer. Et el Re partite per Castel Fiorentino, et ordinò a tutte le soe zente, sì quelle era in l'Apruzo, quam di qua, che si dovesseno assonar a uno nel ducato di Sora, perchè voleva andar a San Zermano, perchè intendeva la zente aragonese, et el re Ferdinando zonto che fu in campo, si eran levate et lassato quel passo, come era la verità, et erano tirate verso Capua, dove voleva ivi far difesa, et Franzesi havea acquistato quasi tutto l'Apruzo, maxime Sermona, ch'è una terra grossa, et senza troppo fatica, però che dove si presentavano pur li Franzesi, li mandavano le chiave, levando le insegne di Franza. In la Puja era gran combustione: el vicerè Camillo Pandon era in Otranto, et etiam Don Cesare fo fiol di re Ferdinando vechio. Et Monopoli, che è una città grossa a la marina, tumultuando fra loro di quello havesseno a far, a dì 23 Fevrer pur messeno a sacco li zudei, et a dì 26 ditto essendo stato quelli tre zorni la terra in remor, pur el Zuoba di Carlevar, che fo el zorno nominato di sopra, li cittadini cum voluntà del Vescovo, el qual havia ricevuto assà beneficii da caxa di Aragona, et fo el primo loro ribello, levono le insegne dil Re di Franza, et non sapendo pur far l'arma regia di zii (gigli) con la corona, levono una crose bianca in campo rosso, et strazò la bandiera di Aragona, et el capetanio mandò fuora, era ivi per el re Alphonso. Adoncha Monopoli fo la prima terra di la Puia levasse et si desse a Franzesi, et mandò ambassadori dal Re a tuor certe confirmation de capitoli. Se ritrovava qui do merchadanti venetiani, Antonio da Pesaro di Lunardo olim fiul, et uno Francesco Tanto, popular, el qual poi fo morto, quando la Signoria ottene ditto luogo, come dirò di sotto.
In questo mezzo el Re mandò a Roma uno so ambassador, zoè el primo baron che havesse a presso di lui, el qual fo suo barba Filippo monsignor, zoè monsignor di Brexe di caxa di Savoia et governador dil Dolfinà, come di lui qualcosa ho scritto di sopra. Et zonto a Roma, a dì 5 Fevrer, habuto audientia dal Pontifice, dimandò, in loco dil Cardinal Valenza era partito et non se ritrovava, uno altro cardinal per legato con Soa Maestà. Et el Papa dicendo: chi volete? dimandò el cardinal Orsini. El qual excusandosi di non poter andar, el Papa disse: ma che? volendo el Re di le mie cosse, manderò la più cara cossa che habia di parenti mei, ch'è mio nepote qui, episcopo di Borges, et lo faremo Cardinal, posto che la Maestà dil Re ha voglia di haver un Cardinal con lui. Et Filippo monsignor partì dicendo scriverà al Re di questa risposta. Et el Re li rescrisse dovesse dir al Papa non voleva Borges, ma al tutto o el Cardinal Orsini o Monreal.
A dì 5 Fevrer el Re con el so campo se partì da Val Montons, castello dil sig. Jacomo Conte, et zonse a dì 6 a Castel Fiorentino terra dil Pontifice, et mandò le soe zente ad haver alcuni castelli ivi vicini dil Conte di Fondi et altri signorotti, feudatarii però a la Romana Chiesia, et avanti fusse hore 22 quelli haveno, et alcuni brusoe usando gran crudeltà che era una compassione, et come vidi una lettera de li oratori nostri, che stevano sopra le mure de Castel Fiorentino, et vedevano li fuogi facevano queste stranie generatione Franzesi, Sguizari, Guasconi, Picardi, Scocesi et Alemanni; et preseno Supino castello di Jacomo Conte, Cicano castello dil Conte di Fondi, et Possa pur castello di ditti conti.
Et el Re terminò non far più la via di sopra, ma andar a la dreta a San Zermano, perchè quel passo era sta abbandonato, come ho ditto di sopra. Et mandò certi villani dil paese per guastatori a far le strade a le carrette de le artiglierie, le qual erano preparate n.º 120, menate da 20 cavalli per una. Et era assà charestia in campo suo, unde li oratori veneti, vedendo haver troppo brigata con loro, mandò indrieto a Venetia bona parte, et rimase con pochi, zerca persone 10, però che si partino con 40 cavalli, si che è da considerar li desasii dovevano patir, sì nel viver come nel alozar. El cardinal S. Piero in Vincula partite dal Re, et venne a Grota Ferata vicino a Hostia, et mia 12 lontan di Roma, per venir a Zenoa. Quello di lui seguite, intenderete.
El Re, partito da Castel Fiorentino, vene a Varoli città del Papa dove dete licentia a li oratori dil Re de Romani, et mandò a dir a quelli custodi di uno castello sopra uno monte situato, chiamato Monte S. Joanni, el qual era dil Marchexe di Pescara, per do soi trombetti, che si dovesseno render et levar le insegne, sì come erano assueto dimandar. Et quelli erano dentro, senza far altra risposta a questi, fece impicarli, taiar il naso et le orecchie, che è cosa che numquam a messi si assueta di far, et li rimandono indriedo. Et inteso el Roy questo, vi andò a campo a dì 9, et fe' tre parte dil suo exercito, et li dete la battaglia, et loro se difeseno virilmente, ma tutta la notte feze bombardar con tanta furia, et el Re confortava tutti. Or a pena fo una particella di muraglie a terra, che da tre bande li deteno la battaglia, per esser inanimati di la discortesia usata, et Franzesi introno dentro et fece una gran taiata, non sparagnando la morte a niuno, se non a putini et poche donne; imo tutti quelli trovò li tagliava a pezzi, con grandissimo sangue, et fino nelle chiesie ne amazava; et come per lettere di oratori se intese, fonno qui amazati 700 et de Franzesi solum X et feriti 25.
Questa tal crudeltà el Re fo contento fusse usato, sì per la cossa fatta, quam a ciò sia exempio altri castelli e lochi dil Reame non si vogli difender, imo portarli le chiave. Et habuto ditto castello fece consiglio, qual via dovesse tenir. Altri lo consigliava per causa de vittuarie, che era grandissima inopia, che Soa Majestà andasse in la Puia, dove ivi troveria grande obedientia, et che, dove che 'l si apresenteria, li sarebbe portate le chiave, perchè Puiesi non sono atti a combatter, et è assà anni non hanno hauto guerra, benchè fusse longa via ad andarvi. Altri erano di opinione di seguir verso Pontecorbo, et acquistar el passo di San Zermano, et poter passar al suo piacer el fiume Garigliano, ivi medio: poi seguiriano el camin verso Napoli, non lassando però Gaeta, ch'è terra fortissima, et Capua, situada sopra el fiume Vulturno, dov'è el re Ferando col suo exercito. Et cussì steteno in queste consultatione, tamen elexeno di andar a San Zermano.
Et è da saper che el Re poi andò in persona, partito da Varoli, a questo castello Monte Santo Joanni, a dì 11 Fevrer, sì per veder la fortezza, quam per poter mandar le sue zente più avanti mia 5 lontan di Varoli, et ancora li corpi non erano sta sepulti per la grande taiata, però che tutti quasi erano morti su la piaza, perchè quando Franzesi deteno la battaglia, vedendo li habitanti non poter resister, corseno su la piaza et si butò in zenochioni con li brazi in † dimandando a Franzesi misericordia, ma poco li valse, che tutti fonno ivi amazati. Et qui feceno butini per ducati 25 milia, di panni, di tele, rami et lavori de rami, et qui si soleva far una fiera assà nominatissima in quelle parti. Ancora trovono assà biave et vini, ita che Franzesi comenzono a restaurarsi di li desasii portati. Et però deliberorono di venir di longo a la volta di San Zerman.
Ancora a Hostia e Civitavecchia zonse alcune galeaze di Franza, carge di vittuarie, et za era di queste a dì 12 zonte in campo 260 some di farina, et le zente parte erano andate verso Pontecorbo, loco pure di la Chiesia sora el fiume Garigliano, et el Re a dì ditto andò a Bauco, poi volse andar passando una acqua chiamata Cosa, tamen pur ancora qui tra el suo conseglio era varia opinione. Altri voleva andar di longo a Capua, dove se intendeva esser el Re Ferando di Aragona con 40 squadre et 5000 fanti; altri lo consegliava andasse Aversa, di là del fiume Vulturno, ch'è in mezo Capua et Napoli, et, questa ottenuta, presentarsi a Napoli dove con desiderio era aspettato. La qual via molto piacque al Re più di le altre; pur steteno in consultatione, nè sapeva deliberar qual via havesse a pigliar, et voleva mandar zente a San Zermano, per esser passo assà necessario. Et le antiguarde del campo franzese in questi zorni fonno a le man con 7 squadre aragonese, le qual, visto non poter resister a Franzesi, si tirono a drieto, et vi sopravenne el conte Nicola da Petigliano con X squadre, el qual etiam, augumentando Franzesi, si convenne recular in loco securo. Et come se intexe, l'exercito franzese era questo: cavalli 12 milia bonissimi con combattenti suso, 6000 pedoni zoè sguizari et altri, et 8 milia cavalli di arteglierie, some, femene et altre persone inutile. Di le femene num. zerca 800, fra le qual 500 meretrixe. Zente italiane: 600 homeni d'arme con li Savelli et Colonnesi et 1500 fanti di l'Apruzo aspettavano el prefetto di Roma nuovamente conduto col Re con 200 homeni d'arme.
In questi zorni el Re mandò zente a Teracina loco di Chiesia, et quella have come ho ditto; dove doveva metter Gem sultan, ma lo 'l volse a presso di lui, et cussì era custodito in campo. La città de Populi, fatto li patti, si rese, et Civita di..., et oltra di questo Sermoneta dil sig. Cola Gaietano, ch'è castello in monte lontano da Velitri mia 13.
El Re preditto mandò a Venetia uno suo messo, el qual a dì 10 Fevrer con monsignor di Arzenton suo ambassador andò in Collegio, et dimandò passo a Ravena et in altri luogi di Romagna; ancora navilii per condur alcune bombarde grosse n.º 22, era a Castelcaro qui in Romagna, dil suo Re fino in Reame. Et disputato nel Senato inter patres quello si havesse a risponder, fo decretato et risposto per el Prencipe di darli passo, per non haver con Soa Majestà se non bona pace, et che mancasse di navilii a tuorli, che per tutto sariano lassate cargar ditte artigliarie offerendosi etc. Et el messo preditto, satisfatto di tal risposta, ritornò dal Roy.
Ancora mandò uno altro messo a Milano con lettere al Duca, licet vi fu etiam el suo ambassador, pregando che dovesse mandar suo zenero sig. Galeazo di S. Severino più presto poteva, perchè haveva da consultar certe cose con lui. Et come per lettere di Sebastian Badoer orator veneto a Milano se intese, el Duca li rispose, havendo ancora richiesto che lui in persona vi andasse a trovarlo ad ogni modo; come esso Duca non poteva andar lì, ma che manderà el sig. Galeazo, posto che a Soa Majestà li piaceva di haverlo a presso. Et li ambassadori soi deputati a la Signoria non veneno, sì come havia scritto di venir; et questo perchè el Vescovo de Como, che era uno di quelli, havia habuto alquanto di egritudine; tamen a dì 23 Fevrer partino da Milan per Po et andono a Ferrara, demum a Venetia, come dirò di sotto. Ma el Re de Franza, oltra di questo, mandò a dir al ditto Duca de Milan dovesse ordinar al suo comessario a Zenoa fusse messo in ordine certe galie ivi era, perchè quelle voleva armar.
El cardinal Samallo, gionto che fo a Fiorenza a dì 3 Fevrer et honorifice ricevuto, dimandò a quelli Signori ducati 70 milia che restava haver el Roy da loro, juxta la forma di capitoli, per ben che de tutti non fusse il tempo ancora, ma li pregava volesseno concieder questo al Roy, di darli al presente, havendo grande bisogno per questa grande impresa.
Ma Fiorentini, consultato le cosse, risposeno: meravigliarsi di tal dimanda, attento prima che non era ancora el tempo, et che el terzo capitolo vuol che li sia reso Pisa, et che non solum sperano che li sia renduta, ma che stanno et sono preservati in libertà, cosa contraria di quello el Re havea promesso a Fiorentini. Unde volevano li fusse restituito prima Pisa, poi darebono la summa si hanno ubligati di dare. A la qual richiesta, monsignor Samallo rispose, che non era tempo di dimandar restitutione alcuna di lochi ch'è in poter dil Re, durante maxime questa impresa, et se non li havesse li vorebbe haver, et che provedesseno che bisognava haver li danari. Ma Fiorentini steteno pur renitenti. Et el Cardinal preditto sì mandò uno suo fio, però che ne ha tre legittimi, a Pisa per veder di aconziar le cosse, le qual era molto difficile; poi ditto cardinal in persona vi andò, se divulgava verebbe a Lucca, passava in Parmesana, et veniva a Milan a dimandar danari, poi passava a Zenoa a poner in ordene una gran armata, la qual a tempo nuovo dovesse ussir in soccorso dil Re. Quello lui seguite scriverò.
In questo tempo Don Alphonso da la cha di Este, fiul primario dil Duca di Ferrara, havendo compagnato un pezo el Re de Franza, ritornò a Ferrara, et si accordò al soldo di suo cugnado Duca de Milano, et have questo, zoè di provisione ducati XV milia a l'anno, et 150 homeni d'arme di conduta.
A Roma el Pontefice cassò tutte le sue zente, vedendo non bisognar più, et etiam quelle tenendo non poteva resister contra tanta potentia de Franzesi, et rimase solum con la soa guardia et alcuni altri, ai qual dette provisione. Et el cardinal Valenza suo fiol, che era fuzito dal Re, in questo tempo andava hora in qua et hora in là, pur ritornando in la rocca de Spoliti, et fo divulgato esser venuto a Pesaro da suo cugnato sig. Zuanne, per visitar sua sorella madona Lucretia, et vene incognito. El qual sig. di Pesaro praticava di assoldarsi con la Signoria et haver la conduta.
El cardinal Ascanio, stato a Siena et per quelli castelli, ritornò a Nepi sua terra, et il Papa più volte li scrisse et mandò a richieder volesse ritornar a Roma, promettendoli di esser in amicitia come mai, et non li saria fatto alcun dispiacer, et per una cautione li voleva dar la rocca de Viterbo in suo potere. Ma esso Ascanio non volse andar, et el Pontifice scrisse a Venitiani un Breve, fusseno mediatori a far che ditto Vicecancellario ritornasse a Roma; et cussì ancora el Duca de Milano scrivea a la Signoria preditta dovesse esser causa di pacificar suo fratello con la Santità dil nostro Signor, et poco da poi si pacificò, et per lettere di Roma se intese come l'armada di le 46 caravelle di Spagna erano passate da Hostia et andava verso Gaeta, tamen andono in Cicilia et ivi si puose.
In questo tempo a Liesena, ch'è una isola di Dalmatia, per lettere di Alexandro Barbo conte se intese come erano capitati alcuni navilii de marani et zudei et altri puiesi, i quali venivano di Puia per alozar in ditta isola, che erano forsi fameie 43, con haver assà di panni et altre supelectile; et però ditto Conte domandava licentia, si a la Signoria li piaceva fusseno lassati habitar, et per el Senato fu decreto che ditti potesseno starvi, et li fusse dato recapito, a ciò fusse fatto boni li luogi di San Marco, licet in Liesena non vi era prima zudei, tamen che non imprestasseno a usura. Et cussì fu rescritto al ditto Conte.
In l'isola de Inghilterra accadete certe novità, però che quelli populi cupidi et assueti a nuove cosse et mutatione di Re, alcuni volseno contra el re Henrico presente chiamar in l'ixola il Duca di Yorch, fo fiol dil re Edovardo[119], et nato di casa di Bergogna, el qual alias fu privato dil regno di Anglia a cui aspettava. Il modo, che è bellisimo lezer, nel libro terzo intenderete come fo discaziato. Or questo con aiuto dil Re de Romani et Archiduca di Bergogna voleva passar su l'ixola et si preparava. Ma el re Henrico li mandò 8 nave contra, di le qual tre li rebelarono et teneno dal predetto Duca de Yorch. Quello poi seguite, per esser lontano da noi, molto più avanti intenderete.
A Costantinopoli seguite che alcuni de soi Cadì o vero preti andò predicando publice la conversione a la fede de Christo, o sia a un novo propheta, dicendo quella di Macometto non era vera fede ma falsa, unde molti Turchi andono dal Signor dolendosi di questa comotione, tale che se non si provedeva a questo, el suo stato saria disfatto et la leze di Macometto penitus dispersa. Unde el Signor ordinò fusse questi tal menati a la soa presentia, et ivi fece far una disputatione con li soi primi in la leze, et questi gagliardamente disputò la fede tenivano esser bona. Unde el Signor li fece dar alcuni tormenti, a ciò si tolesseno zoso, et confessasseno la causa per che dicevano questo. Et alcuni di loro dubitando di morir, domandò perdono; tamen zerca 12 di questi steteno fermi in la sua opinione, dicendo non volevano per paura dir contra quello che Dio li havea inspirati a dir e contra la verità. Et non potendo el Signor farli tornar a la fede, comandò che vivi fusseno brusati, et cussì fo fatto. Et questo per mercadanti nostri venuti de lì hebi relatione; et pur volendo meglio investigar come fo, intesi esser stato questo za alcuni mesi, et che volevano instituir nova leze, et contra la maumetana, et non predicava la fede de Christo, licet quomodocumque res se habet questo fo a Costantinopoli.
Li arsilii sotil, dovevano andar in Candia et a Corphu nom. XV per armarsi, si partì di questa terra et andò a bon viazo. Etiam li arsilii andava in la Morea a tuor Stratioti.
A Napoli Paulo Trivisano cavalier ambassador veneto ritrovandosi, con molta fatica expediva lettere a la Signoria però che li corrieri per la strada erano spogliati, toltoli le lettere, et ritrovate in zifra pur erano restituite. Si ritrovava ancora ivi Marin Gritti consolo de Venetiani, et etiam Zuam Bragadino, di Andrea fiul, mercadante, el qual etiam di molte nuove advisava la Signoria. Or per lettere di 7 Fevrer se intese za era partito re Alphonso et andato in Cicilia, et re Ferando novo tornato in campo: rimasto adoncha al governo la Raina et don Fedrigo. Et Napolitani erano malcontenti ritrovarsi in quella terra, tamen da poi el metter a sacco de zudei non era seguito alcun rumor. Molti andavano a Yschia, che è una ixola mia 18 vicina, pur dil Re, a tuor caxe ad affitto, la qual fortezza si faceva riconzar et fortificar. Et ditto ambassador fo in colloquio con don Fedrigo, el qual molto si dolse di la sua fortuna, concludendo non vi era rimedio più a caxa di Aragona, nè a resister a la potentia di Franza et loro prosperar, però che non solum erano assà et disposti a loro danni, ma che ancora italiani li faceva più guerra che Franzesi; però che Colonnesi, Savelli, Vitelli prefetto di Roma li erano contrarii; che 'l sig. Ludovico, adhuc duca de Milano, havendo tossicato suo nepote et tolto quel stato contra ogni ragione, essendo strettissimo parente dil Re suo, insieme con el Duca di Ferrara fo suo cognato, li erano nemicissimi; che Fiorentini, Zenoesi, Senesi, Lucchesi, Pisani et altre comunità non solum volevano la sua distrutione, ma che con i suoi danari li faceva guerra; che Cardinali etiam venivano a la sua ruina; che el Pontifice li deva passo et ogni cosa che 'l dimandava; conclusive che Italia et non Franza al pover Re li faceva guerra. Et ancora che la Signoria, la qual sola non se impazava, per ben che non facesse dimostratione di aiutar el Re de Franza, tamen che non dando li soccorsi dimostravano tacite di esser contenti che Franzesi acquistasse quel Regno, et che li haveva dato gran reputatione li do ambassadori venuti con ditto Re, et che Venitiani fevano grandissimo mal, perchè sua era la festa et poi nostra sarebbe la vizilia: maxime havendo Franzesi la Puia, che sul colpho dominava el mar, comemorando la benivolentia grande di la bona memoria dil Re suo padre con questa Ill.ma Signoria; concludendo non era possibile resister, maxime ancora havendo ne li populi molti anzuini, nisi Dio non movesse gli animi de Signori Venetiani a volerli aiutar, tamen che la Majestà di re Ferandino et lui erano disposti di voler prima morir che veder sì bel regno in le man de Franzesi. Pur tuttavia pregò scrivesse a la Signoria dovesseno far qualche provisione, licet sarebeno tarde, la qual cosa mai per Venetiani fo voluto far, se non veder di metter paxe et starsi neutrali. Tamen poi tanto fonno le insolentie galliche, che conveneno impazarsi, et quelli chazioe de Italia, come scriverò più avanti.
Di l'aquisto di San Zermano per Franzesi.
A dì 12 Fevrer, monsignor di Mompensier capetanio di parte di le zente franzese, intendando di certo che in quelli zorni el campo aragonese, di squadre 40 et 4000 fanti, era partito di San Zermano et tiratosi verso Capua, tamen pur ancora ivi era restato qualche zente a custodia, se partì da Varoli con 600 lanze e 5000 pedoni, et andò a Pontecorbo, dove fu benigne ricevuto per essere terra di la Chiesia; poi andò verso San Zerman, et li custodi senza aspettar altra bataia liberamente li aperseno le porte di tanta fortezza et passo primo di Reame. Et cussì introno dentro, et inteseno che re Ferando, quando si partì di qui, comise a li custodi non dovesseno resister, ma che facesseno quello havia fatto. Et intrati che fonno dentro, Franzesi intendendo che el conte di Petigliano con alcune squadre fuziva a Capua li dete driedo, assà chariazi preseno in le coazze (le code, la retroguardia) con alcuni presoni soldati; tamen el Conte andò in loco salvo, e loro ritornò. Et poi la persona dil Re a dì 13 venne a Pontecorbo, demum a dì 14 intrò in San Zerman. Li andò contra la chieresia, però che ivi era una bellissima Badia in comenda al cardinal de Medici, dà de intrada ducati 3 milia a l'anno. Or el populo, et puti vestiti di bianco con rami de olive in mano cantando el Te Deum laudamus, et Benedictus qui venit in nomine Domini, et sotto una ombrela con grandissimo triumpho quello fo menato in la terra. E li ambassadori veneti si andono a congratular con Soa Majestà dil felice principio, di esser comenzato a intrar in Reame. Et quivi subito el Re con li suoi consultò qual via havesse a tenir. Adoperavano molto li disegni. Erano in dubio di tre vie, o di Capua o di Aversa o di Napoli. Ma in questo mezo Franzesi non stavano a dormir, andavano per tutti quelli lochi, e molte terre et castelli aquistono senza desnuar spada, ma presentadi levaveno le insegne dil Re preditto. Adeo continuamente veniva nuova a Soa Majestà che havevano li sui habuto qualche fortezza. Le qual per esser assà, li nomi quivi non mi extenderò di scriver, ma unum dicam che il pover re Ferandino a dextris, a sinistris et in facie havea Franzesi, li quali erano per circondar la città di Napoli. Et monsignor di Mompensier et monsignor de Obegnì molto si faticava, araldi regii andavano a torno dimandando le terre da parte di Dio et del Roy, et quelle havevano. Tutto l'Apruzo era aquistato al Prefetto. Colonnesi et altre zente franzese attendevano ad aquistar in Terra di Lavoro. Filippo monsignor ritornò dal Re, el qual era stato a Roma come ho ditto, et fo chiamato per haver el suo conseglio, etiam mandò per el cardinal San Piero in Vincula era a Grota Ferata che ritornasse per esser a parlamento con Soa Majestà.
Le zente franzese parte andavano a Roccasecca, et loro volendosi tenir forte li deteno una battaglia, tamen poi l'haveno a patti. Ancora uno altro loco di la Raina chiamato Sulmona aquistono, dove era el Cardinal di Aragona con tre baroni Aragonesi, et poco mancò non fusseno presi, ma fuzino a Napoli. El Prefetto era zonto in l'Apruzo con 150 homeni d'arme e 2000 fanti, et feze molti danni, et dimostrò grande inimicitia a casa di Aragona.
Ma intrato che fo el Re in San Zermano, fece far uno edito che tutti li fora ussiti di qualunque grado et conditione se sia, et etiam li bandizati libere poteseno ritornar a possieder li loro castelli, lochi et signorie, case et possessione in Reame, e per tutto el regno de Napoli, et cussì tutti li baroni, secondo che come possedevano al tempo di la raina Zuanna, et non a tempi di Ferdinando di Aragona et successori, el qual tyrannicamente et indebite havia possesso ditto Reame, et che convenisseno da Soa Majestà a tuor le investisone, che libere li prometteva di far. Ancora per gratuir quelli habitanti di San Zermano, li fece liberi et exempti perpetualmente di ducati 1500 erano ubligati a dar annuatim al re di Napoli, et li assolse di una altra ubligation havevano per anni 25 tanto, et cussì in molti altri castelli et terre levò angarie, facendo assà privilegii de inmunitade, come al loco suo sarà scritto.
Ancora a Colonesi, zoè al sig. Prospero et Fabritio Colonna, per esserli stati fidelissimi, li donò alcuni castelli vicini a li soi, zoè el contado de Fondi, per gratuirli de soi benemeriti et beneficii ricevuti, et li fece privilegii et investisone. Etiam al Prefetto donò tutto el stato dil Marchese di Pescara, ch'è quel Monte Santo Joanni et altri castelli. El qual Marchese era con Ferando, come ho scritto.
Ad Aquilani fece molti privilegii, sì de exemptione quam di altro: et in questi zorni Aquilani fece stampar una moneda di rame da spender a menudo, la qual da una banda era una crose con lettere a torno: Civitas Aquile; e da l'altra 3 zii (gigli) con la corona, et lettere a torno: Carolus rex Francie. Et cussì concesse che Aquilani potesse stampar ditta moneda; tamen in Napoli lui non stampò niuna moneda.
Et essendo venuti ambassadori a Soa Majestà dil Re de Romani et dil Re di Spagna, a ciò non facesseno questi Re qualche novo pensier contra di lui, come feno, deliberò di mandarli sui ambassadori, sì in Spagna quam al Re di Romani; et a ciò fusseno più presto, scrisse a suo cugnato monsignor di Borbon, rimasto governador in Franza, dovesse mandar al Re di Romani monsignor de Busagia (Du Bouchage) nominato di sopra, era lì in Franza rimasto al governo di suo fiol, et li mandò la commissione, et etiam che uno altro barone vicino al Re di Spagna, di quelli stavano in Linguadoca andar dovesse a ditto Re et Raina di Spagna, notificandoli la sua imbassada, et cussì fece, ma tanto steteno ad andarvi che poi non fonno a tempo di reparar a quello voleva. Ma li ambassadori di Spagna, come ho ditto, tornati che fonno a Roma, non havendo habuto la commissione di andar al Re di Romani, mandono a dimandar al Re de Franza salvo conduto di poter andar a Napoli a visitar la Raina sorella di loro Re, et poi che havrebbeno fatoli reverentia volevano passar in Cicilia e tornar in Spagna. Ma el Re non volse per non dar reputatione a Ferando. Quelli veramente di Maximiliano, uno rimase a Roma et l'altro ritornò in Elemagna a referir la sua imbassada; li quali oratori, a ciò el tutto chiaro se intenda erano questi, D. Zuan Bontemps, texorier di Bergogna, et D. Petro Gialon avvocato pur di Bergogna.
Di la venuta de quattro ambassadori dil Re di Romani a Venetia.
Intendando a dì 15 Fevrer la Signoria come erano zonti 4 ambassadori dil Re de Romani a Trevixo, venivano quivi per consultar gran cose, venuti per la via di Feltre con cavalli 55 e pedoni 25, et da Thoma Mozenico podestà et capitano a Trevixo fonno honorifice ricevuti, et venuti di longo a Mestre, per Zorzi Zorzi era ivi Rettor li fo usato le debite parole, et quivi steteno alquanto a dimorar. Per honorarli, essendo Domenega, fo dismesso Gran Consegio, che ogni Domenega si assueta di far, dove si fanno li officii et rezimenti. Or mandono 70 patricii senatori, tra li qual molti cavalieri et dottori, incontra con le soe barche fino a Margera, ch'è mia cinque lontano di Venetia. Ancora vi andò contra l'ambassador di Napoli et la fameglia del Legato Apostolico, però che lui era ammalato. Altri oratori de Franza, Spagna, Milano et Ferrara non vi andono. Et zonti ditti oratori, li fo fatto per uno dottor una oratione, come erano mandati dalla Ill.ma Signoria per honorar quelli; et poi a San Secondo montati ne li piati ducal, perchè per le acque non havevano potuto andar più avanti, veneno per el Canal Grando fino alla Zuecha, alozati in cà Marcello a presso la chiesa di San Zuanne Battista, dove li era benissimo preparato. Et zonti che fonno, li andono a visitar l'ambassador de Milano insieme con quello di Mantoa, excusandosi non erano venuti contra perchè erano stati tardi; poi etiam li venne a visitar l'ambassador de Spagna che era alozato in cà Diedo ivi vicino. Et usate in piedi le debite accoglienze, ditti oratori tolseno licentia. Quello di Franza per quel zorno non andò, ma ben l'ambassador de Napoli ritornò a conferir con questi alcune cose, et questi come disseno aspettava la commission dil Re loro, la qual di hora in hora dovea zonzer. Et però non volevano il Luni haver audientia, ma ben el Marti. Questi oratori erano: primo lo Episcopo di Trento chiamato Hodolrico de Letistaner (Udalrico di Lichtenstein); el resto Zuan Graidener (Gredner) preposito di Brexenon, et li altri do baroni cavalieri de Ispruch, conseieri et governadori dil Ducato de Austria, zoè Lunardo Felz (Vels) et Gualtier de Stadia (Stadion); da quali se intese come la Majestà dil Re de Romani essendo in Antorff, terra a presso Anversa, a li confini di la Bergogna..., li baroni dil ducato preditto, zoè el Duca di Goler, lo Episcopo de Lexe o vero Leodiensis, et el conte Ruberto de Arburs havevano rebellato al ditto Duca, et facevano gran danni, non volendo star contenti di l'accordo haviano fatto; et che Maximiliano preditto atendeva a conzar ditte cosse; le qual erano state cagione di la indusia faceva di la dieta si havea a far a Vurmes, terra franca in Elemagna bassa sopra il Reno tra Magonza e Spira a presso a Colonia, la qual al tutto voleva far a dì 12 Marzo, et poi venir in Italia per andar a Roma a coronarse; et che tutte le terre franche erano disposte di far ogni cossa in augumento di l'imperio et di soa Cesarea Majestà.
Et poi adì 17 fo el Marti, secondo l'ordine dato, volendo venir a la Signoria, fo mandati a tuor per molti cavalieri et degni patricii dil Consiglio di Pregadi; et questi veneno vestiti di negro per la morte di l'imperatore. Prima lo Episcopo con una vesta longa di zambeloto negro, et uno becheto di zendado a torno el collo, perchè cussì fa li episcopi in Elemagna, senza rochetto; poi lo Preposito, con una vesta di veluto negro, et questo havea la lettera credential in mano. Et i altri do baroni pur vestiti di veludo negro, con collane d'oro al collo. Et era ancora in questa terra za più anni uno che za fo ambassador di ditto Re di Romani quivi, et etiam ancora expedisce alcuna cosa, et questo fo el quinto, etiam per la morte di l'imperatore vestito di negro. Poi sequiva altri todeschi, pur vestiti lugubri, homeni de conditione, videlicet Francesco Sbroiavacha, Trando cavalier, Joane Baincher, Jacomo Tropo, Vio da Torre, lo Stainer, Zuan Ripar dottor et X altri zentilhomeni alemani, poi il resto di la fameglia. Era in palazo assà brigata per vederli venir; ma a caxo in quell'hora zonse ivi uno messo dil Turcho, el qual subito volse andar a l'audientia. Li venne contra el Prencipe con la Signoria et, posti a sentare, per quello proposito chiamato domino Joanne Graidener, el qual alias fo qui Rettor di scolari a Padoa, presentato la lettera, expose la sua imbassada; la qual conclusive fo che erano venuti vedendo el prosperar faceva el Re de Franza in Italia, per voler intender l'opinione di questa Signoria, si volevano far provisione, perchè el suo Re era apparechiato a far ogni liga etc. Et el Prencipe juxta el consueto, li rispose: fariano consultatione con loro consegli. Et ditti oratori dimandano presta risposta che 'l bisognava. Stavano a spexe de San Marco; et fo provisto de darli ogni zorno ducati diexe erano con boche ordinarie. Or mons. di Arzenton, el zorno da poi veneno, li andono pur a visitar, et fece le debite accoglienze. Et non molto da poi ditto mons. di Arzenton, andato uno zorno in collegio, perchè saepius andava per cose acadeva al suo Roy, come fevano però tutti li altri oratori, et considerando esser venuti questi oratori elemani, vi era ancora quello di Spagna, uno zorno andò alla Signoria, et disse pregando el Prencipe li volesse advisar la cagione di la venuta de ditti oratori, maxime questi de Maximiliano et tanti: che si eran cose pertinente a confini di la Signoria lui non voleva zercar, ma si cosa fusse che dimandasseno o volesseno contro la Majestè dil Roy, li volesse farglielo intender per poter advisar el Re, a ciò intendesse el tutto; la qual cosa credeva che Soa Serenità la farebbe volentiera, per la bona amicitia era con il suo Roy. Al qual per el Prencipe li fo risposto sapientissimamente; et che erano venuti per cose appartenente a loro; etiam per visitarsi, secondo la bona amicitia nostri teniva con tutti, maxime con el Re di Romani et Re et Raina di Spagna. Et ditto Arzenton disse era da judicar cussì, che ditti ambassadori era venuti a qualche gran fine de sì lontane parte, et cussì come el suo Roy lo teniva lui, et maxime quello di Spagna venuto 1500 mia, tamen poi che non poteva intender, era contento di quello piaceva a la Signoria. Queste parole uxoe, perchè in Venezia pur si parlava che questi ambassadori volevano far liga, zoè Maximiano, re di Spagna et la Signoria; altri diceva etiam el Pontefice, altri el duca de Milano per conservation di loro Stadi: et di questo molto se mormorava: tamen inter patres Senatus erano queste pratiche molto secrete, et Venetiani erano pur in gran reputatione. Sì come scrissi di sopra, a dì 17 Fevrer zonse uno brigantin venuto in 6 zorni da Ragusi in qua con uno messo dil Turco, venuto prestissimo, et era 17 zorni mancava di la Porta dil Turco. El qual, senza dismontar altrove, volse dismontar al ponte di la Paja, et andar di boto a la Signoria, et andava dicendo voleva star solum 3 zorni in questa terra, et ritorna con la risposta, et havea do colli con lui. Questa venuta parse molto di novo a tutti, et stevano con desiderio de intender quello voleva. Et dete che pensar a molti, ma poi intesa la cosa non fu nulla di momento. Questo presentò lettere dil suo Signor in Collegio, le quai diceva come havea habuto molto a mal, che el Signor di Senegaia havesse fatto sì poco conto di lui, di tuorli li ducati 40 milia mandava al Papa; e che la Signoria, per la bona paxe havea con lui dovesse far ogni cossa che li fusse resi, et dimostrar di aver habuto molto a mal, non tanto per la quantità di danari, quanto per suo honor, perchè li era fatto disprecio, el qual voleva esser bon amigo nostro, concludendo se dovesse far el tutto, a ciò si recavasse ditti danari. Ma el Prencipe li dimostrò bona ciera, et disse li risponderia; et che la consuetudine di questa terra era di non far alcuna risposta senza il suo Consegio, et che manderia per lui quando havesseno consultato. Et fo messo ad alozar a l'hosteria di la Serpa ivi a San Marco, et poi rescrisse al Signor Turco che havevano recevuto la sua lettera etc., et che non essendo el prefato Signor di Senegaia nostro homo, per haver l'Avosto passato compito la soa ferma, non li potevano far altro; come li havia mandà uno secretario et non voluto più darli soldo; et che al presente era fatto homo dil Re di Franza; et che non si poteva più: ma si fusse stato sotto il loro dominio, senza questa lettera, per la bona paxe si havea, harebbono provvisto in tal modo, che tutti li danari saria stati resi et lui castigato. Et ditto messo fo vestito di scarlato, datoli ducati 25, la littera la qual vidi, et la mansione quivi sarà posta, ritornò a Costantinopoli.
Ill.mo et Exc.mo Domino Bayesit magno Admirato el Sultano Musulmanorum, Augustinus Barbadico Dux Venetiarum etc., salutem et honoris ac gloriae felicia incrementa. Et cussì scriveno nelle lettere al ditto Signor Turco.
Per lettere venute da Costantinopoli de mercadanti de dì 19 Zener, portate per il prefato messo, se intese come ivi non si rasonava altro che dil Re di Franza, et erano in grandissimo spavento, et che el Signor faceva conzar 80 galie, et che erano zonti 700 calefai et marangoni forestieri per riconzarle, et havia ordinato grande exercito per terra, mandato a fortificar i Dardanelli, Negroponte, Garipoli et la Vallona, et che molti Bassà havia parlato con ditti mercadanti nostri, che el Signor saria contento ritornasse Baylo ivi come prima; che l'era zonto uno secretario dil re Alphonso dimandando soccorso, et che 'l Signor li havia ditto a tempo novo vegneria potentissimo a soccorrerlo, et che ditto secretario exponeva che Zenovesi erano stati causa de questo; perchè a Zenoa si havia fatto l'armada; unde confortava el Signor che 'l levasse le trate a Zenoesi, a ciò non fusseno più mercadanti ne li loro paesi, et che mandasse a l'ysola de Scyo, ch'è di Zenoesi, armada, et quella tuorla; la qual cossa facendo saria caxon che Zenoesi non sariano più propicii al Re di Franza. Se intese ancora come Turchi havevano habuto una gran rotta a li confini de Hungari, et che intendevano de lì el re Ladislao de Hungaria medemo voleva venirli contra, et el Signor era molto di malavoia, et era quasi de opinione de andar in persona, ma inteso poi esso re Ladislao non veniva, etiam lui non si mosse, ma mandò alcuni Bassà, tamen havia lassato andar uno ambassador hungaro, el qual lo havea tenuto 5 mesi in custodia, et insieme con do soi ambassadori mandavano a ditto Re de Hungaria per pacificar le cosse et poter attender di qua.
Ancora per lettere di Corphù di Alvixe Venier baylo et capetanio se intese che Turchi erano in grandissima paura dil Re de Franza, et che non volevano habitar più a le marine ma fra terra. Le artegliarie et bombarde grosse dil Signor Turco, era a la Vallona, le havea fatte condur a la Geniza fra terra, et per lettere dil Capetanio zeneral se have come a Lepanto, Coron, Modon et Napoli di Romania, che sono terre in la Morea, havia fatto li stratioti, et quelli scritti erano homeni valorosi, et da farne grande extimatione, et stavano desiderosi aspettando di passar di qua, per lassar qualche fama di loro.
In l'ysola di Cipri accadete cossa assà notoria; la qual ysola è di la Signoria di Venetia, venuta sotto suo dominio mediante uno patricio chiamato Marco Corner cavalier et primario senatore, el qual una so fiola Catharina ne l'anno di Christo 1472 maridoe in el re Jacobo de Lusignano, fo fiol di re Jano bastardo, el qual del 1458 con aiuto del Soldan si fece Re di quella ysola, et scazzò Ludovico fiol dil Duca di Savoia, et maridato in Carlota fiola legittima, et herede instituida dal padre nel ditto reame. El qual Ludovico con la muier fuzite in Italia. Ma maridato ditto re Jacobo in questa donna venetiana, adoptata in fiola di la Signoria, venne ne l'anno 1473, 6 Luio, a morte, et lassò herede la muier et quello lui partoriva, perchè era gravida, et nacque uno fiol, vixe aduncha poco. El reame rimase in governo di ditta madona Catharina raina, et la Signoria la tolse in protetione. Demum ditta Raina partì di quella ysola, et venne a Venetia, dove honorifice dal Prencipe et Senato fu onorata: li andò contra a Lio con el Bucintoro pieno di donne, che fo bellissimo veder; poi li donò uno castel in Trivixana, chiamato Axolo, et hebbe di provisione annuatim in tutto ducati 8 milia; et questa qui hora a ditto castello con le soe donzelle habitava, honorata come Raina; et suo fratello Zorzi Corner per il Prencipe nel Bucintoro venendo fu fatto cavalier. Et partita la Raina di Cipri, elexeno nostri li Rettori et levono San Marco, retrovandose ivi Capetanio Zeneral di Mar Francesco di Prioli; et demum da il Soldan ottennero privilegii et confirmatione di poter possieder ditto Reame. Piero Diedo cavalier orator, el qual era al Chaiaro, morite. El qual regno di Cipri è tributario al Soldan, et chiamasi Re etiam di Jerusalem. Or in questo tempo retrovandossi ivi uno certo Cercasso, el qual vene in fantasia al Soldan che 'l fusse suo fratello, però che tutti li Soldani convien esser stati schiavi, et non de veri Mori, et però mandò una lettera a quel rezimento de Nicosia per uno suo mamaluco pregando volesse mandar ditto Cercasso, et loro risposeno. La copia di la risposta, licet non sia al proposito gallico, pur, per esser accaduta in questi tempi, ho deliberato qui ponerla. El qual Zuanne Cercasso partite de Cipri et zonse a Damasco per andar a Chaiaro, dove da quelli Signori di Damasco, Armiragio etc., fo honorifice ricevudo, presentado et fattoli grande honor. Et poi di longo da suo fratello Soldan andò.
Copia di una lettera scritta al S.re Soldam per el rezimento de Nychosia per Saramanth mamalucho in moresco translatata de latin a dì 25 Zener 1494.
Al nome de Dio misericordioso.
El se inchina a la terra a la presentia del Sig. Soldam ecc.
L'è stado da nui el mamalucho vostro Saramanth, ne ha portà una vostra lettera de la vostra Porta, che dice V. S. che se mandi a le vostre juste Porte un tal che si chiama Cerchasso, che la tua Signoria dise che xe tuo fradello. Per lo amor de la voluntà del sig. Soldam, e la longa e vechia amicitia che è tra V. S. et la nostra, havemo dato libertà et messolo in libertà el ditto Cerchasso, se 'l vol venir con el ditto Saramanth vostro mamalucho e con el messo. Havemo fatto quello havemo possuto per amor de V. S.; tutto quello vi bisogna et honestamente possamo far faremo. Dio mantegna la V. S. et ve dia longa vita. De Cypri a dì 17 dil suo mexe ditto Mosafar.
Zuan Donado Luogotenente
Lorenzo Contarini et
Zuan Ruberto Venier
Conseieri de la Ill.ma Sig.ria di Venetia de Cypri
A dì 26 Fevrer, de mandato di la Signoria se partì de qui per andar a Roma ambassador, in loco de Paulo Pisani repatriava, Yeronimo Zorzi kav. che fo Avogador de Comun; el qual a dì 30 Ottubrio nel Conseio di Pregadi era sta creato a ditta legatione, et fece la via di Ferrara, andando per Po, et portò lettere credentiali al Duca, et honorifice fo ricevuto; demum andò pur per Po a Ravena, et ivi montato a cavallo passò per Rimano, Pesaro et Urbino, seguendo el suo camino per la via di Romagna: questo perchè per la Toscana non si poteva securo andar, per le novità di Fiorenza et Pisa, et però fo necessario di far tal via. Et zonse a Roma a dì 7 Marzo: li venne contra molti prelati et familie de cardinali, et andato insieme con Paulo Pisani kav. a l'audientia a la presentia dil Pontifice, notificando come era venuto per star a presso Soa Beatitudine, et fece una oration latina juxta el solito, et el Papa ricevuto aliegramente, et steteno insieme col Pisani alcuni zorni. El qual subito andono, sì el Zorzi a visitation quam el Pisani a tuor licentia da rev. Cardinali. Et a dì 20 ditto el Pisani partì di Roma, et zonse a Venetia a dì 9 April, et intrò Savio di Terra Ferma, che era sta creato mentre era a Roma, et do zorni da poi intrò Avogador di Comun, etiam essendo in camino fo designato, come dirò di sotto.
In questo mezo el cardinal Samallo tornato a Fiorenza, et sollecitando al tutto di haver danari, et a la fine Fiorentini li detteno ducati 40 milia, et pregono Soa Signoria volesse conzar le cosse di Pisa, le qual erano disperate, et perchè Pisani volevano star in libertà, et Fiorentini li voleva sottoponer. Or mandò questo Samallo a Pisa Johan Frances, general di Bertagna, era venuto lì in Fiorenza in luoco di mons. di la Ruota, che il Re lo mandò a Milano, et andò cussì a Pisa. Et Fiorentini havevano za zente in campo, et havevano preso alcuni castelli de Pisani, che se difendevano con aiuto de li convicini, come ho ditto di sopra. Et in questi zorni fonno a le man; pur Pisani rimaseno di sora. Et in Pisa era intrato, mandato per il Duca de Milano, Lucio Malvezo, et Pisani lo fece suo capetanio, et li mandò 12 milia ducati, fenzando che Zenoesi li mandasse. Or ditto Mons. andato ritornò in Fiorenza, dicendo non havea potuto far nulla, perchè Pisani volevano libertà, et haveano creato Pisani li soi ufficii, li 8 anciani et confaloniero, el qual el primo, da poi che si redusseno in libertà, fo uno Andrea Lanferduzi, et per giornata mettevano ordine al loro governo. Et monsig. Samallo, mandato li danari al Roy, partito di Fiorenza, ritornò a Roma, demum a Napoli, che za el Re era intrato, come scriverò di sotto.
In questo tempo di carlevar venne a Venetia, privato et senza pompa, el sig. Francesco di Gonzaga marchexe di Mantoa, el qual compiva la soa condutta havea con questa Signoria, et benchè fusse pratico, prima di rafermarlo nel pristino soldo, per el Collegio, al qual fo commesso libertà di doverlo condur, et menava tal pratica uno suo zerman cusino, fiol del sig. Zuan Francesco di Gonzaga, chiamato domino Febus di Gonzaga, el qual andava saepius a Mantoa et tornava qui con la risposta, licet fusse etiam il suo oratore Antonio Triumpho in questa terra. Or ditto Marchexe zonto, andò la mattina in Collegio offerendosi voler servir a questo Stato con che condition pareva et piaceva a questa Ill.ma Signoria, et che era dimostra la sua fede et devotione portava a San Marco, et cussì fo confirmato per anni cinque, et cressutoli di condutta ducati 14 milia a l'anno, ita che vien haver ducati 44 milia, et si obbliga di haver con lui a suo soldo el sig. Redolpho di Gonzaga, fratello fo di suo padre, con condotta de cavalli 500, el qual alias, al tempo di la guerra di Ferrara, fo nostro soldato et fidatissimo, intendendo esser compreso in ditti ducati 44 milia, de li qual esso Signor li dà al ditto suo barba ducati 6 milia a l'anno de provision, et cussì fo contento esso sig. Rodolpho. Et a dì 23 Fevrer nel Consejo di Pregadi fo confermato, con promissione che bisognando andar in campo a ditto Marchexe, si provederia de darli degno et honorato titolo, secondo la sua conditione; la qual cosa sopra tutto desiderava, come ebbe da poi. Et oltra di questo fo confirmato el sig. Pandolpho di Rimano in la sua condutta, et cressutoli soldo, ita che tegni 100 homeni d'arme; et Veneti li danno ogni anno ducati 8000, et questo per anni do, et che compiti 6 mexi da poi non possi venir contra di loro. Et accidit che in questo medemo zorno che fo confirmato, Antonio Cochiaro de Lugo, detto Medico, era qui suo ambassador, licet verum fusse etiam el conto Ludovico Boschetto, et stato za do anni orator, la matina vestendose cade quasi morto, et poi la sera expirò, che mai potè parlar. Unde a dì 25 ditto, jubente Senatu, fo portato a sepelir per la piaza di San Marco, con tutte congregation de preti, canonegi, et scuola di San Marco, et assà torzi, et fo sepelito a li Frati menori, et fatto questo exequie a spese di la Signoria, per honorar quello cui rapresentava. Et l'altro ambassador rimase qui; demum non molto da poi ritornò a Rimano, habuto danari per far metter el suo Signor in ordine, el qual Signor di Rimano è zenero dil magnifico Joanne Bentivoi. Or a la descritione dil Re de Franza et suo operare veniamo.
Dil felice prosperar dil Re di Franza in Reame et fuga di Ferandino.
El Re de Franza, el qual il lassamo in San Zermano, a dì 17 Fevrer venne a uno loco chiamato Thiano vicino a Capua mia 3, et in quello intrò senza altra movesta con le sue zente. Ma ritorniamo a re Ferandino, el qual partite di San Zermano per venir a intrar in Capua con squadre 50, fanti 4000, et 2000 fanti altri paesani, che don Fedrigo li haveva mandati in suo augumento, poco mancò ditto re Ferando non intrasse in la terra, però che mons. de la Guisa con altri capitani et franzesi lo seguitò fino a presso le porte di Capua. Or, intrato in Capua el Re, li cittadini li disseno come li sariano fidelissimi, ma che non havendo Soa Majestà forza bastante a resister a tanta furia, meglio saria dovesse andar con le sue zente in Napoli, et lì fortificarsi, et che non erano disposti Capuani di haver danno nè guasto, dolendosi de la fortuna dil Re: unde, considerato questo, Ferandino disse a Capuani: Io voglio andar a Napoli, et menerò con mi tanta zente, che haverete da potervi difender, et se non vegno et ritorno doman dopoi disnar, che sarà a dì 18 ditto, ex nunc vi do licentia, fate quello acordo vi piace con il Re de Franza. Et si partì.
A dì 16 ditto, zente franzese intrò in la città di Gaeta, la qual si rese et li aperse le porte; ma la roca o vero il castello si tenne assà zorni; dove era a custodia uno fio di mons. Piero Branet fo tesorier dil re Alphonso, et uno contestabele chiamato Tutto et mondo albanese. Questa è terra a la marina, mia 20 lontan da Teracina, fo edificata cerca anni 1200 avanti lo advenimento di Christo da Enea troiano in memoria de Caieta soa bayla, sì come scrive Virgilio nel principio dil sesto di l'Eneide: ha uno bellissimo porto, ornata de fonti, cedri, mele, aranci, limoni in abondantia. È terra picola ma fortissima, et za Zenovesi la dominono et la derono al duca Felippo de Milan. El castello è inexpugnabele. Ha un gran borgo la terra, e il castello è in cima di uno scoio a colo di la montagna situato. Lo borgo abraza lo porto, a modo di uno mezzo arco. È terra amenissima, piena de zardini, et è lontana di Sessa mia 20, ha una via salizata fino a Teracina. El castello, è da saper, da l'onde marine è batuto. A l'incontro è uno altissimo monte tondo, in la summità dil qual è una antica torre di gran circuito, ben fabricata, di grosse piere, grossa di mure 12 palme, et le piere alcune longe 12 palme. Dentro è una altra torre, partita in 4 camere con altissimi volti, in do di le qual si trova aqua suavissima, che di pioza si distilla per quelli volti et muri, et si fa purgatissima. Sopra la porta è una piera de marmo con lettere: Lucius Numancius etc. Et questo basti quanto alla descritione de Gaeta.
A dì 17 el sig. Virgilio Orsini conte de Petigliano, et Zuan Jacomo di Traulzi, erano al soldo dil re Ferando, essendo a Capua, dapoi partito el Re, sachizato la cavallaritia et vardarobba dil Re, se ne fuzì a Nola mia 12 lontan da Napoli. È città grande come Vicenza, è di uno Conte. Et Zuan Jacomo preditto, habuto salvo conduto dal Re di Franza, venne a trovar Soa Majestà a Thiano, et questo perchè el Re havea mandà uno suo araldo a Capua a dir che se dovesse render, per venir a la soa obedientia. Or questo Traulzi expose al Re tre cose. La prima che el sig. Virgilio Orsini conte di Petigliano et lui si recomandereno a Soa Majestà, pregando quella le volesse accettar ne la so gratia, dimandando perdono che et havevano fatto come fidati soldati. La seconda che Capuani erano desiderosi di la sua intrata, et che se volevano dar. La terza che el re Ferandino voleva, piacendo a Soa Christianissima Majestà, venir a domandarli perdono, perchè non voleva resister, et che non voleva haver altro che qualche terra lì in Reame da poter habitar. Et queste parole fo avanti che si partisseno da Capua, et è da considerar che re Ferando lo mandasse. A le qual richieste el Re de Franza rispose. A la prima che venendo quelli ditti di sopra, li teniria per boni amici, et li perdonava ogni offesa. Zerca a Capua che, venendo voluntarie sotto la sua corona, li haveria per carissimi. A la terza che Ferando venisse da lui, che da mo li faria bona ciera, provedendolo di stato, a ciò el potesse star condecentemente, ma che non si pensasse di haver pur una casa in Reame, et che questa era ferma la sua opinione, unde Traulzi ritornò per dar risposta al re Ferando a Capua, el qual era partito per Napoli, come ho ditto di sopra. Et questo vedendo, ritornò in campo dil Re di Franza, et si fece suo homo.
A dì 17 Fevrer, come ho ditto, re Ferando venne a Napoli con alcuni di soi in sua compagnia, et chiamò li primi et principali, et li fece una oratione exortatoria, pregando si volesseno tenir almanco zorni 15. Et Napolitani pur li promesseno gran cosse, tamen fecero tutto al contrario. Et subito el Re in quella sera medema partì per ritornar a Capua, per dar.... a le soe zente. In Napoli era don Fedrigo al governo.
Ma el Re de Franza si veniva proximando verso a Capua, et venne a uno loco mia 4 luntano, per la qual cossa le zente Aragonese havendo aspettato el suo Re ritornasse di Napoli, mandono do soi dal Re de Franza, et tutte andono fuora et se disciolse chi in qua chi in là, ita che per tutto el Reame andono fuzendo. Et Capuani vedendo che Ferando a l'hora ditta non era ritornato, se reduseno a consiglio, et deliberono de mandar soi ambassadori al Re de Franza, offerendoli la terra et fermar alcuni capitoli, et licentiono el resto di le zente aragonese ivi si ritrovava. L'Orsini et Petigliano andono a Nola, come ho scritto di sopra. Et a dì 18 el Re de Franza mandò mons. de Obegnì et el sig. Prospero Colonna in Capua per fermar li capitoli con quelli di la terra, tamen avanti fusseno conclusi, in quella sera medema de dì 18, Franzesi zerca X milia introno in Capua. Etiam li nostri ambassadori era col Re, intrò questo medemo zorno, et el zorno da poi intrò el Re con pompa, come dirò.
Et Ferandino, venendo per venir a Capua a dì 18 con 2000 spagnoli, come fo divolgato, homeni assà disposti, li quali insieme con le sue zente erano in Capua, di squadre 50 et 4000 fanti, si volevano difender in Capua. Ma mia 5 luntano, intese come za la sera avanti erano Franzesi intrati dentro, unde convenne ritornar a dormir quella sera a Aversa, ch'è una terra assà bella et grande, mia 8 da Napoli, et caxe 2000, et da Capua a Napoli è solum mia 16, et la matina poi, che fo a dì 19, esso Ferando intrò in Napoli con 200 cavalli et pochi fanti, et messo in fuga el suo exercito, et Napolitani non volseno intrasse altri che li soldati napolitani, et el resto era con lui andò vagabondi.
Ed in questo zorno Napolitani erano tutti intesi de Capua, sublevati et armati, et havevano fatti alcuni remori cridando: Franza! Franza! Et a dì 18 fo crudelmente sachizato li Zudei et Marani, et fate molte disonestade per la terra, che era una compassione veder Napoli come stava. Et quel or havevano depredate le case preditte, venendo con la preda per riportarle a caxa, era su la strada da altri assaltati et toltoli quello havevano vadagnato, et non senza gran contrasto. Demum volseno metter a saco li Marani spagnoli, erano ivi molto richissimi, ma fonno defesi da molti vicini napolitani et zente che in loro caxe stavano per difensione, et etiam la soa roba l'havevano logata in diversi luoghi securi in la terra: tamen alcuni fonno messi a saco, li altri stevano serrati ne le case, et cussì tutto Napoli era in arme. Ma la Raina et sua fiola l'ynfante de Castiglia chiamata, el Prencipe de Squilazi fiul dil Pontifice et sua moglie, et etiam don Fedrigo se reduseno in Castelnuovo prima, et poi in Castel di l'Uovo per dubito dil populo, perchè za cridavano: Franza! Franza! et questo medemo fece re Ferandino. Ma vedendo non esser rimedio salvarsi, perchè Franzesi erano a presso le porte, et havia i populi contrarii, fece pur queste provisione: che messe in Castel nuovo, ch'è in la terra fortissimo et batte al mar, judicio omnium, inexpugnabile, el marchexe di Pescara fidelissimo suo et arlevato di caxa di Ragona, et molto nemico de Franzesi, et fo quello che fece far quelli danni al trombeta dil Re di Franza, come ho scritto di sopra: è huomo valentissimo, jovene era capetanio di le fanterie in Romagna. Questo intrò con zerca 800 homeni in ditto castello, tra li qual 300 spagnioli o vero biscaini, et 350 todeschi; ancora vi entrò Perucha corsaro. Et era assà vituarie, ut dicitur, per anni 25, se tanto si volesseno li custodi tener, et fornito di artigliarie et ogni altra cosa; con presuposito che si ben la terra si rendesse, ditto castello tenir si dovesse; cussì come fo. Ma da poi ditto Marchexe andò con Ferandino a Yschia. Anchora a li altri castelli messe presidio et fidata zente. Era in Castel di l'Uovo, castellano uno chiamato Antonel Pizolo di Cosenza. A la torre di San Vicenzo et il castello di Pizofalcon et Santermo fo messo fanti per custodia. Et a Castel de Capuana non messe presidio, perchè era uno palazzo bon in fortezza, dove soleva habitarvi don Alphonso al tempo era duca di Calavria, et Ferando habitava in castello.
A dì 19 fo messo a saco li cavalli di re Ferando in Napoli, et tutte le robbe in Castel di Capuana, le caxe dil Principe di Altemura et di don Alphonso, fioli che fo di quondam re Ferando. Unde, vedendo questo, el Re medemo compite di disfar la sua cavalarizia, mandando a donar molti de li suoi corsieri a soi amighi lì in Napoli; i qual corsieri di bellezza et bontà erano li primi de Italia, et non si poteva dir altro che le raze di corsieri di Napoli; et poi ordinò fusse brusate le soe stale. Et el Re preditto dimandò al populo che volesse far queste moveste. Et vedendo esser fermi in opinione per el Re de Franza, el qual a dì 20 havea mandato uno suo araldo a dimandar la terra; unde ditto Ferandino fece brusar el suo arsenal, dove eran molte galie non compide, et tutto andò a foco et fiamma, che fo una terribilità a veder et gran compassione; et cussì altre galie e arbatoze et una barza erano in acqua, et fe' brusar, di quattro nave grosse erano nel Molo, le tre; et era de botte 2000 l'una; et la quarta chiamata la Capella, di questa medema grandezza, volendola far brusar, el Cardinal di Zenoa et domino Obieto dal Fiesco protonotario volendo fuzirsi etiam loro di Napoli, gela domandò, et esso Re li compiacete et ghe la donò: el qual Cardinal si montò con ditto Obieto su ditta nave, et si slargò da la terra et si corse in mar. Quello di lui seguirà, scriverò di sotto.
Si retenne Ferandino a Castel di l'Uovo cinque galie di mons. Villa Marino et Francesco di Pau cathelani corsari nominatissimi, per poter suso montar, come fece, et con la sua brigata andar a Yschia. Ma in questo mezo fece portar assà robe che erano in Castelnuovo, in castel di l'Uovo, et cargar su le galie; et quelli de ditto Castello, a ciò niun Napoletano si acostasse, trazeva di molte bombarde. Et è da saper che, andato esso re Ferando in Castel di l'Uovo, volendo ritornar in Castelnuovo per tuor certe robbe et haver sotil di la Raina[120] erano rimaste, li fo trato una partesana da Napoletani, la qual andò quatro deda (dita) lontano da lui, et poco mancò non fusse morto. Et molti soi favoriti, rimasti in Napoli, dolendose pur di mutar Re, vedendo Polo Trevixan ambassador di la Signoria, poco mancò non facessero sopra di lui le sue vendette, dicendo Venetiani, non havendo voluto aiutarli, erano stati cagione di la sua ruina. Or Ferandino con li fradelli, Raina, ynfante, don Fedrigo et parenti, come ho scritto, andono in Castel di l'Uovo, dove erano seguri. Et prima traxea di Castelnuovo el fio dil Principe di Rossano, come scrissi, era presone, et lo cavò a tempo di la soa creatione di Re; et lo menò con lui. Anchora uno fio dil Principe di Salerno, el qual poi, zonto el padre in Reame, ghe lo mandò a presentar. Era etiam el conte, et fioli, di Conza, et el conte et fioli dil conte di Capazo, i quali non si mosse: ma venuto el Re de Franza, et habuto el castello, quelli liberono. Ma ritorniamo al Re de Franza, et come intrò in Napoli.
De l'intrata dil Re di Franza in Napoli, che fo a dì 22 Fevrer 1494.
A dì 19 Fevrer, essendo intrate le zente franzese in Capua, esso Re in questo zorno poi intrò con un bellissimo apparato. Prima intrò forsi 3000 Sguizari, poi zerca 1000 homeni d'arme, poi 2000 arcieri a cavallo, poi 500 homeni a piedi con pestaruole[121] in mano, demum tre capetani a piedi, con sue arme in mano, con assà compagnia a piedi driedo; poi li arcieri a piedi con suoi archi, vestiti di recamo, et erano zerca 500; poi seguitavano alcuni signori Franzesi et baroni dil Reame, et la Majestà dil Re vestito di damaschin bianco sopra uno cavallo coverto di bianco; el qual a son di trombetta si movea con 12 signori a torno el cavallo, vestiti etiam de bianco, et el Re era sotto un baldachino di seta, con le arme sue a oro; poi seguite più di 200 signori cavalieri et zentilhomeni con diverse foze franzesi, sopra optimi corsieri bardati, che fo bel veder; poi li chariazi et artiglierie in gran numero. Li venne contra la chieresia di Capua aparati, con li cittadini, cantando Benedictus qui venit in nomine Domini et Te Deum laudamus: et subito deliberò non star più qui a dimorar, ma la matina partirsi, perchè za havia inteso li rumori seguiti in Napoli, et etiam havia littere da Napolitani, dovesse venir di longo. In questo mezo le zente soe sparpagnate per Reame andono a Nola et preseno el Conte di Petigliano et el sig. Virginio Orsini, et quelli menono dal Re suo. Et questo fo a dì 19 ditto. I quali tamen si scusavano non esser presoni. Quello di loro seguite, di sotto intenderete. Tamen steteno con custodia, et el Re de Franza non aspettò a intrar in Napoli et conferir li benefitii, che za havea eletto Vice Re in Napoli mons. di Mompensier, avanti l'intrasse in Capua, et uno Governador dil Porto et Capetanio dil Mar. A Otranto et altre fortezze, che ancora non avea aquistate, elexe li governadori ch'è mirum quid, che avanti haver el dominio di lochi facesse li rettori. Era fama in campo dil Re, come per lettere di oratori nostri se intese, che 'l Re intrato in Napoli voleva subito ritornar in Franza, acquistato però prima el Reame, et poi seguir el suo voler contra infedeli. Et el Cardinal San Piero in Vincula era zonto dal Re, et ogni zorno stava in consultation. Mandò ambassador al Pontefice mons. di Linguadoca; el qual, stato alcuni zorni a Roma, morite in caxa dil Cardinal di Santo Dyonisio. Et ancora per gratuir soi benemeriti a questa impresa, fece de molti presenti di lochi et castelli acquistava, tra i quali a Peron di Basser, a hora chiamato Monsignor, el qual fo el primo venisse in Italia, et come da monsig. di Arzenton ambassador dil Roy qui intesi, prima causa et principio di entrar in pratica el Re di tuor questa impresa di Napoli, et però è venuto in reputatione, a hora li donò el Contà di Sarno, el qual fo di uno barone chiamato Matthio Copola, che era con Soa Majestà, et fo el primo che intrasse in Napoli, come dirò di sotto. Et fo divulgato dete Capua al Cardinal S. Piero in Vincula, a goder in vita soa: la qual città di Capua è antiquissima, et segondo alcuni da Capi figliolo de Athi re ottavo de Latini zerca 900 anni avanti l'avenimento de Cristo fusse edificata, come scrive Vergilio nel X de la Eneide. Ma Plinio nel quarto et Ysidoro nel quinto de le Ethimologie al p.º cap.º, et Strabone nel quinto libro vogliono che da luoghi campestri, ne' quali esisteva Capua, fusse denominata, et non da questo Capi nominato di sopra. Et secondo Livio patavino historico fo chiamata Volturno, ma essendo presa da Samniti, per il loro capetanio chiamato Capuo fo denominata Capua. Secondo Servio fo edificata da Toscani, vedendo l'augurio d'uno falcone. Questa città fo già capo di tutto el paese di Campagna, et apar alcune vestigie di la città antica a presso a la nova zerca do mia, zoè certe porte de templi, palazzi ruinati etc. Fo presa da Gieserico re de Vandali, et abruciata, et poi questa al presente rifatta.
Domente el Re si aproximava a Napoli, zonse a Hostia alcune nave e certe galeaze venute di Provenza, dil Re di Franza, sopra le qual nave era il principe di Salerno, el qual venne a Roma et fo in colloquio con Paulo Pisani ambassador veneto, dicendo era fidelissimo servitor di questa Signoria. Et poi si partì di Roma insieme con Antonio di Zenari era lì in Corte oratore di re Ferando, et andono per terra a trovar el Re za intrato in Napoli, et per intrar in Salerno che da sui populi era molto desiderato, come Zudei desiderava el Messia. Et etiam el Conte de Caiazo andò a Caiazo et altri castelli dil suo contado, et fu benigne ricevuto e zurato omazo al Re de Franza, li fo fatto el suo privilegio et confirmato barone.
Ma el Re di Franza, dormito solum una notte in Capua, la mattina fo 20 Fevrer vene mia 8 a Aversa, dove li fo averte le porte, et pacifice intrò, et za havia mandato l'araldo suo a Napoli, et Napolitani non haveano pur tempo di risponder che za sopra le porte erano Franzesi, et cussì senza altra difficultà primo Matthio Copola baron dil Reame fora ussito, poi gran moltitudine de Franzesi introno in quella sera in Napoli. Et è da saper che Napolitani el zorno avanti volseno metter a saco le doane, dove era grandissimo haver, ma non fo lassato. Li navilii erano ivi nel Molo tutti si slargono in mar, et molti Napoletani anzuini amizi dil Re di Franza dimostravano gran consolatione; altri andò con Ferandino in Castel di l'Uovo. Et don Fedrigo mandò uno suo dal Re de Franza a dimandar perdono, pregando li volesse lassar el Principato suo di Alte mura, che si vegnerebbe a inchinar a Soa Majestà. Ma el Re rispose non voler niun Aragonese in Reame, et che venendo li provederia di Stato condecente a lui. Et Napolitani feceno tra loro di cinque Sezi 40 ambassadori ad... contra el Re de Franza a Aversa, a tanti per Sezo, et de li principali tra i qual el Conte di Matalon, Hieronimo Caraffa, etiam... lo nome de quali al presente non notarò, perchè non fo seguito alcun ordine, i quali andassono a pregar Soa Majestà non volesse venir cussì presto in la terra, ma dovesse dimorar a Pozo real, che era uno palazzo di re Alphonso uno mio da Napoli, situato in loco piano, un poco alto, loco amenissimo, dove è una chiesiola che el re Alphonso vechio ivi stete quando messe campo a Napoli. Et in tal loco ogni anno, a dì do Zugno li loro successori di caxa Aragona el si celebra una bellissima festa. È fabricato quivi uno bellissimo palazzo con camere pinte et zardini. Quivi a dì 21 ditto el Re de Franza partito di Aversa era venuto, et quivi dimorava. Con Soa Majestà introno in questo zorno in Napoli et insieme con Paulo Trivisano 4 mia contra alozò in uno palazo, che fu dil secretario vechio a San Domenego, bellissimo[122]. Or qui a Pozo real essendo venuto el Re la matina a disnar venne li ambassadori napolitani, dicendo haveano desiderato za gran tempo questa venuta, et che a hora habuto loro desiderio si potevano chiamar felici et contenti, basando la mano, la vesta et la terra davanti el Re, con gran cerimonie, pregando di do cose Soa Majestà: la prima che 'l non intrasse quel zorno, perchè volevano che l'intrasse sopra uno caro con triumpho, segondo el consueto de li Re, da poi havevano acquistato la terra. Demum che li volesse concieder certi privilegii et capitoli che dimandono. Et el Re tolse in man i capitoli, et promesse far quanto domandavano, sed nihil deinceps factum fuit; et tuttavia Franzesi intrava in Napoli, et si preparava alozamenti, et el Re fo contento di star quella notte a Pozo real, et stava con uno falcon in pugno, mentre si parlava di la sua intrata in Napoli fra soi baroni, che fo di quelli la Signoria li mandò a donar, sì che con oselli in pugno prese Napoli.
Intrati che fonno Franzesi in la terra, tutti li navilii erano in el Molo si slargò, come ho scritto di sopra, et molti sopra li ditti vi montò, et era una confusione a veder montar ditta brigata su li batelli per passar a Yschia. Questo facevano non tanto per li Franzesi, che za erano intrati pacifice, ma perchè da Castelnuovo travano molte bombarde in la terra, cridando: Aragona! Aragona! Ferando! Ferando! Et però dubitavano di star, perchè con li mortari ruinavano le caxe. Ma intrato mons. di Mompensier et altri capitani dil Re, non steteno a dormir, ma ancora loro comenzono a piantar bombarde a ditto castello, per veder di ruinarlo et haverlo per forza, che per bontà non lo poteva haver. Era a custodia uno cao di Sguizari, et mons. Pasqual Conte de Linf, era castellano, partite et andò con li altri a Yschia. Et el cardinal di Zenoa era su la nave, slargato in mar come ho scritto di sopra, mandò a dimandar salvo condutto al Re de Franza, di poter andar a Zenoa, et etiam star, volendo, in Napoli perchè erano fora ussiti de Zenoa. Et come el Re fo intrato in Napoli li dette salvo condutto, liberamente potesse dismontar in terra lui et domino Obieto; et cussì dismontono. Quello poi di loro seguite, intenderete di sotto. Non voglio restar di scriver come era Vice Re in Castel nuovo uno zenoese, chiamato Thoma Fregoso. Ma el Re preditto de Franza, vedendo che li castelli non si volevano render, non stete ad indusiar più, ma a dì 22 Fevrer essendo venuti Domenego Trivixan, Antonio Loredan et etiam Paulo Pixani cavalieri et oratori veneti a inchinarsi a Soa Majestà a Pozo real, deliberò d'intrar in Napoli, et cussì fo di Domenega, a hore 21, con solum cavalli 90, et el resto a piedi, zoè assà Napolitani et intrò in Castel di Capuana, el qual è una parte di la terra et uno bellissimo palazo, et za Franzesi lo havevano habuto, et quivi alozò, et fatoli reverentia da nostri oratori, et di Soa Majestà tolto licentia, ritornò a caxa, et el Re poco da poi cenò in questo loco di Capuana. El Re non poteva haver danno per le bombarde erano trate in la terra, et in questo medemo zorno fo trato uno morter dil castello, el qual sfondrò la chiesia di Santa Maria di la Nova, senza però offender alcuno, però che era assà brigata a Vespero in chiesia, et el Re ordinò che fusse continuamente ditto castello bombardato; et cussì li 70 carri di artigliarie havia con lui tirati da X in 12 cavalli, fonno acostati al castello, et etiam piantate le forche a torno, cridando si non si rendevano, che tutti li farebbe apicar; ma quelli dil castello più se inanimava et li salutavano de artegliarie.
A dì 23 molti Sguizari salirono nella cittadella vicina al castello, et quelli dentro erano oculati ussirono fuora, et scazarono li nemici, et in quella baruffa fo ammazzati 30 Sguizari dil Re de Franza, et non cessava quei del castello di trazer, et ogni zorno ne amazava qualche uno da le artigliarie. Et poi in questo medemo zorno a hore 22 fo fatto un'altra baruffa a la cittadella, fo morti et sgombrati molti Sguizari zoso da le mure, et in tutto questo zorno ne fo morti zerca 100 homeni. Era dentro pur in castello ancora el Marchexe di Pescara, el qual vedendo non potersi tenir, deliberò più presto andar con el re Ferando, et entrar in Castel di l'Uovo, cha ivi più star. Et demum de lì partite, et andò a trovar el Re a Yschia.
In questo zorno el re Ferandino con la Raina, l'ynfante, Principe de Squilazi, soa moglie et altri di caxa Aragona et don Fedrigo partì dil Castel di l'Uovo sopra cinque galie di Villamarino et il meglio poteno portar con loro, et andono a Yschia, che è una ysola mia 8 lontana da Napoli, di esso Re, et ivi messe in terra ditte donne et lui andava innanzi et indrio come scriverò di sotto.
Et è da saper che in Napoli si ritrovava el sig. Jacomo Conte, el qual era al soldo dil Re di Napoli, et quando vide Napolitani disposti al Re de Franza deliberò più presto andar via et fuzer, cha inchinarsi a ditto Re. Et venne a trovar Paulo Trivixano ambassador nostro, al qual li disse come el si partiva, et voleva venir a Venetia a inchinarsi a quella Ill.ma Signoria, et voleva dimostrar la fede havia portata sempre a San Marco, et che al tutto era disposto di venir de qui. Se partì insieme con el Re, et avanti el Re si partisse ditto orator, per essere stato lì a Napoli con Soa Majestà, andò a tuor licentia, con el qual conferiteno alcune cose, et tolseno combiato insieme.
Questa nuova di l'intrar in Napoli dil Re di Franza venne prestissima a Venetia, ch'è con lettere di tutti tre li oratori, nararono d'esser stati da Soa Majestà, alegrandose di tanta vittoria nomine Dominii, a li qual el Re molto ringratiò, dicendo: questa Signoria esser soa carissima amiga, et che li havia mantenuto la fede li havia promesso, et che voleva lui medemo scriver a questa Signoria, come fece. Oltra di questo, ditti oratori dimandono licentia di repatriar, maxime Paulo Trivixano, perchè era consunta la sua legatione. Et in questa mattina medema, che zonse tal nuova molto molesta a tutta la terra, la Signoria mandò per tutti li ambassadori erano quivi, et a uno a uno li notificò ditta vittoria et intrata dil Re, et con mons. di Arzenton ambassador de Franza si rallegrò molto, dimostrando haver gran piacere: tamen non ferono dimostratione alcuna ni de soni ni de fuogi, come fece a Milano, che a dì 26 ditto have la nuova, et el Duca ordinò campane et la notte fuogi. Et poi a dì 27 fo fatto ivi processione, ringratiando Dio di tanta vittoria. Ancora a Fiorenza et Ferara dimostrono grandissima allegrezza, facendo feste e fuogi, et cussì in alcuni altri lochi.
Et l'ambassador de Napoli Joan Baptista Spinelli era in questa terra, la mattina a dì primo Marzo, havendo habuto grandissimo dolor, andò in Collegio a la Signoria, con el qual el Vice Doxe, perchè el Prencipe era amalato, fo doluto assà, et usatoli parole accomodate, per le qual poteva intender intrinsice, nostri non avrebbeno voluto tal cosse. Et poi ditto orator domandò che la Signoria li dovesse dir quello lui volevano facesse, o star qui o si dovesse levar e andar via, non essendo più Napoli in poter dil suo Re, licet le fortezze adhuc si teniva. Unde per la Signoria li fo risposo, prima facesse quello a lui pareva, et altre parole a mi incognite conferiteno; tamen che, tenendosi li castelli, poteva restar come ambassador, et che sarebbe honorato. Et cussì ditto orator restò, ma non andò molto fuor di caxa, et in questa matina non havia collar d'oro al collo, sì come portava prima la vesta. Et li altri ambassadori, eccetto Arzenton, andono a caxa soa a dolersi dil suo Re, el qual mons. di Arzenton era molto aliegro, et fece qui consolo dil Reame uno fiorentino, chiamato Bartholomio de Nerli, el qual era molto rico et mercadantava et era zenero di Joam Frescobaldi assà nominato, che in questo anno morite; et questo fece in loco di Piero Martineus era consolo in questa terra sì dil Re di Spagna quam di esso re Ferando; el qual però sempre exercitò el consulato. Et altro non seguite.
Aduncha el Re di Franza, sì come di sopra havete udito, è intrato in Napoli, et assà cose accadete in brevissime hore, et si puol dir haver acquistato el Reame in 7 zorni et non più, però che a dì 14 intrò in S. Zermano, et a dì 21 in Napoli, cosa quodammodo incredibile et miranda, et nunquam haver hauto contrasto de Aragonesi: et si el fusse venuto a tuor el possesso, sarebbe stato più zorni. Et questo è processo, perchè caxa di Aragona non ha habuto niuno li sia stato fidele, che pur a uno castello vi sta grandissimo tempo uno exercito ad haverlo, pur si voglia mantenir. Et esso Re non volse aspettar fino a dì 25, che si preparava el triumpho; et za Napolitani havevano dato principio a butar assà muraglie a terra per farli più honor a la soa intrata, tamen ben che cussì sotto sora, intrò. Fo decreto perchè Soa Majestà che habuto li castelli lui vi serà Re de Napoli, e intraria poi secondo il consueto regio[123]. Ma prima che alcuna cosa descriva de li successi seguiti lì in Napoli, voglio di questa città alcuna cosa descrivere.
Napoli, città regale, o vero sedia di Re, fo chiamata olim Parthenopea, fo edificata zerca 1000 anni avanti lo advenimento de Christo da Diomede in sul lito dil mare, et da Tito Livio nel ottavo de la prima Deca assà di questa è scritto. Fo sottoposta a Romani, et da 300 anni in qua da Re subiugata, i quali hanno però dato continuamente il censo a la Chiesia. Ha belli templi, mure, palazzi, zardini et roche superbissime, et in ditta città vi sono quattro castelli: Castel nuovo, che fo edificato o vero riconzato di novo per re Alphonso, dove è tal lettere: Alphonsus regum princeps hanc condidit arcem. Poi è la torre di San Vicenzo et Castel di Capuana, et e da l'altro campo di la terra, Castel di l'Uovo, situato e torniato di mare, ove è tal epigramma:
Ovum ritro novo; non sic turbor oro.
Dorica castra cluens tutor; temerare timeto[124].
È ancora uno bellissimo monastero di Santa Chiara, è una gran cosa; sono 100 religiose donne, et fo edificato per la moglie di re Ruberto. Poi è Santa Maria di Carmini in capo di la piaza, monasterio de frati, et assà monasterii et chiesie in la terra, li qual, gratia brevitatis, qui lasserò di scriver. Et fuora di la terra, sopra uno monte alto, distante da Napoli uno mio, è il monasterio di San Martin de frati certosini, e lì a presso ha una fortezza con la chiesia, et è nuovamente fabricato. Circonda Napoli mia 3, mostra forma di scorpione, brazando il colpho di mar con le do zaffe, et verso la terra voltando la coda, come di sopra fortasse ho scritto. Ha gran populo, belle chiesie, et meglio acasado; di fuora bellissime possession et zardini con gran palazzi. È il mercado in piazza di Venere, et in cao di la piazza è una fontana granda, et poco da canto è a modo di uno tabernacolo con una colonna di porfido in mezo, dove re Carlo fece taiar la testa a re Coradin, re di Napoli. Di questa città fo Bonifacio (IX) pontefice, de la stirpe de Tomacelli, et Joanne 23 de Cossa; et etiam in questa vi habitò Virgilio, Livio et Oratio; et ancora Virgilio è ivi sepulto, che fu sommo poeta. Et mia do lontano de qui è una montagna concavata, longa mezo mio, et larga vi pol andar 4 cavalli a paro, alta meza lanza, et in alcuni luogi una lanza e meza, è di sorte di sasso di tuffo, si va con torze accese o vero lume per essere obscurità grande et assà polvere: la qual concavità fo fatta, come si dice, per Lucullo romano. Non voglio descriver le delicie havea re Alphonso in ditta città di Napoli; pur qualche parte, a eterna memoria, qui farò mentione. La sua munitione era tre stalle: in una bellissime armadure discoperte, di armar homeni da cavallo da capo a piedi; poi un'altra con assà numero di curazze et balestre liziere; poi in la terza X bombarde grande di metallo, tra le qual do grandissimi passavolanti, poi curazze assà da fanti a pe', in un'altra parte assà bombarde di ferro, da forteze et galee. Questa munitione era arente il castello dove habitava el Re, ma nunc tutta disfatta.
El zardin dil Re era in loco alto, con muri grandi, arbori producono ogni generation de frutti, naranzeri et limoni, et conzati li fruteri a torno con li naranzeri parevano spaliere; et in capo di uno altro zardin era una habitation di assà bestie volative, et ne l'intrar come armeri pieni de cunii (conigli) bianchi; item a modo di una cheba di ferro, dove erano oseleti, merli, tordi et altri oselli, tra i qual uno corbo bianco, uno beretino et uno negro, che parlavano; papagà beretini assà di ponente, in cabie; poi una camera con assà chebe di papagà di ponente in cabie, uno solo verde di levante, tra i qual era uno, habuto dal Re di Spagna, trovato in una isola nuovamente trovata, grande come Italia.
Questo papagà era grande come uno beretin di ponente, la testa bianca, el beco bianco, i pie' bianchi, sotto la gola dal beco fino al petto tutto rosso, et il resto verde. Item uno altro ortesello tutto naranzeri, et limoni solamente; uno altro, chiamato paradiso, dove era limoni, zedri, naranze, pomi d'oro, zensamini et mirti in gran copia, salizato di pietre, et una bella fontana et una pissina, una tavola, una credenziera e una cappelletta da dir messa, tutta fatta di... de mirto. Et el Re poteva venir in sti zardini dil castello per alcuni ponti levadori: tra i qual orti era una via si potea zostrar. La libraria dil Re era in una camera sopra la marina, dove era assà copia de libri, in carta bona, scritti a penna, et coverti di seda et d'oro, con li zoli d'argento indorati, benissimo aminiati, et in ogni facultà. Ma lassiamo questo, et di li ornamenti di Castel di Capuana, dove habitava re Alphonso, in vita dil padre, alcuna cosa scriviamo. Prima una camera ornata di depenture, ne la qual era uno organo, con li fianti di uno legno ditto ferulla. Et di questa se intra in un'altra più ornata di pitture, con uno organo di camera, con li canoni di carta, uno canon dorato et l'altro paonazo, che sonava per excellentia. Poi un'altra pur depenta, con tavole longe piene di lavor de cristalli de ogni sorte. Etiam un'altra con lavori bellissimi di cristallo lavorati a oro, et penture in gran quantità. Poi un'altra con tavole piene di lavori di porzelane, cosa dignissima. Poi se intra in una cortisella, dove era un satyro di marmoro abrazava uno puto ignudo con lascivia; el qual puto stava con la faza chinata con vergogna, assà bello et antico. Item una altra fegura antica, trovata a Gaeta nel cavar di fossi dil castello. Poi se intra in una camera a pepiano, grande, ornata di veludo pelo de lion, et cussì el letto con uno fioron d'oro, con l'arma in testa, da lato et in mezo. Poi in una, ornata di veludo verde a torno, con il letto ut supra. Una altra di ormesin vergado, similiter il letto: una di tabì intorno una ferza beretina et una negra a la divisa, et uno studio tutto intorno et di sopra lavorato di tarsia; sopra la tavola uno bellissimo tapedo damaschin, sopra el qual era 4 libri coperti di seda, con li zoli et cantoni d'arzento, zoè la Bibia, Tito Livio et Petrarca, uno caramal grando, tutto d'arzento, do candellieri de diaspro, et la ymagine dil re don Ferando vechio, di bronzo. Di qui si va in uno oratorio o ver capelleta, ornata a torno di veludo negro, con una pala pincta per excellentia, con 4 candellieri de diaspro. Poi se trova tre stalle, et se intra in una camera ornata di razi et tapezerie, poi in un'altra con figure depente, et il letto coperto di panno d'oro. Demum un'altra similiter fornita. Uno studio ornato, con libri coperti ut supra, et la figura dil Pontano gran secretario dil Re, homo dottissimo, zitata di bronzo. Poi si monta in alto, et si trova la speziaria dil Duca, con gran copia.... Et ussiti di questo palazzo, se intra in la stalla, dove erano 200 corsieri; poi la caneva con gran copia di botte grande, et in un altro zardin, dove di Zener era pome granate fresche. In cao di questo, uno altro bello palazzo, et una fontana, et tre camere: una ornata di tapezarie, l'altra di picture, et la terza pur di varie picture, con le letiere coperte di seta et d'oro. Montati su scale si trova pozuoli da star al fresco, mirabili; poi si discende in altre camere ornate ut supra, et uno oratorio dove era el Duca de Calavria, zoè don Alphonso, fatto naturalmente, che stava in zenochioni che pareva vivo; et altre camere et sale. Et questo basti quanto alle cose era in Castel di Capuana, come ho ditto.
In Castel nuovo si teniva le zoie dil Re, dove se intrava in una torre ditta la Torre di l'Uovo, dove era tre organi, uno con li fianti di tela, l'altro di piombo, l'altro di..., che tutti tre sonavano diversamente. In mezo questo loco era un repositorio con gran artificio fatto, con 430 casselette una sopra l'altra, da cavar et metter, lavorate a oro, fatto per medaie et camei, che ne era in gran quantità: et qui su una tavola quadra, coperta di veluto negro, mostravano le zoie a li orator. Era gran quantità, varie, di sorte diverse, collane, colari etc.
Lasserò le delicie havea il Re a Pozoreal, con le camere ornate d'oro et di seta; et in una de le qual era la coperta di panno d'oro sopra rizo, con uno moschetto damaschin, dove soleva dormir el Re talvolta l'istate, et soleva tenir in la credentiera quando pastizava ad alcuno 60 vasi tra picoli et grandi, oltra li altri arzenti, le cariege d'oro con cuscino di panno d'oro da zapar suso. Li scalchi erano don Fedrigo et don Alphonso abate, poi duchi, conti et marchexi stevano in piedi, davano 50 bandisone. Et accidit che re Alphonso dete uno pasto a l'ambassador veneto quivi a Pozoreal, essendo Duca, che durò la cena da hore 20 fin do hore de notte, et tamen tutte queste cose Alphonso lassò, non però che il meglio potesse non portasse con lui. Et Franzesi questi castelli occupono, non servando quello faceva Aragonesi; ma, come intesi, in camera dil Re di Franza medemo atacavano le candele al muro, et ogni sporcicia faceva in li più ameni luogi. Era con el Re 2000 osti che lo seguiva, i quali intrati in Napoli, non si teniva più bottege aperte per la terra, ma tutto a torno la piaza era queste ostarie, dove Franzesi si andava a usar l'exercito loro con Baco, et poi seguiva Venere. Et de li quattro banchi erano a Napoli, zoè Strozi et Medici fiorentini, Spanochi senesi, et Palmieri napolitani, fo fatto parte ostarie, et in parte stava meretrice venute col Roy. Se diceva messa in franzese et in italiano. Era carlevar quando intrò, et la quaresima li predicatori predicava, ma niun andava a le prediche. Le donne principal o andavano fuora per le ville o vero in monasterii, et in quello de Santa Chiara ne era zerca 2000. Et come da chi vi era intesi, la settimana santa el Re non vardava a far quello li piaceva, come dirò di sotto, con alcune soe favorite, et per Pasqua niun quasi si comunicò. Li frati erano partesani, chi anzuini et chi aragonesi, zoè tenivano; et el zorno de Pasqua, che tutti assueta andar a le chiesie, non se vedeva donne per la terra; et dove erano alozati Franzesi, in casa de cittadini, per non haver briga de comprar legne, brusavano porte et finestre, et fino le botte; et si li patroni volevano resister, erano feriti, come tutto più avanti descriverò, a Dio piacendo. Et el Re, intrato che 'l fu, fece uno editto non fusse dato impazo a Zudei, tamen poi comportò ogni danno li fo fatto. Anchora (fu) contento Marani ritornasse, et li de' salvo condutto, poi lo rumpete, et li retene, et manzò zerca ducati 12 milia. L'era dil Consejo dil Re zerca X: Samallo, Felippo mons. barba dil Re, marascalcho di Beucher, marascalcho di Giae, mons. de la Tramuil, de Obegnì, do Mompensier, de Lignì, de Miolans, lo Preosto di Paris etc. El Pontano gran secretario dil re Ferando, summo philosopho et litteratissimo, rimase a Napoli, nè volse andar col suo Re; et in casa soa era alozato el Preosto di Paris. Or questo Pontano fo chiamato dal Re de Franza per inquerir alcune cose, per la longa pratica havia di quel Regno, et li fo fatto bona compagnia. Ma a le cose seguite per zornata, da poi l'intrar dil Re in Napoli, scriviamo.
Quello seguite in Napoli da poi lintrata dil Re di Franza.
A dì 24 Fevrer continuamente bombardando, quelli dil castello, sì etiam Pizofalcon et Torre S. Vincenzo, la terra, adeo non si poteva andar per Napoli. Et el Marchexe di Pescara era già partito et andato in castel di l'Uovo, dove conferite con Ferandino; et poi tornato in Castelnuovo dove era, et questa è la verità, a custodia todeschi 350 et biscaini 150, forniti di vittuarie per anni do, formenti, farine, carne salade et formagi; et li mortari erano molto operati, perchè sfondrasseno le caxe. Franzesi veramente etiam loro bombardava ditto Castelnuovo, maxime la parte di la cittadela, tamen faceva poco danno, et poco più basso che li merli si poteva bombardar el castello, et solum da una banda. Et vedendo el Re de Franza non lo potendo haver per forza, et che non stimavano forche nè altro, havendo però li soi in questo zorno preso la cittadela vicina al castello, et con fuoghi artificiadi ruinò qualche parte de ditte muraglie, et con grandissimo impeto introno dentro et amazò alcuni custodi, che non poteno fuzir cussì presto, et trovono do bombarde grosse, le qual le vastano, non havendo tempo de far altro mal, et quelli dil castello molestandoli con le artegliarie, conveneno Franzesi ritornar in loco più securo, a li repari havia fatto. Et el Re deliberò di veder si poteva haver a patti, et si comenzono a parlar con quelli dil castello. Andava persone in colloquio dentro con ditto Marchexe, el qual in questo zorno ussite et andò in Castel dil Uovo, demum a Yschia; et tra i altri Zuan Jacomo di Traulzi andò a parlamento con ditti custodi, dicendo che in termine almeno di hore 20 si dovesse render, altramente che, havendolo, li jurava, nomine Regis, de far el Marchexe di Pescara in quattro parti; ma si se rendevano li daria tutto el suo stato et li fece altre promessione, et che accettasseno el partito, altramente, havendolo per forza, tutti anderia per el fil di la spada. Al qual ditto Marchexe rispose: volersi tenir 20 hore, 20 zorni, 20 mexi et 20 anni et in eterno, si tanto el vivesse, per el Re suo et per caxa di Aragona, per la grande fede lui portava, per esser loro arlevato, et che voleva che più fede se ritrovasse in lui solo che in tutto el resto de Italia; che in fina mo, havia el Re de Franza prosperato, ma che d'indi non haverebbe cussì, perchè eran tutti disposti di mantenir caxa di Aragona in piedi, cridando tutti tutti: Ferando! Ferando! Aragona! Aragona! Et el Traulzi li rispose come la roca di Gaeta si havia reso, et che non sperasse soccorso. Et lui disse: nol credo, come era la verità; però che sapeva ben lui, esser ivi fidatissimo per il suo Re; et in Gaeta era come in Napoli, la terra per Franza, li castelli per Ferando. Et conclusive ditto Marchexe disse: ve ne andate, nè più tornate, nè mai si pensa el Re de Franza che mi renda; et pregate Soa Majestà che, havendomi vivo ne le mani, faci quello mi ha mandato a dir; perchè disposto son al tutto di voler terminarme. Tamen poi si parti, et andò in Castel dil Uovo, come ho ditto di sopra. Ma el Re de Franza stava con molta paura; per le continue bombarde et mortari venivano trati, per la terra non si andava: era una cossa molto oscura veder quella degna città in tanta terribilità. Tamen Franzesi per questo non restava con le sue artegliarie far danno a li castelli.
A dì 25 ditto la torre di S. Vicenzo in Napoli, vicina al Castel nuovo si rese a Franzesi, et con quelli dil castello feceno trieva per tutto ozi et doman a mezo dì, per veder se si potevano acordar. Et la notte zonse tre galie, et messe in ditto castello fanti 150. El cardinal S. Piero in Vincula era in Napoli alozato ne l'arciepiscopato. Et in questo zorno li ambassadori veneti andono a visitar Soa Signoria, el qual mostrava esser molto amico de quella. Et è da saper che uno zorno el Re li mandò fino a caxa a far uno prexente di la badia di San Zermano, era dil Cardinal di Medici, con pensione de ducati 2000; et ditto Cardinal disse: non creda la Majestà dil Re che io lo siegua per haver abatie, ma solum per l'amor et fede porto a Soa regal Majestà. Et mostrò refutarla; tamen el Re mandò a dir voleva l'havesse.
Intrato el Re in Napoli, tutto el Reame era sottosopra; tutte le terre di la Puia, et quele di la Calavria, Terra di Lavoro etc. da loro medeme levavano una † bianca in campo rosso che, come ho ditto, non sapevano far l'arma de Franza: et dove andava suo araldo era il ben venuto. Pur Camillo Pandon, vice re per Ferando in Puja, habitava in Otranto, et fo causa che alcune terre non se rendesse, come quando scriverò l'acquisto, dirò il tutto.
In questo zorno di XXV Fevrer acadete cosa in Napoli molto acerba, ut ita dicam, a tutta la christianità: che Giem sultam, fratello dil gran Turco, el qual questo Re tolse dal Pontifice et lo menò con lui; et in camino avanti el Re intrasse in Capua si amalò, fo divulgato da cataro, el qual li era disceso in uno ochio et nel stomego, o vero fusse reuma; tamen intrò in Capua, et stava sempre apresso dil Re. Et pur crescendoli el mal, fo portato in bara in Aversa, poi in Napoli, dove li medici li feno molte provisione, cavando sangue et altri remedii, et alquanto migliorò. Pur la febbre li cressete, onde non volle provisione alcuna che, ita volente fato, in questa matina expirò, fermo e costante ne la fede soa. La qual morte fo grandissimo danno sì al Re de Franza, quam a tutta Italia, et maxime al Pontifice; che lo privò de ducati 40 milia d'oro haveva ogni anno da suo fratello, per caxon havesse custodia de lui. Et a hora, non dubitando più dil fratello, si inanimerà contra cristiani, che Dio nol voglia: che se niuna cosa teniva Turchi a passar in la Puja, era che 'l Signor non voleva mandar gran quantità, a ciò che non si levasseno poi contra di lui, sublevando questo suo fratello, ch'era amato da li populi, et huomo assà bellicoso et de grande animo. Nè ancora voleva mandar poche persone, a ciò non fusse rotte: sì che questo suo fratello era buona causa di far star basso ditto signor Turco. Et pur ogni anno veniva de Turchia in Italia ducati 40 milia venetiani. Et el Re di questa morte dimostrò haver gran dolor, et sospettavano el Pontifice non ge l'havesse dato attossicato a termene: la qual cosa non erat credendum, perchè sarebbe stato suo danno. Or, come si fusse, morite; et fu poi in deposito mandato a Gaeta. Questo, mentre era in camino, era custodito da 1000 franzesi et altre generatione; havia con lui turchi che lo serviva, et havea libertà de andar per el campo a suo piacer.
A dì 26, passato mezo zorno, fo molto bombardato el castello fino la sera, non havendo voluto acordo. Et el Re andava ogni zorno fuora di la terra per quelli zardini et lochi ameni et colletti (colline) a la caza con grandissimo piacer, et lassava bombardar a li soi. Ma Ferandino, come fo a Yschia, et che messe zoso la soa brigata, volendo passar in Cicilia, convenne per fortuna restar et ritornò a Castel dil Uovo, sì per inanimar li soi di le fortezze, quam per sopraveder. Et andava inanzi et indrio a suo piacer, zoè da Yschia a Napoli, et poi la sera ritornava a Yschia; et fo ancora a Gaeta a sopra veder quelle cose dil castelo.
A dì 27 et 28 ditto fo pur bombardato per Franzesi; tamen con poco danno dil castello; et erano più fermi che mai.
A dì primo Marzo 1495 la notte venne Villamarin con cinque galie al muolo di Napoli, et brusò uno galion et una galia de le rimaste in porto; poi tornò da re Ferando; et ancora una galia, la qual fenze di esser fuzita et venuta dal Re de Franza, tolto assà robbe di la Rayna et di don Fedrigo, insieme con le ditte ritornò dal suo Re. El qual fo divulgato havia 14 galie, tamen non andava a torno se non con tre. Et za li zorni passati havea mandato uno suo dal Re de Franza, per veder se poteva acordarsi, et haver qualche stato lì in Reame; ma ditto re de Franza non voleva udir parola per darli stado in quelle parte, ma ben li prometteva in Franza. Et vedendo le cosse cussì disperate al tutto, Ferandino deliberò de andar in Cicilia a trovar el padre, e forsi passar in Spagna, lassando don Fedrigo a Yschia, a ciò facesse quello lui faceva per inanimar li custodi de li castelli, et etiam di quello di Gaeta. Ma el Re de Franza dolendosi molto di la morte dil fratel dil Turco, deliberò di tenirla secreta quanto più potesse, et non volse per alcuni zorni se sapesse la verità, o fosse vivo o morto, ma ancora da poi sepolto fece far quella custodia medema a la caxa come prima, et star lì sui deputadi a la guarda, et vi andava medici; et fin a li ambassadori veneti non volse dir alcuna cosa, benchè ditti oratori la verità sapesseno, et havia subito advisato la Signoria. Tamen non molto da poi per Napoli ogni uno intese el certo, et Franzesi diceva el papa ge l'havea dato atossicato, perchè post mortem li fu trovato alcuni segni di veneno sul corpo; et siccome scrivono li dottori, maxime quelli tratano de venenis, come Piero di Abano et altri, che si puol dar veneno a uno, et non farà l'operation se non al termene constituto. Or sia come si voglia, questa nova subito per molte vie fo notificata al gran Turco, tamen non lo credea, come dirò più avanti. Et el Pontifice sopra tutti li altri mostrò haver grandissimo dolor, et etiam come sì presto el Reame era perso.
Questo Re de Franza era devotissimo, et ogni terra dove l'intrava, prima andava in chiesia, et ivi stava do hore in oratione, ringratiando Dio; ogni prima domenega di mexe se confessava et comunicava; non cavalcava la festa; varisse di mal di scrovole, secondo el costume regio de Franza, disceso da Santo Ludovico re, et qui in Italia molti del mal preditto segnando varite, ut dicitur. È magnanimo perchè dona e fa molti presenti, et tra li altri, da poi intrato in Napoli, conferite assà privilegii et fece molte exemptione ad alcune terre che li dimandono; restituite a molti baroni li loro stadi, et quelli li investiva et si faceva jurar omazo; et quelli contadi, che non si trovava heriedi veri et antiqui baroni, li conferiva a soi benemeriti franzesi, ita che sempre era in conferir gratie, doni et beneficii; et in questo li soi cancellieri et secretarii erano molto occupati, maxime uno chiamato Rubertet ch'era di primi. Et havendo za fatto uno dei soi capetani in uno ufficio in Reame, zonto che fo el Principe di Salerno, inteso che ditto offitio a lui aspettava, revocò dal suo barone, et libere dette a ditto Principe, el qual ritornò nel suo stado, come dirò di sotto. Et ancora per angarizar manco Napolitani, molte di le sue zente, oltre quelle si sparpagnò in la Puja et Calavria con le zente italiane, volse, che molte erano in Napoli, uscisse et andasse ad alozar a Aversa, Nola, Capua et Gaeta, licet ancora la roca si tenisse, o vero castello, et in altri lochi ivi vicini, et pur si sforzava di haver le fortezze di Napoli. Ancora fece molti editi, tra i qual, che tutti quelli habitanti in Napoli, che havesseno formenti et farine, si dovesse dar in nota in termene limitato, altramente quelle fusse perse, et restino condennati di pena per saco ducati 100; et tutti quasi si andono a dar in nota, unde par la farina crescesse un poco più, et venne grandissima bondantia di ogni cosa. Tamen Napolitani subito comenzono a esser mal contenti de Franzesi: questo perchè erano li vassalli in le sue caxe, et Franzesi li patroni. Creteno (credettero) haver exemptione, et li capitoli a loro modo, et nulla ebbeno: ymo el Re vuolse scuoder avanti el tempo una gabella pagavano da Pasqua, come dirò di sotto. Li Zudei fonno scaciati, et messi a saco quelli pochi erano restati, da Franzesi; licet essendo edito dil Re non li fusse dato noja:ma non poteva obviar a la furia di le sue zente. El stato dil Principe di Squilazi, fiol dil Pontifice, andato con Ferando via, dete a suo barba Filippo monsig. Fece monsig. de Citem, za fo qui ambassador, sopra le artegliarie et munitione de Napoli. El ducato de Ascoli dete a monsig. di Beucher, licet li fioli dil signor che era fusse in la roca di Gaeta. A monsig. di Arzenton, era qui suo ambassador al presente, li dete la trata di trazer di Reame, et etiam li resalvò un buon officio in Napoli. Et gran siniscalco del Regno, monsig. di Lignì suo cusino. Et gran armiragio, monsig. di Beucher nominato di sopra, o vero governador dil Regno, zoè di l'intrade. Monsig. di Mompensier, come ho ditto za, era instituido dovesse romagner Vicerè di Napoli; et de la Calavria Vicerè monsig. di Obignì; et di la Puja Vicerè monsig. di la Spara (de l'Esparre); et cussì a tutti li soi conferiva de beneficii de ditto Reame; a alcuni baroni etiam erano scaciati, tra i qual el conte di Mariano have el suo stado, per esser sta antiquo suo. A Colonesi, come di sopra scrissi, dete el contà de Fondi, rende de intrata ducati 12 milia, et qui in Napoli li fece la investisone et privilegii. Al conte de Fondi dete el contà d'Albe et de Zelano. La badia de San Zermano dete al cardinal S. Piero in Vincula. È da saper Medici havia solum ducati 2000 di pensione, et el resto re Alphonso godea; et però San Piero in Vincula contento de dar al ditto cardinal tanti altri beneficii de ditta quantità, et a lui restasse libera ditta Abatia. El cardinal de Zenoa con domino Obieto dal Fiesco che, come dissi, erano montati su le nave et slargati in mar, habuto salvo conduto dal Re, dismontò, et volendo andar el Cardinal per Napoli, cadete di cavallo, si fece mal a la spala, adeo fo portato a caxa: et li oratori veneti andono a visitar Sua Signoria et poi, varito, si fece più amico dil Re cha li altri, et quello seguitò et per li sui operò insieme con ditto Obieto per esser cai di parte di Zenoa.
El sig. Virginio Orsini et el Conte di Petigliano in questo tempo erano a Castelamar, retenuti per el re de Franza, ma el Traulzi si acordò col Re nel numero di soi cinque capitani con ducati X milia a l'ano et 100 homeni d'arme.
Non restava continuamente el Re de Franza de far bombardar Castelnovo, et quasi una parte era vasta et brusata, ma poco li custodi si curavano, ymo li respondevano gagliardamente, danizando la terra, et fonno amazati de quei dentro zerca 40. El Re stava in Castel de Capuana, occupato in dar audientia, confirmar privilegii et sottoscriver donationi: pur andava a la caza, et talhora sopra li repari, et a quelli faceva bona bota con le bombarde molto li laudava, ut dicitur, li donava danari per inanimarli. Unde loro, vedendo el Roy, feva el dover; et li fo manifestado come a uno monasterio, chiamato le Madalene, in la città, era sta scose 4 bombarde grosse per Aragonesi sotto terra, et quelle mandò a tuor et fece piantar per bombardar el castello. Et mancando polvere et ballote de ferro, perchè li soi passavolanti non trazeno se non balle di ferro molto grosse, mandò a tuor a Hostia di le soe galeaze per terra, a ciò fusseno portate più presto. Le qual galeaze veniva a Gaeta, demum a Napoli di longo. Et mandò alcuni commessarii franzesi con 4 cavalli per uno et non più, per più magnificentia, a molte terre sì di la Puia quam di la Calavria, a dimandar dovesseno levar le sue insegne, et ivi tuor el possesso: et cussì zente italiane, zoè Colonnesi, andavano ivi dintorno. Manferdonia levò le soe insegne. Trani et Leze feceno in questi zorni alcune moveste, perchè erano tutti levati a romore, et messeno a saco li Zudei, et li dette alcuni tormenti, a ciò confessasseno dove era il suo haver. Qui a Leze era Polo di Priuli, di Domenego fiol, patricio nostro, in questo tempo. Da lui intesi che vene monsig. di la Spara Vicerè prima a Monopoli, et fo a mezo quaresima, dove fè zurar omazo al Re; demum la Domenega di Lazaro fo a dì 5 April, ditto Vicerè intrò in Leze con 160 cavalli et havia con lui uno zerman dil gran maistro de Rodi, chiamato monsig. de Libret, et andò in chiesia col Vescovo, perchè fo honoratamente ricevuto, poi in castel fe' zurar omazo ai sinichi di la terra et a li baroni, prima fe' lezer la patente publice in chiesia. Et è da saper che antiquitus el Signor di Leze si chiamava Duca di Leze et conte di Matera. Or fece uno edito che tutti li debitori havesse do anni di comodità di pagar, et cussì ordinò fusse publicato per tutta la Puja. Poi andò a Otranto, come dirò di sotto. Et questo Vicerè havia gran libertà; tamen in le concessione che faceva sempre diceva: essendo cussì la volontà dil mio Roy. Qui a Leze vi sta consolo venetiano, et etiam a Trane per antiqua consuetudine. Ma basti zerca a ste cose di Puia; le qual, licet non sia a hora il suo tempo seguito di scriverle, pur ho voluto commemorarle, a ciò ogni cossa inquerita habbi memoria. Molfeta mandò li soi ambassadori a Napoli a fermar li capitoli col Re; si levono le insegne preditte di Franza, et cussì continuamente acquistava qualche terra: et se niuna restava, era perchè li castelli ancora si teniva per re Ferandino, et non volevano romper l'omazo zurato di observar a caxa di Aragona. In Bari se ritrovava el Cardinal di Ragona, zoè nepote di re Alphonso, et don Fedrigo non restava di voler acordo col Re de Franza; era contento di haver la sua baronia, che era di la dote di soa moglie l'ha al presente, che fo fia dil Principe di Altemura. Ma el Re non voleva darli per niente alcun stato de qui, ma ben do volte tanto in Franza.
A dì 4 Marzo essendo venuto el cardinal Curcense in Napoli, li oratori veneti lo andò a visitar.
A dì 6 el Re de Franza humanissimamente parlò ai cittadini napolitani, dicendoli che non era venuto per cupidità di acquistar danari, nè per usurpar cosa alcuna, ma per beneficio et augumento universal, per liberar questo regno de tyrannide, e principalmente per remetter li baroni ne li soi stati, et restituir a cadaun le cose soe; diffalcando ducati 250 milia dil pagamento feva far li Re passati di caxa di Aragona, zoè era contento di haver lui tanta quantità manco a l'anno, et di questo ne feva uno presente, et distribuite 50 offitii lì in Napoli, zoè 40 a zentilhomeni et X a plebei. Item li exortono volesseno far la description de tutti coloro che erano atti e volevano exercitar l'arte militar, che a tutti, secondo le condition di cadauno voleva dar soldo, et cussì a quelli si exercitava in cose maritime; et voleva che ogni uno stesse bene, secondo le virtù loro, sotto la sua corona. Le qual parole fo molto grate et acete a tutti. Ma oltra de questo non volse pagasseno sal, tamen che lui voleva far vender in uno magazen, et saria stato questo medemo perchè lo haveria montato. Et mandò a dimandar a le terre rendute li doni consueti quando intra un Re nuovo in dominio, chiamato sussidio caritativo, et a bon hora comenzò a richieder. El qual, come fo divulgato, sarebbe da 60 in 70 milia ducati; et di subito habuto li castelli, mosse fama volersi partir, et ritornar in Franza. Ma Napolitani comenzono a star mal contenti, non havendo potuto obtenir li privilegii volevano, maxime di una impositione a loro noiosa imposta per re Ferando vechio, che pagava annuatim al Re da Pasqua certa quantità, zoè tanto per fuogo. Et non solum el Re (non) li volse assolverli, ma quella voleva al presente, dicendo havia de bisogno de danari per pagar le soe zente. Et a dì 25 April erano assueti de pagar le doane di le piegore ducati 100 milia. Et el Re, havendo bisogno, chiamò queloro havevano tal cargi, dicendo si di presente a dì 8 Marzo li volevano dar ducati 60 milia, li sparagnava el resto. Et Napolitani si scusavano non haveva da darli. Era in Napoli, come per una lettera di Zuan Bragadin patricio nostro vidi di 9 Marzo, Franzesi 15 milia, et in Reame 25 milia, omnibus computatis. Fo divulgato el Re havia terminà de menar con lui in Franza 200 cittadini napolitani, et lassar 7 in 8 milia cavalli et 4000 pedoni franzesi in Reame: el resto menar con lui. El sig. Virginio Orsini et conte di Petigliano erano presoni, menati di Nola a Castelamar mia 18 lontan da Napoli, solicitavano la sua liberatione, dicendo non erano presoni, ma con parola dil Re erano stati retenuti, o pur, si piaceva a Soa Majestà di darli soldo, che volentiera restariano con quella. Ma per Franzesi li fo dà taglia ducati 50 milia, et la sua cosa mandata in longo. Ma el Traulzi era conduto al soldo dil Re, come ho scritto, con homeni d'arme 100, et 100 balestrieri, et 100 arcieri, con la provisione de ducati 10 milia a l'anno, come scrissi di sopra. Et questo capetanio italiano nel accordo insì (entrò) con gran misterio, per le cose havea in animo de far.
A dì 7 zonse in Napoli el Principe de Salerno con zerca 400 cavalli, et dal Re fo benigne ricevuto, et era el primo in Reame per haver la pratica in quello; et a dì 9 ditto ricevete da li soi de Salerno, che li mandò 57 muli cargi di farine, biava et vino, et certa somma di danari; et poco da poi andò ivi, dove come Dio fo ricevuto, per esser bon et benigno signor.
Havendo mandato el Duca de Milan, subito inteso la intrada dil Re in Napoli, alcuni de soi per tuor la sua ducea de Bari et la contea di Rossano, che erano soi: unde el Re liberamente li fece li soi privilegii et concessione, tamen ancora Bari non havea habuto in suo dominio. Licet tra Franzesi pur se divulgava esso Re, partito de Napoli, voleva venir adosso el duca de Milano, per metter el Duca picol fiul di suo zermano in signoria, o vero per dar ditto stato al Duca di Orliens, el qual era rimasto in Aste, et faceva zente, et è intitolado Duca de Milano; dil qual el signor Ludovico duca ne havea gran paura, et molto di questo consultava con Sebastian Badoer cavalier, era ivi per la Signoria ambassador, come scriverò di sotto. E pur Franzesi cridava a Milano.
In questo mezo quelli dil Castello novo cessò de bombardar, perchè tra li custodi erano venuti a romor, zoè Spagnoli con Sguizari, et tra loro alcuni fonno morti: et era uno capo di Spagnoli, che fo capitano qui in Romagna con l'esercito aragonese, et uno altro de' Sguizari. Et el Re de Franza, intendendo la cagione, partì di Castel di Capuana, et venne alozar in un palazzo più vicino al Castello, et mandò a parlar con ditto capetanio yspano, se si volevano render, et cussì fonno fermati li pati a dì 2 Marzo, che se in termene 4 zorni non havesse soccorso da re Ferandino, se intendesse esser reso, et Franzesi levono il bombardar. Li pati fonno questi: rendersi, salvo l'haver et le persone, et quello Ferando a loro havia donato, et li sia dato a tutti li custodi paga di tre mesi. Et è da saper che questa discordia seguita dentro, ne la qual ne morì zerca 100, fo causa di tal deditione. Adoncha el Castello a dì 7 Marzo si rese al Re de Franza, essendo sta bombardato solum 10 zorni, nè fo rotto altro che le merladure et fenestre, tanto era forte di muraglie; et fo levato le bandiere de Franza. Et qui fo trovato di robbe lassò re Ferandino, che non potè portar via, di più sorte panni d'oro et di seta, per valor di ducati 200 milia: sì che Franzesi comenzò tutti a vestirsi de seda, dove prima erano vestidi de panno, secondo el consueto loro. Et questo basti zerca a Napoli; et de le cosse seguite in questo tempo, maxime a Venetia, comenziamo a scriver.
Ma prima non voglio restar de scriver come el Re de Franza mandò do gripi a Rodi dal Gran Maistro a notificarli questa vittoria, et che li mandasse la sua nave et altro aiuto bisognando, come Franzese.
Cose seguite a Venetia et in diverse parte in questo tempo mezo.
Domente el Re de Franza seguite la sua intrata in Napoli, zonsea la Signoria... dil Duca di Orliens era in Aste, ringratiando di falconi, offerendosi. Et secondo el consueto si dette el titolo dil Duca de Milano. Et fo divulgato, come per lettere de Milano se intese, ditto Duca ivi adunar exercito; et che la Raina de Franza havea parturito una figlia, a la qual fo posto nome...., et havia fatto comandamento al duca di Borbon per tutta la Franza che, exempti et non exempti, dovesseno mettersi in ordine per dover venir bisognando in Italia in aiuto dil Re, però che non havevano ancora inteso el suo felice successo in Reame. Et el sig. Ludovico duca dimostrava haver gran paura dil suo stado, licet sia stato causa di far venir questo Re in Italia. Ancora perchè si dubitava di re Maximiliano, che ancora non havea ottenuto la investisone dil Ducato, come havia mandato a rechiedere, et con la Signoria, si voleva aderir a ogni cosa, spesso consultando con Sebastian Badoer, mediante ei qual si governava, licet fusse oratore veneto, et mandò per Po li soi ambassadori, li quali andò prima a Ferrara, poi zonseno quivi.
Benchè non sia a proposito qui descriver tal cossa, pur per mia satisfatione ne voglio far memoria. In questo anno, a dì 26 Fevrer fo el Zuoba da nui chiamato di la cazza, nel qual zorno per consuetudine antiqua si fa sulla piaza di San Marco ogni anno una bellissima cazza di alcuni tori, et vien tagliato la testa per li scudieri dil Principe a certi porchi; tutte signification come in l'opra de Venetia, dove trato De principio Urbis, de situ et Magistratibus, è diffusamente descritto. Vista la Signoria in palazzo a veder, et a hora, per esser tanti degni oratori in questa terra, fo molto solemne, con certi balletti de mumarie sopra soleri, con fuogi artificiati etc. Era el Principe con el legato dil Pontifice, uno solo di oratori dil Re di Romani, zoè domino Joanne Stainer, perchè cussì fo ordinato a ciò li altri non havesseno a precieder a questi de altri Re. Poi era quello de Franza, quello de Spagna, quello de Napoli, licet za el suo Re fusse partito et el Re de Franza habuto el dominio de Napoli, ma ancora non si sapeva, nè era zonta tal nuova, altro che del intrar in Capua; poi quello de Milano, de Mantoa et de Rimano: mancava de Ferara, che per esser amalato non venne. Et fo bellissimo veder el nostro Serenissimo Principe in mezo dil Legato e 4 oratori di 4 Re li primi di la Christianità, duchi et signori. Poi era assà senatori, et domino Fuciano baron hungaro. Era un grandissimo populo su ditta piaza; fo stimato persone da 50 milia in suso, et era assà varietà de mascare, benchè in questo anno per el Consejo di X fo decreto niun se potesse mascherar senza parte presa nel consejo di X, et però niun si trasvestiva, tamen per far più bella la festa fo preso che de cetero X zorni avanti el marti de carlevar ogniun si potesse stravestir a loro modo.
Intrato che fu el Re de Franza in Napoli, subito scrisse una lettera a la Signoria, molto piacente, savia et piena di rengratiamenti, denotando la sua intrata, benchè le fortezze ancora si teniva, et sperava di breve haverle, et tutto el resto dil Reame. Che quello offeriva a ditta Signoria, come so bona amiga, promettendo di far meglior compagnia a nostri di quello faceva Aragonesi, ringratiando di l'operatione et l'allianza servata, con molte dolce parole, chiamando el doxe zerman carissimo, offerendosi in ogni cosa. Et quello araldo portò ditta lettera in Collegio, per decreto di la Signoria li fu donato ducati 100 d'oro, et vestito, in demostration si havea habuto allegrezza di questa vittoria de Soa Majestà. La qual lettera zonse a Venetia a dì 4 Marzo.
A dì 4 Marzo 1495 zonse a Venetia li do ambassadori dil Duca de Milano, che za alcuni mesi erano stati eletti, et di zorno in zorno dovevano venire: i quali fonno domino Guido Antonio Traulzi episcopo di Como, et l'altro Francesco Bernardin Visconte consegliero dil Duca, fo fiol di domino Sagramoro, homeni degni, et da farne extimatione, et di le prime caxe de Milano, però che Visconti et Traulzi sono le principali, et li duchi tutti, da questo in fuora, si chiamò de caxa de Visconti. Et veneno per Po, steteno 8 zorni a venire, li fo mandato contra fino a Malamoco assà patricii, cavalieri et altri de Pregadi: tra i qual Hieronimo Lion cavalier eletto ambassador al loro Signor; etiam vi andò contra domino Tadeo de Vicomercà, altro ambassador era qui de Milan, et etiam quello de Ferara. Altri oratori non vi andò, nè etiam venne a visitarli, per esser di testa coronà. Venne con li piati fino a la caxa dil Marchexe di Ferara, dove era preparato, et li fo fatto le spexe, et poi dato ducati 100 in uno sacheto, a ciò loro medemi se le facesse. Veneno con zerca persone 60, et vestiti di color. Et la mattina seguente, fo il secondo dì de quaresima, andono a l'audientia, et exposeno la soa imbassata, et cussì l'altro zorno ancora. Se divulgava per tutta la terra, come era la verità, che erano venuti per far la liga, et esser insieme con questi altri oratori su queste pratiche. Et sæpius Venetiani consultavano nel consejo di X con la zonta sì de padri, savii de collegio, quam altri primarii patricii eletti: et se reduseno tre zorni continui da matina et da poi disnar. Se divulgava tramavano de far lega, et sæpius cazavano di Collegio, Conseio di X et Pregadi, li papalisti quando tratavano alcuna cosa di Roma. Et fo ditto el Pontifice al tutto se voleva partir di Roma, per dubito dil Re de Franza, nè voleva star più in le paure et pericoli era stato. Et molti mormorava che 'l verrebbe ad habitar a Padoa o in altro luogo in le terre nostre, o vero in Ancona ch'è terra subposta a la Chiesia. Tamen Venetiani lo dissuadeva non volesse partirsi de Roma et lassar quella terra in abandono, et che provederebbeno che la Santa Romana Chiesia non havia alcun incomodo, nè etiam Soa Beatitudine, et tamen erano su queste cosse dil Pontifice, et per expedir tanti varii ambassadori molto occupati, le cose andava molto secrete. Et in questo tempo ordinò a molti Monasterii religiosi in questa terra, et li mandò la Signoria elemosine a ciò pregasseno l'eterno Dio che inspirasse ne le mente di quelli governava questa inclita Republica a elezer la miglior via per el ben de Italia, juxta illud dictum: in maximis sive minimis implorandum est divinum auxilium. Et ditti ambassadori erano qui andavano spesso vicissim a l'audientia, zoè Legato, Spagna et Milano; quello dil Re de Romani non ussia molto di caxa, et etiam mons. di Arzenton, ambassador dil Re de Franza. Tamen stava admirato di quello havesse a seguire, et cercava con ogni via de intender. Et una mattina, avanti el Re havesse Castelnovo, andò in Collegio rengratiando, nomine regis, di la benevolentia li havia dimostrato in questa impresa, et che havia bona causa de esser sempre bono amigo di questa Signoria, et obligato a far ogni cossa, usando dolcissime parole. Et per el Prencipe li fo risposto sapientissimamente. Tamen a Napoli el Re faceva puoco conto de li oratori veneti, negandoli talor l'audientia, come scriverò di sotto.
Da Corphù per lettere di Alvixe Venier bailo et capetanio de dì 17 Fevrer, et zonte a Venetia a dì 25 Marzo 1495 con uno gripo, se intese come da Costantinopoli veniva uno messo con lettere drizate a la Signoria, de mercadanti, perchè ivi non vi era ni baylo ni ambassador, copiose molto di nove, le qual da Turchi fonno trovate et tolte. Pur capitato el messo le portava a Corphù, notificò al baylo come el sig. Turco faceva una grandissima armata de più de vele 200 per ussir fuora questo anno, et havia ordinato uno grande exercito, più che il padre mai facesse, et questo per paura dil Re di Franza, non facesse quello diceva le prophetie, et come li soi savii di la leze predicevano, che la loro setta mahumetana in questo anno dovea patir grandemente pericolo di penitus esser versa. Et non molto da poi ordinò a 30 milia asappi dovesseno mettersi in pronto et venir a la Vallona. Et per lettere di ultimo Zener da Costantinopoli, dirizate a Antonio Grimani procurator, però che essendo fuora et a pena habuto el stendardo et zonto a Corphù, che morto Zuan Moro fo eletto in loco suo procurator di San Marco, la qual dignità apud Venetos è la primaria driedo el prencipe. Sono nove li primi et veterani patricii. Et ancor pur era capetanio zeneral, et stete assà tempo come dirò de sotto. Or per ditte lettere se intese Turchi volevano andar con l'armata a l'ysola de Scyo de Zenoesi, et quella subjugar, sì come per li oratori dil re Alphonso più volte era stà pregato volesse far, per haver Zenoesi dato gran favore al Re de Franza, et ivi fabricata l'armata et tuttavia li danno, licet ditta ysola sia tributaria al sig. Turco. Per la qual cosa Zenoesi, et più quelli de Scyo steteno di malavoia, et non sapevano che farsi: tamen non seguite altro, et l'armada dil Turco non ussite, sino fo disfornita. Pur prima se intendesse el certo dette da suspettar assà. Et per lettere di ditto capetanio zeneral, venute in questi zorni, fo manifestato la quantità di l'armata facea, come lui era da Costantinopoli de persona fide digna advisato, zoè galie 80, 100 fuste grosse, 30 palandarie, con bombarde zuso che traze da pope, 30 altre palandarie da portar cavalli et zente, 4 nave grosse; et ancora l'exercito terrestre grandissimo, a la summa de 60 milia persone, et che aspettava con desiderio el sig. Turco l'ambassador dil Re de Ongaria, con el qual havia guerra, che ivi veniva per pacificar le cose, et li voleva far ogni patto, a ciò non impedisse el suo pensier de Ytalia. Item come l'ambassador dil Papa et dil Re di Napoli erano partiti da Costantinopoli, et venuti a la Vallona, et aspettava de passar in Reame. Se divulgava el Turco haver dato danari a ditto orator napolitano, et promesso de mandar X milia Turchi in so aiuto. Et al tutto erano disposti ditti Turchi de ressister a questo Re de Franza. Et è da saper, che dil mese di Zener 1495 a Napoli, ritrovandose ivi l'ambassador di esso sig. Turco, fo publicato la paxe fatta et sigillata tra lui et el re Alphonso de Napoli, come di sopra ho scritto: et questo per confortar quei populi.
Et inteso questo da Venitiani molto si dolseno, che questo Re de Franza dovesse esser caxon di far passar Turchi in Italia et ussir sì grande armata in mar, et presono nel Consejo de Pregadi de augumentar l'armada, et far metter banco, et armar in questa terra alcune galie; et za li soracomiti erano eletti, a ciò ussendo ditta potente armada, el colpho nostro, et le terre marittime non fusseno senza presidio, le qual però continue se fortificava.
In questi zorni per decreto dil Consejo di X fo mandato Alvixe Sagudino secretario al sig. Turco, per advisar di la morte di suo fratello Giem sultan, et di quella certificarlo, et etiam per altre facende, a ciò potesse advisar la Signoria dil seguito di la sua armata, et per esser homo pratico et haver la lengua, parse di mandarlo più presto lui, che elezer altro oratore, et etiam per più prestezza. El qual la sera medema, che fo a dì 6 Marzo montò in uno gripo et andò verso Corphù, et zonto a la presentia dil Signor have più accetto la sua venuta che di orator potesse esser zonto, per intender la certezza di la morte dil fratello, la qual havia inteso et non la credeva, come tutto scriverò più avanti, secondo el consueto mio.
Ancora domino Martino Albari episcopo di Durazo, essendo montato in gripo per andar al suo episcopato, non essendo ancora partito de li do castelli, per el Consejo di X, 7 Zener, fo mandato a retener, non andasse di longo, ma a uno de li castelli dismontasse; et ivi stete cum custodia, dove vi andò uno cao dil Consejo di X, et uno inquisitore di ditto Consejo, con li nodari, a esaminarlo et veder si portava scrittura alcuna. Questo era stato a trovar el Re de Franza, et havia offerto a Soa Majestà, volendo andar contra Turchi, XX milia Albanesi, et el Re have molto accetto, et li dette certe commissione, con le qual se ritornava in Albania, per comover quelli populi, havendo però prima dato noticia a la Signoria nostra. La qual, prima facie, mostrò non curarsi; ma poi, considerando era suo homo, et havia el vescovado in loro terre, non se impazando Veneti in niuna cossa, etiam era buono li subditi non se impazasse, non perchè non havesseno voluto el prosperar dil Re contra infedeli, ma perchè sapevano bene el ne havea poca voglia, et comovendo queste cosse, non seguendo poi nulla, el sig. Turco harebbe potuto haverlo multum a mal. Tamen poi fu lassato con admonitione pro nunc non dovesse andar in quelle parte, et stete in questa terra.
In questo tempo el Gran Maistro de Rodi, de natione franzese, armò una barza de 300 botte con 60 homeni suso, et tre caravelle con le insegne dil Re de Franza, et andò in corso in l'Arcipelago. Poi ditta barza si conzonse con l'armata dil predetto Re in Provenza, et cussì fece assà danno.
In Spagna per lettere de dì 17 Fevrer zonte a dì 5 Marzo al so ambassador, se intese come el Re et Rayna con la corte era ancora a Madrit, et che havia ordinato grande exercito, el qual a dì 10 Marzo dovia esser in ordine, nè si sapeva dove el volesse mandar. Ben dette fama contra Mori a lui vicini a li confini de Granata. Et era pregato da li oratori dil re Alphonso dovesse romper al Re de Franza, essendo a hora el tempo, sì per acquistar regno, quam per non esser in Franza chi quello difenda, per haver el Re el fior di le zente franzese con lui. Etiam aiutava caxa di Aragona, tamen non volse mai romper, per la bona paxe havia. Et come intesi, ne li capitoli, inter cætera, vi era uno che esso Re prometteva non se impazar in le action dil Reame di Napoli, le qual diceva el Re de Franza haver. Pur li soi ambassadori mosse certo dubbio a ditto Re de Franza, come ho scritto di sopra. L'armada soa veramente, zoè le 32 caravelle, capetanio el conte de Trivento, erano zonte in Cicilia con lettere drizate al Vicerè, nomeva don Ferando de Cugna, el qual avanti ditta armada zonzesse, a dì do Dezembrio in Catania era mancato di questa presente vita. Era di natione castigliano, et le sue robe fo portate a vender in questa terra: le qual vidi, et era bellissime. Or per esser morto ditto Vicerè, l'armada non fece altro ma ivi dimorò, et non era niuno volesse averzer ditte lettere dil Re et Rayna drizate a questo Vicerè, di quello haveva a far la ditta armata, ma subito scrivesseno in Spagna comandasse quello a loro Altezze pareva. El qual za, inteso la morte dil suo Vicerè, havea eletto uno altro chiamato mons. Joan de la Nuza aragonese, era vicerè di Catalogna, el qual venne in Cicilia con le galie di Barbaria per Vicerè, con gran triumpho ricevuto da Ciciliani, et stete a Messina. Quello di ditta armada seguite, et di le cosse di Spagna, intenderete più avanti.
Ancora a dì 23 ditto, zoè Marzo, per lettere di 5 dil presente mexe de Spagna al ditto suo ambassador, per le qual intese la ferma opinione dil Re et Rayna di voler esser in liga con questa Signoria etc., etiam fu divulgato lo esercito predetto dovea andar a li confini de Franza, verso Perpignano, non però per romper guerra ma per star preparato, et che havia ordinato altra armata di barze et caravelle, le qual dovea venir in Cicilia, capetanio don Consalvo Fernandes de Agilar, castigliano, etiam che el Duca di Alve, con una quantità de gianezari (?) venirebbe. Ma unquam si mosse de Spagna; tamen la ditta armada seconda pur venne, et fo in aiuto da poi la liga di re Ferandino a metterlo in Napoli, benchè tanto stette indarno che fo disfornita.
In Alemagna Maximiliano re de Romani faceva preparatione de far la dieta, et come li soi oratori erano in questa terra, dicevano havea ordinato a dì 2 April, che le sue zente dovesseno esser preparate perchè, o fatta o non ditta dieta, era disposto venir a Roma a coronarse. Et fece uno editto, che tutte le terre franche contribuivano in aiuto di Soa Majestà. Et morite in questo tempo uno Duca di Saxonia molto exercitato ne le arme, di la qual morte Maximiliano have gran dolore.
A Roma el Pontifice con reverendissimi cardinali consultava quello dovesse fare. Era disposto non lassarsi trovar a Roma, ritornando el Re de Franza, perchè el cardinal S. Piero in Vincula con ditto Re metteva grande odio con il Pontifice, et sarebbe stato contento di nova eletione o di far scisma. Fo divolgato che esso Pontifice have mandà bona parte dil suo in Ancona secrete, tamen non fo la verità, ma ben fece certi provisionati, et dette soldo ad alcune zente d'arme, faceva fortificar el castello Santo Anzolo, sì de ripari quam fece cavar li fossi a torno, et deliberò de far che el Tevere passa per Roma li andasse a torno in ditte fosse, le qual continuamente si cava, et cavando trovono musaichi, porfidi, serpentini et medaie, et altre cosse bellissime. Et a dì 14 Marzo cavalcò con la corte de Cardinali et oratori a torno ditto castello, poi andò zerca mezo mio fora de Roma a spasso per ricrearsi alquanto. Et essendo zonto a dì 7 Marzo Hieronimo Zorzi cavalier, ambassador decreto a Soa Beatitudine, etiam vi era ancora Paulo Pisani, con li quali consultava de li rimedii opportuni contra questo Re de Franza. Ma in questo mezo, per interposizione di la Signoria nostra con el duca de Milano, el qual mandò molto celeramente Alvixe Becheto a Nepi, fo pacificato le cosse dil cardinal Ascanio vicecancellario con el Summo Pontifice, che, come scrissi, da poi partito el Re de Franza di Roma, più non era voluto andar a Roma ditto cardinal et seguiva l'odio havia al Papa; et hora, a compiacentia dil fratello, per molti respetti volse ritornar. Et cussì a dì 8 Marzo intrò in Roma con grande honor, et andò poi a visitatione dil Pontifice, dicendo: Recedant vetera, nova sint omnia. Et spesso erano insieme a consultatione, perchè era necessario per le cose occorrente, maxime per la liga si tramava a Venetia, la qual molto dal duca de Milano suo fratello era desiderata, per dubito havea di non perder el stado suo.
Ancora zonse a Roma el Cardinal mons. Samallo, venuto di Fiorenza in questi zorni; tamen el Pontifice scondeva di lui le pratiche di la liga si tramava. El qual Cardinal pur ne intese qualche parola, et poi andò a trovar el Re. Zonse a Napoli a dì 14 Marzo, come dirò di sotto. Et etiam vi zonse a Roma quello ambassador di re Alphonso fo qui, nominato di sopra, chiamato Hieronimo Sperandio dottor, et, stato alquanto, demum ritornò a Napoli. Oltra di questo vi entrò in Roma 200 homeni d'arme con li cariazi di la compagnia dil sig. Virginio Orsini et Conte di Petigliano, i quali fuziteno quando lo exercito aragonese da loro medemi si messeno in foga.
A Venetia adoncha si tramava la liga, la qual have principio volente Deo, perchè niun orator primo disse voler far liga, et tamen poi tutti fonno d'accordo de conligarse: et questo per il sapientissimo Governo di la Signoria nostra. Et in questo tempo, al principio de quaresima, cominciò le pratiche de ditta liga: et veneti patres erano molto occupati in dar risposta a li ambassadori andavano a la audientia, che era bellissimo veder ogni mattina andarvi, et tutti havea fatto capo in questa terra, come quella che non havea ambition de acquistar stado, ma ben per conservar pacifice Italia. Quelli de Milan sollicitava ogni mattina, dicendo non esser tempo de aspettar, et lui solo era contento legarsi con questa Signoria, però che in Italia non reputava fusse altri stadi che Venetia et Milano, come era la verità, per essere do grande potentie; et etiam esso Duca deva danari et prestanze a le soe zente, et quelle faceva metter in ordine, et sollicitaveno de haver risposta. Quelli dil Re de Romani non se curava di altri che di la Signoria, et prima facie mostrò non voler Ludovico, per non esser iuridico Duca, et di lui non volevano aldir parola, nè nominar Ludovico, ma ben el Stado de Milano. Quanto queste parole indicava, lectori vi lasso considerar. Quello de Spagna etiam non se curava de esser ligato con altri che con la Signoria, nè el suo Re li havia dato comissione de ligarsi con altri, nè poteva haver saputo[125] come questi oratori volevano far liga. El Pontifice non se lassava intender: hora era contento, hora dimostrava non farne caso, et era in amicitia col Cardinal di Napoli di casa Caraffa, el qual havia ribellato ad Aragonesi, et teniva da questo Re de Franza: questo perchè a Caraffeschi non havia tolto, imo conferito ogni sua intrata, et cussì a ditto Cardinal lassato li beneficii havia in Reame. Et cussì Venitiani erano in magnum quid in convegnir adatar tutti questi oratori varii, i quali però tutti volevano liga, nè si poteva acordar il modo: unde sæpius si faceva consegli, et inter patres disputatione. Quello seguite poi, lezendo intenderete di sotto il tutto. Ma a le cose di Napoli et successo dil Re de Franza ritorniamo.
Come el Re de Franza habuto Castelnovo comenzò a bombardar Castel dil Uovo et quello fece a Napoli.
A dì 7 Marzo havendo el Re de Franza habuto Castelnovo, et etiam in questi zorni la fortezza de Pizofalcon situada sopra uno monte fuora di Napoli, la qual senza contrasto si rese, et a dì 9 comenzò a far bombardar Castel dil Uovo, edificato in mar, tamen ha uno brazo assà stretto per el qual si vien a la terra, et volendo li custodi difendersi era inexpugnabile. Et el Re ex opposito fece piantar le bombarde, ma quelli di ditto castello, subito che 'l Re have Castelnovo, murono la porta. Et a dì 10 el Re andò a disnar a Pizofalcon, ch'è quella roca nominata di sopra, situada su quel alto monte, per mezo Castel dil Uovo, et qui stete tutto el zorno a veder bombardar el ditto castello, et fo buttato assà muraglie a terra. Mandò mons. di Lasparra vicerè in Puia, et mons. de Obegnì vicerè in Calavria. Ancora fece uno editto, che tutti li calafai et marangoni dil Reame venisse a Napoli, perchè voleva far tajar arbori, et reliqua preparar, per far una grossissima armada. Et a Zenoa se preparava per Soa Majestà galie X, et li ambassadori veneti fonno a parlamento con Soa Majestà, notificandoli come la Signoria li advisava le nuove dil Turco, et come faceva grande armata. Et lui rispose: provederemo a tutto. Et conclusive non faceva quella compagnia a ditti oratori, qual da prima solea far, et raro li dava audientia.
A dì 12 ditto zonse a Napoli don Ferante fiol dil Duca di Ferrara, et Piero di Medici, i quali erano stati fin hora a Roma.
El Re, habuto che ebbe Castelnovo, et li custodi con lor robe ussiti, altri restati con esso Re, altri andati dove a loro parse, comandò fusse riconzato dove le bombarde havia fatto danno, et maxime el ponte el qual era roto. Et conzato che fu, se partì de Castel de Capuana, et venne alozar in ditto castello, dove soleva habitar li Re aragonesi.
Et accidit che a dì 6 ditto venne a presso Napoli don Fedrigo con do galie et una galiota, et mandò a dimandar al Re salvo conduto, et uno de soi primi baroni per ostaso, che 'l volea venir a parlar a Soa Majestà. Et el Re li fece salvo conduto, et mandò sopra el schifo suo cosino mons. de Lignì per ostaso in galia. Et don Fedrigo venne da Soa Majestà; el qual era sopra le bombarde a sopraveder. Et dismontato del schifo, li venne contra alcuni baroni soi amici et parenti franzesi, per caxon di la prima moglie soa che fo franzese; et quello ricevuto con gran benivolentia, parlando a la franzese, montono a cavallo et veneno a trovar el Re. Et come fo a la soa presentia, dismontò, et li volse basar li piedi; et el Re non volse, imo li fece gran careze; pur tanto fè don Fedrigo che li basò la man. Et poi, fatto le debite acoglienze, et usato le parole acomodate, montono a cavallo, però che esso Re andava a cavallo per Napoli molto familiarmente, hora con 100 cavalli et hora con X, sì come si atrova, non servando alcun decoro; et andono a torno la terra. Un poco poi esso don Fedrigo si tirò con el Re sotto un certo arboro da canto de li altri, et loro do soli steteno a parlar per spatio de zerca hore 3, et non vi era a presso niuno. Demum el Re chiamò tre soi baroni et consegieri di primi, et pur ancora parlono; et non potendo concluder alcuna cosa, don Fedrigo ritornò in galia, poi in Castel dil Uovo, et mons. Lignì venne in terra. Poi andò alcuni franzesi, zoè quelli soi parenti et amici, a parlarli in castello, i quali tratavano di acordarlo con el Re; tamen non potendo ottenir nulla, montono in galia. Et (don Federico) ritornò a Yschia, dove era el re Ferandino con 14 galie. Quello feceno scriverò di sotto. Essendo stato però Ferandino al castel di Gaeta a sopraveder, el qual ancora se teneva et continuamente era bombardato. Ma è da saper che don Fedrigo dimandò do cosse al Re de Franza. La prima che el re Ferendo suo nepote era contento di venir a inchinarsi a Soa Majestà, dummodo non perdesse el nome de Re, et che li daria tutto el Reame, zoè l'Apruzo, Puia et Calavria, et lui restasse con Napoli solamente, a ciò che 'l nome de Re, come ho ditto, non se perdesse; prometendo di darli tributo, et che quello regno fusse suo come quello de Franza, et che tutte le fortezze restasse in le sue man per sua securtà. Et non voglio restar de scriver questo, che, intrato che fo el Re de Franza in Napoli, comenzò titolo nuovo, zoè: Carolus Franciæ Siciliæ atque Jerusalem rex, sì come era el titolo de re Alphonso. La seconda richiesta fo che a lui, don Fedrigo, dovesse lassar el Principato di Alte mura, però ch'è di la dotta sua, et el contà de Matalon che fo de soa madre; et che lui vegneria sotto Soa Majestà. A la qual richiesta el Re rispose: prima che Ferandino non se pensasse de haver niun stado in Reame, come sempre lui ha ditto, ma ben in Franza li prometeva stado condecente; secondo che a esso don Fedrigo non li voleva dar a lui ditti contadi, ma ben investiria le donne di quelli, et li faria privilegii che lui scodesse le intrade; tamen che 'l voleva che lui venisse ad habitar in Franza, dove oltra di questo che li dava di qua, etiam in Franza li prometteva di dar el dopio di stado, ma che per niente non voleva aragonese niun in Reame, imo che quel nome fusse estinto. Unde, re infecta, don Fedrigo ritornò a Yschia, come ho ditto. Et ancora prometteva el Re de dar a don Ferando re una sua neza, fiola dil duca di Borbon suo cugnado, con ducati 60 milia de intrada.
Et non restava continuamente Franzesi de bombardar Castel dil Uovo. Quelli di Otranto et Galipoli aspettavano l'araldo dil Re per rendersi. A Rezo (Reggio) città in la Calavria, tumultuando tra loro, essendo l'armada de Spagna poco lontana, et etiam quella terra vicina alla Sicilia ch'era de ditto Re de Spagna, levono le bandiere sue; ma poi a dì 10 Franzesi l'have. Et el Re, cussì come le terre et castelli si rendeva, fatti li capitoli con loro, quelli erano de baroni retrovandese vivi, zoè de quelli che al tempo di la rayna Zuanna possedeva, li conferiva et concedeva facendo soi privilegii; et non (trovando) de quelli, donava a soi baroni franzesi. Et si tenne per lui solum 12 terre et Napoli; el resto, zoè l'intrate, conferiva et dava a Franzesi come ho ditto, i quali cercava de venderli, et grande intrata dava per picola quantità denari; et, come vidi una lettera de 17 Marzo, Franzesi dava ducati 100 d'intrada a l'anno per ducati 200, et li faceva li soi instrumenti, ma non trovavano da vender, et cussì fonno in richiedi, et in Napoli pompizavano d'oro et di seta che era una magnificentia a veder. Et Zuan Jacomo di Traulzi palam dimostrò de esser acordà con el Re, et habuto danari cominciò a soldar zente italiane. Et come per lettere de Ferara se intese dal Vicedomino nostro, che era una fama che ditto Traulzi doveva venir in Romagna con 50 squadre, tamen mai se partì dal Re, et con lui ritornò in Franza. Napolitani erano pur malcontenti, perchè ogni zorno havevano cosse et affanni novi: et per Napoli se andava armati, et el Re voleva, oltra el dacio di le piegore, etiam una certa angaria, la qual per don Alphonso era sta avanti el tempo scossa, et però Napolitani non sapeva che farsi, et si doleva di la loro fortuna, volendo volentiera, potendo, ritornar sotto caxa di Aragona et non sotto Franza. El sussidio caritativo de uno ducato per fuogo el Re mandò a dimandar in l'Apruzo, Puia et Calavria, el qual, ut mos est, saria assà danari, da ducati 100 milia in suso. Secondo la consuetudine de Franzesi de voler sopra tutto star a piacere con donne, et el suo clima a Venere è molto dato, cussì questo Re seguiva assà li so piaceri, sì per esser in una età atta a questo, quam perchè soa natura cussì richiedeva. Et varie sorte de donne qui in Italia provò, le qual li era portate per li soi Franzesi. Et intrato che 'l fo qui in Napoli accadete che se inamorò in una madona Lionora da Marzano, fia della duchessa di Malfi, orfana, la qual el re Alphonso havea dato a suo padre el contà de Celano; ma ditto conte venuto col Re de Franza, esso Re li dette el suo contado. Unde questa donna vedendo essere expulsa, la madre la menò in castello dal Re, vestita d'oro, sopra una careta ben in ordine; et pregò Soa Majestà non li volesse tuorli el suo stado, dimostrando lo possedeva con ogni ragione. Unde el Re, vedendola sì bella, fo contento di lassarli ditto contado, et privò el conte di quello, et fece privilegii a questa donna. Et era tanto el ben che li voleva, che ogni zorno voleva ditta madona Lionora venisse in Castello, et per Napoli era chiamata soa favorita. Et è da saper che soa madre è sorella di la moglie di Marc Loredan fo di Antonio cavalier et procurator, la qual prima fo maridada nel duca Vlacho (?). Ma poi el Re li venne fantasia di mandar per la sua altra, la qual la tolse a Guastalla in Parmesana venendo in Italia, et era come intesi dil parentè di quei di Gonzaga; la qual la lassò in custodia a Lucca. Et cussì questa zonse lì a Napoli la settimana santa, et d'indi ditta madona Lionora non frequentava il venir cussì spesso in Castello, pur veniva a le fiate, et hæc satis.
El Re non havea piacer di niuna virtù, nè canti, nè soni, nè buffoni; ma pur, venuto in Napoli, trovò do buffoni che fu di re Alphonso, i qual pur andavano qualche volta a darli piacer. Era ancora uno mato, chiamato fra Zuane, el qual essendo in Castelnovo, et dimandando Franzesi: chi viva? lui non potè star che non dicesse: Re Ferando di Aragona! Et Franzesi, non haveno rispetto a la soa pazia, ma lo butò zoso di le mure, et morite; che tutto Napoli ne have dolor, perchè era piacevol stolto.
A dì 13 Marzo vedendo el Re che quelli di Castel dil Uovo se teniva, et le bombarde, le qual erano piantate a Pizofalcon sopra el monte, havea bombardato tre zorni et butato zo un pezzo de moro, et con quella nave dil Cardinal di Zenoa et altri navilii voleva farli dar la battaja; unde li mandò a dir che non si rendendo per tutto quel zorno, el Re non li voleva più a pati. Et li custodi pavidi levono le insegne, zoè uno segno di volersi aboccar: et dato la fede per el Re, venisse liberamente a parlarli, venne fuora di ditto castello do, li quali fonno a parlamento con el Re, et concluseno di rendersi salvo l'haver, et le persone, et quello che a loro era sta donato per re Alphonso et re Ferdinando, volendo però termine zorni 8; et che si in 8 zorni el suo re non li manderia soccorso, ex nunc leveriano le bandiere di Soa Majestà, et che dentro mandasse el Re chi a lui piaceva. Et el Re vi mandò tre: el Principe di Salerno, mons. di Biamonte et uno altro suo barone. Aduncha essendo sta bombardato solum tre zorni, et 6 da poi renduto Castelnovo, che era inexpugnabile, si rese. Et est mirum che Aragonesi non habbino habuto niuno che li sia sta fidelissimo, et ogni cosa senza battaglia se habbi renduto a questo Re de Franza.
A dì 14 ditto venne mons. di Samallo cardinal, era stato a Fiorenza et Roma, et advisò el Re havia inteso de una certa liga si faceva a Venetia. Et andati li do oratori veneti a soa visitatione, però che Paulo Trivixano a dì 15 have licentia de ritornar a Venetia, la qual ge fu data per avanti, che quam primum li castelli el Re havesse ottenuti, dovesse quando a lui piaceva partirsi de lì. Or a dì 15 come ho ditto, ditti ambassadori andono a visitar questo Cardinal, el qual li disseno: Domini oratores, io son sta a Roma, et ho inteso de una certa liga si vuol concluder a Venetia contro el Roy nostro, usando assà strane parole; dicendo: io ho ditto al Pontifice che non fazi tal cossa, nè vogli aldirne parola, perchè el Roy è potentissimo, et havia Dio con lui et la justicia. Et che l'intendeva di Maximiano Re de Romani, tamen che el suo Re con una lettera li faria far quello lui volesse. Dil Re di Spagna, che havevano paxe bona, et datoli do contadi, zoè di Rossiglion et Cerdania, et che mai non credeva volesse romperli la fede. Che la Signoria nostra non havea causa di farlo, per la lianza promessa. Et che el sig. Ludovico si l'andasse troppo zercando tal cosse, lui saria il primo batuto, maxime sapiando el Duca di Orliens esser in Aste a lui propinquo. Unde li nostri oratori sapientissimamente risposeno, che non sapevano nulla di tal cosse, jurandoli sacramento. Et questo fo essendo a tavola, però che li volseno dar un pasto. Et Samallo disse: mons. di Arzenton etiam ha scritto al Roy, ch'è una fama in Rialto di questa liga. Et subito ditti oratori scrisseno a la Signoria. Tamen el Re havia una gran paura, et sollicitava molto el suo partir, facendo più denari il poteva: et tutto dimostrava voler ritornar.
A dì 16 partì de Napoli dal Re per ritornar in Franza mons. Marescalco di Bertagna con cavalli 2000, et uno altro baron; et quam primum poteno ritornono ne' loro paesi.
In questo zorno medemo el prefetto de Roma signor de Senegaia venne a Napoli, et alozato in caxa dil Principe di Salerno si amalò di una malattia che fo molto longa, et de lì alquanti zorni andò a Senegaia pur amalato, et più volte fo ditto esser morto. Questo è cugnato del Duca de Urbin.
In questo tempo el Re de Franza mandò uno suo ambassador al Pontifice, chiamato mons. Frances de Nusemburg sig. de Gran Mason, a dimandar la investison et coronation dil Reame di Napoli. El qual zonse a Roma a dì 28 Marzo. Ancora per avanti havia scritto al Cardinal de San Dyonisio, che dovesse advisar el Papa come el suo Roy voleva esser per la Settimana Santa in Roma, et ivi far le feste di Pasqua. Per la qual cosa el Pontifice stava molto sospeso, nè sapeva che risponder dovesse. Et per lettere de 18 Marzo de Napoli se intese come el Re per el continuo star sopra le bombarde, per inanimar quelli trazevano, a ciò vedendo el Re facesseno miglior colpi, li venne certe rossure su la persona. Zoè andato a Pozo real, ussito di Napoli per recreatione, tornato che 'l fu si butò al letto, et stette tre zorni in letto, con mal dubitavano di fersa, havendo habuto in Aste le varuole. Et che nostri ambassadori non erano carezati come da prima; et do volte fonno in castello per aver audientia dal Re, et, aspettato assai, poi fonno licentiati, dicendo el Re non li poteva parlar: sì che dimandavano licentia, digando steva ivi con puoco honor di la Signoria. La qual cosa per Venetiani non fo data, a ciò, mentre stesseno, se intendeva li soi progressi, et etiam non era tempo. Era lì a Napoli con el Re 4 cardinali: San Piero in Vincula, el Cardinal de Zenoa, Curzense et Samallo.
Ferandino veramente in questo mezo con don Fedrigo, Marchexe di Pescara et altri se ritrovava a Yschia con 14 galie, et ivi fortificava quella fortezza. Et è da saper che zonto che fu esso re Ferandino a Yschia, però che andava in su et in zoso avanti fosse resi li castelli, volendo intrar nel castello de Yschia, el castellano era di Aversa par recusasse, ma pur a persuasione di la Rayna et altre donne, che tanto lo pregò, fo contento di lassarlo intrar. Et intrato, inteso el mal voler dil castellano, fo ditto lui medemo li dette di uno pugnal nel petto, et lo amazò, et cussì a uno suo fiul. Altri disse quelli fè retenir, sed quomodocumque res se habeat mutò el castello et montò in galia, volendo menar la Rayna a Mazara in Sicilia, et andar a trovar suo padre, el qual era ivi con alcuni frati. Etiam fo divolgato don Fedrigo voleva andar dal Turco a dimandar soccorso, et tamen non andò. Ma Ferandino, havendo menato con lui el fiul dil Principe di Rossano era in preson in Castelnovo, quello in galia maredò in la sorella dil Marchexe di Pescara, bellissima donna, fo contessa di la Cera, la qual era andata con la Rayna fuzendo da Franzesi. Et el fiul dil Principe di Salerno lo mandò a donar al padre; et ancora mandò uno suo ambassador al Duca de Milano, el qual mostrava volerlo aiutar, et era gramo dil favore havea dato al Re de Franza, nomeva Scipio di Filomarino cavalier napolitano, el qual a la fin de Marzo venne a Venetia et alozò in caxa di l'altro suo oratore, et poi andò a Milan et si ritrovò al publicar di la liga.
A Napoli vene el sig. Virginio Orsini et el conte di Petigliano con segurtà di Prospero Colonna et altri, di ducati 100 milia. Tamen haveano pur custodia. Et volevano dimostrar al Re non esser presoni, ma presi sotto la fede data a loro di bocca di Soa Majestà, licet non fusse in scrittura; et a la fin fo data la sententia per loro, come dirò più avanti. Tamen el Re mai li volse dar licentia, a ciò non li facesseno guerra, essendo accordati per capitani con qualche Stado, maxime divulgandosi ditta liga si faceva; la qual molto Franzesi intrinsice temeva, dubitando non esser serati di mezo, et non potesse ritornar in Franza.
El Cardinal Curzense venuto di Roma, come ho ditto, a Napoli per esser franzese, licet a requisitione di Maximiliano fusse creato, exortava el Re de Franza a dover far expeditione contra Turchi, et molto a questo se faticò, et etiam scrisse alcune lettere a la Signoria, le qual fo lette in Pregadi et conteneva che Venetiani dovesse scriver a li soi oratori erano in Napoli, che con lui dovesse pregar la Majestà dil Re a tal impresa de infedeli, perchè dal canto suo faceva ogni cossa. Questo faceva per essere povero cardinal, et havea poca intrada, nè dil cappello il Pontifice li voleva dar li ducati 1000 a l'anno si consueta a dar da la Camera Apostolica a tutti Cardinali: et questo perchè non feva residentia in Roma. Unde facendo requisitione contra infedeli si harebbe fatto qualche cruciata, ergo etc.; la qual cossa non fo voluta far da nostri per la bona paxe si havia col signor Turco.
A Gaeta tenendose la roca o vero castello pur per Aragonesi, continuamente Franzesi la bombardava; ma quelli custodi poco se curava, perchè non li faceva molto danno, et haviano dentro assà vittuarie, et con sue artigliarie rispondevano a quelli di la terra. Et Franzesi, i quali non usano bombarde come le nostre italiane, ma sono a modo passavolanti, che buttano ballotte grossissime di metallo et ferro, et questo vien che sbusano li muri dove trazeno, et assà da longi, come faceva a Napoli a Castel dil Uovo, che quasi do mia lontano lo bombardava.
Ma qui a Gaeta vedendo Franzesi non poter far nulla per la via bombardava, mutò le bombarde, et quelle messe in una chiesia di San Francesco, et buttò parte di le mura di ditta chiesia a terra, per poter meglio trazer e far repari. La qual cossa fo causa de far che li custodi atendesseno a dover prender partito de renderse, maxime non aspettando alcun soccorso di re Ferando, et intendendo li castelli de Napoli erano resi e tutto el Regno quasi venuto sotto Franzesi. Et volendoli dar la battaglia, li custodi deliberorono de renderse, et Franzesi non li volseno far altri patti, se non che li voleva sparagnar la vita, altramente, aspettando la battaglia, tutti sarebbe impicati. Et non potendo far altramente fonno contenti. Et a dì X Marzo li aperseno le porte, et Franzesi intrò in la roca, et li custodi senza vestimenti, come fo detto, fonno mandati fuora, havendo de gratia de haver habuto la vita. Et cussì haveno ditta fortezza.
Ancora, come per lettere di 23 da Napoli, se intese come ivi erano oratori di Otranto et Galipoli per fermar li capitoli col Re de Franza et volerse render. Et firmati, el vicerè di Puia mons. di Lasparra ivi andò, et habutoli, andò a Misagne vicino a Brandizo; ma lì era Camillo Pandon, vicerè per el re Ferandino, el qual stava in Misagne, et fo causa Brandizo mai volse rebellar ad Aragona. Taranto, dove prima era Cesare de Aragona, fo fiol natural di re Ferando vechio, a dì 29 Marzo mandato fuora li cittadini, questi erano per casa di Aragona, si deteno a Franza, et cussì molti altri luogi, sì in Puia quam in Calavria, e tutti di volontà. Quelli si volseno tenir, li quali saranno nominati di sotto, si teneno, et non fonno combattuti; sì che, si ancora queste altre terre havesse voluto far el suo dover, questo Re de Franza non prosperava tanto.
Et vedendo el Re che Yschia, benchè fusse ysola, era molto vicina a Napoli, et era receto di re Ferandino, deliberò de far conzar certa armata lì in Napoli per mandar a tuor ditta fortezza. Ma Ferandino ancora era lì con le XIIII galie et la Rayna, tamen aspettavano tempo per passar in Sicilia, et in compagnia con la Rayna se ritrovava l'Arciepiscopo di Taragona, per nome di suo fratello Re di Spagna, come scrissi di sopra. Et etiam in questi zorni vi zonse uno altro oratore di esso Re de Spagna, chiamato Maistro Rational, el qual fo quello venne a Venetia, et andò per mar, dismontato fo preso da Franzesi et spogliato, poi, presentata al Re la commissione andava alla Rayna, li dette salvo conduto, et lo lassò andar a Yschia. Et accidit che el Re de Franza fece tramar acordo con el castellano de Yschia, promettendo 8000 scudi se li dava la fortezza: ma, inteso questo, Ferandino vi messe custodia più fidata, et ditto castellano, come fo divulgato, fece annegar, altri disseno lo retenne. Et quello seguite di lui non se intese.
La rayna Anna de Franza moglie di Carlo re, el qual in Italia a questi tempi se fa nominare, et suo cognato duca di Borbon, inteso el felice successo nel Reame, scrisse una lettera al Re, alegrandosi molto, notificando per tutta la Franza esser sta fatto bellissime feste et dimostratione di allegrezza; tamen lo confortavano a repatriar, notificandoli non li poteva mandar danari, perchè li populi non volevano pagar angarie, et queste tal lettere fo bona causa di la pressa che faceva esso Re de partirse de Napoli: tamen prima voleva aspettar a dì 25 April, che era el tempo de scuoder le doane di le piegore, che era ducati 60 milia, nè più se parlava de andar contra Turchi, come nel principio de questa impresa havia sempre ditto; et de ritornar tra loro parlavano. Et tutti zercava far danari, al meglio potevano; et Roma, Fiorenza e Milano non mancava di far qualche danno, pur parlavano di questa lega. Unde el Re si pensò de voler disturbar ste pratiche, et fece uno orator in questa terra, et uno a Milano, et voleva dar partido, et qual stado con lui più presto si aderiva l'altro restasse con lui inimicitia: et quello veniva a Venetia era mons. de Miolano, et a Milano mons. de la Tremoila, baroni soi di primi et dil suo conseio secreto, i qual tanto indusiono a vegnir, che seguite la liga, et non li volse più mandar, perchè non poteva haver effetto le imbassate soe.
Ancora a Roma remandò ambassador Filippo mons., come di lui più diffusamente sarà scritto. Et tra quelli lo consigliava era varie opinione: altri diceva el meglio saria venir a Zenoa, et ivi per mar andar in Provenza; altri volevano ritornasse per la via medema che era venuto, et cussì fece, et stavano su queste pratiche et consultatione. Piero de Medici continuamente pregava Soa Majestà lo riponesse nel Stado, o vero venisse a dominar Fiorenza. El cardinal San Piero in Vincula voleva venisse a Roma a dismetter el Papa e farne un altro. El cardinal de Zenoa et domino Obieto, ai quali perdonò ogni offesa, volevano venisse a Zenoa. Zuan Jacomo di Traulzi a dani de Milano. El cardinal Curzense, come ho ditto, contra a' Turchi. Sì che inter eos variæ opiniones dicebantur. Napolitani pur erano mal contenti per le insolentie, però che stava ne le soe caxe, manzava et beveva, toleva et usava la roba loro come soa propria, et più che vergognava le donne, et tal, non volendo consentir, le amazavano; et alcune maridate, da poi consentitoli, per tuorli li anelli havevano in dito, li tagliava li diti, come da persone che ivi in questo tempo se ritrovava intesi: cosse intollerabele. Et non potendo quelli meschini più soportar, andono a dolersi al Re, el qual mostrò molto li dispiacesse tal violentie; ma pur a tanto exercito non havendo da darli dinari nè le sue page, mal poteva remediar: pur trovato alcuni giotoni, ne fece impiccar 6; la qual cossa fo assà de timor; benchè tal provision fusse tarde, et za Napolitani erano disperati, et contra Franzesi harebbono fatto ogni mal che havesse poduto.
Fo aviato in questi zorni 4000 cavalli de Franzesi verso Roma; ma poi, successo la liga, li fece ritornar a Napoli. Et questo basti a le cosse de Napoli.
Napolitani non potendo suportar le inzurie li fevano Franzesi, feceno alcuni una conjuration de amazar el Re de Franza, quando l'andava alla Nonciata: ma tal cossa fo discoverta et notificata al Re; et fo preso doy di conjurati, et deinde el Re se riguardava de andar come prima. La qual cossa se intese a Venetia per lettere di oratori nostri de dì 29 Marzo, et zonte a dì 3 April; et come uno frate discoverse tal cosa, et che el Re havia passato uno grande pericolo, perchè erano disposti di amazarlo.
Cose seguite a Venetia et a Milano et Fiorenza fino al concluder di la liga et in questo mexe de Marzo 1495.
Intendendo Venitiani per molte vie di l'armada grossissima faceva el Turco, et grande exercito, deliberorono di far provisione sì da mar come da terra, et elexe 28 Fevrer capetanio di le nave armade Thoma Duodo, era stato capetanio di le galie di Barbaria, et in mar assà exercitato patricio; et di brieve, come dirò, lo mandò in armada sopra una nave di comun, di botte.... Et etiam preseno di armar do altre nave grande di comun, patroni di le qual elexeno nel Consejo de Pregadi Alban D'Armer et Daniel Pasqualigo, el qual altre volte era stato patrone. Et a dì 2 Marzo nel Mazor Consejo, per scrutinio del Consejo de Pregadi, fo eletto Proveditor in armada a presso el capetanio zeneral Bortholomio Zorzi, che alias fo provveditore a Gallipoli a tempo di la guerra di Ferrara, et fratello di Hieronimo cavalier, era ambassador a Roma; el qual libentissime accettò. Et el zorno fo publicato la liga messe banco, come dirò di sotto, et andò poi in armada benissimo in ordine. Oltra di questo a dì 7 April in Pregadi elexeno XV sopracomiti, benchè ancora altri ne fusse eletti che ancor non havia armato, et 9 patricii fuora in armada. Questo perchè Venetiani al tutto volevano aver grossa armada, ussendo el Turco, di galie 40 et nave.... senza le altre vele et galie de viazi, che a li bisogni se mandano in armada: tamen non fo bisogno; pur haveno grossa armada de galie 36, come al loco suo il tutto sarà scritto. Et in l'Arsenal continuamente se fabricava galie. Li arsilii andono per li stratioti in questo tempo zonseno in la Morea, et comenzono a cargar, benchè do de ditti arsilii in questo mexe de Marzo per fortuna sora el porto se averse, et convenne ritornar in l'Arsenal a riconzarsi. Ancora fo dato prestanze et sovention a le zente d'arme, a ciò al bisogno fusseno in ordene. Et ordinato de far la mostra in uno zorno in le terre dove erano alozate; la qual fo fatta dil mexe di Marzo, come intenderete lezendo. Le qual cosse judicavano Venetiani volevano far fatti, come feceno.
In questi zorni morite do condutieri strenui di la Signoria preditta, assà veterani ne l'arte militar; a Roman in Bergamasca Zuan Antonio Sharioto, havia cavalli 300; et poco da poi, a Ruigo, Alexandro dil Turco, etiam havia cavalli 300: homeni ambedoi armadi da la Republica nostra; et la loro conduta fo poi partita tra li altri conduttieri.
Ancora nel Consejo di Pregadi condusseno, per via de li ambassadori era a Napoli, Zuan Paulo di Manfron, vicentino, el qual era stato al soldo dil re Alphonso, et li detteno cavalli 200. Et cussì partito de lì venne in queste parte, ma fo molto tardivo. Etiam li detteno 25 balestrieri a cavallo. Et benchè le decime dil Monte Nuovo fusse pagate molto volentieri, non voglio restar de scriver questo: che mons. di Arzenton de Franza volse andar insieme con Alvise Marcello, era alle Raxon Vecchie, a la Camera de li Imprestidi per veder el modo se pagava et scodeva. Et visto in quel zorno gran moltitudine de brigata che portava danari, adeo el cassier non poteva suplir de scuoder, unde ste molto admirato, che in li altri luogi si stenta assà avanti che si possi haver pur una minima quantità, et qui scodevano tanti danari portati da cittadini nostri voluntarie. Or perchè pur ne restava debitori, nel Consejo di Pregadi elexeno tre Savii a le Cazude, executori di le quattro decime imposte quam di quelle se metteva per giornata: li qual avesseno a raxon de ducati X per cento di pena di quello scoderanno; uno de li qual attender dovesse a debitori dil Monte Vecchio, l'altro dil Monte Nuovo, et il terzo a le decime del Clero: et fonno eletti Mathio Donado, Hieronimo Orio, et Alvixe Loredan, i quali tutti erano dil Consejo di Pregadi, licet, non vi essendo, per ditto officio vi poteva intrar. Etiam questi havea do exatori, Bertuci Loredan et Lorenzo Manolesso, fatti alias per Collegio, licet de his hactenus.
Continuamente erano Venetiani su pratiche de concluder la liga, exortati da diversi oratori, maxime da quelli de Milan, benchè qualche controversia fusse di adatar con li oratori dil Re di Romani, perchè non havea commissione di far liga insieme con el duca Ludovico, rationibus superius allegatis; et per questo se stava tanto a concluder. Etiam perchè se aspettava lettere di Spagna et di Maximiliano. Et tal pratiche al principio erano condutte nel Consejo di X con la Zonta; el qual spesso se reduseva; tamen pur etiam conferiva nel Consejo di Pregadi. Et a ciò si concludesse presto, per Collegio, con autorità habuta dal ditto Consejo di Pregadi, fonno eletti et dato tal cargo a tre patricii, che fusseno auditori de li ambassadori, maxime Re di Romani et Spagna, però che Milan quello voleva la Signoria era contento; et questi dovesse referir et in Collegio et in Pregadi la loro volontà et opinione. I qual fonno Marco Bolani consegier, Lunardo Loredan procurator savio dil Consejo, et Andrea Barbarigo, fo del Serenissimo Prencipe, savio di Terra ferma. Et questi molto si affaticò in andar a caxa de ditti oratori; tamen la messeno al fine. Et el Pontifice non se lassava molto intender. Unde Hieronimo Zorzi kav.r ambassador a Soa Santità era sæpius in consultatione; et pur esso Pontifice, oltra el legato suo era in questa terra, mandò uno altro ambassador, el qual venne incognito, licet poi, conclusa la liga, palam si dimostrò et come orator dil Pontifice fu honorato, zoè Alvixe Becheto milanese, el qual era colateral di le zente di la Chiesia. Et ancora Venetiani mandò per lo episcopo di Calahorra legato, el qual era andato a Padoa a mudar aiere, a ciò venisse a Venetia che si volevano expedir. Et a dì 24 Marzo, fo la vigilia di la Nonciata, fo Pregadi; et in questo medemo zorno ditto legato venne da Padoa, et con le barche di viazo medeme venne alla riva dil Principe, et essendo suso el Pregadi andò in camera dil Principe, el qual non se sentiva bene nè ussiva dil suo palazzo. Et lui mandò per li Conseglieri et Cai dil Consejo di X, et ivi conferiteno con ditto Alvixe Becheto. Fo divolgato li fo ditto che al tutto volevano concluder, et che se el Pontifice voleva esser, bene quidem, siue autem faria senza di lui. Et cussì a dì 24, a dì 26, a dì 27, a dì 28, che fo 4 continui zorni, fo Pregadi, et comenzavano a voler metter fine, perchè li oratori de Maximiliano etiam sollicitavano, et el duca de Milano havea mandato una commissione in man dil Prencipe nostro in publica forma, che, benchè fusse tre soi ambassadori in questa terra, tamen la Signoria dovesse concluder la liga, et far dil Stado suo quello a nostri pareva; che fo cossa assà degna de memoria, et de qui ponerla; ma per essere secretissima non ho potuto haverla. Di Pregadi se cazavano li papalisti ogni zorno. Et a ciò se intenda, papalisti sono li patricii che hanno pare, fio, frar, et fio de frar dediti a la Chiesia, zoè hanno benefitii et intrade; et questi, essendo de Pregadi, quando se tratano alcuna cossa de Roma, sono expulsi, per schivar li inconvenienti puoi occorer, a ciò le cosse passino secrete: et questo si fa mentre non si è in liga o in paxe con el Pontifice. Et ancora, essendo Pregadi suso, se reduseva Consejo di X con Zonta, sì che, concludendo, tramavano ditta liga. Et corrieri de Milan veniva in hore 24, de Roma in 50, et de Maximiliano da Vormes ch'è mia 600 lontano de qui, in zorni 6, che fo cossa incredibile. Le cosse si strenzevano et andavano molto secrete. Quello seguite sarà scritto di sotto. Et mons. di Arzenton non andava più assà spesso in Collegio, come soleva; imo era admirato di quello havesse a seguir, et zercava de intender qualcossa, nè si vedea più con l'ambassador de Milan, come era assueto de andarvi. Et è da saper che in questi zorni, al principio de quaresima, andò in Collegio a dimandar a la Signoria che lui intendeva che si ragionava per la terra di certa liga si tramava in questa terra, et che era quasi certo, vedendovi tanti ambassadori, et che non sapea la causa perchè questa liga si dovesse far, et che, si la fusse contra el suo Re, questa Signoria li havia promesso bona lianza, et però pregava la Signoria lo advisasse, et che el suo Re era presto a intrarvi non essendo contra de lui: con altre simil parole. A le qual el Prencipe li rispose sapientissimamente, secondo il solito; sì che, senza saper altro, Arzenton tornò a caxa. Et non molto da poi accadete che, ritrovandosi in chiesia di San Zanepolo uno cittadino da Catharo chiamato Nicolò de Fano, el qual alias per Hieronimo Orio, era lì rettor, fo bandito di Catharo per soi misfatti; questo si buttò a piedi di ditto orator dil Re di Franza, dicendo che in questa terra non si faceva justitia più, et che lui, che era ambassador di christianissimo Re et justo, li volesse far uno salvo condotto potesse ritornar a Catharo. Et vedendo alcuni patricii eran con ditto orator, lo mandò via dicendo esser pazzo. Et pur lì continuando ne la soa richiesta, mons. di Arzenton disse: va, va, sei in una terra che si fa ragione etc. Et inteso tal cosa per li Cai dil Consejo di X fo subito mandato a tuor dil chiostro de frati, perchè lui, da poi ditte tal bestial parole, conoscendo l'error suo, non volse partirsi di loco sacro, credendo esser sicuro. Ma per cose di Stado non si varda, et per esser crimen læsæ majestatis fo mandato a tuor dove l'era, et menato in presone, et datoli tortura. Poi nel Consejo di X fo spazato per pazzo, zoè che 'l stagi 3 anni ne la preson forte serato; poi che sia in libertà di quelli dil Consejo di X saranno in quello tempo de licentiarlo o ver darli la punitione li parerà, col Consejo di X però. Et cussì se ne sta in presone.
Fiorentini considerando l'error suo, et che Pisa non ritornava sotto il pristino loro dominio, li do ambassadori erano a Napoli, zoè lo episcopo Soderini de Volterra et Neri Caponi continuamente dimandando audientia dal Re de Franza, quella hebbeno, et li dimandono prima che se Soa Majestà si havea a doler de Fiorentini, et se in niuna parte se teniva offeso, che li fusse dato auditori, che volevano justificar el tutto. Demum, che non havendo fatto cosa niuna contra la christianissima Majestà Soa, imo haverli dato ogni favore, che li piacesse di farli render la soa terra di Pisa, juxta la forma di capitoli. Ai qual el Re rispose: prima che non si lamentando lui de Fiorentini fin hora, non bisognava justificatione, poi che quanto a Pisa elli non la meritavano, et che li bastava che fusseno in loro libertà et privi del governo de Medici; et che ogni dì Piero de Medici lo molestava, et lui non li voleva dar orecchie; ma che havendo Pisani voluto esser sotto soa protetione, et levato la soa insegna, non poteva far non manco di custodirli et mantenerli in libertà, sì che zerca Pisa più non se parlasse. Unde Fiorentini vi mandò uno protonotorio de Caponi per ambassador, el qual a dì primo April passò per Roma, et non molto da poi, havendo habuto el Re le fortezze, elexeno nel loro Consejo quattro ambassadori a Soa Majestà, sì per congratularsi di tanta vitoria, quam per veder al tutto de haver Pisa, et el Re li observasseno li capitoli promessi et jurati de observer: ancora per Monte Pulzano. I qual fonno questi: Guido Anton Vespuzi cavalier, Bernardo Ruzelai, Lorenzo Morelli et Lorenzo di populani, olim de Medici. Et prima nel numero di questi quattro elexeno Paulo Antonio Soderini, che fo qui ambassador l'anno passato, et non vi volse andar, sì perchè suo fratello lo Episcopo di Arezo era lì dal Re oratore, quam per altre occupatione. Unde in loco suo elexeno uno de questi altri, et cussì a la fine de Marzo partino di Fiorenza con gran pompa, andono a Roma, poi a Napoli, et arivò a dì 3 April a Napoli; erano con manege dogal. Et el successo loro intenderete poi.
Quelli di Monte Pulzano, havendo intendimento con Senesi per essere loro vicini, rebelono a Fiorentini, et si deteno a Senesi. Levono le loro insegne a dì.... Marzo, et scaziando el dominio ivi era per Forentini: unde vedendo Fiorentini questo, subito spazò uno corrier al Re de Franza, quasi come loro protetore, a dimostrarli questo. Et da poi vedendo gli oratori fiorentini dolendosi al preditto Re, per soa excusatione Senesi elexeno do ambassadori a Napoli a Soa Majestà, i quali assà ben in ordene partino de Siena, et zonseno a dì 7 April a Roma, demum andono a Napoli, dove bonazò le cose, et teneno Monte Pulzano.
Pisani volendo al tutto esser in libertà, et si difendevano da la zente fiorentina, essendovi in so aiuto el sig. Fracasso di San Severino mandato ivi per el Duca de Milano, et in questo tempo mandono 4 ambassadori a Napoli, a ciò el Re non si movesse di opinione di mantenerli in libertà. Et questi veneno molto ben in ordine.
Lucchesi ancora non potendo haver ottenuto Pietrasanta, che fo sua, dal Re preditto, li mandono do altri ambassadori a Napoli a pregar Soa Majestà li volesse render li ducati diexe milia a lui prestadi, con promissione, quam primum fusse intrato in Napoli, di doverli render: ma nulla poteno fare, perchè el Re zercava danari, et questi li domandava.
A Milano el Duca, havendo pur paura dil suo Stado, havendo za principiato a voler refar le mura circonda Milan che erano assà vechie, havea messo una universal angaria a pagar tanto per persona per causa de ditte mura, ma al presente era de bisogno de far altre preparatione; et fece far la descriptione degli homeni da fatti nel suo dominio. Ancora assoldava zente sì da cavallo quam provisionati, et diceva voleva haver cavalli 8000 et assà fanti. Et molto carezava Sebastian Badoer ambassador veneto, facendo grande extimatione per essere homo dignissimo.
Ancora zonse a Milano quel ambassador de re Ferandino, chiamato Scipio de Filomarino cavalier, nominato di sopra, et molto dal Duca fo carezato et ivi restò. Et havendo mandato a la Signoria, come ho scritto, esso Duca la sua commissione zerca a la conclusione di la liga, la qual molto desiderava, et visto la forma di capitoli, et tenendola za per conclusa, come quasi era, fo molto aliegro. Et in questi zorni fo a parlamento con mons. di la Ruota, oratore dil Re de Franza lì a Milano, dove etiam si trovò l'ambassador veneto. Et li disse el Duca: Domine orator, siate certo che a Venetia col nome de Dio si conclude una liga, la qual reputo sia fatta con li primi potentati dil mondo, et quando loro non la facesseno, la Ill.ma Signoria et io siamo ligati a conservatione de li Stadi nostri. Questo perchè el Re nostro, oltra che li havemo prestato assà quantità d'oro, dato el passo contra el sangue nostro, et mediante el nostro favore ha ottenuto el Regno di Napoli, scaziato quel povero re Ferandino mio nepote, che a hora va remengo, et è sta cridato tra soi di venir a Milano; et questo è il merito ne rende. Avisandovi come, essendo dacordo la Illustrissima Signoria et nui, non havemo paura di niuno, non che essendovi altri potentati, qual intenderete. Et si 'l Re vorrà passar, vorremo i danar nostri che li havemo prestati et fatti prestar a Zenoa. Ancora scrisse a Zenoa fusse licentiato quelli Franzesi che ivi erano per nome dil Re, per voler far armada, tra li qual era el fradello dil card. Samallo, chiamato mons. Zeneral de Linguadoca, et che de lì se dovesseno partir. Et che ponesseno in ordene X galie et do nave grosse, et quelle subito armasseno a requisitione soa. Et mandò danari al suo commissario era ivi, Coradolo Stanga protonotario, el qual za molti anni in Zenoa era Stado per suo nome comissario. Ancora vi mandò de Milano a Zenoa per costodia 500 fanti, a ciò quella riviera fusse custodita; et scrisse a la Marchesana di Monferà, fo moglie dil marchese Bonifacio, el qual Stado a lui era recomendato, che non dovesse lassar più passar de que' Franzesi, imo ponesse ogni custodia a li passi, et facesse diligentia più non vi passasse, come fino hora erano passati; ma ben quelli ritornava in Franza dovesse lassar ritornar. Questo fece perchè in Aste se intendeva esser zonte nuovamente lanze 500 franzese, le qual volevano venir di qua da monti. Et come per lettere di Roma se intese che in Italia se aspettava in soccorso dil Re, per augumento di le soe zente, el Prencipe de Orangie et el Marescalco de Bergogna, i qual sono gran signori in la Franza, et di primi capitani dil Re, i qual venivano con 300 lanze. Oltra de questo esso Duca de Milano notificò a la Signoria come, parendo a quella, era de opinione de andar a tuor Aste, la qual impresa reputava molto facile et, conclusa che fusse la liga, voleva andarvi: la qual cossa fo molto cativa, perchè sdegnò el Duca de Orliens, et li tolse la città di Novara, come scriverò di sotto.
A Ferara el Duca elexe in questo tempo do ambassadori a Napoli, ad alegrarsi col Re de Franza de la vittoria, et conferir altre cosse con lui: i quali erano Bonifacio de la Bevilaqua Kav.r et Julio Tasson Kav.r I quali si partino benissimo in ordine, et andono fino a Rimano, et poi, nescio qua de causa, esso duca li fece ritornar, et più non li mandò, o fusse perchè sapeva di questa liga, o vero il zenero Duca de Milano li scrivesse non era tempo de mandar ditti oratori.
A Venetia, a dì 25 Marzo, el zorno de Nostra Donna, per lettere venute da Zenoa se intese come loro havevano di XI dil presente da Lion, i quali scriveano haver da Londra di 21 Fevrer come a dì 7 Zener di note passando in mar di Spagna su le seche de Sain o vero di Bertagna do galie de Fiandra venete erano naufragade; però che za se havea inteso di la fortuna grandissima habuta, et de 45 navilii che si partino per andar a Londra non scapolò se non la terza galia, patron Piero Bragadin et la nave di Anzolo Malipiero. Adoncha queste do galie de Fiandra, di le qual era capetanio Polo Tiepolo, cognominato da Londra, patroni Andrea Tiepolo et Bortholamio Donado, i quali si annegono insieme con XX altri patricii nostri, che saranno nominati di sotto, et persone in tutto n.º 500. Etiam se intese esser rota ivi la nave de Hieronimo Zorzi cavalier et fratello, carga de vini, la qual in tal fortuna naufragò: benchè da poi, come scriverò di sotto, ditta nave havendo scorso grandissimo pericolo, zonse a Londra a salvamento, che fo mirum quid che le nave zonzesse et le galie perisse, chè raro aut numquam galie suol romper et perir in mar per fortuna. Benchè del 1437, capetanio Marin Mozenigo, in questo medemo luogo do altre galie de Fiandra si rumpete, et el capetanio con gli altri annegati.
Questa rotta fo assà danno a Venetiani a presso ducati 100 milia, oltra la morte di patricii et homeni marittimi persi, et mirum est che de tanto numero pur uno vi scapolasse, ma come poi per lettere di Piero Bragadin patron di l'altra galia, drizate a la Signoria, se intese, che cessata la fortuna, et lui zonto a salvamento perchè se ingalonò, et si questo non era sarebbe rotti. Mandò a veder ivi dove have la fortuna, di la qual judicava ditte galie fusse perite, et trovono in mar arbori di galie, scrigni etc. sì che certo fo che erano rotte: la qual fortuna durò.... zorni continui, benchè ancora nostri stava in expetatione de intender altro avviso; pur non si trovava a segurar a ducati 70 per cento. Et tandem a dì 8 April venne uno fante di Londra, per el qual tutti quasi inteseno el certo, che fo queste lettere de ditto patron, e tutti levono coroto, che fo una cosa obscura a veder tanti mantelli a Venetia et panni bruni per li patricii mancati. Et preseno in Pregadi che ditta galia dovesse tuor nel ritorno in sua conserva, oltra la nave Malipiera, do altre nave forestiere, et quelle pagarle di denari di la Signoria, oltra un certo quid havesse di le mercadantie; et poi, inteso la nave Zorzi era salva, etiam quella fo messa a ditta conditione.
Questi sono li patricii annegadi su le galie de Fiandra. Et prima galia, capetanio ser Polo Tiepolo; patron ser Andrea Tiepolo de ser Matio; nobeli ser Mafio Girardo q.m ser Francesco, ser Cabriel Soranzo q.m ser Zacharia, ser Christofol Tiepolo de ser Mattio, ser Andrea Valier de ser Dolfin, ser Hieronimo Zustinian de ser Dardi, ser Zuanmaria Pasqualigo de ser Marco, ser Dolphin Venier q.m ser Christofolo. (Seconda) galia patron ser Bartholomio Donado q.m ser Antonio el cavalier, ser Antonio Donado de ser Hieronimo el kavalier, ser Benedetto Orio de ser Zuanne, ser Santo Venier q.m ser Piero, ser Hieronimo Foscarini q.m ser Zacharia, ser Andrea Girardo q.m ser Francesco, ser Francesco Mozenigo q.m ser Lorenzo, ser Jacomo de Mezo q.m ser Alvise, ser Andrea Pisani q.m ser Francesco dal Banco, et ser Lorenzo Donado q.m ser Alvise. Et poi a dì... April nel Consejo di Pregadi messeno tre galie al ditto viazo, et fonno incantate le galie secondo el consueto. Et a dì 10 April eletto nel Mazor Consejo capetanio Domenego Contarini era stato capetanio di le galie di Beruto. Et tamen per la guerra successa con el Re de Franza, andando per le sue terre dove sarebbeno (in) qualche pericolo, per questo anno non andò; sì che oltra li altri danni ne fece ditto Re de Franza, questo viazo de Fiandra non andò.
Per lettere de Antonio Bon, conte et capetanio a Dulzigno, se intese come Albanesi era sta mal menati da Turchi, per le novità haveano cercato de far a presso Crose, et che molte aneme erano sta menate via et fatto gran danno Camalli turco, corsaro nominatissimo, el qual za alcuni anni in mar dannizava molto; unde fo mandato galie et barze, tamen nostri mai ha potuto metterli le man adosso, che summamente desideravano, et sempre è fuzito. Et prima al tempo de Hieronimo Contarini, essendo capetanio di le galie de Barbaria, et Sebastian et Marco Antonio Contarini fradelli, patroni, et ritrovando ditto corsaro a Tripoli in Barbaria lo investiteno, prese alcune barze, et lui si butò a l'aqua, et montato in una fusta fuzite. Unde ditto capetanio fo remunerato, che essendo fuora fo eletto capetanio al colpho, et nunc rimase Proveditore in armada, Sebastian Contarini fo fatto capetanio di le galie dil trafego in questo anno, et Marco Antonio suo fradello fo eletto sopracomito: sì che tutti quelli si porta bene da questa inclita Republica nel Senato sono rimunerati.
Ancora da Andrea Loredan, essendo capetanio di le nave armade, lo andò a trovar in Barbaria, et have certo danno et perse qualche legno de li soi, et lui fuzite in terra. Or al presente, intendando Zuan Francesco Venier come ditto corsaro era venuto sul mare, quello andò seguitando fino in Canal di Negroponte, ma el Bassà de lì, passato che fo ditto Camalli di là, bassò il ponte, et non volse ditta galia li andasse driedo. Et ditto soracomito volse dar a quel Bassà ducati 500, et lui minime volse accettar, licet questo fusse contra i capitoli di la paxe si havea col signor Turco. Et cussì Camalli fuzite di le man di nostri.
In questo mexe di Marzo a Venetia fo gran pioze, adeo pareva volesse ritornar l'inverno, dove veniva l'istade, et a dì 27 ditto nevegò, ma durò poco la neve sora la terra.
Quello seguite a Roma in questo tempo.
A Roma el Pontifice temendo che, si era in liga, essendo el Re de Franza vicino et potente in le arme, lui dovesse esser el primo che havesse a patir, benchè era ragionamenti dovesse partirsi di Roma et venir in Ancona, dove staria securamente, et in ogni tempo porave trasferirse in loco più securo, ma pur li doleva lassar Roma; et consultando con el cardinal Ascanio vicecancellario, con el qual era pacificato; et scrisse brievi a la Signoria et al Duca de Milano, che le fusse mandato 500 cavalli lezieri per uno et 1000 fanti, a ciò che la città de Roma fusse custodita, et maxime la soa persona; et che si havea pensato el meglio era non partirsi de Roma, sì per non lassar quella città cussì, come etiam perchè li Cardinali non lo seguitarebbe, et remanendo tra loro havriano potuto crear uno altro Papa, et poner scisma in la Chiesia de Dio; et che molti Cardinali li era contrarii, et non desideraveno altro. Et di qua veniva che questo Pontifice non si lassa intender chiaro di voler esser in sta liga, tamen ne havea voglia grande. Li prelati de Roma occultavano se intendeva el Re de Franza dovea venir di brieve ivi[126].
Et venuto lo ambassador dil Re de Franza a Roma, come scrissi di sopra, et habuto audientia, dimandò la investisone et cetera; etiam in narratione tocò alcune parole, che 'l suo Roy intendeva di una liga si praticava a Venetia, et che era certo Soa Santità non li saria nè faria cosa alcuna contra el Roy. A le qual parole, usate le debite risposte, el Papa tolse rispetto di voler far concistorio et responderli; et che inteso l'opinione de Cardinali li risponderia; et scrisse in questa terra et a Milano quid respondendum. Unde li fo rescritto dovesse Soa Beatitudine darli bone parole fino fusse sigillata la liga; et poichè conclusa fusse, più largamente li poteva dar la repulsa, et che per niun modo lo investisse. Et pur ditto ambassador continuamente dimandava risposta, onde a dì 29 Marzo el Pontifice chiamò concistorio, dove notificò quello ditto oratore li havea richiesto, et che havia exposto come el suo Roy havea acquistato col nomine di Cristo tutto el Reame de Napoli. Secondo che l'era de opinione de andar contra infedeli, et per questo Soa Beatitudine, come capo di la Christianità dovesse exhortar li potentati de Italia a questo, perchè lai era promptissimo. Tertio che dovesse investirlo dil Reame ditto, acquistato et de jure a lui pervenuto, et mandar uno Cardinal a Napoli a coronarlo, quello Regno pacifice et quiete possedendo, etiam sì come per li capitoli li era sta promesso. Et cussì in concistorio el Pontifice volse che tutti li R.mi Cardinali dicesse la soa opinione zerca a la risposta. Unde el Cardinal di Napoli, amico molto dil Re de Franza, disse che si dovea risponder cussì: alegrarsi con Soa Majestà di la vitoria, et che zerca a l'andar contra infedeli era util cossa; demum che si dovesse dar la investisone, et mandarli a incoronarlo a Napoli, sì come fo fatto a re Alphonso, dicendo la ragione che 'l moveva a dir questo. Poi parlò el Cardinal...... et laudò la prima parte di alegrarsi di la vitoria. A la seconda molto vehemente exclamò: era bona et perfetta opera de andar contra infedeli. A la tertia che non era de opinione di darli la investisone sì presto, nè mandarlo a incoronar, se prima non se intendeva quomodo lui la dimandava, maxime essendo adhuc re Ferandino in parte di Stado in Reame. Poi parlò el cardinal S. Dyoniso, franzese, largamente, che si dovesse far quanto el Roy dimandava, dicendo molte alte parole, le qual ad plenum non se intese, et cussì altri Cardinali è da judicar dicesseno el parer loro. Unde parse al Pontifice de far chiamar dentro ditto orator franzese, et dimandarli el modo lui dimanderia tal investisone et coronatione. Et cussì venuto dentro li dimandò; et esso orator disse do volte nè mai mutò parola, se non: io la dimando che 'l mio Roy sia investido, come colui che pacifice possiede ditto Reame, et mandar uno Cardinal a Napoli a incoronar Soa Majestà, et non lo volendo mandar disse havea in commissione di notificar a Soa Beatitudine, come lui in persona vegneria a Roma a tuor la corona, perchè el vol esser coronato juxta la promessa. Et el Papa rispose: nui havemo consultato con li fratelli nostri Cardinali; se alegremo molto di la soa vittoria habuta, et zerca a l'andar contra infedeli metteremo ogni nostra forza; ma quanto a la investisone et coronatione, se vol saper come el vostro Re la dimanda; et, se niuno ne ha prejuditio, se vol aldir le parte, et far le cosse passino con el debito di la rasone et muodi di la Sedia Apostolica, sì come comanda li sacri canoni et decreti. Et che scrivè al Re in bona forma et dixè che nui ge la volemo dar, et che per questo el non vegni qui a Roma, perchè venendo forsi el non ge troverà; et advisè Soa Majestè come siamo stimolato di esser in una liga si trama da li primi potenti dil mondo. Queste parole disse perchè za havia scritto al legato et suo ambassador Alvise Becheto dovesseno sottoscriver a li capitoli, et za reputava fusse fatta. Ancora mandò a dimandar al Re preditto a Napoli el corpo de Gem sultan, el qual el Re non lo volse dar et quello custodiva.
Et a dì 25 Marzo intrò in Roma et a tutti se dimostrò el Cardinal de Valenza, el qual da poi fuzite dil Re fin hora era stato ocultato; al presente, non timendo più el Re, ritornò a Roma.
A dì 30 Marzo, che fo la quarta Domenega de Quaresima, havendo in consueto el Pontifice ogni anno in tal zorno de dar o mandar a donar la Ruosa d'oro a quel Re o Potentia a lui più grata; unde, in questo anno 1495, ditto la messa in San Piero dove era li Cardinali et oratori, chiamò Hieronimo Zorzi cavalier ambassador veneto, al qual, nomine Reipublicæ suæ, li presentò la ditta Ruosa in mano, dicendo molte parole in laude di la Signoria nostra, et che era Republica christianissima et molto devota alla Chiesia Romana; unde, merito li presentava ditta Ruosa, la qual lui voleva mandarla per uno suo familiar a posta fino in questa terra a presentar in man del Prencipe. Et cussì scrisse a la Signoria de voler far. Et è da saper che questo è uno degnissimo presente, et, ut plurimum, suol mandar a donar a Re; et l'anno passato la mandò a donar al Re de Franza fino in Franza, et l'altro avanti al Re di Romani. Et za una simile Ruosa fo donata a tempo di Antonio Donato del 1475, che se ritrovò orator a Sisto quarto Pontifice, et fo fatto kavalier; el qual successe a la legatione dil carissimo Lunardo Sanudo genitore mio, che dil 1474 a dì 11 Ottubrio a Roma morite. La qual Ruosa repatriando ditto oratore la portò, et, presentata a la Signoria, fo posta ne le zoje di S. Marco, dove etiam questa fo posta, nè avanti più in niun tempo Venetiani hanno habuto tal presente. Et a dì 21 April che fo el Marti de Pasqua, essendo zonti in questa terra domino Jacobo fiol natural dil Duca di Cardona, di nacione cathelano, con la Ruosa d'oro mandava el Pontifice a la Signoria come ho ditto; et venuto el Prencipe con li oratori in Chiesia de S. Marco, dove per el patriarca Thoma Donato nuovamente eletto in loco de Maphio Girardo cardinal di la Romana Chiesia tituli sancti Sergii et Bacchi, el qual da poi la creatione di questo Pontifice ritornando a Venetia a..... morite. Or fo mandato alcuni patricii a tuor ditto messo era alozato a san Greguol, dove alozava Alvixe Becheto ambassador dil Pontifice, tamen a sua posta et spese di S. Marco; et venuto presentò la ditta Ruosa su l'altar di san Marco, et ditto che fo la messa, lui medemo la tolse in mano et venne davanti el Prencipe; et prima li aprexentò uno brieve apostolico, la copia dil qual sarà qui sotto scritta, et poi presentò in man dil Prencipe la Ruosa, et disse alcune parole latine. Unde el Prencipe, tenendola in mano, li rispose sapientissimamente; poi andono con quella pur in man in processione per la piaza a torno di la chiesia, et andò fino in palazzo; poi tolse licentia et con la Ruosa etiam in man fino nel suo palazzo andò. Et ditto Jacobo de Cardona have luogo di ambassador dil Papa, mentre stete in questa terra. Et benchè questo non fusse suo loco per l'ordine de' tempi, pur ho voluto qui scriver; et poi fo decreto nel Consejo de Pregadi de donar a ditto portator di la Ruosa ducati 300 d'oro venetiani, et darli una vesta damaschin cremesin fodrà di raso. Et poi a dì 28 April partì di questa terra, tolto licentia da la Signoria, et ritornò a Roma.
Exemplum brevis Sanctissimi Domini nostri ad Illustr.m Principem et Senatum Venetum
Alexander Papa VI
Dilecti filii, salutem et apostolicam benedictionem. Vetus consuetudo mosque sanctissimus est, ut Romanus Pontifex, peracta sacrorum celebratione, die qui quartus est Dominicus in quadragesima, Rosam auream, chrismate sancto delibutam et odorifero musco inspersam, cum apostolica benedictione illustri cuipiam catholico Principi dono det. Magnum profecto et dignum divina laude mysterium, in quo non muneris aestimanda est quantitas, sed altioris significationis qualitas interpretanda. Nos qui, divina dispositione, meritis licet imparibus, pastorale culmen S. R. Ecclesiae obtinemus, cum vellemus praeclarum hoc munus nunc adimplere, hoc ipso quarto XLmae dominico die mentem ad Vestram Nobilitatem convertimus, quam hoc loco dono dignam judicavimus, quae Sanctam hanc Sedem singulari devotione semper est prosecuta. En igitur, filii praedilecti, Rosam hanc laetissimo animo et devota veneratione suscipite, monumentum et pignus nostrae in Nobilitatem Vestram benivolentiae, quam ei per dilectum filium Jacobum de Cardona scutiferum et familiarem nostrum continuum commensalem mittimus. Nec Nobilitatem Vestram auri fulgor sed divinae significationis contemplatio teneat. Sancta enim Ecclesia hoc donum per manus Summi Pontificis ordinavit, ad declarandam laetitiam et gaudium ex humanis generis liberatione susceptum. Quod omnipotens Deus miseratus suam servitutem, pretiosissimo sanguine suo redemit, sicuti in Veteri Testamento per liberationem Israelitici populi praefiguratam erat. Recreat enim nos gloriosissimum Corpus Domini nostri Jhesu Christi, fovet, sublevat et in mediis laboribus consolatur. Cui, non iniuria, rosa ipsa comparata est: nullus quippe flos, omnium quos alma mater terra protulit, aut aspectu iucundior aut odoris suavitate fragrantior est. Penetret igitur in sensus Vestrae Nobilitatis, filii predilecti, divinus odor ut, eo repleti, magnanimitatem ac devotionem vestram continue magis explicetis, atque hoc divinum opus orthodoxae fidei et Sanctae huius Sedis defendendae totis viribus complectimini ut, Domino Deo auxiliante, optata pax Ecclesiae suae Sanctae cum Vestrae Nobilitati gloria reddatur. Datum Romae apud S. Petrum sub annulo Piscatoris XXVIIII Marcii 1495 Pontificatus nostri anno tertio.
L. Podocatharus.
A tergo — Dilectis filiis nobilibus viris Duci et Dominio Venetiarum.
Responsio Venetorum
Sanctissimo et beatissimo in Christo patri et domino domino Alexandro digna Dei providentia Sacrosanctae ac Universalis Ecclasiae Summo Pontifici Augustinus Barbadico Dux Venetiarum etc. pedum osculo beatorum. Sacratissimum ac suavissimam aureae rosae munus quo nos licet absentes donandos ornandosque censuit summa clementia Beatitudinis Vestrae ea veneratione et observantia ea leticia et iucunditate animi fuit a nobis reverenter susceptum ut vix affectus eiusmodi nostros exprimi posse putemus, cum mittentis et missi muneris excellentiam qualitatemque altius consideramus. Duo etenim in auctore doni potissimum animadvertimus: supremam auctoritatem maiestatemque Sanctitatis Vestrae et erga nos praecipuum studium paternamque dilectionem. Alia item duo, ex parte delati muneris, fuimus contemplati, literalem scilicet ipsius significationem et spirituale eiusdem latens mysterium, a Sancta Romana Ecclesia institutum, et vere ex omni parte religione refertum ac uberibus gaudii et consolationis, ob humani generis de veteri captivitate liberationem praefiguratam. Sed et alia duo accessere ad ornamentum tam praeclari doni, exacta prudentia et rara quaedam gratia illud ferentis spectati viri domini Jacobi de Cardona familiaris et nuncii Beatitudinis Vestrae. Gratias igitur amplissimas habemus et agimus Vestrae Sanctitati, et quia in referendis impares nos esse novimus et fatemur, hoc saltem testatum volumus gratissimo et memori animo perspicuum hoc documentum dilectionis et caritatis Vestrae Beatitudinis erga nos esse conservaturos. — Data in nostro ducali palatio die ultimo Aprilis MCCCCLXXXXV indictione XIII.
Gaspar Vidua.
In questo mese di Marzo accadete a Perosa, ch'è città nobilissima et antica in Toscana, za primaria, al presente la terza; fo edificata secondo Justino, Varrone e gli altri da Achei, avanti la città de Roma; è situada quasi tutta su monte; è paese ameno, fertile et dilectevole, et fo di muraglie circundata da Ottaviano Cesare Augusto, et par ancora sopra le porte fusse chiamata Augusta per lettere antique vi si leze. Vi è lo studio in ogni facoltà, templi grandi et palazzi degni. Vicino a questa città el lago Trasimeno, abondantissimo de optimi pesci, dil qual la Camera Apostolica vi cava ogni anno assà miara de ducati. Fo da Goti sette anni obseduta, et tandem presa, et quasi tutta brusata, et san Herculano loro episcopo fo martorizato, dove è el suo corpo, come da chi vi fu intesi.
Questa terra situada, come ho ditto, in monte, e tutto intorno vallade et monticelli pieni de castelletti: sono molte olive, biave, vigne etcet. et belle donne: vanno vestie quasi come quelle de Milano, ma portano le code più longe, et scarpe con ponta, et va con li capeli zoso per la spale alcune, et altre al modo nostro, ma con veste serate davanti, et non si vede cussì le spale. Li homeni vestiti a modo di romani, con li mantelli con fenestrelle, et li zoveni molto galanti effozano (sfoggiano?) e tutti quasi con spade senza fodro sotto li gabani portano. Però che in questa città è do grandissime parte: zoè Baioni et Odi. Li Baioni teneno con Orsini, et sono al presente dentro, et domina la città, la qual si reze per loro medemi, fanno li consoli etc. Ma li Odi sono da la parte Colonnese, et a hora è foraussiti: tamen ogni zorno molestano ditta città, adeo si convien star sempre armadi, et come per lettere di primo April di l'ambassador de Corte se intese, che ditti Odi foraussiti fece assunanza de zente et tolseno la terra di Todi, corseno fino a Perosa, ma poi da li Baioni et altri dentro, con aiuto de Orsini, fonno rebatudi. Tamen ditti foraussiti, con aiuto dil Duca d'Urbino et el sig. Julio da Camarino, se ponevano in ordine per ritornar a l'impresa de Perosa. Quello seguirà scriverò di sotto. Stanno lì intorno. Ma a la conclusion di la liga fatta in questa terra veniamo.
Conclusione di la liga fatta a Venetia, et el modo che la fu conclusa.
Domente queste cose intraveneno, a Venetia essendo su pratiche di concluder la liga, et havendo acordato li capitoli, et li tre deputati a questo patricii optimamente avendo operato, preso nel Consejo de Pregadi de sigillarli, et zonta la comissione a li oratori dil Re de Romani, venuta mia 600 in zorni sette, ch'è cosa incredibile, et quelli solicitando molto, dicendo non esser tempo de dimorar; et ben che el Prencipe nostro fosse ancora amalato nè ussiva de camera sua, pur vi volse esser, et cussì a dì ultimo Marzo, de Marti, con grandissima pioza et vento, adeo che li oratori stavano a la Zueca convenne venir a quattro remi per barca, tanto era grande la fortuna, et pur deliberorono tutti de redurse insieme et sigillar ditti capitoli, et in palazzo dil Prencipe ne la soa camera si reduse li Conseieri, Savii dil Consejo, Savii di Terraferma, Cai dil Consejo di X, Zuan Diedo canzelier grando, et li secretarii deputadi. Et a ciò memoria eterna sia de chi vi si trovò, ho voluto qui tutti notarli.
Questi sono quelli patricii si atrovavano a la sigillatione di la liga.
El Serenissimo et excellentissimo Principe
D. Augustino Barbadico
Conseieri
- ser Andrea Querini
- ser Thoma Mozenigo
- ser Marco Bollani
- ser Francesco Foscari da S. Lorenzo
- ser Fantin da ca da Pesaro
- ser Marco Barbo
Savii di Terraferma
- ser Piero Duodo
- ser Francesco Tron
- ser Andrea Barbarigo q.m Serenis.mo
- ser Alvise da Molin
Savii dil Consiglio
- ser Nicolò Mocenigo Proc.r
- ser Ferigo Corner P.r
- ser Domenego Moroxini P.r
- ser Toma Trivixan P.r
- ser Costantin di Priuli
- ser Cristofal Duodo P.r
- ser Francesco Foscarini da San Polo
- ser Lunardo Loredan P.r
Cai dil Consejo di X
- ser Piero Donado
- ser Mathio Loredan
- ser Francesco Mozenigo
Et reduti che fonno tutti, mandono per li oratori che dovesseno venir. Et prima venne quello dil Re et Raina de Spagna; poi li tre di Maximiliano Re de Romani, mancava d. Leonardo Felz cavalier el qual era amalato; poi li tre dil Duca de Milano; et demum el legato dil Pontifice, con d. Aloisio Becheto etiam ambassador a questo praecipue mandato. Et in quella hora medema li venne lettere da Roma, che dovesse al tutto sigillar la ditta liga, et prometter per nome dil Re et Raina de Spagna di rato che in termene de do mexi el ditto Re et Raina ratificheria tutto; come etiam el suo orator cussì promesse et subscrisse; questo perchè non havia commissione di conlegarse con altri che con la Signoria nostra, et cussì poi essi Re ratificò ogni cosa. Or reduti tutti questi da poi disnar fino a hore do di notte steteno a formar li capitoli et farne cinque copie autentiche, et in nome de Yhesus Christo et de San Marco a hore zerca 24 la concluseno, et sottoscrisseno ditti capitoli. Et el legato sottoscrisse per nome dil Pontifice et di Spagna, come ho ditto; et per nome dil Papa prometteva di rato per ditti Regali de Spagna. Et per Venitiani sottoscrisse li tre deputati nominati di sopra, et li capitoli fonno in tutto n. 18, inter cetera che tutte ditte potencie prometeva in bisogno in favor di la liga di dar per uno cavalli 800 et 4000 fanti, eccetto el Pontifice che dava la mità: et questo in Italia. Ma in caso bisognasse mandar fuora de Italia, era in libertà de mandar o le zente, o vero mandarli ducati 60 milia, zoè la Signoria et Milano. Item che in termene de mexi do li collegadi debbino haver dati li soi adherenti et recomendati. Item non possi esser accettà in ditta liga niuna potentia simile a loro, sine consensu omnium colligatorum. Item la liga dà al Re di Romani, venendo a Roma a coronarse, 400 homeni d'arme, zoè cavalli 1600 la Signoria et altrettanti Milano di l'andar et di ritorno. Et altri capitoli, li quali fonno tenuti assà secreti, et però non mi extenderò molto in doverli qui scrivere. Et concluseno di manifestarla a tutti la matina seguente, et far sonar quivi campanon, facendo gran feste et fuogi, et per tutte terre e luogi di la Signoria nostra. Demum a ciò che tutti li collegati potesseno in uno zorno far solenne processione, et publicar ditta liga, terminono di publicarla la Domenica di le Palme, che sarà a dì 12 April; et subito spazono lettere prima a tutti li Rettori, notificando la conclusione et dovesseno far dimostratione. Demum scrisse al Pontifice, Re di Romani eletto Imperator, Re et Raina de Spagna et Duca de Milano, in bona forma, alegrandose insieme de questa consolatione de Italia. Et perchè el mandar del corrier in Spagna era pericoloso, che non fusse intercepto quello andava per terra ne la Franza, et toltoli le lettere, come fa etiam; ne spazò uno altro, el qual da Zenoa dovesse passar per mar a Barzelona, poi a Madrit da li Regali de Spagna, la qual nuova non poteva esser in Spagna avanti Pasqua.
A dì primo April, la mattina za per tutta la terra se divulgava questo, et tutti erano aliegri, et venne el Prencipe in Collegio molto di bona voia, et varito dil mal per alegreza per il ben di la Republica e de tutta Italia. Et mandò per Monsig. di Arzenton orator dil Re de Franza, el qual alozava a San Zorzi mazor, et venuto che 'l fo in Collegio, el Prencipe li disse: Magnifico ambassador, habiamo mandato per vui, che per l'amicitia havemo con la Majestà dil Vostro Re vi dovemo advisar et manifestar ogni nostro successo, sappiate come heri, col nome del Spirito Santo et della gloriosissima Verzene Maria et del Vangelista misser San Marco protetor nostro, qui fo conclusa et firmata una liga tra la Santità dil Summo Pontifice, la Majestà dil Re de Romani, la Maestà dil Re et Raina de Spagna, la Nostra Signoria et el Duca de Milano. Et questo habiamo fatto per conservation di Stadi nostri et per augumento di la fede et Chiesia Romana, et per deffender le raxon dil Romano Imperio, sì che adviserè la Majestà dil Re di questo. Et mentre el Principe diceva tal parole, era ordinato et cussì fo sonato campanon a S. Marco et per tutta la terra in segno de grande alegreza. Unde ditto Arzenton rimase molto atonito, et li parse assà stranio, et disse: Serenissimo Prencipe, io mel suspettava di questo za gran zorni, ma mai lo criti (credetti) dovesse essere, et el Roy per questo non porà tornar in Franza essendo in mezo de tutti vuj. El Prencipe rispose: sì come amigo el vorà tornar, niuno non li farà noia alcuna, ma si 'l volesse andar come nemigo, uno collegato a l'altro si converà dar aiuto et favore. Tamen scrivè al Re, che per questa liga non volemo haver rotto alcuna benivolentia havemo con Soa Majestà, imo volemo esser boni amizi: et questa liga è sta fatta per conservatione de li Stadi nostri, tanto più volentieri quanto a hora di andar contra infedeli più non si parla, sì come da prima. Et ditto orator molto maninconico tolse licentia, et vene zo per la scala senza saludar niuno, smorto assà. Et come fo a piedi di la prima scala di l'audientia, ritornò suso a la porta dil Collegio, et fece chiamar Gasparo di la Vedoa secretario nostro de primi, et li disse: replicate un poco quello a ditto el Prencipe, come andato fuor di fantasia. Et cussì iterum li disse la sustantia di questa naratione; et poi ritornò in barca per andar a San Zorzi, butando la bereta in terra, facendo segni de haver gran maninconia: la qual cossa fo mal fatta, nè seppe fenzer, sì come si suol far. Ma, judicio meo, questo processe non tanto per el Roy quanto per lui; perchè è da judicar scrivesse che mai de qui non se concluderia tal liga, per le operatione sue faceva: perchè lui dimandava a li oratori de Milano: sarà el vostro Duca in questa? et loro li rispondevano: non crediate mai, mons.; et fevano come li savii fanno nel governo de Stadi, che dimostra a li nemici voler far una cossa, poi ne fanno un'altra. Or ditto Arzenton molto se lamentava dil sig. Ludovico, dicendo che se lui non era stato, mai el Roy non passava in Italia, et che lo haveva tradito; et di tanto fastidio si buttò al letto, et la collera li mosse, et have alquanto di fastidio, benchè li fusse mandato medici per la Signoria, quali concluseno non harebbe mal niuno, ma era alquanto contaminato; come cussì fo.
Ancora la Signoria mandò per lo ambassador di Napoli d. Johane Baptista Spinelli, el qual fino hora era stato vestito lugubre; non portava cadena, secondo el consueto suo, sora la vesta; tamen havia servato gran fede al suo re Ferandino, et mai volse rebellarli come fece li altri ambassadori in diversi luogi, qual ho scritto di sopra. Et la sua caxa a Napoli fo sachizata. Et andato in Collegio el Prencipe li notificò la conclusione di sta liga, dicendoli altre parole che quelle di Arzenton. Et lui sapientissimamente li rispose, concludendo el suo Re sempre saria et doveva esser bon fiul di questa Illustrissima Signoria, et venne fuora molto aliegro, et d'indi poi, come dirò di sotto, si vestite di color et seda, ponendesi lo colar d'oro, et sempre fo honorato come orator dil Re de Napoli, licet fusse fuora dil Regno. Et è da saper che ditto orator molto se faticò con la Signoria et altri oratori in voler nominar el suo Re in questa liga: tamen mai non volseno per bon rispetto, perchè sarebbe stata senza dir altro contra el Re de Franza.
Oltra di questo fo mandato per l'ambassador dil Duca di Ferrara Aldromandino di Guidoni, li fo notificato di tal liga et scritto una lettera ducal al so Signor. Et come se intese per lettere del vicedomino nostro, non fece dimostratione alcuna in soni, in fuogi, licet fusse recomendato fiol di questa Signoria et suocero dil Duca de Milano. Questo fece, ut dicitur, perchè havia don Ferante so fiol a Napoli col Re de Franza, et etiam perchè lui non era in sta liga, nè poteva intrar se non per adherente di le parte, per non esserli sta reservà luogo alcuno.
Fo mandato ancora per l'ambassador dil Marchexe de Mantoa, Antonio Triumpho, et chiaritoli il modo di la liga, et scritto al Marchexe, el qual dimostrò grande alegreza, et fece soni, fuogi et gran feste. Et poi ditto ambassador, habuta risposta del suo Signor, andò in Collegio, offerendose esser in ordine di la conduta havia, a ogni beneplacito di questa Signoria; et in ogni luoco el fusse mandato era presto a ubedir. Et a dì 4 April zonse in questa terra 40 cavalli barbareschi o vero turcheschi dil Sig. Turco li mandava, et havia dato la tratta de questi a esso Marchexe, tra li qual ne era 4 che ditto Sig. Turco li mandava a donar, forniti benissimo a la turchesca: questo per l'amicitia hanno insieme. Et spesso el Marchexe manda presenti a Costantinopoli, et, come ho scritto di sopra, si fa chiamar Turco.
Fo etiam mandato per l'ambassador dil sig. de Rimano conte Ludovico Boschetto, et advisato di questo, et scritoli per la Signoria fece grande leticia et festa. Et da poi se partì ditto orator et andò a Rimano a far poner in ordine el Signor di la conduta have, per li bisogni potevano occorrer.
A Venetia e per tutte le terre et luogi nostri, quam primum lo inteseno, maxime da la parte de terra, perchè fo scritto a li Retori di le terre principal, et loro avisaveno a li castelli di quello territorio, zoè Chioza, Padoa, Vicenza, Ruigo, Verona, Bressa, Bergamo, Crema, Treviso, Cividal, Feltre, Udene et Ravena. Unde tre zorni continui fo sonato campanon, et la sera fatto lumiere per li campanieli et castelli, etiam a caxa de li oratori de Maximiano et Spagna, Legato et Milano, sì dove steva el primo, quam qui a la caxa dil Marchexe, dove erano alozati li altri do, fo posto fuora di le finestre lumiere, ita che pareva tutta la terra fusse in alegreza. Et cussì al fontego de Todeschi, per esser suposti a l'imperador; et prima si era in qualche paura, dicendo: che succederà di questo Re? a hora tutti jubilava.
A Milano el Duca, ritrovandose a Vegevene, subito inteso la nuova di questa liga, a pena potè compir de lezer la lettera da tanta consolatione, però che in questa era confirmato Duca de Milano etc. Et ordenò fosse fatto gran feste et soni, et mandò a Milano et per tutto el dominio a far el simile. Et el sig. Galeazo de Sanseverino suo zenero era amalato alquanto, quam primum sentì questa, disse al Duca: Signor, io son varito, nè ho più mal, et sempre voglio esser devotissimo fiul et servitor di la Ill.ma Signoria de Venetia. Et subito el Duca scrisse a li soi ambassadori era de opinione non star a indusiar, et voleva andar a tuor Aste, et che dovesse conferir con la Signoria de questo, et dete danari a le soe zente. Quello seguirà intenderete.
A Roma, zonto che fo la nuova di la conclusione di la liga, non fo fatto festa alcuna per hora; ma ben preparavano di far solenne publicatione. Et el Pontifice era in gran benivolentia con l'ambassador nostro, et con quello molto si slargava.
Provisione fatte a Venetia et cosse seguide in varii luogi fin al publicar di la liga.
Da poi fatta tal sanctissima liga, a dì primo April fo Pregadi, et più non se cazava li Papalisti, et fo chiamato per far provisione zerca al Pontifice, el qual havendo richiesto cavalli et fanti, conclusa che fusse sta liga, per sua securtà li fusse mandati, fo decretà de mandar per lettere de cambii a Hieronimo Zorzi orator in Corte ducati 4000 a ciò subito facesse 1000 fanti. Et fo mandato Zuan Filippo de la Banca vicecollateral a Ravenna, perchè ivi fusse a queste cosse con ditto ambassador, et etiam Francesco Grasso capetanio di la cittadella de Verona, el qual a caso andava a Roma a tuor la moglie, fo figlia dil sig. Deiphebo de l'Anguilara. Venuto in Collegio offerendosi, li fu comesso dovesse esser capo et governo de ditti fanti si dovea far a Roma; licet poi fusse provisionati, come dirò più avanti. Scrisseno ancora a Milano che 'l Duca dovesse mandar a far la sua parte a Roma. Etiam fo scritto lettere a diversi Re dil mondo per la Signoria nostra, notificandoli di tal liga, et al secretario era andato al Sig. Turco; nè si sapeva dil zonzer.
A dì 2 ditto la mattina in camera dil Prencipe se reduseno tutti li ambassadori di la liga, eccetto quello de Spagna era amalato; ai qual fonno lette le lettere di Roma habute, et inter eos fo deliberato in questo principio de far ogni provisione, zoè che Maximiano vengi prestissimo in Italia a coronarse a Roma, et scrittoli erano in ordine di darli li 400 homeni d'arme, et cussì etiam Milano. Et a dì 3 do de li soi ambassadori, zoè lo episcopo di Trento et domino Gualtier de Stadia, havendo tolto licentia ritornono in Elemagna, dicendo volevano andar contra el suo Re et farli pressa, et li altri do restò; ma, publicata la liga, etiam loro se partino: et dicevano el Re sarebbe per la Sensa (l'Ascensione) in Roma. Et a questi ambassadori, a tutti diversamente, li fo fatto presenti per la Signoria, di panni d'oro et di seda, per valuta de zerca ducati mille.
In Pregadi fo preso et subito expedito el corrier a Napoli a li oratori, dovesseno advisar el Re de Franza di questa liga; et etiam a Roma a li oratori di la liga, che insieme tutti si dovesse adunar, et andar da l'orator dil Re de Franza, et advisarlo di tal conclusione di la liga. Et ancora fo preso de mandar a Roma 500 cavalli lezieri, zoè questi, videlicet:
Cavalli lizieri mandati verso Roma in aiuto et ubedientia dil Pontefice
| Jacomazo da Venetia era a Ravena | cavalli | 200 |
| Zuan Griego era a la Badia | cavalli | 100 |
| Zuan da Ravena | cavalli | 50 |
| El Marchexe de Mantoa mandò | cavalli | 200 |
| El Sig. de Rimano mandò | cavalli | 25 |
| Sonzin Benzon da Crema a hora conduto | cavalli | 50 |
| Somma | 625 |
Et habuto in comandamento ditti capi de dover andar a Roma a ubedientia dil Pontifice, subito se messeno in ordene; et a dì 15 April quelli di Ravena partite, et quelli dil Marchexe di Mantoa, zoè 250, et 22 cariazi passò per Ferrara, cridando: Marco! Marco! et ivi fece la mostra, sì che tutti andono, et fo scritto a Roma come li mandavano questi, et altrettanti manderebbe Milano, che saria in tutto mille cavalli lizieri et 2000 fanti, ma quelli di Milano fo molto tardi; et che la Beatitudine dil Pontifice facesse quello li pareva, movendose el Re de Franza per venir a Roma, o vero star fermo o andasse dove li piaceva, promettendo mai abandonarlo. Ancora scrisseno ai cardinali patricii, zoè Michiel et Grimani, che, partendosi de Roma el Pontifice, pregavano Soe Rev.me Signorie li dovesse far compagnia. Et questo medemo scrisse el duca de Milano a li soi, zoè Ascanio, Sanseverin, Lonà, Alexandrino et altri dovesseno far.
Item fo preso in Pregadi che Antonio Grimani procurator, capetanio zeneral de mar, con l'armada se dovesse redur tutta in uno, sì galie quam nave, et retenir quelli navilii li pareva, et tuor grippi da Corfù, et andar dovesse a le Merlere a presso el Saseno, ch'è loco più vicino a l'incontro di la Puia, et ivi dovesse star preparati fino altro mandato li veniva. Et fo solicitato il mandar di stratioti. Piero Bembo et Nicolò Corner sopracomiti, i quali in questo tempo havia armato benissimo in ordene, andono a trovar el zeneral. Et fo scritto a li oratori de Candia solicitasse de compir de armar le galie erano sta mandate ed armar ivi, ita che volevano haver Venitiani una grossa armada: et di quelli zentilhomeni de Candia ivi fo fatto li soracomiti. Ancora el duca de Milano solicitava de far armar quelle do nave a Zenoa et X galie, le qual mandò a offrir a la Signoria per augumento di la ditta armada; et la Signoria ditta conferite danari per armar ditte nave a Zenoa.
Et per l'ambassador de Spagna era qui a Venetia fo scritto al conte de Trivento, capetanio di le caravelle dil suo Re, le qual za se sapeva al certo erano zonte a Messina zerca 70, et aspettavano el resto fino al numero de 100, che dovesse redurse al più propinquo loco di la Calavria che li fusse possibile, a ciò in ogni tempo e da ogni banda, volendo far movesta el Re de Franza a niuno de collegati, fusse circundato, et da ogni banda havesse a contrastar. Tamen non volevano romperli guerra.
A dì 6 April nel Consejo di Pregadi fonno eletti do ambassadori al Re de Romani: Zaccaria Contarini cavalier, el qual l'anno avanti vi fu con Hieronimo Lion cavalier a dolersi di la morte dil padre Imperatore et alegrarsi di la sua creatione a l'imperio; l'altro fo Benedetto Trevixan cavalier. Et è da saper che 'l Contarini era eletto, come scrissi, orator a Napoli, ma, ita volente fato, la legation de Napoli fo mutata in Elemagna. Et questi partino a dì 4 Mazo, et andono a trovar el Re a Vormes, et stette con grandissima spesa di ducati 500 al mese, senza operar alcuna cosa, perchè esso Re si pensò di altro cha di venir in Italia, et attendeva a la dieta. Et ancora al Re et Raina de Spagna fonno eletti oratori: Zorzi Contarini cavalier conte dil Zaffo et Francesco Capello cavalier. Ma el Contarini, fatto altra deliberatione de andar in Cypro a goder le soe intrade, rinuntiò tal legatione, et fo fatto in loco suo Marin Zorzi dottor, et questi si partino a dì 7 Mazo, et andati a Milano insieme con D. Guido Antonio Riziboldo arciepiscopo de Milano, ha de intrada ducati 7 milia, et Joanne Baptista de Sfondradi dottor, i quali per el duca fonno eletti andar insieme con questi nostri in Spagna, andono a Zenoa, et poi per mar, montati su una nave, capitono in Barzelona et andò dal Re et Raina, come tutto diffusamente sarà scritto. Et etiam ditto Duca de Milan scrisse a li soi do, erano dal Re di Romani, non si dovesseno partir, ma che ivi aspettasseno li ambassadori di la Signoria nostra, et cussì feceno. A Napoli per lettere di ambassadori in zifra se intese come el Re havia terminato di far le feste di Pasqua in Napoli, et poi venir verso Roma per ritornar in Franza. Havia ordinato di far gran feste et zostre queste feste; pur erano in gran consultatione di sta liga, et fevano consigli et colloqui, dicendo se la seguisse quid fiendum. Benchè non credevano mai el Papa vi dovesse esser, et che dovevano partir li ambassadori eletti, uno qui l'altro a Milano, a dì 30 Marzo; che Napolitani erano mal contenti; che Franzesi fevano poca reputatione di loro oratori nostri; et che el Re havia habuto lettere de Franza da la Raina, che dovesse repatriar, et non star più a Napoli. Et poi per lettere de primo April accadette che Napolitani erano stati in arme tre zorni continui, zoè a dì 29, 30 et 31 Marzo, et etiam la notte tutti stavano armati in le loro caxe, adunati insieme li Napolitani in li soi sezi. Questo perchè non potevano tollerar le insolentie de Franzesi. Unde el Re molto di questo temete, nè ussiva di castello, et fece uno comandamento a le soe zente erano sparpagnate nel Reame, dovesseno redursi in Napoli, et fece in tre volte: prima li capi venisse a veder le feste voleva far; poi sotto man a questi ordinò facesse redur la zente, dicendo voleva haver consiglio da quelli principali; et revocò quelli 300 cavalli erano avviati verso Roma. Colonnesi erano mal contenti per el contado a loro concesso per el Re, et poi lo have suspeso, et messo a definir de iure al suo conseio. Et è da saper che fo tratado acordo con questo sig. Prospero et Fabricio Colonna di acordarli al soldo di la liga, ma mai volseno romper la fede data al Re. Item che el Re don Ferandino era con le 14 galie lì a presso Napoli in mar come corsaro, licet havesse Peruca corsaro etiam con lui, nè lassava intrar alcun navilio in Napoli; et in questi zorni prese una galiota veniva di Provenza a Napoli carga di farine et carne salata et altre vittuarie, la qual li fo molto a proposito perchè dete una paga a la zurma, et el resto portò a Yschia. Demum se intendeva voleva condor la Raina a Mazara, dove se ritrovava Alphonso suo padre, et eravi le cinque galie menò con lui sì che haveva 19 galie. Tamen el Re de Franza feva gran pressa di far lavorar armada a Napoli, et divulgava voleva haver vinti galie. El sig. Virginio Orsini et Conte di Petigliano andavano per Napoli, ma non però che ancora fusseno expediti di esser presoni vel non, et de iure non erano, pur a ciò non venissero da le bande de qua, li teneva cussì a la longa.
Ancora essendo li syneci et oratori di Otranto venuti a Napoli per formar li capitoli con el Re, et volersi render; et, quelli formati, ritornono per far levar le insegne de Franza con li messi di esso Re. Ma don Cesare de Aragona, fiul de Alphonso natural, con Camillo Pandon vicerè di la Puia, sotto specie di volersi render introno in la rocca, et con li soi amazono li custodi et levò le bandiere di re Ferando, et stete forti alcuni zorni: pur a la fine fonno licentiati dil popolo, et andono a Brandizo, don Cesare et Camillo Pandon, come dirò di sotto. Et mons. di la Spara, vicerè per el Re de Frenza, ivi andò con 200 cavalli, et, habuto el dominio, ritornò.
Et essendo division a Brandizo tra quelli cittadini, però che alcuni se voleva render, altri tenersi per caxa di Aragona, unde fo divulgato 20 albanesi, 20 schiavoni et 20 greghi dominava quella terra. Et questi introno in la fortezza, volendo al tutto man tenir le bandiere aragonese, et feceno drezar una forca dicendo, che se niun parlasse di rendersi a Franzesi subito da loro sarebeno impicati; per la qual cosa niuno ossava dir nulla. Fin questo zorno, che fo fatta la liga, per el re Ferando si teniva solum questi luogi in Puia et Calavria, zoè Galipoli, Otranto, Brandizo, Cotron, Turpia et la Mantea, Yschia et Lipari. Aduncha questo Re de Franza havia ottenuto prima in Campagna de Roma, Terra di lavoro, Conti de Malfi, Calabria alta, Calabria soprana, Calabria bassa, Vasilicata, Terra d'Otranto, Terra de Bari, la Puia, Monte Gargano, Capitanata et l'Abruzo tutte le terre et castelli che dominava aragonesi, li qual a nominarli sarebbe tedioso.
A Roma a dì 2 April venendo alcuni Sguizari da Napoli per numero 200, et essendo stati a tuor el perdon a San Piero, volendo partirsi, alcuni rimase da driedo, et se scontrò con alcuni de la guarda dil Pontifice, spagnioli, i quali havevano uno can di cazza assà bello, et quelli sguizari gel volse tuor, et loro difendendosi fonno a le man et alcuni fo morti. Demum la guarda ditta, tutta se messe in ordene, et andoli driedo. Li qual Sguizari ussivano za de Roma, et fonno a le man. Fo morti zerca X Sguizari, tra i qual uno che combattè più di meza hora, ut dicitur, con X lui solo; tandem sopravenendo Spagnoli fo morto, che per la sua gaiardia fo un pecato. Sopravene el capetanio di la guarda, et fo cessato de combatter, et ritornono ditti Sguizari con la fede in Roma. Questi erano nudi, senza calze, tamen tutti havevano assà danari, et poi ritornono in li loro paesi. Et ancora per avanti ne passò per Roma alcuni altri partiti dal Roy. Poi a dì 5 ditto fo morto el capetanio de li officiali, chiamato barisello, el qual fo assaltato da Colonnesi et Savelli, et da poi disnar a hore 20 si arma el capetanio di la guarda dil Papa con zerca 300 per andar a trovar queloro l'havevano morto; et tamen non li bastò l'animo de intrar in una caxa, ne la qual erano reduti zerca 500 in uno, de detti partesani et seguazi di Colonnesi, conscii a far questo delicto.
Et a dì 7 ditto zonse a Roma li oratori senesi andavano a Napoli. La cagione di la sua imbassada ho scritto di sopra.
Et havendo li oratori di la liga ordene de notificar a Roma a l'orator franzese la conclusione di la liga, deliberarono di redurse tutti in capella dil Papa, dove nel ussir si veneno a scontrarsi con ditto oratore; et eravi domino Garcilasso de la Vega oratore di Spagna, Hieronimo Zorzi nostro, et Stefano Taverna de Milano: non vi era de Maximiano a quel tempo in Roma. Et l'orator yspano fece le parole, et l'ambassador franzese mostrò molto dolersi, et qui fo ditte tra loro assà cosse, et cussì uno di l'altro si separò; et consultato col Pontifice, terminono non darli investisone alcuna. Ben el Pontifice advisò la Signoria dovesse far ogni provisione, et cussì Milano, che lui non havia danari da far zente et sarebbe el primo battuto. Era di opinione de condur el duca de Urbino a soldo di la liga con cavalli 800, et questo per cessar le novità di le parte di foraussiti de Perosa, come scrissi di sopra esser acaduto nuovamente; et, conducendolo, smorzeria tutte quelle novità.
Item che suo fiul Duca de Gandia, el qual era in Ispagna, havesse cognitione di la liga, et vegnerebbe in queste parte. Ancora concesse uno perdon plenario in la chiesia de San Marco el zorno si dovea publicar la liga. Et la copia di la bolla sarà qui posta a ciò el tutto chiaramente se intenda.
Indulgentia concessa in ecclesia sancti Marci Venetiis in die publicationis foederis[127].
Venne a Venetia in questo zorno 13 April do cittadini di l'Aquila, uno chiamato Jacobo de Beccatoribus, et l'altro suo nepote Hieronimus de Beccatoribus, i quali, come fo divulgato, veneno per nome de Aquilani promettendo, se la Signoria li volevano, li basterebbe l'animo de far levar San Marco a l'Aquila; et andono in Collegio davanti li oratori di la liga, erano vestiti di veludo biavo, con zerca 8 driedo. Et Venitiani pur li detteno bone parole, facendoli restar in questa terra; et spesso andava a la audientia; ma poi, visto che non fevano nulla, essendo stati alcuni mexi qui, ritornono a l'Aquila non molto contenti.
Ancora è da saper che a Venetia era do oratori di la Comunità di Ragusi, zoè Zuan de Mence et Francesco de Sorgo, andavano vestiti a la Venetiana con barbe, et steteno zerca mexi 10, et volevano racomandarsi a San Marco, licet fusseno tributarii, attamen nostri li lassiasse lo adito potesse li soi navilii navegar nel colfo: questo perchè detteno vittuarie et favore a l'armada di re Ferando veniva contra la Signoria per favorizar suo zenero Duca de Ferara. Et poi che steteno questi mexi X in questa terra, a dì 3 Mazo si partino, et ritornono a Ragusi non havendo operato nulla.
Et ancora venne in questo tempo do ambassadori de Cypro, zoè Piero Guri kav.r et Joachim Flato, et dimandono la Signoria volesse per beneficio di quella ixola mandar la secreta era a Nicosia, et redurla a Famagosta; et, ditte molte ragioni, tamen fo decreto nel Mazor Consejo, dove mi ritrovai a ballotar ditta parte, che la segreta stesse de cætero a Famagosta, et cussì, havendo ottenuto, ritornono.
A Napoli, zonta che fo la nova a li nostri ambassadori dil concluder di la liga, et che dovesseno advisar di questo la Majestà dil Re, et essendo andati a dì 5 April la mattina in castello dal Re, per veder quello comandava zerca a l'orator suo mons. de Miolano designato a Venetia; el qual Re rispose: vi faremo ben a saper la deliberation nostra. Or, venuti fuora di camera, come fonno in sala, inteseno esser zonto lettere da Venetia, et terminono, senza andar et tornar, di mandarle a tuor, che fortasse sarebbe cosa che bisogneria parlar col Re, come fo. Et venute le lettere, quelle lette, deliberano, perchè el Re voleva disnar, di aspettar ivi in sala fino Soa Majestà havesse disnato, poi haver audientia, et cussì fece. Et poi mandono a dir a Soa Majestà havevano da parlarli secrete di cose importante. Unde, chiamati dentro in una sala, dove era el cardinal S. Piero in Vincula et mons. di Beucher soli, et tiratosi el Re da parte, Domenego Trivixan ambassador, per haver la lengua, li expose et notificò di questa liga, la qual era fatta per conservation di Stadi, per defender et varentar la Chiesia Romana et le raxon de l'Imperio, et non per offender Soa Majestà. Unde molto el Re se dolse, non possendo quasi tolerar, dicendo: la Signoria mi ha fatto una gran onta, nol criti (credetti) mai per la lianza etc. Et pur digando li oratori, questo era fatto per conservation di Stadi, perchè intendevano el Turco faceva grande armata, et el Re disse: Come? non ho io Stado in Italia? et li ho mandà a dir a la Signoria che, si vuol far liga con niuno, mel faci a saper, e a hora che tutti li pazi di questa terra el sa, me lo vegnè a dir! L'è sta grand'onta, et io ho sempre conferito con vuj ogni cosa, ma da qui avanti non ve dirò alcuna cosa, come non lo fa la Signoria, che la non puol navegar al viazo de Fiandra se mi non voglio. Ha fatto liga, sì, perchè il Turco fa armada! I hanno gran paura de Turchi! Vorria che i venisse di qua! Et li oratori rispose: Vostra Christianissima Majestà non ha provado guerra con Turchi, come nui 17 anni di longo. Et cussì dolendosi el Re se tirò a una fenestra, dove era li do nominati di sopra, et diceva: per ma foi, è sta fato grande onta! Et intendendo etiam mons. di Beucher la cosa, benchè ancora non fusse zonto el corier de mons. di Arzenton, ancora lui si alterò di parole, dicendo: La Signoria ha fatto molto mal contra el Roy. Et el cardinal San Piero in Vincula zercava de bonazar el Re, dicendo: Christianissima Majestà, non sarà altro; hanno fatto per ben; et similia verba. Unde, conclusive, dimostrò esser molto amigo de Venitiani. Et el Re disse: Con el Re de Spagna li ho dato Perpignan et Elna, et Maximiano con una lettera el farò star indrio. El Papa et Ludovico dicendo gran mal, et menazando molto ditto duca de Milano. Et che lui era sta pregato dal Re di Ongaria, Portogallo et Ingilterra et Scocia et da altri Re di far liga, et mai non havia voluto far. Or poi, disse, domini oratores, è parso a la Signoria de far questa liga senza darne alcun avviso, cussì nui faremo quello ne parerà senza farli a saper nulla. Et li oratori vedendo el Re assà sdegnato tolseno licentia, et el Re apuzato a la fenestra a pena se voltò a darli licenza. Et ritornò a caxa, et subito scrisse a la Signoria dimandando licentia de ripatriar, perchè erano mal visti et poco ussivano di caxa.
A Milano el Duca intendendo veniva zente in Aste per venir di qua, et a ciò fusse serati quelli passi, terminò di mandar le soe zente a tuor Aste dil Duca di Orliens, dove diceva haver certo tratado dentro. La qual terra di Aste è a li confini de monti, et mia 7 lontano di Alexandria di la Paia. Et cussì a dì 6 April dette carta bianca sottoscritta di sua mano et el stendardo et baston al sig. Galeazo di Sanseverino suo zenero; et quello fece suo capitano; el qual, insieme con suo fratello Antonio Maria, conte Joanne Boromeo, sig. Nicolò de Corezo, sig. Galeoto di la Mirandola, conte Christofano Torelli, conte Ugo di Sanseverino, alcuni signori da Carpi et Galeazo Visconti comissario con altri conduttieri et Filippo dal Fiesco capetanio di la fanteria, in tutto zerca cavalli 3000 et fanti 4000, andar dovesse con el campo verso Aste; et se in questo mezo non poteva haverla, esso Duca medemo, passato el zorno de Pasqua, verebbe in persona. Et ordinò zernede et guastadori, facendo fanti, et deva danari a li condottieri, et cussì augumentava el campo, et dette paga, come fo ditto, a homeni d'arme 450. Quello succederà scriverò di sotto.
Tutti tre li sui ambassadori andavano in Collegio a consultar zerca questa materia, et fo consultado in Pregadi, et scritto a l'ambassador era a Milano la opinione dil Senato.
Ancora è da saper che el conte Caiazo, habuto in Reame dal Re el suo stado, havendo lettere da Milano dovesse partirsi, tolse licentia di ritornar a Milano, la qual ge fu data dal Re; tamen lassò in Reame soa moglie, et partì a dì 8 April di Napoli, zonse a Roma a dì 16, et a dì 21 de lì se dispartì, et venne di longo a Milano con 100 cavalli lizieri et zonse a Milano a dì.... Tamen, zonto che fo a Roma, el Pontifice molto lo exhortò che dovesse remagner ivi, et lui mai vi volse restar.
È da saper che in questa terra a dì 28 Marzo zonse una caravella di Puia con stera 1800 di formento di raxon dil re Ferendo, et l'orator suo Spinelli, inteso questo, andò da la Signoria dicendo voleva tal formenti. Etiam Mons. di Arzenton orator franzese li voleva, dicendo che el suo Re, havendo el Reame tutto, et maxime tutta la Puia, però che a dì 21 ditto venne tutto sotto el suo dominio, eccetto Brandizo, a Soa Majestà apparteneva. Et, attento che ditta caravella era partita dal cargador X zorni avanti che 'l Re de Frenza intrasse in Napoli, et per questo fo judicato ditti formenti aspettar a l'orator di re Ferando. Il qual formento li fece bon servitio, perchè za li era mancato danari, e tamen stava con la fameglia et in reputatione come orator dil Re, et Mons. di Arzenton have pacentia di questo.
Clarissimo equiti Hyeronimo Georgio reipublicæ Venetæ Oratori facundissimo apud Alexandrum VI Romanum Pontificem Marinus Sanutus Leonardi filius patricius venetus salutem.
Niuna cosa ho extimato esser più degna nè di mazor laude, Magnifico Orator, che lassar qualche memoria di fatti loro, a ciò ne li posteri seculi, ben siamo polve, lo nome vi si oda et rimanga. Et questo cadauno desiderar dovrebbe, et sforzarsi con ogni sua possa di exercitarsi in tal operatione, che il nome loro non vadino in oblivione, et quelli, sì come sono dediti et nati sotto varie constellatione et pianeti, secondo la varietà di cieli dovrebbeno in quello che si poneno a seguitare fare tale operatione, che, da poi separata l'anima dil corpo, mediante la fama restassino immortali. Perchè, se vogliamo leggere le antique historie, se trova in ogni arte homeni excellenti sono stati, di li qual parlerassi fino el mondo dura. Io veramente, seguendo questa mia opinione, in ogni età datomi a studii et a prendere qualche dottrina, sempre ho voluto exercitarmi in quello che fortasse da huomini più maturi sarebbe stato bisogno: come di qualche particella Toa Magnificentia ne è vero testimonio; et già di la città nostra veneta alcuna cosa degna di memoria, mentre eri a la legatione gallica, a Toa Magnificentia dedicai. Al presente io già di età trigenario essendo, ho voluto non senza fatica grandissima descrivere quello che Carlo re de Franza in Italia in questi doy anni operò. Questo perchè omni eventu si veda et intenda come passono questi tempi, et le mutatione di stadi; opera assà grande et partita in cinque libri. Et havendosi Toa Magnificentia sapientissime operato in questa legatione al Summo Pontifice non manco utile che necessaria, come quelli lezendo questa potranno chiaramente comprendere il tutto, et etiam per le affinità et amore quella mi porta et ha sempre portato, mi ha parso cosa condecente uno de questi libri a Toa Magnificentia dedicarlo; non potendo con altro dimostrare al presente, amo, honoro et magnifacio quella, et non solum io, ma etiam tutti nostri patricii te sono grandemente ubligati, perchè in questa età tua già sexagenaria et ultra, passato le Alpe, e continue esser a presso di la Santità dil Nostro Signor, et in colloqui con Rev.mi Cardinali et oratori de diverse parte, et haversi ritrovato ivi in tante ardue et importante materie, per le novità di quelui, al qual già è diece anni che Toa Magnificentia vi fu ambassadore et ricevette da Soa Majestà benemerito la militia.
Ergo, concludendo, la Republica nostra ti debbono essere summamente ubligata, perchè queloro che senza alcuna utilità si fatica per quella, non solum merita laude, licet sia sua patria, ma ancora la gratia del Senato, la qual sine dubio per toi degnissimi portamenti son certo l'hai acquistata. Et che sia vero, la experientia ne dimostra che volendo a li zorni passati Toa Magnificentia repatriar, sæpius exhortando el Senato de haver licentia, et fusse eletto el tuo successore, unde nostri per haver non manco de bisogno de haver tal huomo ivi a Roma, che dil suo consiglio quivi, hanno voluto Toa Magnificentia ancora resti in tal legatione, per la pratica presa, la benivolentia acquistata col Summo Pontifice et Cardinali, le saggie et accostumate risposte, le parole exquisitissime, et, conclusive, li toi boni portamenti; et continue tenir advisata la Republica di ogni successo, maxime in queste ultime turbatione ha Ferdinando re ancora con quelli Franzesi restò in Reame, le qual, ut spero, haverà bon exito.
Adoncha, Clarissimo equite, ti degnerai de lezer quello che el tuo Sanuto, affine, non inmemore di Toa Magnificentia, in questi anni ha scritto, et demum reduta al modo vi è, a tempo di la mia egritudine, et cognoscerai che più presto non ho voluto lassare queste vigilie senza ponervi la mano, licet febrato fusse, che atender a la curatione dil male havia; però che nel componere vi bisognava ponervi il senso, el qual fortasse è stato causa di la longezza di quella, et vedrai che ho desiato più presto la perpetua fama, licet poca habbia essere, cha il viver presente, et se ben biasemato fusse, come son certo sarò da alcuni dil vulgo ignorante che si doleno de non far loro tale operatione, pur qui lezendo Toa Magnificentia che se ha ritrovato ne le cosse, vederà se ho scritto la vera verità, et se in alcuna cosa harò mancato, se degnerà de correggere, et cognoscerai quanto Marino tuo è a Toa Magnificentia dedicato. Vale, Clarissime Eques, et me, ut soles, ama. Ex Urbe Veneta, ultimo Xmbris 1495.