A FRANCESCO DALL'ONGARO nel dedicargli una tragedia.

EPISTOLA.

Se dai lirici voli, a cui seconda

Spirò l'itala Musa, or mi raccolgo,

E allaccio al piede il Sofoclèo coturno,

Tu da' vènia al poeta. Instabil alma

Diè natura al mio petto; e s'or m'aggiro

Spensierato pe' campi a coglier fiori,

Or pensoso d'amor canto a le stelle,

M'è pur caro talor spinger fra' nembi

La musa, o tra l'impure ansie del mondo

Incorrotta portar l'alma e la cetra.

Dirai: Perchè de la plaudente scena

Paventasti il cimento? Arguto senno

D'accigliato Aristarco esalta indarno

Opra che pria non allettò gli orecchi

(Sien lunghi pur!) di Frine e di Narciso.

Ben hai ragion: Melpomene non balla

Su polverosi tavolini al lume

Di lucignoli incerti, e non si pregia

Star tra vecchi scaffali a pigliar mosche

Nel regal manto che le tesse Aragne.

Ma vuoi tu, d'eleganti attici sali

Maestro e caro de le muse alunno,

Vuoi che la sacra libertà de' carmi

E le leggi, ond'ha vita unica il Bello,

Vil strumento sien fatte a l'irrequiete

Voglie e al capriccio de l'istabil Moda?

O vuoi, che quanto mi mandò da l'alto

L'invisibile Genio, e la severa

Arte ridusse a non fallibil norma,

Come vecchia libbréa scorci e rimendi

Perchè s'attagli a le gibbose terga

D'un vecchio Davo, o d'un urlante Oreste?

Non dissimulo il ver: vanto non cerca

Di ritte chiome e di donneschi aborti

La mia povera Musa, e la fallace

Scena paventa, ove con acre frizzo

Di sconce salse e di stranieri aromi

Stuzzicar dee lo stomacato senso

D'egri mariti e di svagate dame.

Ben qui morto non è (volgan la punta

Le malediche lingue ad altri obietti)

Il gusto almo de l'arte: e se a le stelle

Balza Macrino a furia di gazzette,

Macrin, che tramutò l'itala scena

In orrendo covil d'egizia maga,

Direm, che sol di pane e di circensi

Uopo han l'itale genti? o che distrutti

Sono i tripodi sacri e l'auree bende,

Onde culto solenne ebbero un giorno

L'arti vaganti dal natio Cefiso?

Lascia, che dal polmon fradicio e stucco

Tragga il tempo un sospir: vedrai per l'aria

Tante aurate scoppiar bolle e vesciche,

Ch'astri parvero al vulgo; e a lui, che indarno

Del carro de la fama unse le ruote,

Restar di tanti plausi e tanti allori,

Appena appena un ciondolin sul petto.

A sciocca plebe, che s'allegra al lazzo

D'osceno Stenterello, e piange agli urli

De l'omicida frenesia d'Orlando,

Melpomene s'invola; e benchè molti

Sdegnosi petti e non corrotti ingegni

Al severo suo culto ardan devoti,

Qual ne trarrem giammai pregio e decoro,

Se qual zingara abietta erra pe 'l mondo

L'arte di Roscio, e divien Roscio istesso

Mercatante di laudi e di quattrini?

Però non slaccerà l'arduo coturno

La mia tragica Musa, e tu, cortese,

Del favor tuo l'affida. I casi udrai

Di Manfredi infelice; e se di sacra

Ira, più che di pianto, illustre obietto

Ti fia l'alta sua fine, ed all'inulta

Ombra tesor darò d'itali sdegni

Contro l'invitta tirannia di Roma,

Vano non fia che mi si schiuda un giorno

L'ambito onor de la redenta scena.

Tu, quando a l'ara de le Grazie, intatto

Sacerdote, t'appressi, o sia che aspergi

Di doriche fragranze il patrio stile,

O ver che a le dormenti api di Flora

Con astuzia gentil sottraggi i fiori,

che le perle de la tua laguna

A le propizie Dee volgi in monile,

Deh! se mai ti fui caro, al sacro rito

Me non ultimo accogli, e men dolente

Vita mi prega! Chè se neri e torti

Fia che ne mandi il ciel sempre i destini,

Miglior senno allor fia frangere a' sassi

L'arguta lira e il tragico pugnale,

E con la larva di Talìa sul volto

Ridere almen degli altri e di me stesso!