AD A. SALVINI nel regalargli un esemplare della Palingenesi.

A te che sai le amare.

Gioie de l'Arte e i trepidi

Sogni, a cui l'ardua fida ala il pensier,

A te non fian discare

Queste vegliate pagine,

Che la sacra spirommi aura del Ver.

Se da la mesta e bruna

Vita, a più belle e vivide

Sfere poggiare il vol seppi talor,

È pregio e non fortuna,

Che su 'l mio fronte pallido

Segga una fronda di sudato allor.

Su quelle sfere, dove

Spiran del bello i liberi

Entusiasmi ed è perpetuo april,

Ivi di grazie nuove

Talìa sorride, e d'attici

Fiori diffonde il suo peplo gentil.

Scherzano a lei d'intorno

La gioia alata e il florido

Riso d'alme serene unico re;

A l'immortal soggiorno,

Sacro a le Grazie ingenue,

L'empio livor mai non appressa il piè.

Ma la suave e mesta

Malinconia, che l'anime

Tempra ne l'onda d'un etereo duol,

Cinta di bianca vesta

Ivi s'aggira, e a l'aure

Geme siccome vedovo usignuol.

Ivi te vidi, o altero

Spirto che il dotto interpreti

Dei figli di Talìa riso immortal;

E teco era il severo

Genio, cui di Melpomene

Sovra l'itale scene arma il pugnal.

Di lieti plausi un suono,

Dolce compenso al vigile

Culto de l'Arte, intorno a te volò,

E su l'etereo trono

La sacra musa italica

Nuova luce da' bruni occhi raggiò!

Or m'odi. E s'io libai

Unqua de l'alme Càriti

Al negato a' profani inclito altar,

Son degno, e lo mertai,

Che tra il fragor dei plausi

Oda tu pur ne l'alma il mio pregar.

Lascia a le franche scene

Le vôte larve e gli orridi

Mostri che infame vita hanno quaggiù;

A noi l'aure serene,

Gli astri ed i fior consigliano

Arte più mite e men facil virtù.

Di fole e di chimere

Regno non han le italiche

Muse, d'almo pudor cinte e di vel;

Nè soffron, che a le nere

Trame del mondo l'improbe

Scuse sian manto di pietà crudel.

Osa! Ed allor che al santo

Aere ritorni e a' limpidi

Regni de l'Arte, unico mio sospir,

Di' ch'io deserto in pianto

Vivo; ma intatta e vergine

Serbo la cetra, e m'è grato il morir.