3. Imprevedibile.
Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, dopo un'abbondante colazione e un degno riposo, che mi rifecero dei faticosi turbamenti della mattinata, uscii di casa e mi diressi risolutamente a una via ove sapevo esistere un negozio di legna.
Confesso che mi avvicinavo con tremore a quel luogo, per me affatto nuovo. È universale il tremore del nuovo. Ognuno può riscontrarlo entrando in un caffè, in un salotto, in una biblioteca, in un bar automatico, in un tribunale civile o penale, in qualunque pubblico o privato luogo, per la prima volta in vita sua. Tale tremore è fatto soprattutto di pudore. Io credo che se mi portassero in prigione, il mio turbamento per questo fatto, che di regola è spiacevole a ognuno per la sua stessa essenza, si farebbe in me singolarmente insopportabile per il pensiero che la mia inesperienza del luogo si traduca in atti goffi che la dimostrino in modo ridicolo ai presenti. Così avvenne quel giorno, perchè, lo confesso, non ero mai stato in un negozio di legna. Perciò avvicinandomi rallentavo il passo.
Ma, giuntovi d'un tratto in vista, il luogo mi colpì subito gradevolmente. Non c'era vetrina nè sporti e nessuna porta lo chiudeva, così che dal marciapiede potevo scorgere magnificamente l'interno.
Era una stanza vasta: per tre lati le pareti fino al soffitto n'erano coperte di scaffalature, come una biblioteca, ma invece di dorsi di libri vi si scorgevano ampie distese di sezioni di tronchi di legna. Ognuna di quelle sezioni appariva figurata a cerchi concentrici in bei colori caldi, e così sovrapposte e distese in una moltitudine vasta facevano un bellissimo vedere: impressione di leggerezza e di asciutta solidità. Un soppalco basso dava ricetto a una bruna e nebulosa fantasmagoria di fascine. In un angolo in terra tumultuava un cumulo di ciocchi. Nella parte di fondo era ritagliato un usciolino, tutto ricinto e come oppresso dalle scaffalature intorno, e di là da quello profondavasi una regione nerissima e opaca, con polverio di carbone.
Il luogo mi piacque. Fui lieto d'averlo visto. Ciò mi costituiva un principio di competenza: mi sovvenni del rimprovero che Antonio Furetière, uomo litigioso e abate di Chalivoy, mosse a Lafontaine accusandolo d'ignorare la differenza tra il legno cortecciato e il legno «marmanteau». Ma scossi subito il ricordo come intempestivo e inadatto.
Ho accennato, nella mia sommaria descrizione, a sole tre pareti. La quarta presentava un particolare sorprendente, cioè era costituita da un gran tramezzo di tavole in cui s'apriva uno sportello come nelle banche, o, chi non sia mai stato a una banca, come nei botteghini dei teatri e nelle biglietterie delle stazioni ferroviarie. Che cosa vi fosse di là dal finestrino dello sportello non so, chè davanti vi si pigiavano tre o quattro avventori, e vociferavano.
Io m'ero già coraggiosamente avanzato fin sul limite del luogo, quando uno dei vociferanti, ch'era un signore tozzo e con la cispa agli occhi, si staccò dal gruppo e si volse verso l'uscita. Così m'avvicinò, e vedendomi fermo e tranquillo mi giudicò, certamente, in ozio. Si diresse dunque a me con la facilità che muove gli uomini di semplice natura verso i loro simili, e mi rivolse una domanda; una domanda inattesa; una domanda paradossale: la quale per qualche minuto mi tenne come inchiodato davanti a lui per lo stupore.
La domanda che l'avventore cisposo e socievole rivolse a me innocente, fu questa:
— Scusi, signore, quanto la paga lei la legna al quintale?