3. Silenzi e musiche.

Bruno mi disse:

— Ho fiducia e confidenza in lei.

— Grazie — gli risposi —. Tutti gli uomini e le donne che ho conosciuto hanno avuto fiducia e confidenza in me. Forse per questo non sono ancora riuscito a nulla di solido nella guerreggiante conquista della vita.

Egli non mostrò di apprezzare la mia divagazione egoistica.

Aperse l'usciolo d'una specie di complicato e pesante stipo metallico ch'era in mezzo a una delle grandi tavole. Da un cavo dell'interno di quello trasse una specie di cuffia telefonica e me la porse. Dalla cuffia si partiva un filo che andava a collegarsi con le misteriose interiorità dello stipo.

— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che cosa sente.

M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato lungo la curva del cranio e i due dischi ricevitori strettamente applicati agli orecchi.

Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel silenzio stesso era terribilmente singolare. Allora sentii ch'io sentivo uno spaventoso silenzio.

Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel vuoto una qualche menoma vibrazione: ma il silenzio era totale, snaturato e mostruoso.

Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi guardava e osava sorridere: ma quel sorriso, solo nel mondo enorme che attorno a me s'era avvelenato e congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure non osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a parlare: ma le poche parole che pronunciai non so quali furono, chè d'un più vasto terrore mi gelò accorgermi ch'io non sentivo il suono della mia voce, onde come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la faccia di Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo imbestiarsi nelle smorfie del riso le quali in quel moto senza suono mi apparivano sardonici contorcimenti. Ma così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora con uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi strappai lo strumento dal capo.

Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii il riso di Bruno: tra le cento voci dell'aria rifluì nella stanza il senso tepido della vita.

— Ha sentito? — domandò.

Una calda felicità m'invase udendo le sue parole, sentendo che sentivo la mia voce rispondergli:

— Sì.

— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non permette che si senta altro suono se non quelli che lo interessano.

— Come sarebbe a dire?

— Ecco.

Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo, che anch'esso per un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro terminava in una spina a due punte brevi e sottili acuminate come spilli. Così tenendo in mano la spina m'incorò:

— Si rimetta la cuffia.

Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di là vidi Bruno scostarsi qualche passo guardandosi intorno; poi risolutamente andò verso lo stipite dell'uscio, ch'era di larice bianco, lo tentò un poco con una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due punte della spina.

Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva parve corrersi di fremiti leggieri che venissero da remotissime altitudini, pungenti brividi sonori, che d'ogni attorno si scivolavano incontro e così scontrandosi uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano di ronzii. A certi istanti quelle note acute e sommesse parevano arrotolarsi come in congegnamenti meccanici: poi novamente allentate abbandonandosi impallidivano, sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli di abissi lontani.

Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia che mi sfuggisse, i miei occhi non avevano più scorto l'uomo; d'un tratto lo vidi avvicinato chinarsi sopra me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di sul capo: poi andò a sconficcare la spina dal legno.

— Ha sentito?

— Sì.

— Che cosa?

Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare le pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo non ancora formato; o forse un pallido dialogo tra il piano astrale e il piano buddico dei teosofi. Ma mi feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E risposi:

— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno?

Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo.

— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono lei udrebbe un fragore assordante come di macchinari o d'immense cascate. Anzi il suo errore mi fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche dello strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere la presenza dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa: di simili sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà lei, che è uomo d'affari.

— Ma allora quei suoni?...

— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti atomici della materia organica.

Lo guardai stupefatto.

— Lei può immaginare da questo la potenza del mio microfono moltiplicatore a isolatore acustico.

— È una sua invenzione?

— Dica che non è che la minima parte, che un particolare isolato, della mia invenzione. C'è assai più, e presto vedrà. Ma prima occorre che lei ne conosca un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio allocatoptotrico.

Dopo un'attesa, accennò con una sorta di mistero verso una piccola porta a muro ch'era in fondo alla stanza.

In quella s'udì la voce di Laura dalla strada chiamare:

— Bruno!...