4. Laura.

Senza rispondere alla chiamata, nè altro dirmi, Bruno ripose rapidamente ogni cosa e scendemmo. Laura col cappello e il bavero impellicciato che le saliva a mezzo il volto appariva più donna, avea acquistato un che di maturo e turbante. I suoi occhi erano più neri e più fondi.

— Bruno — disse — è l'ora della passeggiata. Venga anche lei.

Così dicendo mi guardò. Mi sentii impallidire. Quando i palpiti del mio cuore tornaron calmi, risposi:

— No.

— Allora, a più tardi.

Fino a sera pensai a Laura. Ma di tratto in tratto la sua figura e il suo volto scomparivano istantaneamente alla mia memoria: in quelle lacune sentivo in me e intorno a me un flutto di vacuo e gelante silenzio: vi riconobbi l'immagine di quello che m'avea avvolto e quasi fatto demente durante la prima esperienza nel gabinetto del fratello di lei.

— Costoro mi farebbero impazzire — mi dissi alla fine. — Bei riposi ho trovato nella solitudine della campagna! Strana sorte la mia: io sono sempre stato, sono, e sempre sarò, irrimediabilmente savio; e insieme la sorte ha messo occultamente tra le mie mani non so che potentissima calamita di pazzi.

E quando, poche ore dopo, c'incontrammo alla tavola comune, subito annunziai recisamente:

— Tra due giorni torno a Milano. La mia vacanza finisce.

— Tra due giorni? — domandò Bruno — cioè?...

— Cioè sabato: dopodomani; con la corsa del mattino.

Egli echeggiò:

— Sabato, con la corsa del mattino.

E aggiunse:

— Benissimo.

Rinunciai a capire il suo pensiero. Dopo un poco soggiunse:

— Io invece parto domani mattina.

Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo», ma me ne trattenni. Fui per accennare alle cose mirifiche che m'aveva mostrate, a quelle più mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto maligno m'impose silenzio anche su questo argomento. Mi pareva che un'aura d'odio aleggiasse fra le nostre tre sostanze. Poi i silenzi obliqui che strisciavano tra noi cominciarono a travagliarmi. Cercai qualche argomento di discorso che ci portasse giù, in un'aria più respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare qualche volgarità. Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi quali fossero i discorsi più consueti che si tengono nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli uomini sani. Finalmente dissi così:

— Speriamo che sabato non ci siano scioperi.

Bruno mi guardò come se avessi immaginato una inverosimile ipotesi di turbamenti cosmici.

— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi è necessario imparare a vivere giorno per giorno, ma nello stesso tempo a contare sopra un domani imperturbato e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento di trapasso. Credo tuttavia che qualunque tempo, visto da vicino, dovè parere agli uomini pensosi un fiero momento di trapasso.

Poichè entrambi tacevano, continuai:

— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra...

— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come fuori del mondo, da molti anni. Come in un'isola ignota.

— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente dal singolare ricordo. Non avevo mai più pensato ad Irene.

— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola di Irene?

— Lontano.

— C'è stato?

— Sì.

— Quando?

— In un tempo irricordabile. Mi lasci pensare. Ci fui.... mio Dio! pare fantastico, eppure è: c'ero sei giorni sono. È credibile?

Parlavo, così dicendo, più a me stesso che a quei due dissensati. Ma non eran persone da maravigliarsi per sì poco. Laura consentì:

— Non è incredibile. I luoghi più lontani sono quelli da cui si ritorna più rapidamente. Ma non si ritrovano mai più.

Così, brevissimamente, ella aveva risollevato il discorso nelle regioni della pura pazzìa. Non feci altri sforzi per riportarlo alla saggezza. Pensavo tra me se non avrei potuto precipitare ancor più la mia partenza. Laura mi appariva, ogni volta ch'io la riguardavo, più bella.

Alla fine del pranzo Bruno s'accomiatò:

— Debbo fare qualche ultimo preparativo. Arivederla dunque a Milano.

Non contradissi, e scomparve.

Laura s'era messa in una poltrona a un lato d'un vecchio camino acceso. Non ebbi la forza di andarmene. Sedetti nell'altra poltrona, all'altro lato del camino.

Laura sorrise e mi disse:

— Non è una buona ragione per essere tanto crucciato con noi.

— Signorina — la implorai — mi dica qualche cosa di lei, mi dica che è nata in un luogo, in un giorno, così, come nascono tutte le donne.

Sorrise ancora:

— Non abbia paura: sono nata in un luogo di questo mondo e in un giorno del calendario; e sono nata proprio come tutte le donne, e anche tutti gli uomini. Vuole di più? ho un po' freddo, sebbene siamo accanto al fuoco. Ho freddo, capisce? credo che questo possa rassicurarla completamente sul conto mio. E le propongo di fare ora la passeggiata che non ha voluto fare oggi.

Perciò poco dopo camminavo al suo fianco lungo la riva del lago al chiarore delle stelle. Ella teneva gli occhi a terra, chè la strada era irregolare e sassosa. Ogni tanto la sua pelliccia sfiorava il mio braccio. L'aria rigida, e qualcosa d'inumano che accompagnandosi a noi ci vigilava, impedì le parole. Poi ella si fermò e senza levare lo sguardo mi disse:

— Torniamo.

Ma, tornando, appoggiò la mano nel mio braccio, e così ve la tenne, fino che fummo giunti alla nostra dimora, ove mi salutò, quasi senza parole.