CCCXCVII.
(A Sebastiano del Piombo in Roma).
Sebastiano mio carissimo. — Iersera il nostro amico capitano Cuio[352] e certi altri gentilomini volsono, lor grazia, che io andassi a cena con loro; di che ebbi grandissimo piacere, perchè usci' un poco del mio malinconico, overo del mio pazzo: e non solamente n'ebbi piacere della cena che fu piacevolisima, ma n'ebbi ancora e molto più che di quella, de' ragionamenti che vi furno. E più dipoi ne' ragionamenti mi crebbe el piacere, udendo dal detto capitano Cuio mentovare il nome vostro: nè bastò questo: e più dipoi, anzi infinitamente mi rallegrai circa all'arte, udendo dire dal detto capitano, voi essere unico al mondo e così essere tenuto in Roma. Però ancora se più allegrezza si fossi potuta avere, più n'àrei avuta. Dipoi visto che il mio gudicio non è falso; dunche non mi negate più d'essere unico, quando io ve lo scrivo, perchè n'ò troppi testimoni, e écci un quadro[353] qua, Idio grazia, che me ne fa fede a chiunche che vede lume.
Archivio Buonarroti. Di Firenze, 4 di settembre 1525.[354]