CDXVI.

(A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma).

Signore mio caro. — Se io non avessi creduto avervi fatto certo del grandissimo, anzi smisurato amore che io vi porto, non mi sare' paruta cosa strana, nè mi sare' maraviglia il gran sospetto che voi mostrate per la vostra avere avuto per non vi scrivere, che io non vi dimentichi. Ma non è cosa nuova, nè da pigliarne ammirazione, andando tante altre cose al contrario, che questa vadi a rovescio anch'ella: perchè quello che vostra Signoria dice a me, io l'àrei a dire a quella: ma forse quella fa per tentarmi o per riaccender nuovo et maggior foco, se maggior può essere: ma sia come si vuole: io so bene che io posso a quell'ora dimenticare il nome vostro, che 'l cibo di che io vivo; anzi posso prima dimenticare el cibo di ch'io vivo, che nutrisce solo il corpo infelicemente, che il nome vostro, che nutrisce il corpo e l'anima, riempiendo l'uno e l'altra di tanta dolcezza, che nè noia nè timor di morte, mentre la memoria mi vi serba, posso sentire. Pensate se l'ochio avessi ancora lui la parte sua, in che stato mi troverrei.

Dall'altra parte del foglio è la seguente variante:

.... e se pur certo n'eri e siate, dovevi e dovete pensare che chi ama à grandissima memoria, e può tanto dimenticar le cose che ferventemente ama, quant'uno affamato il cibo di che e' vive: anzi molto meno si può l'uomo dimenticar le cose amate, che 'l cibo di che l'uom vive; perchè quelle nutriscono il corpo e l'anima: l'uno con grandissima sobrietà, e l'altra con felice tranquillità et con aspettazione d'eterna salute.

Altra variante:

Anzi molto più può dimenticar l'uomo il cibo, di che 'l corpo si nutriscie e vive, perchè quello spesso il conduce in somma miseria e gravezza; che e' non può dimenticar le cose amate, che con tranquilla felicità gli promettono eterna salute.

Archivio Buonarroti. Di Firenze, (28 di luglio 1533).