LXVI.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa.
Buonarroto. — Io non t'ò iscritto questa settimana passata per non avere potuto. Sapi come la figura mia quant'e' più l'ò scoperta, ò trovato che meglio è venuta e vego che e' fia manco male che io non estimavo, e parmi averne buona derrata, a rispetto di quello che poteva avenire: però abiàno da ringraziare Idio. Io per quello che mi pare, credo a ogni modo averci uno mese e mezo di faccenda a rinettarla; sì che poi che avete avuta tanta pazienza, bisognia che abiate questa poca ancora. Conforta Giovansimone per mia parte e avisami come egli sta e gli altri ancora. Raguaglia Lodovico del tutto. Racomandami agli amici, ciò è a Giovanni da Ricasoli, al Granaccio e a messere Agniolo.
A dì secondo d'agosto 1507.
Michelagniolo in Bolognia.
Archivio Buonarroti. Di Bologna, 3 d'agosto (1507).
LXVII.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa.
Buonarroto. — Questa sarà per coverta d'una che va a Roma a Giuliano da Sangallo. Prègoti la mandi per buona via, perchè è cosa che importa assai. Non ti scrivo altro, perchè pure stamani t'ò mandato un'altra lettera, per la quale intenderai come la cosa va bene. A dì tre d'agosto.
Michelagniolo in Bolognia.
Archivio Buonarroti. Di Bologna, 10 d'agosto (1507).
LXVIII.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Istrozi, Arte di lana, in Porta Rossa. Firenze.
Buonarroto. — Io ò ricievuta oggi una tua, per la quale intendo come siate tutti sani: n'ò piacere assai: similmente ancora io sono sano, e stimo la cosa mia anderà bene: vero è che e' c'è delle fatiche assai; pure io sono sicuro che io non ò a correre più pericoli, nè a avere più troppe grande ispese, perchè non sono obrigato se non a darla finita dove ella è. Al Sangallo ò risposto a una sua lettera; e la lettera sarà con questa: dagniene. Vorrei che tu trovassi messere Agniolo Araudo, e gli dicessi che io non gli ò ancora risposto per non aver potuto, e che la cosa va bene; e racomandami a lui e a Tomaso comandatore.[77] Tu mi scrivi del caldo che è costà e del caro: ancora sappi che qua è stato quel medesimo, perchè poi che io ci sono, non ci è mai piovuto, altro che una volta, e ècci istati caldi che mai più credo che al mondo fussino. El vino ci è caro come costà, ma tristo quant'e' può, e similmente ogni altra cosa, i' modo che e' c'è un cativo essere, e a me par mille anni di venirne.
A dì dieci d'agosto.
Michelagniolo in Bolognia.
Archivio Buonarroti. Di Bologna, 29 di settembre (1507).
LXIX.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Fiorenza. Data nella bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa.
Buonarroto. — Io non ò avuto tuo' lettere già più d'un mese fà: non so la cagione: però prègovi mi scriviate qualche cosa o tu o Giovansimone, e avisatemi come la fate. Io non vi scrivo spesso, perchè non ò tempo, perchè nella opera mia è cresciuta tuttavia la faccenda i' modo, che se e' non fussi la gran sollecitudine, io ci sarei ancora per sei mesi: pure stimo a Ognissanti averla finita, o poco mancherà, sollecitando com'io fo; che apena posso pigliare tempo da mangiare. State di buona voglia e abiate pazienza questo tempo, perchè la cosa anderà bene. Avisatemi come la fate. Fa' mia scusa con Sangallo del non gli scrivere e con l'Araudo, quando gli vedi. Non altro.
A dì ventino(ve) di settembre.
Michelagniolo in Bolognia.
Museo Britannico. Di Bologna, (16) di ottobre 1507.
LXX.[78]
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa.
Buonarroto. — Io non ò tempo da rispondere all'ultima tua come si converrebbe; ma sapi com'io sono sano e àrò finito presto, e stimo avere grandissimo onore: tutta grazia di Dio: e subito finito che àrò, tornerò costì e acconcierò tutte le cose di che tu mi scrivi, in forma che voi sarete contenti, e similmente Lodovico e Giovansimone. Prègoti vadi a trovare l'Araldo e Tomaso comandatore: di' loro, che per questo non ò tempo da scrivere loro, o vero da rispondere alle loro lettere a me gratissime; ma per quest'altro gli aviserò a ogni modo di qualche cosa per risposta delle loro. Ancora ti prego che vadi a trovare el San Gallo e dicagli, che io stimo avere finito presto; e intenda come egli sta, e che per quest'altra ancora scriverrò a lui come la cosa va. Non altro.
A dì.... d'ottobre.
Michelagniolo in Bolognia.
Museo Britannico. Di Bologna, (19 di ottobre 1507).[79]
LXXI.[80]
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozi, in Porta Rossa.
Buonarroto. — Io ò ricievuto una tua, per la quale ò inteso come sta el San Gallo. Non farò altra risposta alla tua, perchè non acade: basta che io sono a buon porto della opera mia, sì che state di buona voglia. Con questa saranno cierte lettere: dàlle bene e presto. Non so a quanti dì noi ci siamo, ma ieri fu Santo Luca. Cièrcane da te.
Michelagniolo in Bolognia.
Museo Britannico. Di Bologna, 10 di novembre (1507).
LXXII.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa.
Buonarroto. — Io mi maraviglio che tu mi scriva tanto di rado. Credo pur che tu abbi più tempo da scrivere a me, che io a te: però avisami spesso come la fate.
Io ò inteso per l'ultima tua come per buona cagione desideravi che io tornassi presto: la qual cosa m'à fatto stare con sospetto parecchi dì: però quando mi scrivi, scrivimi risoluto e chiarisci le cose bene, acciò che io intenda: e basta.
Sappi che io desidero molto più che non fate voi di tornare presto,[81] perchè sto qua con grandissimo disagio e con fatiche istreme e non attendo a altro che a lavorare e el dì e la notte, e ò durata tanta fatica e duro, che se io n'avessi a rifare un'altra, non crederrei che la vita mi bastassi, perchè è stato una grandissima opera; e se la fussi stata alle mani d'un altro, ci sarebbe capitato male dentro. Ma io stimo gli orazioni di qualche persona m'abbino aiutato e tenuto sano, perchè era contro l'opinione di tutta Bolognia che io la conducessi mai: poichè la fu gittata, e prima ancora, non era chi credessi che io la gittassi mai. Basta che io l'ò condotta a buon termine, ma non l'àrò finita per tutto questo mese, come stimavo; ma di quest'altro a ogni modo sarà finita, e tornerò. Però state tutti di buona voglia, perchè io farò ciò che io v'ò promesso a ogni modo. Conforta Lodovico e Giovansimone da mia parte e scrivimi come la fa Giovansimone, e attendete a imparare e a stare a bottega, acciò che voi sapiate fare quando vi bisognierà; chè sarà presto. A dì dieci di novembre.
Michelagniolo in Bolognia.
Museo Britannico. Di Bologna, 21 di dicembre (1507).
LXXIII.[82]
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa.
Buonarroto. — Io ti mando una lettera in questa, la quale è d'importanza assai, e va al cardinale di Pavia[83] a Roma: però subito che l'ài ricevuta, va' a trovare el San Gallo, e vedi se lui à modo di mandarla ch'ella vadi bene; e se San Gallo non è in Firenze, o non la può mandare, falle una coverta e mandala a Giovanni Balducci e prègalo per mia parte che la mandi a Pavia, ciò è al detto Cardinale, e scrivi a Giovanni che in questa quaresima io sarò a Roma e racomandami a lui. Racomandami ancora al San Gallo e digli, che i' ò a mente la sua faccienda e che presto io sarò costà. Manda la detta lettera a ogni modo, perchè non posso partire di qua, se non ò risposta.
A dì ventuno di dicembre.
Michelagniolo in Bolognia.
Museo Britannico. Di Bologna, (5 di gennaio 1508).
LXXIV.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa.
Buonarroto. — I' ò inteso per l'ultima tua come ài fatto buon servigio della lettera di Pavia. L'ò avuto caro, perchè stimo sarà andata bene. Duolmi assai che tu abbi male, come scrivi, pure abbi pazienza e sta' di buona voglia, perchè di corto sarò costà e faròvi fare quello che voi vorrete o con Lorenzo[84] o da voi, come vi parrà più utile e sicuro. Io non vi dico l'apunto quando mi partirò di qua, perchè io non lo so ancora; ma io credo a ogni modo infra quindici dì partire, overo essere a ordine da partire: e parmi mille anni, perchè istò qua i' modo che se tu 'l sapessi, te ne increscierebe. Non altro. Non mi scriver più a Bolognia, se non è cosa che importi, perchè delle lettere n'è fatto cattivo servigio. Conforta tutti gli altri per mia parte. Non so a quanti dì noi ci siamo, ma so che domani è Befania.
Michelagniolo in Bolognia.
Archivio Buonarroti. Di Bologna, (18 di febbraio 1508).
LXXV.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa.
Buonarroto. — Egli è già quindici dì che io credetti essere costà, perchè io stimavo súbito finita la mia figura, che costoro la mettessino in opera. Ora costoro mi dòndolano e non ne fanno niente: e io ò comessione dal Papa non mi partire, s'ella non è in opera: i' modo, che e' mi pare essere impacciato. Starò a vedere ancora tutta questa settimana: e se e' non dànno altro ordine, io me ne verrò a ogni modo,[85] sanza osservare la comessione.
In questa sarà una che va al cardinale di Pavia, nella quale gli replico questa cosa, acciò che e' non si possa dolere. Però fa'gli una coverta e dirizala a Giuliano da Sangallo per mia parte, e prègalo che la dia in propria mano.[86]
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
1507, da Bologna, a' dì 18 di febraio: ricevuta dì detto.
Museo Britannico. Di Roma, 2 di luglio (1508).
LXXVI.[87]
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — L'aportatore di questa sarà uno giovine spagnuolo, il quale viene costà per imparare a dipigniere, e àmmi richiesto che io gli facci vedere el mio cartone che io cominciai alla Sala;[88] però fa' che tu gli facci aver le chiavi a ogni modo e se tu puoi aiutarlo di niente, fallo per mio amore, perchè è buono giovane.
Giovansimone si sta qua, e questa settimana passata è stato amalato; che non m'à dato picola passione, oltre a quelle che i' ò: pure ora sta assai bene. Credo si tornerà presto costà, se farà a mio modo, perchè l'aria di qua non mi pare facci per lui. Racomandami a Tomaso comandatore, e all'Araudo.
A' dì dua di luglio.
Michelagniolo in Roma.
Racomandami a Giovanni da Ricasoli.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (di luglio 1508).
LXXVII.
Buonarroto di Lodovico Buonarroti. Firenze.
Buonarroto. — I' ò inteso per una tua come di costà le cose vanno: della qual cosa n'ò dispiaciere assai, e più ancora vegiendo nel bisognio che voi siate, e massimamente di Lodovico, che tu mi scrivi com'egli àrebbe bisognio di farsi qualche cosa indosso.
Io scrissi più giorni fa a Lodovico, come io avevo marmi qua per quatrociento ducati largi, e com'io ci ò debito su ciento quaranta ducati largi, e com'io non ò un quatrino; e così lo scrivo a te, perchè tu vega che per adesso non vi posso aiutare, perchè i' ò a pagare questo debito e ancora mi bisognia vivere, e oltr'a questo, pagare la pigione. Sì che ò delle fatiche assai: ma spero d'uscirne presto e potervi aiutare.
Tu mi scrivi che io cierchi d'uno aviamento per te: io non saperrei che mi trovare, nè che mi ciercare. Io manderò più presto che io potrò per te, e starai tanto a Roma, che tu troverai qualche aviamento a tuo modo. Non altro. Con questa sarà una del Granaccio. Priègoti gniene dia, e ricordagli che mi facci il servizio che io gli domando.
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 31 di luglio (1508).
LXXVIII.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ti mando la rifiutagione ch'io ò fatta per man di notaio, come Lodovico mi manda a chiedere, della redità di Francesco:[89] però súbito che tu l'ài, dàlla a Lodovico, che e' sappi che la sarà in questa lettera. Avisoti come Piero Basso[90] si partì di qua martedì mattina amalato, o volessi io o no: e' me n'è saputo male, perchè sono restato solo, e anche perchè ò paura non si muoia per la via: ma e' s'era cacciato tanta paura nel capo di questa aria, che mai non ce l'ò potuto tenere e credo sarebe guarito in quatro dì, se ci fussi stato, per quel che m'era detto da altri. Però avisami s'egli è gunto costà.
In questa sarà una lettera che va a uno che si chiama Giovanni Michi, el quale volse già stare meco qua e ancora mi scrive che starebbe: e io per questa lettera gli rispondo quello che gli à a fare se e' vòle. Però ti prego che tu vadi in San Lorenzo, dove lui mi scrive che sta, e fa' di trovarlo e da' gli la lettera e fa' d'avere risposta resoluta, perchè io non posso star solo: e anche non si truova di chi fidarsi. Avisami subito.
Io ti scrissi come voi fermassi quel pezzo di terra di Nicolò della Buca e facessiti far tempo un mese. Così credo che àrete fatto: e io ò a mandare intorno a mezo agosto danari costà per comperare azurro, infra quali manderò ancora quegli di Nicolò. Raguaglia Lodovico. Non ò tempo da scrivere.
Intesi come lo spagnuolo non aveva avuto la grazia d'andare alla Sala. L'ò avuto caro; ma prègagli[91] per mia parte quando gli vedi, che faccino così ancora agli altri: e racomandami ancora a loro.
A dì ultimo di luglio.
Michelagniolo in Roma.
Ancora con questa fia una del Granaccio. Dàlla, perchè importa.
Museo Britannico. Di Roma, 5 d'agosto (1508).
LXXIX.[92]
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in bottega di Lorenzo Strozi.
Buonarroto. — Io mandai, oggi fa otto dì, la rifiutagione: credo l'àrete avuta. Tu mi di' che m'ài scritto di Baccino; io non so quello ti voglia dire, e se tu ài scritto, io non l'ò avuta. Lodovico mi scrisse, è forse un mese, di Baccio di Mariotto. Non so se tu ti vuoi dire di quello. Avisa quello vuoi dire.
Di Bastiano lavoratore non dico altro: se lui volessi far bene, non sare' da mutarlo: ma io non vo' che e' si dia a intendere che l'uomo sia una bestia. Io fu' cagione che Lodovico lo mettessi lassù, per le cose grandi che e' mi disse di fare in quel podere; ora l'à dimenticato il tristo, ma io non l'ò dimenticato io. Digli da mia parte, che se e' non fa el debito suo, che non mi vi aspetti, che per aventura potrei essere presto di costà.
Io ti scrissi come Piero Basso s'era partito di qua amalato, o volessi io o no. Avisami se gli è giunto ancora costà. Non ò tempo da scrivere. A dì.... d'agosto.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (17 d'ottobre 1509).
LXXX.[93]
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ebi el pane: è buono, ma non è però da farne incetta, perchè ci sarebbe poco guadagnio. Io dètti al fante cinque carlini, e apena che me lo volessi dare. Resto per l'ultima tua avisato come Lorenzo[94] passerà di qua e come io gli debba fare buona ciera. Mi pare che tu non sappi com'io sto qua. Per tanto t'ò per iscusato. Quello che io potrò, lo farò. Di Gismondo intendo come vien qua per ispedire la sua faccenda. Digli per mia parte che non facci disegnio nessuno sopra di me, non perchè io non l'ami come fratello, ma perchè io non lo posso aiutare di cosa nessuna. Io son tenuto a amare più me che gli altri, e non posso servire a me delle cose necessarie. Io sto qua in grande afanno e con grandissima fatica di corpo, e non ò amici di nessuna sorte, e none voglio; e non ò tanto tempo che io possa mangiare el bisonio mio: però non mi sia data più noia, che io none potrei soportar più un'oncia.
Della bottega vi conforto a essere solleciti; e piacemi che Giovansimone si sia aviato a fare bene: ingegniatevi d'acrescere gustamente o mantenere quello che voi avete, acciò che voi vi sappiate poi reggiere i' maggiore cosa; perchè ò speranza, come torno di costà, che voi farete da voi, se sarete uomini da ciò. Di' a Lodovico che io non gli ò risposto, perchè non ò avuto tempo: e non vi maravigliate quando non scrivo.
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1509).
LXXXI.[95]
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Intendo per l'ultima tua come siate sani tutti e come Lodovico à avuto un altro uficio. Tutto mi piace, e confortolo acettare, quando la sia cosa che per e' casi che possono avenire, lui si possa tornare a suo' posta in Firenze. Io mi sto qua all'usato e àrò finita la mia pittura per tutta quest'altra settimana, ciò è la parte che io cominciai; e com'io l'ò scoperta, credo che io àrò danari e ancora m'ingiegnierò d'aver licenza per costà per un mese. Non so che si seguirà: n'àrei bisognio, perchè non sono molto sano. Non ò tempo da scrivere altro. V'aviserò come seguirà.
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 26 d'ottobre 1510.
LXXXII.[96]
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ebbi ieri cinque ciento ducati d'oro di camera dal Datario[97] del Papa e ònne dati qua a Giovanni Balducci quatrociento sessantatrè e mezo, perchè costà me ne facci dare, overo pagare da Bonifazio Fazi quatro ciento cinquanta d'oro in oro largi. I' ò ordinato che e' sieno pagati a te. Però, visto la presente, anderai a Bonifazio, e lui te gli pagerà, ciò è ti darà ducati quatrociento cinquanta d'oro largi: e se lui non potessi pagartegli per insino i' dieci dì, abbi pazienza: dipoi te gli fa' dare a ogni modo e portagli a Santa Maria Nuova allo spedalingo e fa' gli mettere a mio conto, come stanno gli altri, e mena teco o Giovansimone o Gismondo o tutt'a dua, e non levare i danari dal banco, se lo Spedalingo non è in Fiorenza. Dipoi, quando gli ài fatti aconciare allo Spedalingo a mio conto, avisami subito l'apunto di quanti danari io v'ò: e non parlare a nessuno di simil cosa. A Lodovico scriverrò per quest'altro. Se tu vedi Michelagniolo Tanagli, digli per mia parte, che da dua mesi in qua i' ò avuta tanta noia e passione, che io non ò potuto scrivergli niente, e che io farò quanto potrò di trovare qualche corniola o qualche medaglia buona per lui, e ringrazialo del cacio: e di quest'altro sabato gli scriverrò. A dì venti sei d'ottobre 1510.
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 23 1510.
LXXXIII.[98]
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — In questa sarà una di messere Agniolo.[99] Dàlla subito. Io credo che e' mi bisognierà infra pochi dì ritornare a Bolognia, perchè el Datario del Papa con chi io venni da Bolognia, mi promesse quando partì di qua, che subito che e' fussi a Bolognia, mi farebbe provedere, che io potrei lavorare. È un mese che andò: ancora non ò inteso niente. Aspetterò ancora tutta quest'altra settimana. Di poi credo, se altro non c'è, andare a Bolognia e passerò di costà. E non altro. Avisane Lodovico e di' che io sto bene.
A dì venti tre.... 1510.
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 11 di gennaio (1511).
LXXXIV.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana.
Buonarroto. — Io gunsi qua martedì sera a salvamento, Idio grazia. Dipoi ò avuto e' danari qua, come mi fu scritto costà che io àrei; e in questa sarà una prima di cambio di ducati dugento venti otto d'oro largi da Lanfredino Lanfredini. Fa' d'averne promessa e pagamento al tempo, e come tu gli ài avuti, portali allo Spedalingo e fa' gli aconciare a mio conto, e fa' aconciare ancora gli altri ultimi che io mandai allo Spedalingo propio, e piglia el libro e le carte; dipoi m'avisa del numero, tutto che v'è.
Se tu vedi l'Araudo, digli che ringrazi per mia parte la signoria del Gonfaloniere, e a lui mi racomanda. Io non ò stasera tempo: questo altro sabato gli scriverrò. Quando vai allo Spedalingo, mena teco uno di cotestoro e none parlate con altri. Non altro. Tieni serrato el cassone, che e' mie' panni non sieno rubati come a Gismondo. A dì undici di gennaio.
Michelagniolo di Bonarrota Simoni
iscultore in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 10 di gennaio (1511).
LXXXV.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ebi più giorni fà una tua lettera, per la quale ò inteso l'animo tuo apunto; e perchè sarebbe lungo a rispondere pienamente a ogni cosa, ti dirò brevemente il parere mio. De' casi della bottega io son d'animo di fare tanto quanto v'ò promesso, come torno costà; e benchè io abi scritto, che adesso si compri una possessione, io son d'animo ancora di far la bottega, perchè finendo qua e risquotendo quello che io resterò avere, ci sarà per fare quello v'ò promesso. Del trovar tu ora chi ti vole mettere in mano dua o tre mila ducati largi e che tu facci una bottega: questa è migliore borsa che la mia. Parmi che tu accetti a ogni modo; ma guarda di non essere ingannato, perchè e' non si trova chi voglia meglio a altri che a sè. Tu mi di' che questo tale ti vorrebbe dare una sua figliuola per moglie; e io ti dico che tutte l'oferte che e' ti fa, ti mancheranno, dalla moglie in fuora, quando e' te l'àrà apicata adosso; e quella àrai più che tu non vorrai. Ancora ti dico, che a me non piace impacciarsi per avarizia con uomini più vili assai che non se' tu: l'avarizia è grandissimo pecato e nessuna cosa ove sia pecato, può aver buon fine. A me pare che tu dia buone parole e intrattenga la cosa per insino che io abi finito qua, che io vega come io mi trovo. E questo sarà infra tre mesi, vel circa. Ora fa' quanto a te pare. Io non t'ò potuto prima rispondere.
A dì dieci di gennaio.
Michelagniolo scultore in Roma.
(Di mano di Buonarroto.)
1510, da Roma; a dì 15 di gennaio ricevuta.
Museo Britannico. Di Roma, 26 di gennaio 1511.
LXXXVI.
A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ti mandai ogi fa quindici dì dugento venti otto ducati d'oro largi, e' quali detti qua a Francesco Perini. Lui mi fece la lettera del cambio che costà ti fussino pagati da uno degli Orlandini, e la detta lettera méssi in una mia e manda'tela. Dòvevone avere risposta ieri: non l'avendo avuta, stimo la lettera non ti sia stata presentata, e se pure, quella di oggi fa quindici non t'è stata presentata, overo è ita male. Francesco Perini mi fece oggi fà otto dì un'altra di cambio, che vi si conteneva il medesimo e messila in una mia e manda'tela. Però súbito visto la presente, se non ài avuto le lettere o danari, avisami in ogni modo e manda le lettere per Bonifazio Fazi, perchè me n'è fatto migliore servigio. E se tu ài avuti e' danari, va', portagli allo Spedalingo e fa' aconciare da lui propio questi e gli altri ultimi che tu rimettesti a mio conto, e avisa.
Io ebi el fardello. Ancora ò inteso di Baccio: parmi da tôrle[100] a fitto a ogni modo. Non ò tempo da scrivere: rispondimi a ogni modo, perchè m'importa, e presto come più puoi. A dì venti sei di gennaio 1510.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (24 di luglio 1512).
LXXXVII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io non ò tempo da rispondere alla tua, perchè è notte, e ancora quand'io avessi tempo, non ti posso rispondere resoluto per insino che io non vego la fine delle cose mia di qua. Io sarò questo settembre costà e farò tanto quant'io potrò per voi, com'io ò fatto insino a ora. Io stento più che uomo che fussi mai; mal sano e con grandissima fatica; e pure ò pazienzia per venire al fine desiderato. Ben potete avere pazienzia dua mesi voi, stando diecimila volte meglio che non sto io.
Michelagniolo scultore in Roma.
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
1512, a dì 28 di luglio: de' dì 24 detto, da Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, di luglio (1512).
LXXXVIII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Intendo per la tua come àresti caro intendere dove a me piacessi che e' si comprassi: io intesi il simile per l'ultima di Lodovico, ma non ò avuto prima tempo da scrivere.
A me pare che sopra tutte le cose si cerchi buon sodo, sia poi dove si vòle la possessione; che io non me curo niente: come piace a voi, così piace a me. Ancora abiate cura comprare da giente che a un bisognio l'uomo possa combattere con esso lui. Di Luigi Gerardini non so che mi dire: s'ella non è buona entrata, nè anche buon sodo, io non so quello che s'abbia a comprare altro: tant'è che a me non dà noia nessuna in qual luogo voi vi compriate: e di questo non bignia[101] più scrivere, purchè la cosa sia sicura: e non correte a furia, che noi non fussimo gabati. Non mi acade altro. Quando vedi Giovanni Da Ricasoli, racomandami a lui.
Michelagniolo scultore in Roma:
di luglio, non so a quanti.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (21 d'agosto 1512).
LXXXIX.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ò avuta una tua lettera, alla quale rispondo brevemente per non aver tempo. Del mio tornare costà, io non posso tornare, se io non finisco l'opera, la quale stimo finire per tutto settembre; vero è che è sì gran lavoro, che non mi so aporre a quindici dì. Basta che nanzi Ognisanti sarò costà a ogni modo, se io non muoio in questo mezo. Io sollecito più ch'io posso, perchè mi par mille anni eser costà.
Michelagniolo scultore in Roma.
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
1512, a dì 25 d'agosto: de' dì 21 detto, da Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (5 di settembre 1512).
XC.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io non t'ò scritto più dì fa, perchè non mi è acaduto: ora intendendo di qua come costà passono le cose, mi pare di scrivervi l'animo mio, e questo è, che sendo la Terra in mala disposizione,[102] come si dice qua, che voi tutti veggiate di ritrarvi in qualche parte che voi siate sicuri, e abandonare la roba e ogni cosa; perchè molto più vale la vita che la roba; e se non avete danari da levarvi di costà, andate allo Spedalingo e fatevene dare; e se io fussi in voi, io leverei tutti e' danari che lo Spedalingo à di mio, e verrei a Siena e tôrei una casa e starei lì tanto, che costì s'assettassino le cose. Credo che la procura che io feci a Lodovico, non sia ancora finito el tempo suo che lui possa ancora risquotere e' mia danari; però se bisognia, pigliategli e spendete in simili casi di pericoli quello che bisognia; el resto mi serberete: e de' casi della Terra non vi impaciate di niente nè in fatti nè in parole, e fate come si fa alla morìa; siate e' primi a fugire. Non altro. Avisami di qualcosa più presto che tu puoi, perchè sto con gran passione.
Michelagniolo scultore in Roma.
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
1512, da Roma, a dì 9 di settembre: de' dì 5 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 18 di settembre (1512).
XCI.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io intesi per l'ultima tua come la Terra stava in gran pericolo; onde n'ò avuta gran passione. Ora s'è detto di nuovo che la Casa de' Medici è entrata in Firenze[103] e che ogni cosa è aconcia: per la qual cosa credo che sia cessato il pericolo, cioè degli Spagnuoli, e non credo che e' bisogni più partirsi; però statevi in pace, e non vi fate amici nè familiari di nessuno, se non di Dio; e non parlate di nessuno nè bene nè male, perchè non si sa el fine delle cose: attendete solo a' casi vostri.
E' quaranta ducati che Lodovico à levati da Santa Maria Nuova, io vi scrissi l'altro dì una lettera che in casi di pericoli della vita voi ne spendessi non che quaranta, ma tutti: ma da questo in fuora, io non v'ò dato licenza che voi gli tochiate. Io v'aviso che io non ò un grosso e sono si può dire scalzo e gnudo e non posso avere el mio resto, se io non ò finita l'opera: e patisco grandissimi disagi e fatiche. Però quando voi ancora soportassi qualche disagio, non vi incresca, e i' mentre che voi potete aiutare de' vostri danari, non mi togliete e' mia, salvo che in casi di pericoli, come è detto. E pure quando avessi qualche grandissimo bisognio, vi prego che prima me lo scriviate, se vi piace. Io sarò costà presto. Non mancherà a modo nessuno, che io non facci l'Ognisanti costà, se a Dio piacerà.
A dì 18 di settembre.
Michelagniolo scultore in Roma.
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
1512; da Roma, a dì 23 di settembre: de' dì 18 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (30 di luglio 1513).
XCII.[104]
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Michele scarpellino[105] è venuto qua a stare meco e àmmi richiesto di cierti danari per le sue giente costà: e' quali io te gli mando. Però subito va' a Bonifazio, e lui ti darà ducati quatro largi, e dàgli a Meo di Chimenti scarpellino[106] che lavora nell'Opera,[107] e dàgli e dàgli[108] la lettera che fia con questa, che va a lui, e fatti fare una fede di sua mano, come e' gli à ricievuti da me per Michele: e màndamela.
Il detto Michele m'à ditto come tu gli ài mostro che ài speso a Settigniano circa sessanta ducati. Io mi ricordo che tu me lo dicesti anche qua a tavola, che avevi speso del tuo dimolti ducati. Io feci le vista di non ti intendere e non mi maravigliai niente, perchè io ti conosco. Io credo che tu gli abbi scritti e che tu ne tenga conto per potercegli un dì domandare. E io vorrei sapere dalla tua ingratitudine con quali danari tu gli ài guadagniati; l'altra vorrei sapere, se tu tien conto di quegli dugiento venti otto ducati che voi mi togliesti da Santa Maria Nuova, e di molte altre centinaia che io ò speso in casa e in voi, e de' disagi e degli stenti che io ò avuti per aiutarvi. Vorrei sapere, se tu ne tien conto. Se tu avessi tanto intelletto che tu conosciessi el vero, tu non diresti: io ò speso tanto del mio: e anche non saresti venuti qua a sollecitare con meco il fatto vostro, vegiendo com'io mi sono portato con voi pel tempo passato; anzi àresti detto: Michelagniolo sa quello che e' ci à scritto, e se e' non lo fa così ora, debe aver qualche impedimento che noi non sapiàno: e star pazienti: perchè e' non è bene spronar quello cavallo che corre quanto e' può, e più che e' non può. Ma voi non m'avete mai conosciuto, e non mi conosciete. Idio ve lo perdoni! perchè lui m'à fatto la grazia che io rega a quello che io rego, overo ò retto, acciò che voi siate aiutati: ma lo conoscierete quando non m'àrete.
Io t'aviso come non credo poter venire questo setembre costà, perchè sono sollecitato i' modo i' modo[109] che io non posso aver tempo da mangiare. Idio voglia che io possa reggiere: però io voglio, com'io posso, fare la procura a Lodovico, com'io scrissi: chè io non l'ò mai dimenticato, e vogliovi mettere i' mano mille ducati d'oro largi, com'io v'ò promesso, a ciò che cogli altri che voi avete, voi cominciate a fare da voi. Io non voglio niente di vostri guadagni, ma io voglio esser sicuro che in capo di dieci anni, voi, vivendo io, mi consegniate in robe o in danari questi mille ducati, quand'io gli rivolessi; che non credo che questo abia a venire; ma quando mi venissi il bisognio, io gli possa riavere, come è detto. E questo sarà un freno a voi, che vo' non gli manderete male: però pensate e consigliatevi e scrivetemi come voi volete fare. E' quattrociento ducati che voi avete di mio, voglio che si dividino in quatro parte, e che e' ne tochi ciento per uno: e così ve gli dono. Ciento a Lodovico, ciento a te, ciento a Giovansimone, e ciento a Gismondo; con questo con questo,[110] che voi non possiate farne altro che tenergli insieme in sulla bottega. Non altro. Mostra la lettera a Lodovico, e resolvetevi di quello che volete fare, e assicuratemi, come v'ò scritto. A' dì trenta di luglio. Abbi a mente di dare e' danari che io ti mando di Michele.
Michelagniolo scultore in Roma.
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
1513; da Roma, a dì XI d'agosto: de' dì 30 di luglio ricevuta.
(Di mano di Lodovico.)
De' 100 ducati dà a' sua frategli e a me, che non gli ebbi mai.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (31 di marzo 1515).
XCIII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — In questa sarà una lettera di cambio di ducati novecento d'oro largi, e' quali m'ànno a pagare i Benintendi, cioè Lorenzo Benintendi, visto la presente: fa' d'averne la promessa in questo mezo, se io non fussi gunto costà: che credo partirmi domattina. A dì ultimo di marzo.
Michelagniolo scultore in Roma.
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
Da Roma: a dì 5 d'aprile 1515 ricevuta.
Museo Britannico. Di Roma, 28 di aprile (1515).
XCIV.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io son gunto adesso in Roma a salvamento, grazia di Dio. Prègoti che tu mi mandi quel perpigniano più presto che tu puoi e tô'lo di quello colore pieno che tu mi mostrasti un saggio, e fa' sopr'ogni cosa che sia bello: e tônne cinque braccia e fa' di mandarlo o pel fante o per altri, pur che e' venga presto: e intendi poi dallo Spedalingo se e' mi può far pagar qua quegli trecento novanta cinque ducati; e ritienti di questi quello che costerà il detto perpigniano; e prègoti lo mandi presto, e dirizalo a me o a Domenico Boninsegni in palazo in casa el cardinale de' Medici. Non ò da dire altro per adesso. A dì venti 8 d'aprile.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (19 di maggio 1515).
XCV.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — I' ò ricevuto el perpigniano: è buono e bello. La lettera del cambio che tu mi mandasti, none sta bene, perchè la dice che e' Gadi mi pagino ducati di camera e io gli ò avere d'oro largi: però non gli ò voluti pigliare: e rimàndoti la lettera in questa. Fàttene fare un'altra che stia bene e rimàndamela. Non altro. Non ò tempo da scrivere.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (2 di giugno 1515).
XCVI.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — I' ò ricevuti e' danari da' Gadi, ciò è trecento novanta tre ducati largi. Tu mi scrivi che vorresti che io t'aiutassi qua di quella cosa che tu mi parlasti costà quando v'ero. A me non basta l'animo aiutarti di simil cosa, perchè non ci ò mezo; che se io l'avessi, m'aiuterei delle cose mia che importano molto più. Dello scrivere costà a Filipo,[111] io non ci ò tal familiarità, che io lo facessi, e ancora so che lui non farebbe conto di mia lettere: pure se tu vuoi che io gli scriva, scrivimi una lettera tutta intera come tu la vòi, e io la farò come quella apunto.
In questa sarà una che va a Carrara: prègoti che tu vega di mandarla segretamente che e' non lo sappi nè Michele,[112] nè nessuno dell'Opera, nè altri. Vedi se Luigi Gerardini avessi modo da mandarla bene: e racomandami a lui e digli che io lo ristorerò. Non altro.
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 16 di giugno 1515.
XCVII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ò scritto la lettera a Filipo Strozi: guarda se ti piace e dàgniene: quando non stéssi bene, so che m'àrà scusato, perchè non è mia professione: basta che e' ti serva. Io vorrei che tu trovassi lo spedalingo di Santa Maria Nuova e che tu mi facessi pagar qua mille quatro cento ducati di quegli che gli à di mio, perchè qua mi bisognia fare sforzo grande questa state di finire presto questo lavoro,[113] perchè stimo poi avere a essere a' servizi del Papa.[114] E per questo ò comperato forse venti migliaia di rame per gittar certe figure. Bisogniami danari: però visto la presente, fa' con lo Spedalingo che e' me gli facci pagare; e se tu potessi fare con Pier Francesco Borgerini, che è costà, che lui me gli facessi pagare qua da' sua, l'àrei molto caro, perchè Pier Francesco è mio amico e mi servirebe bene: e non far rumore, perchè vorrei mi fussino pagati qua segretamente: e di quello che resta a Santa Maria Nuova, pigliane buona cautela dallo Spedalingo, per buon rispetto. Io aspetto e' danari. Non altro.
A dì 16 di gugnio 1515.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (30 di giugno 1515).
XCVIII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Passando io a questi dì dal banco de' Borgerini, mi disse el cassiere avermi a pagare cierti danari e ch'erono a mia posta. Non gli ò voluti pigliare, se prima non ò lettere da te della quantità. Scrissi la lettera che tu mi domandasti. So che non stava bene, perchè non è mia professione e non ò 'l capo a simil cose. Altro non m'acade. Con questa sarà una lettera che va a Michele. Prègoti che la dia a lui propio.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (7 di luglio 1515).
XCIX.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — I' ò ricievuto e' danari da' Borgerini e ànnomi servito bene. Ora io vorrei che tu pigliassi e' libro e le carte del resto de' danari ch'egli à[115] e che tu me lo mandassi per tenerlo apresso di me, benchè io gli vo' cavar di mano presto ciò che gli à di mio, per buon rispetto: e basta.
Intesi per la tua ultima, come la lettera che io ti mandai[116] stava bene e come la potrebbe giovare ne' casi dell'albitrio. Dio il voglia! Manda'ti pel passato in una tua, una di Michele: vorrei mi facessi rispondere, acciò che io possa pigliare altro partito. Benchè e' non sia da fondar cosa nessuna sopra Michele, pure questa cosa che io gli domando, credo che la sappi, ciò è se io son per avere marmi questa state da Pietra Santa; perchè qua m'à detto Domenico Boninsegni che intende che la strada[117] è presso è fatta: però di' a Michele che mi risponda. Non altro. Badate a' fatti vostri e massimo dell'anima, perchè oggi par che bisognia.
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (28 di luglio 1515).
C.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io t'avisai pel passato come avevo ricievuto e' danari da' Borgerini: ancora ti scrissi com'io volevo presto levare el resto: però se ti pare da dare un toco allo Spedalingo, come infra quindici me ne bisognia un'altra parte, mi farai piacere. Intesi come la lettera che io ti scrissi per Filipo,[118] à giovato allo sgravo: n'ò avuto piacere. Quando sarà di qua lo ringrazierò. Non altro. Non ò tempo da scrivere.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1 d'agosto 1515).
CI.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ò visto per la tua ultima come stanno e' danari, e' libro e le carte: òll'avuto caro, benchè ò fantasia di levarnegli presto, come t'ò scritto: e quando sarà tempo t'aviserò. In questa sarà una che va a Michele: fa' di dargniene. Io non gli scrivo, perchè io non sappi che gli è pazo, ma perchè io ò di bisognio d'una certa quantità di marmi e non so come mi fare. A Carrara non voglio andare io, perchè non posso, e non posso mandar nessuno che sia el bisognio, perchè si e' non son pazi, e' son traditori e tristi; come quel ribaldo di Bernardino[119] che mi peggiorò cento ducati in quel che gli stette qua, sanza l'essere ito cicalando e dolendosi di me per tutto Roma: che l'ho saputo, poi che io son qua. Egli è un gran ribaldo: guardatevi da lui come dal fuoco, e fate che non entri in casa per conto nessuno. Sono uscito di proposito. Non m'acade altro. Darai la lettera a Michele.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 4 d'agosto (1515).
CII.
A Buonarroto di Lodovico di Lionardo Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Perchè i' ò inteso qua certe cose dello Spedalingo che non mi piacciono, tu che se' costà più apresso debbi veder overo intender meglio la cosa, che non fo io; però quando ti paressi che e' mia danari corressin pericolo nessuno, fa'megli pagar qua. Va a Pier Francesco Borgerini e lui me gli farà pagar qua: e se ti par da farlo, fa' presto, subito visto la presente, e non aver rispetto nessuno: se non, rispondimi quello che ti pare. Àrei caro ancora che tu intendessi un poco, se quella strada de' marmi[120] si fa da Michele o da altri e che tu m'avisassi. Prègoti mi risponda presto, perchè sto in gielosia, e avisami come sta Lodovico, perchè è assai non m'à scritto.
A dì quatro d'agosto.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 11 d'agosto (1515).
CIII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Per l'ultima tua intendo come lo Spedalingo ti disse che non avea finiti di riscuotere ancora e' mie' danari: questo mi pare un mal segnio: dubito non avere a combatter seco. Io poi che tornai di costà non ò mai lavorato: solo ò atteso a far modegli e a mettere a ordine e' lavoro, i' modo che io possa fare uno sforzo grande e finirlo in dua o tre anni per forza d'uomini: e così ò promesso:[121] e sono entrato in grande ispese, solo sopra 'l fondamento di cotesti danari che io ò costà; stimando avergli a mia posta, come vòle la ragione e come si fa de' dipositi: e che adesso e' mi mancassino, io stare' fresco! Però subito, visto la presente, anderai a trovar lo Spedalingo e di' che e' mi bisogniono adesso a ogni modo, e che io crederrei, quando non gli avessi di mio, che e' me gli prestassi e che e' me ne servissi del suo, avendo tenuti tanti danari tanto tempo sanza interesso nessuno; e quando gli voglia contare, fa'megli pagare qua da Pier Francesco Borgerini; e quando lui me gli voglia far pagar qua lui, faccimegli pagare: con questo, che io gli abbi súbito. Rispondimi quello segue, e io t'aviserò quello àrai a fare: e fa intendere allo Spedalingo, che io ò ordinato inanzi che passi quattro mesi, fargli dipositare nelle sua mane sei mila ducati d'oro. Non altro. De' marmi che mi scrivi, non è cosa da te: io farò ben tanto o in un modo o in un altro, che io sarò servito. Intendo come costà non si fa niente. Statevi in pace temporegiando me' che potete, e non vi impacciate se non de' casi vostri. Rispondimi presto.
A dì undici d'agosto.
Michelagniolo in Roma.
In questa sarà una che va a Carrara al Zara:[122] non sarà suggellata; prègoti ne scriva qualcuna a quel modo, e che me ne mandi tante, che n'abi qualcuna: e poi sugiella la mia, e anche quella gli manda per miglior via che tu pòi.
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
1515. Di Roma, a dì 16 d'agosto: de' dì 11 ricevuta.
Museo Britannico. Di Roma, (18 d'agosto 1515).
CIV.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io non ò tempo da scriverti a lungo; solo questi dua versi per dirti com'io aspetto e' danari, come ti scrissi per l'ultima mia. De' campi che tu mi di' che Lodovico ti fa scrivere, digli che io gli tôrrò, ma lasciàno passare prima dua mesi. Non altro. Attendete a far bene, perchè bisognia.
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (25 d'agosto 1515).
CV.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ebi dua lettere di cambio: e' Borgerini l'ànno accettate e ànnomi fatto fede come gli ànno in diposito di mio e' detti danari, e stanno a mia posta. Di quest'altra settimana me gli farò dare. Tu mi scrivi che Pier Francesco mi manderà el resto: io ti dico che se Pier Francesco non à modo di farmegli pagare qua adesso sanza suo danno, che tu gli rimetta súbito in Santa Maria Nuova e piglia e' libro e le carte e màndamelo. Prègoti che questa faccenda tu la facci presto: e avisami de' casi tua e della bottega. Abbi pazienza e ingiegniati con ogni diligienza mantenere quel capitale che voi avete. Non altro. Sabato non scrissi, perchè 'l fante si spacciò venerdì, che io nol seppi.
Michelagniolo scultore in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (1 di settembre 1515).
CVI.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ebbi le lettere e porta'le a' Borgerini e lascia'vi e' danari in diposito. Ogi, o lunedì, anderò per essi. Un'altra volta non levare da Santa Maria Nova e' danari, se tu non sai prima di potermegli far pagar qua; e none levare se non quant'e' tu me ne fai pagare; però el resto, se tu non me gli ài mandati, rimettigli súbito in Santa Maria Nova, e fa d'avere e' libro e le carte e màndamelo, e fa' presto quant'e' puoi, e non lasciare e' mia danari in man d'altri; chè io non conosco uomo che viva. Tu ti duoli meco de' casi della bottega: abbi pazienzia: per tutto è delle passione più che tu non credi e non sai. Questi tempi io gli ò aspettati già più anni sono, e òvene sempre avisati, che e' non era tempo da entrare in simil cosa. Pure ingegniati mantenere el capitale e attendete all'anima, perchè le cose potrebbono ire più là che tu non credi. Rispondi al padre di Betto[123] da Rovezzano, che io non ò marmi da lavorare; che io l'àrei accettato volentieri: e non gli dare altra speranza. Con questa sarà una che va a messere Antonio, cancelliere del marchese di Carrara. Fanne buon servigio e avisa.
Michelagniolo in Roma.
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
1515. Di Roma, a dì 5 di settembre: de' dì primo di detto ricevuta.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (8 di settembre 1515).
CVII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Intendo per l'ultima tua come il resto dei danari sono in Santa Maria Nova. Io ti scrissi che tu ve gli rimettessi, credendo, secondo che tu m'avevi scritto, che tu gli avessi dati a Pier Francesco che me gli mandassi per un mulattiere; e perchè e' non mi piaceva, ti scrissi gli rimettessi dove s'erano. Ora tu mi di' non gli avere levati: la cosa sta adunche bene: non bisognia più parlarne. Quando n'àrò di bisognio, t'aviserò. Tu mi scrivi in un modo, che par che tu creda che io abi più cura delle cose del mondo, ch'e' non si conviene: eh io n'ò più cura per voi che per me medesimo, com'io ò sempre fatto. Io non vo drieto a favole, e non son però pazzo afatto, come voi credete; e credo che voi gusterete meglio le lettere che io v'ò scritto da quattro anni in qua, di qui a qualche tempo, che voi non fate adesso, se non mi inganno; e s'io m'inganno, i' non mi inganno in cose cattive, perchè io so che d'ogni tempo è buono aver cura di sè e delle sua cose. Io mi ricordo che tu volevi pigliar certo partito circa diciotto mesi fà, o più o meno non lo so; io ti scrissi che e' non era ancora tempo; che tu lasciassi passare un anno per buon rispetto. In questo tempo, pochi dì poi morì el re di Francia: tu mi rispondesti overo scrivesti dipoi, che el re era morto e che in Italia non era più pericolo di cosa nessuna, e che io andavo drieto a frati e a favole, e facestiti befe di me. Vedi che 'l re non è però morto:[124] e sare' molto meglio per noi che voi vi fussi governati a mio modo già parechi anni sono: e basta. Io ò avuta con la tua una lettera che viene da Carrara dal Zara[125] e mostra aver desiderio di servirmi: io non gli scrivo niente, perchè io ò scritto a messer Antonio da Massa, cancelliere del marchese di Carrara, per l'ultima che io ti mandai. Credo gliene àrai mandata: e non vo' dare altra comessione a altri, se prima non ò risposta da lui. Non altro.
Michelagniolo scultore in Roma.
(Dietro, di mano di Buonarroto.)
1515. Di Roma, a dì 12 di setembre: de' dì 8 detto ricevuta.
Museo Britannico. Di Roma, 22 di settembre 1515.
CVIII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io t'ò scritto più volte el parer mio e così sono per far sempre, perchè fo per bene vostro ciò che io fo, e benchè tu abi un altro opinione, questo non importa niente: vero è che e' non è da farsi befe di nessuno, e lo star con timore in questi tempi e provedersi per l'anima e pel corpo non può nuocere niente.
Io àrei caro che tu mi facessi pagar qua de' danari, quando tu intendessi che e' fussi tempo che e' non se ne perdessi niente. Non altro. Attendete a stare in pace e quel che non si può fare, non si facci: s'e' tempi sono cattivi, bisognia avere pazienza; e pensate che ciò che io fo, fo per voi, come per me.
A dì 22 di settembre 1515.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (20 d'ottobre 1515).
CIX.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io t'ò scritto che tu mi facci pagar qua que' danari, e così ti scrivo di nuovo, quando e' torni bene a chi tu me gli fai pagare; perchè come t'ò scritto, non voglio obrigi, o manco che io posso. E' primi danari che tu mi facesti pagar qua, ne guadagniò dua per cento chi me gli pagò; e' secondi, ne perdè: chè non fu mia intenzione, perchè non m'intendo di queste cose. Stimavo che e' si facessi quel medesimo. Ora di questi fa come tu voi, purchè e' mi sieno pagati quando ti vien bene. Sappi che io non voglio dar carico nè noia nessuna a Pier Francesco Borgerini, perchè io gli voglio essere manco obrigato che io posso, perchè io gli ò a fare una certa cosa di pittura,[126] e parrebe che io ricercassi el pagamento inanzi: però non voglio obrigo seco, perchè io gli voglio bene e non voglio niente da lui e vo'lo servire per amore e non per obrigo: e servirollo, se io potrò, più volentieri che uomo che io servissi mai, perchè gli è veramente giovane da bene: e s'io non m'inganno, di Fiorentini qua non à pari. Intendo come di costà presto farete festa dell'acordo.[127] L'ò molto caro, perchè el nostro bene mi piace assai; pur non di manco attendi alle cose tua e non ti impaciar di niente, e quel che per altre lettere t'ò scritto, non te ne far befe. Non altro.
Con questa sarà una: prego la mandi bene a Carrara.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (3 di novembre 1515).
CX.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — I' ò avuto la letera del cambio del resto de' danari. Non son ito ancora al banco de' Borgerini: v'anderò di quest'altra settimana. Credo mi serviranno bene, com'ànno fatto altre volte. Tu mi scrivi, che lo Spedalingo s'è doluto di me, che io abbia levati tanti danari in sì poco tempo: parmi che e' sia un gran matto a dolersi di simil cosa, facendom'io rendere el mio che gli à goduto tanto, e più ancora avendomi oferto cinque cento ducati del suo, quando bisogniassi. Ma io non mi maraviglio, perchè io so chi egli è.[128] Tu mi richiedi di danari, e di' che ora le cose sono aconcie e che e' si comincia a riscuotere e a lavorare. Io mi rido del fatto tuo, e maràvigliomi di certe cose che tu mi scrivi. Ora io non sono per replicare altro: de' danari io non posso, perchè a me bisognia lavorare du' anni inanzi che io sia del pari con costoro; tanti danari ò avuti. Sì che andate temporegiando e non vi manca da vivere: e atendi a riscuotere el più che tu puoi, e non entrare in più faccende per tutto questo verno, e non dar niente a credenza. Queste cose io te l'ò a scrivere, perchè io sono obrigato, intendendola a questo modo: so ben che tu te ne fai befe. Non altro.
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (6 di novembre 1515).
CXI.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Tu mi scrivi che ài parlato allo Spedalingo, e che come e' torna dice che farà 'l bisognio. Tu mi di' che anderai a trovare el garzone di Pier Francesco e che me gli farai pagar qua. Io ti scrissi che quando tu trovavi da potermegli far pagare, che tu lo facessi. Pier Francesco dice che ne perde: io non gli voglio far danno, nè che patisca per mio amore, perch'io non voglio esser obrigato a nessuno: però non gli sendo comodo, nè a lui nè a altri, làsciagli più presto stare dove e' sono. Non m'acade altro. El Papa s'è partito da Roma e qui si dice che viene costà.[129]
Michelagniolo scultore in Roma.
Museo Britannico. Di Carrara, 23 di novembre 1516.
CXII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ò inteso per le tua ultime[130] come Lodovico è stato per morire, e come ultimamente el medico dice, non acadendo altro, che gli è fuora di pericolo: poichè così è, io non mi metterò a venire costà, perchè m'è sconcio assai: pure quando ci fussi pericolo, io lo vorrei vedere a ogni modo inanzi che e' morissi, se io dovessi morire seco insieme. ma io ò buona speranza che gli starà bene, e però non vengo: e quando pure avenisse che egli ricascassi; che Dio lui e noi ne guardi; fa che e' non gli manchi niente delle cose dell'anima e de' sacramenti della Chiesa, e fatti lasciare da lui se e' vuole che noi facciamo cosa nessuna per l'anima sua; e delle cose necessarie al corpo, fate che e' non gli manchi niente: perchè io non mi sono afaticato mai se non per lui, per aiutarlo ne' sua bisogni inanzi che lui muoia, e così fa che la donna tua attenda con amore quando bisogni al suo governo, perchè la ristorerò e tutti voi altri quando bisogniassi. Non abbiate rispetto nessuno se vi dovessi mettere ciò che noi abbiàno. Non m'acade altro. State in pace, e avisami, perchè sto con passione e timore assai.
Una lettera che sarà in questa, dàlla a Stefano sellaio che la mandi a Roma ne' Borgerini. Fanne far buon servizio, perchè son cose che importano.
A dì venti tre di novembre 1516.
Archivio Buonarroti. Di Carrara, 13 di marzo 1517.
CXIII.[131]
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io non ò prima risposto a una tua per non aver da mandar le lettere .... o che ò dell'altre faccende che mi danno più noia. Dell'uficio .... che tu mi di' avere avuto, fanne come ti pare a te, che io non me ne intendo: che ò tempo da pensare a simile cose! Tu mi avisi che ài venduto el mio cavallo e che ai pagato per Luigi Gerardini e' danari: ài fatto bene: serbami el resto. Io ti aviso che non credo venire costà per parechi mesi, perchè ò auto commessione dal Papa fare la facciata di San Lorenzo, come àrai inteso. Non bisognia che io venga a veder più che Baccio d'Agnolo solleciti il modello, perchè n'ò fatto qua uno io a mio modo .... e non ò più bisognio di lui. Però come è detto .... avessi modo di mandare qua pel vostro mulo, avisami per chi l'ò mandare: e non lo posso tenere perchè non ò comodità nè di biada nè di paglia nè di fieno. Parmi .... voi, manda súbito per esso, e io darò a colui .... mi scriverrai. Se non mandi, lo rimanderò .... vorrei avere a mandare costà per non .... Non acade altro. Siate sani. Cristo vi guardi ....
A dì tredici di marzo 1516.
Michelagniolo in Carrara.
Museo Britannico. Di Pietrasanta, 2 d'aprile (1518).
CXIV.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io vorrei che tu mi avisassi se Iacopo Salviati à fatto fare el partito a' Consoli dell'Arte della lana secondo la minuta, come mi promesse, e se non l'à fatto fare, prègalo per mia parte che lo facci; e quando tu vedessi che e' non fussi per farlo, avisami, acciò che io mi ritraga di qua, perchè mi son messo in una cosa da impoverire e anche non mi riesce come stimavo: pur nondimanco, quando mi sia osservato quello ch'è detto, sono per sequitare la impresa con grandissima spesa e noia, senza certezza nessuna per ancora.
Circa a' casi della strada[132] qua, di' a Iacopo, che io farò tanto quanto piace alla sua Magnificenzia, e che quello mi commetterà, non se ne troverrà mai ingannato, perchè io non cerco l'utile mio in simile cose, ma l'utile e l'onore de' padroni e della patria: e se io ò chiesto al Papa o al Cardinale che mi dieno alturità sopra questa strada, l'ò fatto solo per potere comandare e farla dirizare in que' luoghi dove sono e' marmi migliori; che non gli conoscie ognuno: e non l'ò chiesta per farla fare per guadagniare, che io non penso a simile cosa; anzi prego la magnificenzia di Iacopo che la facci fare a maestro Donato,[133] perchè vale assai in questa cosa, e ò che e' sia fedele; e che a me dia alturità di farla adirizare e aconciare come mi pare, perchè conosco dove sono e' marmi migliori e so che strada bisognia a carregiare e credo megliorarci assai per chi spenderà. Però fa' intendere quello ti scrivo a detto Iacopo e racomandami a sua Magnificenzia, e prega quella mi racomandi a Pisa a' sua uomini che mi faccino favore a trovare barche per levare e' mia marmi da Carrara. Sono stato a Gienova e ò condotto quattro barche alla spiaggia per caricargli. E' Carraresi ànno corotti e' padroni di dette barche e ànno pensato d'assediarmi, i' modo che io non ò fatto conclusione nessuna, e credo oggi andare a Pisa per provedere dell'altre. Però racomandami, com'è detto, e scrivimi. A dì dua d'aprile.
Michelagniolo in Pietra Santa.
Fate di Piero,[134] che sta meco, come faresti di me; e se gli bisognia danari, dategli, e io vi sodisfarò.
Museo Britannico. Di Pisa, 7 d'aprile (1518).
CXV.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ero assediato, come ti scrissi, di condurre e' mia marmi; e gunto a Pisa, col favore di Iacopo Salviati gli ò allogati qua da un padrone di barca per gusto prezo e sarò servito: e tutto à fatto Francesco Peri per amore di Iacopo, come è detto. Però ti prego mi racomandi alla sua Magnificienza e ringrazi quella, perchè riconosco da quella grandissimo servizio e tutti noi gli dobiamo essere obrigati insino della vita. Io ò una sua lettera e non rispondo a quella per non essere sofiziente, ma infra quindici dì sarò costà e a boca spero risponder meglio che in iscritto non saperei fare. La strada e ogni cosa spero anderà bene. Fallo intendere e ringrazia e racomandami, come è detto. Io mi parto adesso e vo a Pietra Santa, e Francesco Peri mi dà cento ducati che io gli porti al Comessario[135] di Pietra Santa per la strada.
A dì sette d'aprile.
Michelagniolo in Pisa.
Museo Britannico. Di Pietrasanta, (18 d'aprile 1518).
CXVI.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Intendo per la tua el partito[136] non è fatto ancora: io n'ò passione assai: però io mando costì un mio garzone a posta, solo per questo, che stia a vedere tutto giovedì se 'l partito si fa, e venerdì mattina si parta e vengami a rispondere: e se 'l partito sarà fatto com'io l'ò chiesto, seguiterò la impresa; quando non sia fatto per tutto giovedì, come tu mi scrivi, non stimerò però che Iacopo Salviati non abbi volontà di farlo, ma che e' non possa; e monterò súbito a cavallo e anderò a trovare el cardinale de' Medici e el Papa, e dirò loro el fatto mio, e qui lascierò la impresa e ritorneromi a Carrara; chè ne sono pregato come si prega Cristo. Questi scarpellini che io menai di costà non si intendono niente al mondo nè delle cave nè de' marmi. Còstonmi già più di cento trenta ducati e non m'ànno ancora cavata un scaglia di marmo che buona sia, e vanno ciurmando per tutto che ànno trovato gran cose e cercono di lavorare per l'Opera[137] e per altri co' danari che gli ànno ricevuti da me. Non so che favore s'abino: ma ogni cosa saperà el Papa. Io poi che mi fermai qui ò buttato via circa trecento ducati, e non vego ancor nulla che sia per me. Io ò tolto a risucitar morti a voler domesticar questi monti e a mettere l'arte in questo paese; che quando l'Arte della lana mi déssi, oltre a' marmi, cento ducati el mese, che io facessi quello che io fo, non farebbe male, non che non mi fare el partito. Però racomandami a Iacopo Salviati e scrivi pel mio garzone come la cosa e' va, acciò che io pigli partito súbito, perchè mi consumo a star qui sospeso.
Michelagniolo in Pietra Santa.
Le barche che io noleggiai a Pisa non sono mai arrivate. Credo essere stato ucciellato: e così mi vanno tutte le cose. Oh maledetto mille volte el dì e l'ora che io mi parti' da Carrara! Quest'è cagione della mia rovina: ma io vi ritornerò presto. Oggi è peccato a far bene. Racomandami a Giovanni da Ricasoli.
Museo Britannico. Di Seravezza, (12 d'agosto 1518).
CXVII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Se io non fussi costà a tempo di pagare la gabella del terreno che io comperai,[138] vedi d'acordarla in qualche modo che io non caschi in contumacia, per tanto che io torni; che sarà infra un mese. Le cose mia di qua stimo anderanno bene, ma con grandissima noia. Io mando costà Michele[139] acattare certe cose dall'Opera:[140] se gli bisogniassi un mulo per portarle qua, aiutagniene trovare, che e' si spenda el manco che e' si può.
Michelagniolo in Seraveza.
Museo Britannico. Di Seravezza, ( d'agosto 1518).
CXVIII.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Degli scarpellini che vennon qua, solo c'è restato Meo e Ciecone;[141] gli altri se ne sono venuti: ebbono qua da me quatro ducati e promessi loro danari continuamente da vivere, acciò che e' potessino sodisfarmi. Ànno lavorato pochi dì e con dispetto, i' modo che quel tristerello di Rubechio[142] m'à presso che guasto una colonna che ò cavata. Ma più mi duole che vengono costà e danno cattiva fama a me e alle cave de' marmi per iscaricare loro, in modo che volendo poi degli uomini, none posso avere. Vorrei almeno, poichè e' m'ànno gabato, che e' si stessino cheti. Però io t'aviso, acciò che tu gli facci star cheti con qualche paura o di Iacopo Salviati, o come pare a te, perchè questi giottoncegli fanno gran danno a quest'opera e anche a me.
Michelagniolo in Seraveza.
Museo Britannico. Di Seravezza, (2 di settembre 1518).
CXIX.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Io ebi per una tua come Donato Caponi t'avea messo per le mani una certa possessione, e ancora come el Capitolo[143] voleva vendere quel resto delle terre. Io non ti posso rispondere nè all'una cosa nè all'altra, perchè non sono resoluto. Parleremo poi costà insieme.
Gli scarpellini che vennono qua, non iscontorono niente: lavororono solamente per que' pochi danari che io dètti loro: poi s'andorono con Dio. Vero è che Meo e Ciecone sarebono stati e àrebon fatto ciò che avessino potuto, ma non potevano così soli far niente; i' modo che io dètti loro licenzia.
Sandro[144] s'è partito ancora lui di qua. È stato qua parechi mesi con un mulo e con un muletto in sulle pompe, atteso a pescare e a vaghegiare. Àmmi buttato via cento ducati: à lasciato qua una certa quantità di marmi con testimoni che io pigli quegli che fanno per me. Io non ve ne trovo tanti per me che vaglino venti cinque ducati, perchè sono una ribalderìa. O per malizia o per ignioranzia e' m'à trattato molto male. Com'io sono costà voglio essere sodisfatto a' ogni modo. Non altro. Credo ancora starò un mese di qua.
Michelagniolo in Seraveza.
Una lettera che sarà in questa, prègoti la sugielli e fagli una coverta colla sopra scritta che dica: A maestro Piero Rosselli[145] architettore in Roma; e dirizala al Banco de' Borgerini in Roma.
Museo Britannico. Di Seravezza, (16 di settembre 1518).
CXX.
A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze.
Buonarroto. — Intendo per la tua come ài per le mani un podere di là da Fiesole poco, che è cosa buona, e ancora Pier Francesco Borgerini t'à parlato della casa.
Io ti dico della casa di Pier Francesco che io son per tôrla per gusto prezzo, quando l'aria non sia cattiva.
Del podere ancora sono per tôrlo, se ti pare cosa buona; però se puoi tenere le cose sospese, fa'llo tanto che io sia costà; che stimo tornare infra quindici o venti dì.
Di Ciecone tu mi di' che s'io voglio che e' venga adesso che gli è guarito, che e' verrà volentieri. Rispondigli, che adesso comincia qua el verno, che non ci fa se non piovere e non si può stare nelle montagne a lavorare: però non mi pare che e' sia da venire ora, chè butteremo el tempo e' danari.
Io scrivo a Berto[146] quello m'ocorre. Racomandami a lui.
Avisami quando mi scrivi come sta Gismondo, e di' a Pietro[147] che attenda a imparare e che io sarò costà presto.
Michelagniolo in Seraveza.
Museo Britannico. Di Settignano?, (1518?).
CXXI.
A Buonarroto in Firenze.
Buonarroto. — Io àrei caro che tu intendessi quante staiora sono quelle terre da Santa Caterina e quello che le montano. Le non sono le terre che noi andiamo a vedere; le son quelle di sopra. Io l'ò segniate a Pietro e lui ti mostrerà quali son desse: e questo ti priego facci presto, perchè mi bisognía rispondere a Giovanni da Ricasoli che le tien sospese per mio conto.
Della casa di Pier Francesco, se io fussi certo averla, io l'aspetterei qualche mese; ma bisognierebe farne ora el contratto, e io darei adesso e' danari in diposito: quanto che no, non è da parlarne più. Rispondimi più presto che puoi.
Michelagniolo.
Archivio Buonarroti. Di Firenze, 22 d'agosto 1527.
CXXII.
A Buonarroto a Settignano.
Buonarroto. — I' ò avuto oggi uno uficio: scrivano strasordinario de' Cinque del Contado.[148] Dice che e' dura un anno, e che e' s'à quatro ducati el mese, e che e' si può fare fare a chi l'uomo vuole. Io non so, e non posso attendervi: bisogniami o rifiutarlo o darlo, overo farlo fare a altri. Guarda se fa per te.... che a questi tempi io non ti consiglio che tu venga a Firenze: pure te l'ò voluto fare intendere, inanzi che io lo rifiuti; chè ò quattordici dì di tempo. Rispondi.
A dì 22 d'agosto 1527.
Michelagniolo in Firenze.
Museo Britannico. Di Firenze, ( di luglio 1527).
CXXIII.[149]
A Buonarroto a Settignano.
Buonarroto. — Io sono andato a trovare messere Antonio Vespucci:[150] àmmi detto che io non posso secondo le leggie fare fare l'uficio che io ò avuto a un altro, e che sebene e' si fa fare a altri, che e' si fa per consuetudine e non per leggie: che se io mi voglio arristiare accettarlo per farlo fare a altri, che io m'arristi, ma che io potrei essere tanburato[151] e averne noia. Però a me parrebbe di rifiutarlo, non tanto per questo, quant'e' per conto della peste che mi pare che la vadi tutta via di male in peggio, e non vorrei che a stanza di quaranta ducati tu mettessi a pericolo la vita tua. Io t'aiuterò di quello che io potrò. Rispondimi presto quello che ti pare che io facci, perchè domani bisognia che io sia resoluto, acciò possino rifare un altro, se rifiuto.
Michelagniolo in Firenze.
Non toccare le lettere che io ti mando con mano.
FINE DELLE LETTERE A BUONARROTO.
A GIOVAN SIMONE SUO FRATELLO
DAL 1507 AL 1546.
Archivio Buonarroti. Di Bologna, 20 d'aprile (1507).
CXXIV.
A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze.
Giovan Simone. — Io non ò fatto risposta a una tua, ricievuta già più giorni sono, per non avere avuto tempo. Ora t'aviso per questa, come la cosa mia[152] di qua va bene infino a ora, e così spero àrà buon fine; che a Dio piaccia: e quando così sia, ciò è che io esca a bene di questa cosa, io verrò súbito, overo tornerò di costà, e farò tanto, quanto ò promesso di fare a tutti voi, ciò è d'aiutarvi con quello che io ò, in quel modo che voi vorrete e che vorrà nostro padre. Però sta' di buona voglia e attendi a bottega, come o quanto puoi, perchè spero presto farete bottega da voi e del vostro: e se intenderete dell'arte e saperrete fare, vi gioverà assai. Però attendi con amore.
Tu mi scrivi d'un certo medico tuo amico, il quale t'à ditto che la morìa è un cattivo male e che e' se ne muore. Ò caro averlo inteso, perchè qua n'è assai, e non si sono acorti ancora questi bologniesi che e' se ne muoia. Però sarebe buono e' venissi di qua, che forse lo darebe loro ad intendere colla sperienza: la qual cosa a loro gioverebbe assai. Non ò da dirti altro. Io sono sano e sto bene, e spero presto essere di costà. A dì venti d'aprile.
Non avevo più carta.
Michelagniolo in Bolognia.
Archivio Buonarroti. Di Bologna, 28 d'aprile (1507).
CXXV.
A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa.
Giovan Simone. — Io risposi a una tua lettera già più giorni sono. Credo l'abi avuta e inteso l'animo mio: e se non l'avessi avuta, per questa intenderai quel medesimo che per quella ti scrivevo.
Io credo che Buonarroto t'abbi raguagliato qual sia l'animo mio, e così è certo; e súbito che io sarò costà, sé a Dio piace, io sono per farvi fare o da voi o a compagnia, come vorrete voi, in quel modo che più sicuro ci parrà. Però sta di buona voglia e credi afermativo quello che io ti dico. Non ò tempo da scrivere; però scriverrò più pienamente un'altra volta. Io sto bene, e ò finita la mia figura di cera: di questa settimana che viene comincerò a fare la forma di sopra, e credo che in venti o venticinque dì la sarà fatta: dipoi darò ordine da gittarla, e se vien bene, in fra poco tempo sarò costà.
A dì ventiotto d'aprile.
Michelagniolo in Bolognia.
Archivio Buonarroti. Di Bologna, 2 di maggio (1507).
CXXVI.
A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozzi, Arte di lana, in Porta Rossa. Firenze.
Giovan Simone. — Io ebbi più giorni fa una tua lettera, della quale ebi piacere assai. Dipoi t'ò scritto dua lettere: e per la buona fortuna che io soglio avere nell'altre, similmente la credo avere avuta ancora in queste, ciò è che tu non l'abbi avute.
Io t'aviso come e' non passeranno dua mesi che io sarò costà: che a Dio piaccia; e quello che io v'ò promesso a Buonarroto e a te, quello son disposto di fare. Io non ti scrivo particularmente l'animo mio, nè quanto è il mio desiderio d'aiutarvi; perchè non voglio che altri sappi e' fatti nostri: ma sta' di buona voglia, perchè gli è aparechiata per te maggiore, overo miglior cosa che tu non pensi. Non ò da dirti altro intorno a questo. Sappi come qua s'afoga nelle coraze, e è già con oggi quatro giorni, che la terra è istata tutta in arme e in gran romore e pericolo, e massimo per la parte della Chiesa; e questo è stato per conto de' fuoriusciti,[153] cioè de' Bentivogli, e' quali ànno fatto pruova di rientrare con gran moltitudine di giente; ma l'animo grande e la prudenzia della signoria del Legato, col suo gran provedimento che à fatto, credo che a questa ora abbi liberata da loro un'altra volta la Terra; perchè a ventitrè ore stasera c'è nuove del campo loro, che e' si tornavono adietro con poco loro onore. Non altro. Priega Idio per me, e vivi lieto, perchè tosto sarò di costà.
A dì dua di maggio.
Michelagniolo in Bolognia.
Archivio Buonarroti. Di Roma, ( di luglio 1508).[154]
CXXVII.
A Giovan Simone di Lodovico Buonarroti in Firenze.
Giovan Simone. — E' si dice che chi fa bene al buono, el fa diventare migliore, e al tristo, diventa peggiore. Io ò provato già più anni sono con buone parole e con fatti di ridurti al viver bene e in pace con tuo padre e con noi altri: e tu pèggiori tuttavia. Io non ti dico che tu sia tristo; ma tu se'i' modo, che tu non mi piaci più nè a me nè agli altri. Io ti potrei fare un lungo discorso intorno a' casi tua, ma le sarebon parole, come l'altre che t'ò già fatte. Io per abreviare, ti so dire per cosa cierta, che tu non ài nulla al mondo, e le spese e la tornata di casa ti do io e òtti dato da qualche tempo in qua per l'amor de Dio, credendo che tu fussi mio fratello, come gli altri. Ora io son certo che tu non se' mio fratello; perchè se tu fussi, tu non minacceresti mio padre; anzi se' una bestia: e io come bestia ti tratterò. Sappi che chi vede minacciare o dare al padre suo, è tenuto a mettervi la vita: e basta. Io ti dico che tu non ài nulla al mondo: e com'io sento u' minimo che de' casi tua, io verrò per le poste insino costà e mosterrotti l'error tuo e insegnierotti straziar la roba tua, e ficar fuoco nelle case e ne' poderi che tu (non) à' guadagniati tu: tu non se' dove tu credi. Se io vengo costà, io ti mostrerrò cosa che tu ne piangierai a cald'ochi e conoscierai in su quel che tu fondi la tua superbia.
Io t'ò a dir questo ancor di nuovo; che se tu vòi attendere a far bene e a onorare e riverir tuo padre, che io t'aiuterò come gli altri e faròvi infra poco tempo fare una buona bottega. Quando tu non facci così, io sarò costà e aconcierò e' casi tua i' modo, che tu conoscierai ciò che tu se', meglio che tu conosciessi mai, e saperai ciò che tu ài al mondo e vedra'lo in ogni luogo dove tu anderai. Non altro. Dov'io manco di parole, superirò co' fatti.
Michelagniolo in Roma.
Io non posso fare che io non ti scriva ancora dua versi; e questo è, che io son ito da dodici anni in qua tapinando per tutta Italia; sopportato ogni vergognia; patito ogni stento; lacerato il corpo mio in ogni fatica; messa la vita propria a mille pericoli, solo per aiutar la casa mia; e ora che io ò cominciato a rilevarla un poco, tu solo voglia esser quello che scompigli e rovini in una ora quel che i' ò fatto in tanti anni e con tante fatiche; al corpo di Cristo che non sarà vero! che io sono per iscompigliare diecimila tua pari, quando e' bisognierà. Or sia savio, e non tentare chi à altra passione.
Archivio Buonarroti. Di Firenze, ( d'aprile 1532).[155]
CXXVIII.
A Giovan Simone Buonaroti in Firenze.
Giovan Simone. — E' mi bisognia stamani andare insino a Roma per cosa che m'importa assai; però io ti mando quattro ducati per mona Margerita, acciò che tu ti possa aiutare, e quando àrai di bisognio, mentre che io non ci sono, farmelo scrivere: e io t'aiuterò sempre dovunche io sarò. Non ti posso venire a vedere, perchè non ò tempo. Prega Iddio per me e sta' lieto il più che puoi.
Michelagniolo a San Lorenzo.
Archivio Buonarroti. Di Firenze, (1533).
CXXIX.
A Giovan Simone Buonarroti a Settignano.
Giovan Simone. — Mona Margerita non l'à intesa bene: parlando l'altra mattina di te e di Gismondo, presente ser Giovan Francesco,[156] io dissi, che avevo fatto per tutti voi sempre più che per me medesimo e patiti molti disagi, perchè non ne patissi voi, e che voi non avevi mai fatto altro che dir male di per tutto Firenze. Questo è ciò che io dissi: e così non fussi vero in vostro servigio! che vi siate fatti tenere bestie. Dello star costì, io ò caro che tu vi stia e pigli le tua comodità e attenda a guarire; che io di quel ch'io potrò, non vi mancherò mai, perchè guardo al debito mio e non alle vostre parole. Àrei ben caro che tu vi conducessi da dormire, acciò che mona Margerita vi potessi stare anch'ella: e perchè mio padre alla morte me la racomandò, non la abandonerò mai.
Michelagniolo in Firenze.
Archivio Buonarroti. Di Firenze, (1533).
CXXX.[157]
Giovan Simone. — Io ò per le mani un giovane per la Ceca,[158] il quale è de Sachetti e à nome Benedetto, e à uno fratello che à per moglie una de' Medici, e un altro che è prigione nella cittadella di Pisa, un altro n'ebbe che ebbe nome Albizo che morì a Roma. Se gli conosci, àrei caro inanzi facessi altro, sapere quello che te ne pare; e puoi mandarmelo a dire per mona Margerita, e non ne parlare con altri.
Michelagniolo in San Lorenzo.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 7 d'agosto 1540.
CXXXI.[159]
Giovan Simone. — Io ò conto stamani adì sette d'agosto 1540 a Bartolomeo Angelini scudi secento cinquanta d'oro in oro, e' quali gli rimetta costà a Bonifazio Fazi per riscuotere il podere di Pazzolatica; però come l'avete fatto intendere a Michele,[160] e che Bonifazio gli abbi detto avere da pagarli settecento ducati di sette lire l'uno, ogni volta che dia sodo recipiente, súbito potete entrare in sul podere. Però tu e 'l prete potete andare a parlare a Bonifazio e vi dirà quello che occorre.
Ancora ti fo intendere, come poi che io sono a Roma, ò mandato costà circa due mila ducati con questi ultimi, e tutti quant'io n'ò mandati, sempre inanzi gli ò dati di contanti a Bartolomeo Angelini; e perchè io non tengo scrittura di cosa nessuna, e perchè noi siàn mortali e vien gente nuova, vorrei per bene di chi resta di noi, che sempre si potesse vedere che detti danari sono usciti da me. Però vorrei, se è cosa lecita, parlarne con Bonifazio, a chi gli ò sempre fatti rimettere, che gli conci in modo, che sempre si vegga che sono usciti da me. Altro non ò che dire circa questo. Abiate riguardo a mona Margerita e ditegli, che se si rià questi dua poderi, che la potrà tenere una serva, come gli scrissi.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (6 di dicembre 1544).
CXXXII.
A Giovan Simone e Gismondo.
Io ò pensato più tempo fa di porre in sur una arte di lana a Lionardo a poco a poco per insino a mille scudi, portandosi lui bene; con questa condizione, che senza vostra licenzia non gli possa levare nè farne altro; e ò ordine di cominciare tal cosa con dugento scudi, e' quali farò pagare ora costà, se mi rispondete che io lo facci; e quando vi paia che io lo facci, vi bisognia aver cura che e' non si mettino in luogo di pericolo, perchè io non gli ò trovati per la strada. Rispondete quello che vi pare da fare: vo' potete meglio di me conoscere e vedere i portamenti di Lionardo, e se è da impacciarsene.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (1547).
CXXXIII.
A Giovan Simone di Lodovico Buonarroti in Firenze.
Giovan Simone. — I' ò avuto da ser Giovan Francesco più lettere del tuo male; di che n'ò avuto dispiacer grandissimo: e più, per non esser costà, per non ti potere aiutare, come mi son sempre ingegniato di fare: pure farò quello che io potrò, o ingegnierommi che e' non ti manchi niente: e ora per questa ti mando dieci iscudi, e promèttoti ancora che per l'avenire non ti lascierò mancare niente di quello che potrò, stando qua. Però confortati e ingegniati di guarire e non pensare a altro; che a quell'ora mancherà a te che a me; che per quello che e' mi par vedere, al fine ci sarà più roba che uomini. Altro non mi acade. Racomandati a Dio che ti può aiutare più che non poss'io, e fammi scrivere e' tuo' bisogni quando t'acade.
Michelagniolo in Roma.
FINE DELLE LETTERE A GIOVAN SIMONE.
A GISMONDO SUO FRATELLO
DAL 1540 AL 1542.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (1540?).
CXXXIV.
A Gismondo di Lodovico Buonarroti in Firenze.
Gismondo. — Io mando costà venti ducati di sette lire l'uno, e' quali ò dati qua a Bartolomeo Angelini che te li facci pagare costà da Bonifazio Fazi: però visto la presente, va' per essi e to'ne dieci per te e cinque ne dà a mona Margerita; gli altri cinque da'gli a Lionardo, se si porta bene, se non, ispendigli per casa in quel che fa bisognio, e avvisa della ricieuta e dà la lettera al banco di Bonifazio o a chi ti pare altri, e dirizzala a Bartolomeo Angiolini alla Dogana.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 16 di dicembre 1542.
CXXXV.
A Gismondo di Lodovico Buonarroti Simoni in Firenze.
Gismondo. — Io ti mando cinquanta scudi d'oro in oro, e' quali ò dati oggi a' dì sedici di dicembre qua in Roma al banco di messer Salvestro da Monteaguto, che ti sien pagati costà in Firenze: però anderai al banco de' Capponi e ti saranno pagati: fanne i tuo' bisogni, e quando fai la quitanza, di': per tanti n'à dati Michelagniolo in Roma al banco di messer Salvestro da Monteaguto: come è detto; e avisami della ricevuta.
A dì sedici di dicembre 1542.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
FINE DELLE LETTERE A GISMONDO.
A LIONARDO SUO NIPOTE
DAL 1540 AL 1563.
Museo Britannico. Di Roma, (1540?).
CXXXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò una lettera da Gismondo che dice che vorrebbe che io gli facessi dare costà da' mia ministri nove staia di grano. Io non so chi si sieno costà e' mia ministri, ma io so bene che del mio io non ò fatto più parte a uno che a un altro: però di' a mona Margerita, che gli dia qualche cosa di quello che si può, e a lui digli da mia parte, che e' ci fa poco onore a esersi fatto un contadino. Ancora di' a mona Margerita che per mio conto non dia nulla a persona, fuor che di quegli di casa; perchè io non vorrei che qualcuno gli andassi a mostrare di fare e' fatti mia e facèssila fare di qualche cosa, come un par di Donato del Sera; perchè e' non à ditto per me parola, che e' non abbi da me avuto uno scudo. Però àvisala da mia parte e di' che stia di buona voglia: e tu fa' d'essere uomo da bene.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, ( del luglio 1540).
CXXXVII.
A Lionardo Buonarroti in Firenze.
Lionardo. — I' ò ricievuto con la tuo' lettera tre camice e sonmi molto maravigliato me l'abbiate mandate, perchè son sì grosse che qua non è contadino nessuno che non si vergogniassi a portarle; e quando ben fussino state sottile, non vorrei me l'avessi mandate, perchè quando n'àrò bisognio, manderò i danari da comperarne. Del podere da Pazzolatica infra quindici o venti dì farò pagare costà a Bonifazio Fazi settecento ducati per riscuoterlo; ma bisogna prima vedere in che modo Michele gli soda, acciò che la tua sorella, quando avenissi caso nessuno, volendo, ne possa cavare la dota che à dato. Però pàrlane un poco con Gismondo, e rispondetemi; perchè, se non veggo che e' settecento ducati sien ben sodi, non lo risquoterò. Altro non mi acade. Conforta mona Margerita a star di buona voglia e tu trattala bene di fatti e di parole, e fa' d'essere uomo da bene, altrimenti io ti fo intendere che tu non goderai niente del mio.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, ( del novembre 1540).
CXXXVIII.
A Lionardo di Buonarroto.
Lionardo. — Michele mi scrive che vorrebbe che io facessi costà un procuratore a chi e' rinunzi il podere di Pazzolatica: io ò fatto procuratore Giovansimone e Gismondo e a loro lo può rinunziare:[161] e con questa sarà la procura. Sì che dàlla loro che ricevino detto podere da Michele e la quitanza de' danari che à ricievuti.
Ò inteso la morte di mona Margerita e ònne grandissima passione, più che se mi fussi stata sorella, perchè era donna da bene e per essere invechiata in casa nostra, e per essermi stata racomandata da nostro padre, ero disposto, come sa Iddio, fargli presto qualche bene. Non gli è piaciuto che l'aspetti: bisognia aver pazienzia. Circa il governo di casa, vi bisognierà pensarvi, e non isperare in me, perchè son vechio e con grandissima fatica governo me. Voi avete tanto, che se state uniti in pace insieme, potrete tenere una buona serva e vivere da uomini da bene: e io mentre che vivo v'aiuterò; quanto che nol facciate, io me ne laverò le mani.
Ancora vorrei che fussi con detto Michele a vedere che restano i danari che gli à spesi ne' buoi di Pazzolatica e nella casa, cavando le gravezze che si son pagate, come lui mi scrive.
Vostro Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1541).
CXXXIX.
A Lionardo di Buonarroto in Firenze.
Lionardo. — I' ò dati qui cinquanta ducati di sette lire l'uno a Bartolomeo Angelini che gli rimetta costì ne' Fazi: però va', truova ser Giovan Francesco[162] e andate al banco insieme, e la prima cosa fa ch'el banco gli renda i danari del campo che i' ò comperato, che gli à pagati per me; e ch'el banco scriva per che conto io gli rendo detti danari, acciò che e' sien renduti per terza persona e aparisca sempre come à fatto lui: e quello che vi resta di detti danari, fategli pagare al Guicciardino nel medesimo modo, che si dica per che conto: e quello che mancherà per sodisfarlo come vuole, come m'acade di mandare altri danari, gli manderò insieme con quegli, perchè non ò comodità ora. Altro non m'acade.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1541)
CXL.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò avuto i ravigguoli, cioè sei coppie, i quali credo che costà eron begli, ma qua eron molto guasti: credo c'avessin dell'aqqua: però cose tanto tènere non son da mandare. In soma, basta, io gli ò avuti. Non acade dirne altro.
Che le cose vadin bene, come mi scrivi, e delle possessione e della bottega, mi piace assai. Bisognia ringraziarne Idio, e attendere a far bene. Altro non m'acade.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, ( d'agosto 1541).
CXLI.
A Lionardo Buonarroti in Firenze.
Lionardo. — Per la tua intendo come desideri venire a Roma questo settembre: a me pare ch'el tempo del venire sia la quaresima: però, poichè ài indugiato tanto, puoi aspettare insino al detto tempo; e in questo mezzo vedrò come seguiranno le cose mia, perchè non mi vanno a mio modo. Attendi a farti uomo da bene, e ricòrdati di quel che ti lasciò tuo padre, e di quel che tu ài ora, e ringraziane Iddio. A Michele Guicciardini vorrei che andassi e gli dicessi com'io ò inteso per la sua com'egli sta bene e quanto si contenta di tre figluoli masti che à; di che ò piacer grandissimo: e benchè la Francesca, come mi scrive, non sia in buona disposizione, digli da mia parte, che e' non si può avere in questo mondo le felicità intere, e che abbi pazienza e mi racomandi a lei, e che io non gli risponderò per ora altrimenti, perchè non posso: e racomandami a lui.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Da Roma, 1541.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 25 d'agosto 1541.
CXLII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi che vuoi venire a Roma questo settembre col Guicciardino. Io ti dico che e' non è tempo ancora, perchè non sarebbe altro che acrescermi noia, oltra gli affanni che io ò. Questo dico ancora per Michele, perchè sono tanto ocupato, che io non ò tempo da badare a voi, e ogni altra picola cosa m'è grandissimo fastidio, non c'altro, pure a scriver questa. Bisognia indugiare a questa quaresima, che io manderò per te e manderòtti danari che tu ti metta a ordine, che tu non venga qua com'una bestia. Io scrissi ancora a Michele e consiglia'lo che anche lui indugiassi a questa quaresima, per poterlo intratenere, perchè sarò libero; ma forse gli à qualche faccenda a Roma, che gli bisognia eserci questo settembre; io non lo so; ma quando questo non sia, di nuovo lo consiglio, non venga prima che questa quaresima, perchè questo settembre non àrò tempo non c'altro da parlargli, e massimo che Urbino, che sta meco, va questo settembre a Urbino, e làsciami qui solo in tanta noia. Non mi mancherebe altro, che avervi a far la cucina! Leggi questa lettera a Michele e prègalo che indugi a questa quaresima, come è detto. Impara a scrivere, che mi pare tu pèggiori tuttavia.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1541, da Roma, addì 25 d'agosto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 19 di gennaio 1542.
CXLIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Benchè io abi scritto al prete,[163] pensavo scrivere il medesimo a te; dipoi non ò avuto tempo, e ancora perchè lo scrivere mi dà noia. Ti mando in questa, aperta quella del prete, per la quale intenderai il medesimo ch'i' volevo scrivere a te, cioè com'io ti mando cinquanta scudi d'oro in oro e quello che tu n'ài a fare, volendo venire a Roma, e come gli ài a serbare, tanto ch'i' te ne mandi altri cinquanta, non volendo venire. E' detti cinquanta scudi che io ti mando d'oro in oro, io gli ò mandati stamani a dì diciannove di gennaio per Urbino, che sta meco, a Bartolomeo Bettini, cioè a' Cavalcanti e Giraldi; e in questa sarà la lettera: andrai con essa a' Salviati, e te gli pageranno: fa' la quitanza in modo che stia bene, cioè per tanti ricevuti da me in Roma.
Leggi la lettera del prete e poi gniene dà o vero dagniene prima, e lui te la leggerà e fa' quello che la ti dice del venire o del non venire; e se fai disegnio di venire, avisamene prima, perchè parlerò qua con qualche mulattiere, uomo da bene, che tu venga seco: e quando tu voglia pur venire, fa' che nol sappi Michele, perchè non ò il modo d'accettarlo, come vedrai se vieni.
Michele detto mi à scritto che vorrebbe che io gli mandassi nove ducati e dua terzi, che dice che restò avere quand'io riscossi il podere di Pazzolatica. Un'altra volta me gli chiese, e 'l prete mi scrisse, che facendo conto seco, gli mostrò che e' non gli aveva avere: però prega il prete che ti dica o mi scriva se io gnien'ò a mandare o sì o no.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Da Roma, 1541, adì.... di gennaio: de' dì 19 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 4 di febbraio 1542.
CXLIV.
A Lionardo di Buonarroto.
Lionardo. — Tu mi scrivi che non ti par da venire e che serbi i cinquanta scudi tanto ch'i' mandi gli altri cinquanta per mettere in sulla bottega. Io gli manderò ora, ma voglio prima il parer di Giovan Simone e di Gismondo, perchè voglio che e' sien presenti al mettergli in sulla bottega, e che le cose s'acconcino bene, e per le loro mani, e con lor parere, come ti scrissi, perchè son mia frategli; però io lo scrivo loro; fa' che e' mi rispondino il parer loro, e io non mancherò di quel c'ò scritto.
Io ti scrissi ch'el Guicciardino mi chiedeva nove scudi over ducati e dua terzi, che dice che restò avere, quand'io riscossi el podere di Pazzolatico, e che tu m'avisassi se gli aveva avere o sì o no. Tu non mi ài risposto niente: però prega messer Giovan Francesco che ti dica, se io gnien'ò a dare di ragione: e scrivimelo, acciò gniene mandi. Altro non acade.
A dì 4 di febraio 1542.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1541, da Roma: addì 11 di febraio (de' dì detto) ricevuta.
Archivio Buonarroti. Di Roma, ( di marzo 1543).
CXLV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi sabato sera il contratto, e con questa sarà la retificagione. Non s'è fatta prima, perchè prima non è venuto il contratto, che è stato ritenuto costà da coloro a chi lo davi che mi fussi mandato. Altro non ò che dire, nè ò tempo da scrivere, nè ò letto ancor le lettere. Ringrazia il prete per mia parte, perchè à durato gran fatica per noi e fàttoci gran servigio, e massimo a voi costà.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, ( dell'aprile 1543).
CXLVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò fatto cercare tutti e' banchi di Roma e non truovo che qua sia venuto altro contratto che l'ultimo, di che io ò mandata la retificagione: però noi crediamo che e' sia stato ritenuto costà. Se non v'era cose o lettere che importassino, non è da pensarvi più; e se v'erano, bisognia aver pazienzia. La retificagione scrivi aver ricevuta e data al prete; che l'ò caro, poi che none sta male: ancora, lei credo che la stia bene. Altro non m'acade. Racomandami a lui, ciò è a messer Giovan Francesco, e ringràzialo da mia parte. Ò caro che abbi parlato al Bettino, e ancora a lui mi racomanda e ringràzialo, quando lo riscontri.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 14 di aprile 1543.
CXLVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io intendo per la tua e del prete dove désti il contratto, perchè mi fussi mandato: qua non è venuto; e sonne certo, perchè 'l Bettino me l'àrebbe mandato insino a casa: però io stimo che sia stato ritenuto costà dal banco ove lo désti. Se volete che io l'abbi, datelo a Francesco d'Antonio Salvetti che l'adirizi qua a Luigi del Riccio, e sarammi dato súbito, e io retificherò. Altro non mi acade. None scrivo al prete, perchè non ò tempo: racomandami a lui e ringràzialo delle fatiche e noie che gli diàno: e quando mi scrivi, non far nella sopra scritta: Michelagniolo Simoni, nè scultore; basta dir: Michelagniol Buonarroti: che così son conosciuto qua: e così n'avisa il prete.
A dì quattordici d'aprile 1543.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Luigi del Riccio.)
Messer Francesco Salvetti date in propria mano et ne ricuperate risposta.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1543, a dì 19 d'aprile: de' dì 14 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (29 di marzo 1544).
CXLVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Intendo per la tua, come i marmi sono stati stimati cento settanta scudi,[164] e quello che s'à a fare dei danari quando vi sieno pagati. A me pare, quando paia a' mia frategli, che e' si mettino per te in sun una bottega, dove pare a loro, e che tu ne tiri il frutto che è onesto, e che senza licenzia loro tu none possa disporre altrimenti. Ancora mi pare, che la stanza dove son detti marmi, che voi cerchiate di venderla, e e' danari che n'àrete, con la medesima condizione porli dove quegli de' marmi; dipoi potrò aggugniervi altri danari, secondo che ti porterai; chè mi par che ancora non abbi imparato a scrivere.
A messer Giovan Francesco ò risposto circa la testa del duca[165] che io non vi posso attendere, come è vero che io non posso per le noie che ò, ma più per la vechiezza, perchè non veggo lume.
Del comprare il podere di Luigi Gerardi, di che mi fai scrivere, a me non pare d'avere altro a Firenze che quello che io v'ò, perchè l'avervi assai, non è altro c'avervi assai noie, e massimo non possendo io servire; però mi pare da comperare qualche cosa altrove, che io ancora ne potessi cavar frutto in mia vechiezza, perchè quello che m'à dato il Papa mi potrebbe esser tolto, non servendo; e già dua volte l'ò avuto a difendere. Sì che rispondi di detto podere al prete che me ne scrive. Altro non ò che dirti. Attendi a far bene.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Luigi del Riccio.)
Messer Francesco Salvetti date in propria mano et mandate risposta.
(Di mano di Lionardo.)
1544, da Roma, del 3 d'aprile: de' dì 29 di marzo.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (11 di luglio 1544).
CXLIX.[166]
Lionardo. — Io sono stato male: e tu a stanza di ser Giovan Francesco se' venuto a darmi la morte, e a vedere s'i' lasco niente. Che non v'à tanto del mio a Firenze che ti basti? tu non puoi negar di non somigliar tuo padre, che a Firenze mi cacciò di casa mia. Sappi che io ò fatto testamento in modo, che di quel ch'i' ò a Roma, tu non v'ài più a pensare. Però vatti con Dio e non m'arrivare innanzi e non mi scriver ma' più, e fa' a modo del prete.
Michelagniolo.
(Di mano di Lionardo.)
1544. Ricevuta addì 11 di luglio in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (6 di dicembre 1544).
CL.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non vo' però mancare di quello che più tempo ò pensato; e questo è d'aiutarti, quando intenda che tu ti porti bene: però in questa sarà una che va a Giovan Simone e a Gismondo, dov'io scrivo loro quello che mi pare da fare per te; ma non lo voglio fare se non me ne consigliono: però dàlla loro e di' che mi rispondino.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1544. Ricevuta addì 11 di dicembre: de' dì 6 di detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (27 di dicembre 1544).
CLI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò dato qui nel banco degli Covoni scudi dugento d'oro in oro che vi sien pagati costà, per farne quello che per l'ultima mia vi scrissi: però anderai a' Capponi con Gismondo, o con Giovan Simone, e e' vi saranno pagati; cioè vi sarà dati scudi dugento d'oro in oro, com'io ò dati qua. E la intenzione mia è, che Giovan Simone e Gismondo gli mettano in lor nome per te in su l'arte della lana, che pare a voi sien sicuri; e che io non ne sia nominato in conto nessuno: con questa condizione, che i frutti sien tua e che di detti danari non se ne possa mai disporre, nè levare, nè fare altro, se voi non siate tutti a tre d'acordo, cioè Giovan Simone e Gismondo e tu. E quando gli mettete in su la bottega, circa all'aconciare bene le scritture, acciò non si facci errore, vorrei che tu chiamassi Michele Guicciardini che vi fussi presente con Giovan Simone e Gismondo; perchè credo che intenda: e da mia parte verrà volentieri. E dipoi fammi scrivere da Giovan Simone e da Gismondo la ricevuta di detti danari, e come avete aconcio la cosa: e racomandami a Michele. E quando o Giovan Simone o Gismondo non possino venire teco a pigliare detti danari, saranno dati a te solo e porter'agli loro, che se ne facci come di sopra è ditto.
E quando fate a' Capponi la ricevuta di detti danari, fatela per tanti ricevuti gli Covoni da Michelagniolo in Roma.
Con questa sarà la lettera de' Covoni che va a' Capponi, per la quale vi saranno pagati i detti danari.
Mandami copia della partita che fate aconciare dove mettete i danari.
In Roma a dì venti sette di dicembre mille cinque cento quaranta quattro, ad Incarnatione.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1544, di Roma, addì primo di gennaio: de' dì 27 del paxato.
Archivio Buonarroti. Di Roma, ( di gennaio 1545).
CLII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò avuta la ricevuta de' dugento scudi da Giovan Simone e da te; e del mettergli più in un luogo che in un altro, io non ve ne so dar consiglio, nè posso, perchè non son costà e non me ne intendo. Francesco Salvetti, parente qua di messer Luigi del Riccio, à scritto qua che i maestri tua son molto sicuri e uomini da bene; pure fate quello che voi credete non perdere.
Altro non m'acade. Racomandami al Guicciardino.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1544, di Roma: ricevuta a dì 16 di gennaio.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (15 di febbraio 1545).
CLIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Intendo per le tua lettere, come non trovate ancora dove porre i danari ch'io vi mandai, perchè, secondo che mi scrivi, chi à 'l modo a fare l'arte col suo, non vuole danari d'altri. Adunche chi piglia i danari d'altri, è segnio che non à il modo a far del suo: dunche è pericoloso: però a me piace che voi andiate adagio a porgli in ogni luogo, purchè voi non gli straziate; perchè sarebbe vostro danno. Io quando potrò, a poco a poco, come v'ò scritto, per insino a mille scudi vi manderò; dipoi vo' pensare alla vita mia, perchè son vechio e non posso più durar fatica. El porto[167] che mi dètte il Papa, lo voglio rinunziare, perchè tengo a disagio troppi, e per buono rispetto non mi piace tenerlo; e però mi bisognia fare qua una entrata da poter vivere con miglior governo che io non fo. Però sappiate tener quello che avete, che io non posso più per voi.
Michele intendo che à avuto un figluolo mastio, e che lui e la Francesca stanno bene: n'ò grandissimo piacere. Credo che n'abbi già quattro: Idio gniene dia consolazione. Racomandami a lui e ringràzialo da mia parte della fatica che dura per te, perchè non è manco per me; di che gli resto obrigato. Non rispondo alla sua, perchè male intendo la sua lettera, e ancora perchè credo che questa farà il medesimo effetto: però leggigniene.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Luigi del Riccio.)
Lionardo del Riccio fate dare in propria mano.
(Di mano di Lionardo.)
Ihesus, da Roma. Ricevuta a dì 20 di febraio 1544.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (5 d'aprile 1545).
CLIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Intendo per la tua come non avete ancor fatto niente: io dico che non è d'aver fretta, nè anche da farne molto rumore con gli amici, perchè pochi si truova de' buoni.
Io ò pensato in fra dua mesi mandare altrettanta[168] danari, ma non mi piace gli abbiate a tenere in casa, perchè son pericolosi; pure farò quello che tutti voi mi scriverrete; e perchè io non son costà e non posso giudicare qual sia meglio farne in questi tempi, la rimetto in voi: se vi par di poterne far cosa più sicura e utile, fate come volete: io m'ingegnierò in fra un anno mandarvi tutta la quantità che v'ò promessa. Altro non v'ò che dire. Racomandami a Michele e alla Francesca.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma. Ricevuta addì 9 d'aprile 1545.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (9 di maggio 1545).
CLV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non credo che e' si possa tener danari in luogo nessuno a guadagnio che non sia usura, se none stanno al danno come all'utile. Quand'io vi scrissi che se voi volevi fare altro de' danari che io vi mandavo, che vi paressi più sicuro, intendevo di comperare qualche cosa, come quella terra di Nicolò della Buca o altro che vi paressi, e non porre in su banco nessuno, che son tutti fallaci.
Ancora vi scrissi che avevo a ordine altrettanta danari,[169] e che tutti voi mi scrivesti se volevi ch'i' gli mandassi ora o no, per non avere ancora trovatone partito: però rispondete, e tanto farò.
Tu mi scrivi dell'uficio che ài avuto; io ti dico che tu se' giovane e ài viste poche cose; io ti ricordo che l'andare inanzi, a Firenze è peggio che tornare adietro.
A Giovan Simone di', che un comento di Dante d'un Luchese,[170] che c'è di nuovo, non è molto lodato da ch'intende, e non è da farne stima; nessuno altro ce n'è di nuovo che io sappi.
A Michele Guicciardini mi racomanda, e digli che io son sano, ma con molta noia e tanta, ch'io non ò tempo da mangiare; però fa' mie scuse se io non gli rispondo. Tu puoi leggergli questa, e fia il medesimo: e alla Francesca di', che prieghi Iddio per me.
Ancora ti dico, quando ti fussi scritto niente per mio conto, non gli credere se non v'è un verso di mia mano.[171]
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1545, a dì 13 di maggio: de' dì 9 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (23 di maggio 1545).
CLVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò dato oggi questo dì ventitre di maggio 1545 a' Covoni in Roma scudi dugento d'oro in oro, che e' vi sieno pagati costà. Però andate a' Capponi tu e Giovan Simone o Gismondo, come volete, e e' vi saranno pagati, cioè vi saranno pagati scudi dugento d'oro in oro, come ò dati qua: e così fate la quitanza, e mandatemi la copia.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Luigi del Riccio.)
Lionardo del Riccio date bene.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1545, addì 27 di magio: de' dì 23 detto ricevuta.
Museo Britannico. Di Roma, (1545).
CLVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi sabato passato che àrei avuto più caro dua fiaschi di trebbiano, che otto camice che tu m'ài mandate. Ora t'aviso come ò ricievuto una soma di trebbiano, cioè 44 fiaschi, de' quali n'ò mandati sei al Papa e a altri amici, tanto che gli ò allogati quasi tutti, perchè io none posso bere; e benchè io ti scrivessi così, non è però che io voglia che tu mi mandi più una cosa che un'altra. A me basta che tu sia uomo da bene, e che ti facci onore e a noi altri.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, ( di luglio 1545).
CLVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Del trebbiano io feci la ricevuta al vetturale che lo portò, di quaranta cinque fiaschi, e scrissiti che tu non mi mandassi niente, e così ti scrivo di nuovo, se io non te ne richieggo. Del trovare partito de' danari, e' mi pare che Giovan Simone la 'ntenda meglio di te, perchè nell'andare adagio si fa manco errori. Voi avete da vivere e non siate cacciati; però bisognia aver pazienzia e far poco romore, acciò che e' non vi sien tolti; e quando potrò, ve ne manderò degli altri insino al numero promesso.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Addì.... del luglio 1545.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (31 di dicembre 1545).
CLIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi che ài inteso di più case da comperare, in fra le quali mi scrivi di quella che fu di Zanobi Buondelmonti, e questa mi pare più onorevole che tutte l'altre; però mi pare da intendere l'ultimo prezzo e se e' v'è sicurtà buona, tôrla; ma non ti fidare di Bernardo Basso:[172] mostra di prestargli fede, ma non gli creder niente, perchè è un gran fellone. Sì che fa d'esser savio, che bisognia, e massimo nel comperare. Nel Quartier nostro in via Ghibellina, mi piacerebbe assai, ma le vôlte[173] ogni verno s'empion d'aqqua: sì che pensa e cònsigliati bene, e quando sarai resoluto co' mia frategli insieme, m'aviserai della spesa e io tanto farò pagare costà quanto bisognierà.
Io ebbi circa un mese fa una lettera da messer Giovan Francesco con un'altra inclusa che non conteneva niente; però fa' mie scusa se io non risposi e racomandami a lui.
Quando scrivi, dirizza le lettere al Bettino, cioè a' Cavalcanti o a Girolamo Ubaldini. Altro non acade. Racomandami a Michele e alla Francesca.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1545, di Roma. Riceuta addì 7 di gennaro: de l'ultimo di dicembre.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 9 di gennaio 1546.
CLX.
Al suo carissimo Lionardo Buonarroti come figliuolo in Fiorenza.
Lionardo. — I' ò oggi questo dì nove di gennaro 1545, dato qui in Roma a messer Luigi del Riccio scudi secento d'oro in oro, e' quali te li facci pagare costì in Firenze, per finirvi il numero de' mille scudi promessivi: però anderete a Piero di Gino Capponi e vi saranno pagati; fàtene la quitanza per tanti pagàtine qua, come è detto.
E messer Luigi detto scriverrà qui disotto l'animo mio verso di voi, perchè non mi sento bene e non posso più scrivere;[174] però sono guarito[175] et no' harò più male, Iddio grazia: così lo prego: il simile farai tu.
Io sono resoluto, oltre alli sopradetti danari, provedere costì a Giovan Simone, Gismondo, et a te scudi tremila d'oro in oro, cioè scudi mille per uno, ma a tutti insieme; con questo che si investischino in beni stabili o in qualche altra cosa che vi porti utile, e che resti alla casa. Però andate pensando di metterli in qualche cosa stabile et buona, et quando havete qualcosa che vi paia a proposito, avisatemelo, che vi farò la provisione de' danari. Et questa lettera fia comune a tutti a tre voi. Et non mi occorrendo altro, mi vi raccomando. Iddio ec. ec.
In Roma, il dì sopradetto.
Io Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1545, di Roma, addì.... del dì 9 detto, cioè de' dì 9 di gennaio, da Michelagnolo Buonarrotti.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (16 di gennaio 1546).
CLXI.
Al suo carissimo Lionardo Buonarroti come figliuolo in Firenze.
[176]Lionardo carissimo. — Io ti scrissi sabato passato alli 9, et ti rimissi scudi 600 da Piero Capponi per via di Luigi del Riccio, come harai visto, che ne attendo risposta.
Ancora ti dissi come io mi ero resoluto provedere a Giovansimone, Gismondo et a te scudi tremila, ogni volta trovassi da rinvestirli in cosa buona e stabile da rimanere alla casa: che andrete cercando et aviserete alla giornata.
Ora io intendo qui da uno mio amicissimo che e' si vendono li stabili di Francesco Corboli, che abita a Vinezia et fallì più mesi sono; e quali mi è detto, sono una casa antica posta costì nel quartiere di Santo Spirito et certe possesioni tutte insieme con para sei di bovi et con una buona casa o palazotto da oste poste a Monte Spertoli, che sarebbono d'una spesa vel circa a questa. Però vorrei che Giovansimone e tu ve ne informassi bene, intendendo quanto hanno di decima, di che bontà sono et rendita, come sono in ordine e se vi è sopra lite o imbrogli et quello vi pare vaglino: et di tutto mi date, quanto prima possete, risposta.
[177]Messer Luigi del Riccio, non mi sentendo io bene, m'à servito di scrivervi di certe possessione che mi sono state messe qua per le mani, come intenderete: però abbiate cura che cosa sono, e rispondete presto.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Luigi del Riccio.)
Di grazia messer Piero Capponi fate dar súbito.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma a dì.... di gennaio ricevuta: de' dì 9 (sic) detto. Di messere Michelagnolo Buonarroti.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (6 di febbraio 1546).
CLXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu se' stato molto presto a darmi aviso delle possessione de' Corboli: io non credetti che tu fussi ancora a Firenze. Che à' tu paura che io non mi penta, come forse se' stato imburiassato? e io ti dico che voglio andare adagio, perchè e' danari gli ò qua guadagniati con quella fatica che non può sapere chi è nato calzato e vestito come tu.
Circa all'esser venuto a Roma con tanta furia, io non so se tu venissi così presto, quand'io fussi in miseria e che e' mi mancassi il pane: basta che tu gitti via e' danari che tu non ài guadagniati. Tanta gelosia ài di non perdere questa redità! e di' che gli era l'obrigo tuo venirci per l'amore che mi porti: l'amore del tarlo! Se mi portassi amore, m'àresti scritto adesso: Michelagniolo, spendete i tremila scudi costà per voi, perchè voi ci avete dato tanto, che ci basta: noi abbiam più cara la vostra vita, che la vostra roba.
Voi siate vissuti del mio già quaranta anni, nè mai ò avuto da voi, non c'altro, una buona parola.
Vero è che l'anno passato fusti tanto predicato e ripreso, che per la vergognia mi mandasti una soma di trebbiano; che non l'avessi anche mandata!
Io non ti scrivo questo, perchè io non voglia comperare; io voglio comperare per farmi una entrata per me, perchè non posso più lavorare; ma voglio andare adagio, per non comperare qualche noia: sì che non abbi fretta.
Michelagniolo in Roma.
Quando costà ti fussi detto o chiesto niente da mia parte, se non vedi un verso di mia mano, non credere a nessuno.
E' mille ducati overo scudi che io t'ò mandati, se tu consideri che fine ànno le bottege o per via di cattivi ministri o d'altro, tu comprerrai più presto la possessione, perchè è cosa più stabile. Pur consigliatevi insieme e fate quello che meglio vi pare.
(Di mano di Lionardo.)
1545, da Roma. Ricevuta addì 11 di febraio: de' dì 6 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (15 di febbraio 1546).
CLXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa al comperare o al porre in sur una bottega i danari che io v'ò mandati, consigliatevene fra voi, e fate quello che voi conoscete che sia il meglio, perchè io non me ne intendo.
Delle possessione de' Corboli n'ò un certo aviso che non mi piace, cioè che e' v'è su un albitrio di venticinque scudi: quando fussi vero, non mi mancherebbe altra noia, comperandole. E ancora m'è ditto, che certi loro parenti ci ànno su qualche ragione.
Io non m'intendo di queste cose: però bisognia andare adagio e aprir ben gli ochi, e quando si trovassi che le fussi cose sicure, per giusto prezzo sarei per comperarle, se sono cose buone, e massimamente insieme e ben confinate.
Però attèndivi e avisami quello che ne 'ntendi, e quello che è gudicato che vaglino. Altro non ò che dire. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca.
Io ò bisognio di farmi una entrata, perchè quella che io ò avuta insino a ora dal Papa, non possendo più lavorare, non è gusto che io la tenga: e le dette possessione mi farebono parte di detta entrata: e più presto per vostro amore mi par da comperare a Firenze che altrove o dette possessione o altre.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1545, di Roma. Riceuta addì 20 di febraio.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (6 di marzo 1546).
CLXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi che avete trovato da far certa compagnia con un del Palagio e altri, e che io me ne informi. Io non conosco e non ò modo nessuno da 'nformarmi di simil cosa; ma perchè oggi non c'è se non fraude, e non si può fidar di persona, vi consiglio che andiate adagio, e massimo non vi mancando il pane; e nell'andare adagio si scuopre di molte cose, e massimo che chi apre una bottega d'un'arte che e' non vi sia dentro valente, rovina presto: e non bisognia pensar di potersi più rifare in questi tempi.
Delle terre de' Corboli, io n'ò vari avisi; e perchè io per la lunga sperienza son sospettoso, io l'ò licenziate, acciò che in mia vechieza io non entri in qualche briga, e dopo me vi lasci altri: però non vi attender più.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1545, di Roma. Riceuta addì 11 di marzo: de' dì 6 detto.
Museo Britannico. Di Roma, 29 d'aprile (1546).
CLXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — La casa della via de' Martegli non mi piace, perchè non mi pare che sia strada da noi: quella dell'Arte della lana nella via de' Servi, poi che v'è buon sodo, se è al proposito di stanze e d'altro, pigliàtela: e avisatemi de' danari che vi mancano e io súbito ve gli farò pagare. Ma abiate cura di non esser fatti fare; che questo romore del volere comperare una casa non facci l'incanto artifizioso. A me parrebbe di vederla, ciò è che voi la vedessi prima molto bene, e informarsi della valuta: e quando vedessi che 'l prezzo non fussi gusto, lasciarla a chi la vuole: perchè i danari non si truovon per le strade. Pure, come ò detto, io vi manderò i danari che mancheranno, e dòvi libera commessione di tôrla e non la tôrre, come a voi vi pare. Altro non m'acade. Avisatemi quello avete fatto.
A dì venti nove aprile.
Io non dico circa la compera che e' s'abbi a guardare in dieci scudi, ma in una cosa disonesta.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (30 d'aprile 1546).
CLXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi le camice: dipoi intesi per un'altra tua d'una entrata d'un mulino che si poteva comperare, e ultimamente mi scrivi d'un'altra possessione presso a Firenze. El mulino non mi piaqque, perchè non mi fido d'entrata in su l'aqqua, e anche questo di che mi scrivi ora mi par troppo in su le porte. Quando si trovassi qualche cosa discosto otto o dieci miglia, mi parrebbe più al proposito, ma non ci è fretta. Però none far tanto romore. Altro non mi acade. Quand'io non rispondo alle tua, pensa che io ò il capo a altro che a scrivere. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma. Riceuta a dì 4 di magio.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (26 di maggio 1546).
CLXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò ricevuto il contratto e parmi che stia bene; però ringrazia messer Giovan Francesco, perchè m'à fatto piacer grande, e prègalo che ringrazi Bernardo Bini e racomandami a lui. Altro non mi acade; chè per l'ultima mia vi scrissi, cioè che voi facciate circa il comperare quello che vi pare, pur che siate ben sodi e che non s'abbi a piatire. In questa sarà una di messer Giovan Francesco: dà' e racomandami a lui.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma, addì 30 di magio: de' dì 26 deto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (5 di giugno 1546).
CLXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò fatto copiare la minuta della procura senza senza[178] vederla altrimenti, e fo procuratore te e màndotela. Fàtela veder voi e se la sta a vostro modo, mi basta: che io ò il capo a altro che a procure: e non mi scriver più; chè ogni volta che io ò una tua lettera mi vien la febbre, tanta fatica duro a leggierla! Io non so dove tu t'abbi imparato a scrivere. Credo che se avessi a scrivere al maggiore asino del mondo, scriveresti con più diligenzia. Però e' non m'agugniete noie a quelle che io ò, che n'ò tante che mi bastano. La procura voi l'avete a far vedere e studiare; e se nol farete, vostro danno.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma, addì 9 di gugnio: de' dì 5 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (4 di settembre 1546).
CLXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu m'ài scritto una gran bibbia per picola cosa: che non è altro che darmi noia. De' danari, de' danari[179] che mi scrivi quello che n'avete a fare, consigliatevene tra voi e spendetegli in quello che v'è più bisognio. Altro non m'acade, nè ò anche tempo da scrivere.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma, a dì 9 di settembre: de' dì 4 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (13 di novembre 1546).
CLXX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non t'ò scritto, poichè tu m'avisasti della pratica che tu avevi circa al far bottega. Io ti dico, che tu non abbi fretta: e quando tu indugiassi ancora uno anno, non credo che fussi mal nessuno, avendo da vivere. Io ò pensato a questi dì, che e' sare' bene comperare una casa costà onorevole di mille cinquecento scudi vel circa, o più se più bisogniassi; perchè quella ove state, avendo tu a tôrre donna, non è capace, e ancora perch'io son vechio, dar luogo a questi danari: sì che cerca e avisa.
Ò ricevuto a questi dì una lettera della Francesca: vorrei che tu andassi a dirgli che io farò quanto mi scrive, e che io, benchè non gli scriva, non ò però dimenticato nè Michele nè lei; ma sono in troppe ocupazione e non ò tempo da scrivere. Racomandami a Michele e a lei.
Michelagniolo in Roma.
(D'altra mano.)
Datela bene Ser Olivieri.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1546. Riceuta addì 20 di novembre: de' dì 13 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (4 di dicembre 1546).
CLXXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò ricevuto sedici marzolini, e quattro iuli pagato al mulattiere. Tu debbi aver ricevuta la lettera che ti scrissi del comperare una casa onorevole, e ora, mentre che scrivo, m'è stata portata una tua della ricevuta di detta, dove mi di' che anderai a vicitare Michele e la Francesca e farai l'ambasciata: e racomandami a loro. Circa il comperare la casa, io vi raffermo il medesimo, cioè che cerchiate di comperare una casa che sia onorevole, di mille cinquecento o dumila scudi e che sia nel Quartier nostro,[180] se si può; e io, súbito che àrete trovato cosa al proposito, farò pagare costà i danari. Io dico questo, perchè una casa onorevole nella città fa onore assai, perchè si vede più che non fanno le possessione, e perchè noi siàn pure cittadini discesi di nobilissima stirpe. Mi son sempre ingegniato di risucitar la casa nostra, ma non ò avuto frategli da ciò. Però ingegniatevi di fare quello che io vi scrivo, e che Gismondo torni abitare in Firenze, acciò che con tanta mia vergognia non si dica più qua, che io ò un fratello che a Settigniano va dietro a' buoi: e quando àrete compera la casa, ancora si comperrà dell'altre cose.
Un dì che io abi tempo, v'aviserò dell'origine nostra e donde venimo e quando a Firenze,[181] che forse nol sapete voi; però non si vuol tôrsi quello che Dio ci à dato.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(D'altra mano.)
Messer Giovanni Olivieri di grazia fàtela dare.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma, addì 11 di dicembre: del dì 4 detto.
Museo Britannico. Di Roma, ( di dicembre 1546).
CLXXII.[182]
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — E' mi venne alle mani circa un anno fa un libro scritto a mano di cronache fiorentine, dove trovai circa dugento anni fa, se ben mi ricordo, un Buonarroto Simoni più volte de' Signori, dipoi un Simone Buonarroti, dipoi un Michele di Buonarroto Simoni, dipoi un Francesco Buonarroti. Non vi trovai Lionardo, che fu de' Signori, padre di Lodovico nostro padre, perchè non veniva tanto in qua. Però a me pare che tu ti scriva Lionardo di Buonarroto Buonarroti Simoni. Del resto della risposta alla tua non acade, perchè non ài ancora inteso niente della cosa ti scrissi, nè della casa.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (22 di gennaio 1547).
CLXXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Intendo per la tua come ài messo un mezano overo sensale per conto della casa de' Buondelmonti, e come intendi che la spesa è 2400 scudi. Di così mi scrivesti per l'altra. Parmi un gran numero di danari, e non credo se cercon di vendere, che in questi tempi gli truovino di contanti, come farei io. Però tu anderai intendendo e avisera'mi, e in questo mezo potrai cercare d'altro; e come ti scrissi nel Quartier nostro mi piacerebbe; ma l'empiersi le vôlte d'acqua, non mi pare di poca importanza. Circa il cominciare a mandare costà danari, vorrei mandargli per la via usata, come a tempo di messer Luigi,[183] cioè che e' vi fussino pagati costà da' Capponi, e sapere a chi io gli ò a dare qua; però se lo puoi intendere da' detti Capponi, avisa, perchè comincierò[184] a poco a poco i danari per detta casa.
Michelagniolo in Roma.
(D'altra mano.)
Ser Olivieri date súbito ch'è di amico e importa.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma, addì 27 di gennaio: de' dì 22 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 11 di febbraio 1547.
CLXXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò portato oggi adì 11 di febbraio 1546 scudi cinquecento d'oro in oro a messer Bindo Altoviti, che tanti ne facci pagar costà; e così vi saranno pagati da' Capponi. Però in questa sarà la lettera del cambio. Andrete tu e Gismondo per essi, e fate la ricievuta che stia bene; cioè che tanti n'ò dati qua di contanti: e màndami la copia: e quando mi scrivi, adirizza le lettere a messere Girolamo Ubaldini: e se tenete danari in casa, l'una mana non si fidi de l'altra, perchè è grandissimo pericolo. Circa il comperare la casa, non andate dietro a chi non vuol vendere, perchè non vagliono manco i danari che le case: se non quella, un'altra.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma, addì 17 di febraio: de' dì 11 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 5 di marzo 1547.
CLXXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò inteso per l'ultima tua come ài ricievuti i cinquecento scudi che ti mandai, e la copia della quitanza: e stamani a dì cinque di marzo 1546 ò portati a messer Bindo Altoviti altri cinquecento scudi d'oro in oro, che te gli facci medesimamente pagare costà da' Capponi o a te o a Gismondo o amendua voi: e in questa sarà la lettera del cambio. Però anderete per essi: e fa' la quitanza che stia bene e màndami la copia: e quando àrete comperata la casa, vi manderò quello che mancherà, secondo che m'aviserete. Quello ch'i' fo, è solo perchè avendo tu a tôr donna, la casa ove state non mi pare al proposito. A questo lascierò pensare a te e a' mia frategli; però quando sia vòlto a simil cosa, fàmelo intendere e dove, acciò possa dire il parer mio: e credo sare' bene, perchè morendo senza reda, ogni cosa ne va allo Spedale. Altro non m'acade. Racomandami al prete.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma, addì 10 di marzo: de' dì 5 detto riceuta.
Museo Britannico. Di Roma, ( di marzo 1547).
CLXXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò avuto la quitanza degli scudi che avete ricevuti da' Capponi per quegli che contai qui agli Altoviti, e sòmi maravigliato che Gismondo nè per questi ultimi nè pe' primi sie venuto teco per essi, perchè ciò che io mando,[185] non manco per loro che per te; e tu mi scrivi che mi ringrazi del bene che io ti fo, e à'mi a scrivere: noi vi ringraziamo del bene che voi ci fate. Con quelle medesime condizione che io ti scrissi, quando ti mandai i danari per porre in sur una bottega, t'ò mandato questi, ciò è che tu non faccia niente senza il consenso de' mia frategli. Circa il comperare casa, io te l'ò scritto, perchè quando ti paia di tôr donna, come mi par necessario, la casa ove state non è capace del bisognio, e non trovando voi da comperare cosa al proposito, penso dove siate in via Ghibellina vi potessi allargare, ciò è finire i becategli della casa insino in sul canto e rivoltargli per l'altra strada, comperando la casetta che v'è sotto, se fussi abastanza. Pure quando troviate da fare una compera sicura e onorevole, mi pare che sarà meglio; e io vi manderò quello che mancherà. Circa il tôr donna, qua me n'è stato parlato da più persone; qual m'è piaciuta e qual no. Stimo che ancora ne sia stato parlato a te. Però se se' vòlto a ciò, avisami; e se ài fantasia più a una che a un'altra: e io ti dirò il parer mio. Altro non m'acade.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1547).
CLXXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — L'apportatore di questa sarà uno scarpellino da Settigniano che à nome Iacopo, il quale dice che vuole vendere certe terre vicine a noi, luogo detto Fraschetta. Però dillo a Gismondo, e vedete che cose sono; e quando sia bene il comperarle e che e' vi sia buon sodo, che e' non si comperi un piato, avisatemi, e della spesa; e quando non sia molto grande, vi manderò i danari. Circa della compera della casa, non credo che abiate poi fatto altro. Di quell'altra cosa[186] te n'ài a contentar tu: basta a me che tu me n'avisi prima. Altro non m'acade.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1547).
CLXXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò inteso per le vostre, del podere del Fraschetta: basta, non bisognia più pensarvi. Tu mi scrivi che la casa della via de' Servi s'è venduta allo incanto e che la non era a ogni modo al proposito: e pur par che vi fussi piaciuta prima, secondo mi scrivesti; ma se è venduta, sia pel meglio. Di quella di Giovanni Corsi, di che ora mi scrivi, intendo di quella che è in sul canto della piazza di Santa Croce, riscontro la casa degli Orlandini, la quale a me piace, se piace a voi: ma dubiterei forte del sodo quando si vendessi: però vendendosi e facendo noi disegnio di comperarla, bisognia aprir ben gli ochi. Se è in vendita, avisatemi di quel se ne domanda. Io so che è casa antica, e credo che dentro sia molto mal composta. Ò ricievuto una soma di trebbiano, manco sei fiaschi, di quaranta quattro; tre rotti e tre n'è restati a la dogana, e dieci n'ò mandati al Papa. Dio voglia che e' riesca buono. Altro non m'acade. Racomandami al Guicciardino, a la Francesca e a messer Giovan Francesco.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, ( di settembre 1547).
CLXXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Stasera al tardi ò una tua lettera, e ò poco tempo da scrivere. Circa la casa de' Corsi, mi fu detto l'altra volta che me ne scrivesti, che v'era un vicino rico che era per tôrla, e non la togliendo, dubito non sia cosa pericolosa: però aprite gli ochi, che non comperiate qualche piato. Del resto se vi piace, per gusto prezzo pigliatela, se la potete avere. Circa la limosina a me basta esser certo che l'abiate fatta, e basta aver la ricievuta dal Munistero, e di me non avete a far menzione nessuna. Del bambino del Guicciardino n'ò avuto quella passione che se fussi mio figliuolo: confortagli a pazienzia e racomandami a loro. A messer Giovan Francesco mi racomanda e ringrazialo e digli, che s'io non fo verso di lui il debito, che m'abi per iscusato, perchè sono in troppe noie e massimo ora che ò perduto il porto,[187] resto a vivere in su' danari sechi.[188] Idio ci aiuti. Altro non mi acade. Di' a messer Giovan Francesco che mi racomandi al Bugiardino,[189] se è vivo.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1547).
CLXXX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa la casa de' Corsi, tu mi scrivi che la vendita non sarà così presta per rispetto dell'avervi a murare, e che per ora ti parrebe d'atendere alla bottega, e che ài trovato uno da far compagnia seco. A me pare, che se la detta casa à il guscio delle mura di fuori sano, e che e' vi sia buon sodo, che la si debba tôrre, per dar luogo a que' danari. El di dentro si può poi aconciare a poco a poco. Dipoi comperata detta casa, ti resta tanto che tu potrai bene acompagniarti a bottega, benchè non mi par che sien tempi da mettere danari in aria: e non truovo che a Firenze sien durate le famiglie, se non per forza di cose stabile: però cònsigliati meglio: e ciò che farete, farete per voi. Circa la limosina, mi pare che tu la stracuri troppo: se tu non dài del mio per l'anima di tuo padre, manco daresti del tuo. A messer Giovan Francesco racomandami e ringrazialo e digli che circa al darti donna, che io aspetto un amico mio che non è in Roma, che mi vuol mettere inanzi tre o quatro cose: e io ve n'aviserò; e vedrem se vi sarà cosa per noi.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1547).
CLXXXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per quel ch'io intendo per l'ultima tua della casa de' Corsi, a me pare che vi sia poco del buono e assai del cattivo: e queste case vechie, se non se n'à un gran mercato, mi par che non s'abino a tôrre; perchè come si comincia a volerle rassettare, si truova tuttavia più cattiva materia, in modo che sare' meglio farne una tutta di nuovo: e ancora mi dispiace, per non esser casa sana per rispetto de l'umidezza del terreno. Penso che peggio sia la vôlta; di che non mi scrivi niente, e secondo mi scrivi, solo il sodo è cosa buona. Del prezzo tu mi di' mille secento fiorini: io non intendo che fiorini; ma come si sieno, io credo che vi si spendere' più che la non si comperassi a restaurarla. Nondimeno sendo in luogo onorevole, io non vi dico però resolutamente che voi non la togliate, e massimo se v'è buon sodo, come mi scrivi. Però consigliatevi bene, e quello che farete, riputerò che sia sempre il meglio; perchè tener danari è cosa pericolosa. Altro non m'acade, se non che quand'e' pur siate vòlti al tôrla, fatela ben vedere e tirate il prezzo basso il più che potete.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1547).
CLXXXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi circa il tôr donna: che t'avisai di tre che m'era stato parlato qua, l'una è una figluola d'Alamanno de' Medici, l'altra figluola di Domenico Gugni, e l'altra figluola di Cherubin Fortini. Io none conosco nessuno di questi: però non te ne posso dir nè ben nè male, nè consigliarti più dell'una che dell'altra. Però se Michele Guicciardini volessi durarci un poco di fatica, potrebbe intender che cose sono e darcene aviso; e così se avessi notizia d'altro. Però prièganelo da mia parte e racomandami a lui. Circa il comperar casa, a me pare che innanzi al tôr donna sia cosa necessaria, perchè quella dove state so che non è capace. Però quando me ne scrivi, fa' ch'i' possa intendere le lette[190] se vuoi ch'i' ti risponda del parer mio. Messer Giovan Francesco ancora circa a questi casi potrebbe dar qualche buon consiglio, perchè è pratico e vechio: racomandami a lui. Ma sopra tutto bisognia il consiglio di Dio, perchè è gran partito: e ricòrdoti ancora che dalla moglie al marito almen vuole esser sempre dieci anni di differenzia, e aver cura che oltre alla bontà sia sana. Altro non ò che dire.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1547).
CLXXXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò ricievuti quattordici marzolini, e dicoti quello che altre volte t'ò scritto, che non mi mandi niente, se io non te lo fo intendere.
Circa la casa de' Corsi i' dubito che 'l mostrare che altri la voglia non sia per farti saltare. A me pare che detta casa, sendo dentro come è, che l'oferta che ài fatta stia bene: però statevi un poco a vedere.
Circa l'altra casa che tu di' verso il canto agli Alberti, mi par troppa spesa a la grandezza e al non essere anche finita: pure io dico che non posso far giudicio delle cose che io ne son sì lontano; e così ti rispondo ancora del far bottega; che la non è mia professione e non te ne so parlare. Il bene e 'l male che voi farete, à esser vostro.
Io ti scrissi circa il tôr donna di tre, di che m'è stato parlato qua: non ti consiglio di nessuna, perchè non ò notizia de' cittadini fiorentini. El Guicciardino in simil casi ti potrà aiutare. Racomandami a lui e a la Francesca.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (1547).
CLXXXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò la ricevuta della limosina, che mi piace. Circa la casa de' Corsi se e' v'è vicini che la voglino, lasciala lor pigliare, e di' che tu non vuoi dar noia a persona, e statti a vedere e aspetta d'esserne pregato. A messer Giovan Francesco racomandami e ringrazialo da mia parte, perchè gli son molto obrigato; e digli che quell'uomo da bene che gli rispose che io non ero uomo di Stato, non può esser se non gentile e discreto, perchè disse il vero: che tal pensiero mi dessino le cose di Roma, che quelle degli Stati!
D'un'altra casa che tu mi scrivi, la lettera per non la potere intendere, non ti posso anche rispondere: io non ò mai lettera da te che non mi venga la febre inanzi che io la possi leggiere: io non so dove tu t'ài imparato a scrivere. Poco amore!
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, ( di luglio 1547).
CLXXXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io intendo per l'ultima tua circa il comperar della casa, come Giovanni Corsi è morto, e come non sai che se ne faranno le rede della casa sua; e ancora mi scrivi che credi che quella di Zanobi Buondelmonti si venderà: e a me non piacere' manco che quella de' Corsi; ma qual si possa aver de l'una delle dua, a me pare che la si debba pigliare e non guardare in cento scudi, pur che con ogni diligenzia si cerchi buon sodo: e questo mi par da far più presto che si può, perchè avendo o volendo tu tôr donna, per ogni rispetto fa più per te tôrla, mentre son vivo, che dopo la morte mia. Io per finire di mandarvi i danari, che io stimo che possa mancare a la valuta d'una di dette case, comincierò forse di quest'altra settimana a mandarvi qualche scudo; e perchè nella tua mi mandi una lettera di qualche limosina, darai di quel che vi manderò a quella donna quello che ti parrà. Altro non m'acade. Racomandami al Guicciardino e a la Francesca. A messer Giovan Francesco ancora mi racomanda e fa' mie scusa, che se non fo il debito mio, è che io sono in troppo afanno.
Michelagniolo in Roma.
[191]Vorrei che per mezzo di messer Giovan Francesco tu avessi l'altezza della cupola di Santa Maria del Fiore, da dove comincia la lanterna insino in terra, e poi l'altezza di tutta la lanterna, e màndassimela: e màndami segniato in su la lettera un terzo del braccio fiorentino.
Museo Britannico. Di Roma, 6 d'agosto 1547.
CLXXXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io mando cinque cento cinquanta scudi d'oro in oro, che così ò conti qui a messer Bartolomeo Bettini. Tu ài andare per essi a' Salviati, come dice la poliza che sarà in questa. Farete la quitanza che stia bene, ciò è per tanti che n'à ricievuti qui di contanti detto messer Bartolomeo in Roma; e màndamene la copia. I detti cinque cento scudi io ve gli mando per conto di quegli che mancheranno a mille che vi mandai per la compera della casa; e di quello che ancora mancherà per detta compera, ve gli manderò quando me n'aviserete. De' cinquanta scudi dànne quattro o sei a quella donna, di chi mi mandasti una lettera per la ultima tua, se ti pare; del resto, per insino in cinquanta, quando mi manderai la ricevuta, io t'aviserò quello voglio che se ne facci. A dì sei d'agosto 1547.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, ( d'agosto 1547).
CLXXXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per la tua la ricievuta de' cinque cento cinquanta scudi d'oro in oro, com'io contai qua al Bettino. Tu mi scrivi che ne darai quattro a quella donna per l'amor de Dio: che mi piace: el resto per insino in cinquanta ancora voglio che si dieno per l'amore di Dio, parte per l'anima di Buonarroto tuo padre e parte per la mia. Però vedi d'intendere di qualche cittadino bisognioso che abbi fanciulle o da maritare o da mettere in munistero, e dàgniene, ma secretamente, e abi cura di non essere gabbato, e fàttene far ricievuta e màndamela, perchè io parlo de' cittadini e che io so che a' bisogni si vergogniono andare mendicando. Circa il tôr moglie, io ti dico che non ti posso dare[192] più una che un'altra, perchè è tanto che io non fui costà, che io non posso sapere in che condizione vi sieno i cittadini: però bisognia vi pensiate da voi: e quando àrete trovato cosa che vi piacia, àrò ben caro averne aviso.
Tu mi mandasti un braccio d'ottone, come se io fussi muratore o legnaiuolo che l'abbi a portare meco. Mi vergogniai d'averlo in casa e dèttilo via.
La Francesca mi scrive che non è ben sana e che à quattro figluoli e che è in molti afanni del none esser ben sana. Me ne sa male assai: dell'altre cose, io non credo che gli manchi niente. Circa gli afanni, io credo averne molti più di lei e òvi aggunto la vechiezza e non ò tempo da intrattenere parenti: però confortala a pazienzia da mia parte e racomandami al Guicciardino.
De' danari che io v'ò mandati, vi consiglio a spendergli in qualche cosa buona o possessione o altro, perchè è gran pericolo a tenergli, e massimo oggi. Però fate di dormire con gli ochi aperti.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (17 di dicembre 1547).
CLXXXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Intendo per la tua d'un piato che n'è stato mosso di certe terre a Settigniano, e che io vi mandi una procura che voi possiate difenderle. La procura sarà in questa, e credo che bisogni che io vi mandi un libro di contratti che io feci fare in forma propia a ser Giovanni da Romena, che mi costò diciotto ducati; dove non può essere che e' non vi sia il contratto di dette terre; e con esso libro manderò più contratti e retificagione e altre scritture che importano ciò ch'io ò al mondo. Però vorrei che tu trovassi un vetturale fidato, e che tu lo mandassi a me quando viene a Roma; e io gli darò un fardello delle dette scritture, il qual sarà circa venti libre; e vorrei che tu facessi seco patti e non guardassi in un mezzo scudo, acciò che te le porti a salvamento: e digli che quando porterà la tua lettera della ricievuta, che ancora io gli donerò qualche cosa. Della bottega, el Guicciardino mi scrive che tu l'ài pregato ch'egli entri a compagnia; e tu mi scrivi che se' stato pregato: sie come si vuole, pur che facciate cose chiare, perchè siàn poveri d'amici e parenti, e non c'è il modo a combattere. Del nome della casa io vi metterei quel Simone a ogni modo,[193] e se è troppo lungo, chi nol può leggere, lo lasci stare.[194]
Museo Britannico. Di Roma, 24 di dicembre 1547.
CLXXXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi che siate stati citati per conto del Monte che sta per sodo del podere che io comperai da Pier Tedaldi, che ne voglion comperare terre che stien pure pel medesimo sodo, e che voi non potete consentire a questo senza mia licenzia. Io vi do licenzia che voi facciate tanto quanto vi pare che sia bene, quant'e' farei io se fussi costà. Della settimana passata ti mandai la procura che mi chiedesti, e scrissiti che tu trovassi un vetturale fidato, e che quando e' venissi a Roma, tu lo mandassi a me con una tua lettera, perchè gli voglio dare uno fardelletto di scritture che sarà circa venti libre, nel quale sarà un libro di contratti che feci fare a ser Giovanni da Romena, con altri contratti e scritture di grandissima importanza. Però fa' il mercato costà col vetturale e non guardare in un mezzo scudo e pagera'lo costà, acciò che lo porti più fedelmente. Altro non m'acade. A dì venti quattro di dicembre 1547.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (6 di gennaio 1548).
CXC.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Egli è stato oggi a me con una tua lettera uno che dice che è figliuolo di Lorenzo del Cione vetturale, per il fardello de' contratti che io scrissi di mandarti. Io non lo conosco, ma credendo che e' sia quello che tu mi mandi per essi, gniene do, e pure con sospetto, perchè è cosa che 'mporta assai. Alla ricievuta mi scriverrai per il medesimo e io gli donerò qualche cosa, come ti scrissi. Io l'ò messo in una scatola e rinvóltola bene doppiamente in panno incerato, in modo è ammagliato, in modo che l'aqqua non gli può far danno. Altro non ò che dire. A dì non so, ma oggi è Befania.
Nel libro de' contratti v'è una lettera del conte Alessandro da Canossa,[195] che io ò trovato in casa a questi dì; il quale mi venne già a visitare a Roma come parente. Àbine cura.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (16 di gennaio 1548).
CXCI.[196]
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per l'ultima tua la morte di Giovansimone.[197] N'ò avuto grandissima passione, perchè speravo, benchè io sia vechio, vederlo inanzi ch'e' morissi, e inanzi che morissi io: è piaciuto così a Dio: pazienzia! Àrei caro intendere particularmente che morte à fatta, e se è morto confessato e comunicato con tutte le cose ordinate dalla Chiesa; perchè quando l'abbia avute, e che io il sappi, n'àrò manco passione.
Circa le scritture e' libro de' contratti che io ti scrissi che tu mandassi il mulattiere per essi, io le dètti a quello che venne con la tua lettera, e fu el dì di Befania, se ben mi ricordo, che credo che sieno oggi dieci dì; e dèttigniene in una scatola grande rinvolta in panno incerato, amagliata e bene aconcia: però cerca d'averla e avisami della ricievuta, perchè importa assai. Altro non ti posso dir per questa, perchè ò ricievuta la lettera tardi e non ò tempo da scrivere. Racomandami al Guicciardino e a la Francesca e a messer Giovanfrancesco.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, ( di gennaio 1548).
CXCII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per la tua la ricievuta della scatola co' libro de' contratti, e come a tempo: e così pensavo che bisogniassi. Della casa de' Corsi mi pare da stare a vedere più che si può, per non essere fatto saltare. Della compagnia non acade che mi mandi copia, perchè non me ne intendo. Se tu farai bene, tu farai per te.
Circa la morte di Giovansimone, di che mi scrivi, tu la passi molto leggiermente, perchè non mi dài aviso più particolare d'ogni cosa e di quello che gli à lasciato. Io ti ricordo che gli era mio fratello, e come e' si fussi, e' non è che non mi dolga, e voglia che e' si facci del bene per l'anima sua, com'io ò fatto per l'anima di tuo padre: sì che guarda a non essere ingrato di quello ch'è stato fatto per te, che non avevi nulla al mondo. Mi meraviglio di Gismondo che non me n'abbi scritto niente, perchè toca a lui come a me; e a te toca quello che noi vogliàno e non più niente.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, ( del febbraio 1548).
CXCIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Poi che ultimamente io t'ebbi scritto, trovai una lettera in casa, dove m'avisi di tutto quello che s'è trovato di Giovansimone. Dipoi n'ò un'altra che m'avisa particularmente della morte che à fatta: di quello che è restato del suo, me ne potevi dare aviso per la prima, che io non l'avessi a sapere da altri prima che da te, com'io n'ebbi: però n'ebbi sdegnio grandissimo. Della morte, mi scrivi, che se bene non à avuto tutte le cose ordinate dalla Chiesa, che pure à avuto buona contrizione: e questa per la salute basta, se così è. Di quello che à lasciato, secondo la ragione n'è reda Gismondo, non avendo fatto testamento: e di questo io vi dico che voi ne facciate quel bene che voi potete per l'anima sua, e non abbiate rispetto a' danari, perchè io non vi mancherò di quello che farete. Circa e' contratti e le scritture che io vi mandai, riguardatele con diligenzia, perchè ancora potrebbero bisogniare. Della casa de' Corsi a me pare che tu stia in su l'oferta che tu ài fatta, perchè se la vorranno vendere, sendo come m'ài scritto, non credo che ne truovi più ne' tempi che siàno. Altro non m'acade.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (23 di febbraio 1548).
CXCIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi come avevo dipoi ricievuto una tua di tutto quello che aveva lasciato Giovansimone, e di tutto, secondo la ragione, n'à a essere reda Gismondo; e così gli fate quel bene a l'anima che potete, e io ancora non mancherò. Per tôr moglie, io t'avisai di tre, di che m'era stato parlato qua; no' me n'ài risposto niente: a te sta il tôrla o non la tôrre, o più una che un'altra, pur che sia nobile e bene allevata, e più presto senza dota che con assai dota, per poter vivere in pace. Altro no' mi acade. Ringrazia la Francesca e confòrtala a pazienzia, e racomandami a Michele e a lei.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, ( del marzo 1548).
CXCV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò caro che tu m'abbi avisato del bando,[198] perchè se mi sono guardato insino a ora del parlare e praticare con fuorusciti, mi guarderò molto più per l'avenire. Circa l'essere stato amalato in casa gli Strozzi,[199] io non tengo d'essere stato in casa loro, ma in camera di messer Luigi del Riccio, il quale era molto mio amico, e poi che morì Bartolomeo Angelini, non ò trovato uomo per fare le mia faciende meglio di lui, nè più fedelmente; e poi che morì, in detta casa non ò più praticato, come ne può far testimonanzia tutta Roma, e di che sorte sia la vita mia, perchè sto sempre solo, vo poco attorno e non parlo a persona e massimo di Fiorentini; e s'io son salutato per la via, non posso fare ch'i' non risponda con buone parole; e passo via: e se io avessi notizia quali sono e' fuoriusciti, io non risponderei in modo nessuno: e come ò detto, da qui inanzi mi guarderò molto bene, e massimo che io ò tanti altri pensieri, che io ò fatica di vivere.
Circa il far bottega, fate quello che a voi par di far bene, perchè non è mia professione e none posso dar buon consiglio; solo vi dico questo, che se voi mandate male i danari che avete, che voi non siate più per rifarvi.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 7 d'aprile 1548.
CXCVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non ò risposto prima a l'ultima tua, perchè non ò potuto. Circa al tôr donna, tu di' che ti par da lasciar passare questa state: se a te pare, pare ancora a me. Dell'andare a Loreto dell'andare a Loreto[200] per tuo padre, se e' fu boto, mi pare da sodisfarlo a ogni modo; se gli è per bene che tu voglia far per l'anima sua, io darei più presto quello che tu spenderesti per la via, costà per l'amor di Dio, per lui, che fare altrimenti: perchè portar danari a' preti, Dio sa quel che ne fanno; e ancora il perder tempo, facendo bottega, non mi pare a proposito. Però e' ti bisognia, se tu ne vuoi far bene, stare in grandissima servitù, e por da canto i pensieri della giovanezza. Altro non m'acade. Circa la casa de' Corsi, vorre' sapere se ma' poi te n'è stato parlato. Racomandami al prete, al Guicciardino e a la Francesca.
A dì 7 d'aprile 1548.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, addì 11 d'aprile: de' dì 7 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 14 d'aprile 1548.
CXCVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò con una tua la copia della scritta della Compagnia dell'arte della lana che avete fatta. Non acadeva, perchè non me ne intendo. Credo che l'abbiate considerata bene e che la stia bene: e così piaccia a Dio. Della cosa che mi scrivi da Santa Caterina, fate quello che pare a voi, pur che facciate cose chiare, che e' non s'abbi a combattere. Della casa de' Tornabuoni, è vero che è fuor del nostro Quartiere, pure il prezzo e l'esser sicuro potrebbe aconciare ogni cosa: però àvisamene. Altro non m'acade. Vorrei che mi mandassi la mia natività,[201] come mi mandasti un'altra volta, appunto come sta in su libro di nostro padre, perchè l'ò perduta. Adì 14 d'aprile 1548.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, addì 19 d'aprile: de' dì 14 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (28 d'aprile 1548).
CXCVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io rifiuto la redità di Giovansimone, e in questa ne sarà il contratto. Circa la casa della via de' Servi, o d'altra, io vi do licenzia che voi facciate tutto quello che vi pare il meglio e a posta vostra, purchè abiate buone sicurtà e togliate cosa onorevole e non guardate in danari. A messer Giovan Francesco mi racomanda e digli, che poi che e' mi s'è offerto di far fare a Bernardo Bini quella fede che io gli ò chiesta, per via di contratto; che io l'àrò molto cara e farammi grandissimo piacere: e tu pagerai il contratto che sarà picola cosa e màndamela, e ringràzialo e racomandami a lui.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548. Di Roma, riceuta addì 4 di magio: de' dì 28 paxato.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (2 di maggio 1548).
CXCIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi il caratello delle pere che furono ottantasei; manda'ne trentatre al Papa: parvo'gli belle e èbele molto care. Del caratello del cacio, la Dogana dice che quel vetturale è un tristo, e che in dogana non lo portò; in modo che, com'io posso sapere che e' sia a Roma, io gli farò quello che merita, non per conto del cacio, ma per insegniarli far poca stima degli uomini. Io sono stato a questi dì molto male per non potere orinare, perchè ne son forte difettoso; pure adesso sto meglio: io te lo scrivo, perchè qualche cicalone non ti scriva mille bugie per farti saltare. Al prete di' che non mi scriva più a Michelagnolo scultore, perchè io non ci son conosciuto se non per Michelagniolo Buonarroti, e che se un cittadino fiorentino vuol far dipigniere una tavola da altare, che bisognia che e' truovi un dipintore: che io non fu' mai pittore nè scultore, come chi ne fa bottega. Sempre me ne son guardato per l'onore di mie padre e de' mia frategli, ben io abbi servito tre Papi: che è stato forza. Altro non acade. Per l'ultima del passato àrai inteso l'openione mio circa la donna. Di questi versi ch'i' ò scritti del prete, non gniene dir niente, ch'i' vo' mostrar di non avere avuto la sua lettera.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548. Di Roma, addì 7 di magio: de' dì 2 deto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 12 di maggio 1548.
CC.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io v'ò scritto più volte della casa e delle terre da Santa Caterina e d'ogni altra cosa, che voi facciate quello che pare a voi; dico circa il comperare, pur che d'ogni cosa v'assicuriate in modo che e' non s'abbi a piatire. Ricòrdovi che le terre che io comperai da Santa Caterina, le comperai libere e così l'ò tenute in sino a oggi; che voi non le sottomettessi a tanto l'anno, come quelle che volete comperare: però fate destinzione dall'una parte a l'altra. Altro non m'acade. Ringrazia messer Giovan Francesco, perchè mi fa gran piacere, benchè e' none importi molto. Abbi cura grandissima d'ogni picola cosa delle scritture della scatola che io ti mandai, perchè importano assai. A dì dodici di maggio 1548.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, addì 16 di magio: de' dì 12 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, ( di giugno 1548).
CCI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò ricievuto una soma di trebbiano e òlla avuta cara; nondimeno io ti dico, che tu non mi mandi più cosa nessuna, se io non te la mando a chiedere, perchè ti manderò i danari di quello che vorrò. Circa la bottega àrei caro m'avisassi come ti riescie. Altro non ò che dire. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca e a messer Giovan Francesco.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, addì.... di giugno: de' dì.... detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (28 di luglio 1548).
CCII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi come se' ricerco che comperi la casa de' Buondelmonti e con che patti; io ti rispondo che la casa mi piace, ma 'l modo del comperarla non mi pare altro che prestarvi su danari: però io licenzierei chi te la mette inanzi, perchè comperare una casa e non sapere se l'uomo se l'à a tenere o sì o no, mi pare una pazzia. Altro non m'acade. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, addì 2 d'agosto: de' dì 28 paxato.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 10 d'agosto 1548.
CCIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi che avete per le mani un podere di mille trecento fiorini fuor della Porta al Prato. Se gli è cosa buona, a me pare che voi lo togliate a ogni modo, purchè abiate buon sodo, che e' non s'abbia a combattere: e bisognia aver cura che e' sia in luogo che Arno non gli possa nuocere. Quando si trovassi da fare qualche spesa grossa in una possessione lontana da Firenze dieci o quindici miglia, cioè di tre o quattro mila scudi, io la tôrrei, quando ne potessi aver l'entrata io; perchè, avendo perduto il Porto,[202] m'è di bisognio farmi qualche entrata che non mi possa esser tolta; e più volentieri la farei costà che altrove. Io ti scrivo questo, perchè, quando intendessi di qualche cosa buona o di più o di manco prezzo, me ne dia aviso e non ne fare romore. Altro non m'acade. Saluta tutti da mia parte e racomandami a messer Giovan Francesco. Adì dieci d'agosto 1548.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, addì 17 d'agosto: de' dì 10 detto.
Museo Britannico. Di Roma, ( d'agosto 1548).
CCIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — L'ultima tua lettera per non la potere nè sapere leggere, io la gittai in sul fuoco: però io non te ne posso risponder niente. Io t'ò scritto più volte, che ogni volta che io ò una tua lettera, che e' mi vien la febre, inanzi che io impari a leggierla. Però io ti dico, che da qui inanzi tu non mi scriva più, e se tu ài da farmi intender niente, togli uno che sappi scrivere, che io ò il capo a altro che stare a spasimare intorno alle tua lettere. Messer Giovan Francesco mi scrive che tu vorresti venire a Roma per qualche dì: io me ne son maravigliato, perchè avendo tu fatto la compagnia, come m'ài scritto, che tu ti possa partire. Però abbi cura di non gittare via i danari che io v'ò mandati: e similmente ancor Gismondo ne debbe aver cura, perchè chi non gli à guadagniati, non gli conoscie; e questo si vede per isperienza, che la maggior parte di quegli che nascono in richezza, la gitton via e muoion rovinati. Sichè apri gli ochi e pensa e conosci in che miserie e fatiche vivo io, sendo vechio come sono. A questi dì un cittadin fiorentino m'è venuto a parlare d'una fanciulla de' Ginori, della quale mi dice che n'è stato parlato costà a te, e che la ti piace. Io non credo che e' sia vero, e anche non te ne so consigliare, perchè no' n'ò notizia. Ma non mi piace già che tu tôgga per donna una, che se 'l padre avessi da dargli dota conveniente, non te la darebbe. Vorrei che chi ti vuol dar moglie, pensassi di darla a te, non alla roba tua. A me pare che gli abbi a venir da te il non cercar gran dota al tôr moglie, e non da altri volèrtela dare, perchè la non à dota. Però tu ài solo a desiderare la sanità dell'anima e del corpo a la nobiltà del sangue; e de' costumi e che parenti ell'à: che importa assai.
Altro non ò che dire. Racomandami a messer Giovan Francesco.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 15 di settembre 1548.
CCV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — E' non m'acade scriverti per questa per altro, che per far coverta a una risposta di una di Guliano Bugiardini: però dàgniene; e se non lo conosci, fàttelo insegniar da messer Giovan Francesco. Sono stato un poco di mala voglia per non potere orinare, pure ora sto assai bene. Avisami come la fai circa la bottega, e se uomo che venga di qua ti parlassi di niente da mia parte, non creder se non ne vedi mia lettere. Adì quindici di settembre 1548.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1548, addì 20 di settembre: de' dì 15 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (20 d'ottobre 1548).
CCVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Intendo per la tua delle possessione che son per vendersi in quel di San Miniato al Tedesco. Io dico che non è paese nessuno nel contado di Firenze che manco mi piaccia, per molti rispetti; pur non di meno non è da mancare d'intendere che cose sono, perchè potrebbono esser tale e tal sodo che e' sarie da pigliarle. Però intendi, ma più segretamente che puoi. Altro non m'acade per ora, e ò poco tempo da scrivere.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, addì 25 d'ottobre: de' dì 20 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 29 di dicembre 1548.
CCVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — A questi dì m'è stato parlato di nuovo, per conto di darti donna, di dua fanciulle, le quale credo che ancora te ne scrivessi l'anno passato: e queste sono una figluola d'Alamanno de' Medici, l'altra figluola di Cherubino Fortini: in quella de' Medici credo che non sian molti danari e che anche sia troppo attempata. Dell'altra ne so manco parlare; in modo che mal ti posso consigliare più d'una che d'un'altra, perchè n'ò poca notizia: ma ben mi pare che non ci sendo di noi altri che tu, debba tôrla; ma siàno in tempi che per più conti bisognia aprir bene gli ochi: però pènsavi, e quando tu abbi più una fantasia che un'altra, avisami. Tu mi scrivesti circa un mese fa d'una certa possessione: io ò avuto, come t'ò scritto più volte, voglia di fare una entrata costà per poter viver qua senza durar fatica, perchè son vechio e non posso più; ma da un mese in qua me n'è mezzo uscita la voglia. Penserò qualche altro modo da vivere, e spero Dio m'aiuterà. Altro non acade. A' ventinove di dicembre 1548.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, addì 3 di gennaio: de' dì 29 pasato.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 18 gennaio 1549.
CCVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — La casa che tu mi scrivi, mi par che tu dica che la sia di quegli da Gagliano, e' quali solevano stare nella via del Cocomero, come mi scrivi, a man ritta andando verso San Marco, apresso al canto della piazza di San Nicolò. Se è questa, io no' n'ò notizia nessuna: però cercate di vederla, e se è cosa al proposito e che il luogo vi sodisfaccia, toglietela: e sopratutto bisognia aver cura del sodo e che sia casa onorevole. Circa il tôr donna, io ò inteso come le dua di che ti scrissi, son maritate. Àsi a pensare che non avea a essere: àssi a racomandarsi a Dio e aver fede che Lui t'aparechi cosa al proposito. Io son vechio, come sapete, e perchè ogni ora potrebbe esser l'ultima mia, e avendo qua un certo capitale, benchè non sia gran cosa, non vorrei però che andassi male, perchè l'ò guadagniato con molta fatica: però io ò pensato se a metterlo costà in Santa Maria Nuova fussi sicuro, per tanto se ne pigliassi qualche partito e che ancora a' mia bisogni me ne potessi servire, come per malattie o altre necessità, e che e' non mi fussi tolto. Pàrlane con Gismondo, e avisatemi del vostro parere.
Poi che ebbi scritto, parlando con uno amico mio della casa di quegli da Gagliano, me la lodò molto; se è quella di che mi scrivi, mi pare da tôrla ad ogni modo e non guardare in cento scudi, pur che 'l sodo sia buono: e avisatemi de' danari che bisogniano e a chi io gli ò a dar qua, che e' vi sien pagati. Altro non m'acade.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
A dì diciotto di gennaio 1549.
A messer Giovan Francesco digli che da un mese in qua io sono ito poco attorno, perchè non mi son sentito troppo bene, ma che io troverrò il Bettino che à più pratica in Corte che non ò io, e vedrò che noi insieme gli gioviàno il più che si può. Io ò pochissime pratiche in Roma e non conosco quegli che lo possono servire; e se io richieggo un di questi d'una cosa, per ogniuna richieggon me di mille. Però mi bisognia praticar pochi: pure farò quello che potrò. Racomandami a lui.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, addì 25 di gennaio: de' dì 18 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (25 di gennaio 1549).
CCIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Il cacio che tu m'ai mandato, io ò avuto la lettera, ma non ò già avuto il cacio: credo che 'l mulattiere che l'à portato là l'abbi venduto a qualcun'altro, perchè ò mandato più volte alla Dogana per esso. Detto mulattiere à trovato mille favole e à dato tante parole, che se n'è andato: in modo che io dubito che e' non sia un tristo. Però non mi mandar più niente, che m'è più noia che utile.
Della casa m'avisasti, se è quella di quegli da Gagliano, come risposi a la tua, mi par da tôrla, come ti scrissi, perchè m'è lodata assai. Circa al tôr donna, stamani ò uno aviso di più fanciulle che s'ànno a maritare: credo che sia un sensale quello che scrive, benchè non vi metta il nome suo: e detto aviso te lo mando in questa, acciò se no' n'ài notizia, tu lo intenda, e io per quest'altra ti scriverrò il parer mio, perchè ora non ò tempo. Non mostrare a nessuno ch'io t'abbi mandato il detto aviso.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, a dì 31 di gennaio: dei dì.... detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 1 di febbraio 1549.
CCX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti mandai per l'ultima mia una nota di più fanciulle da marito, la quale mi fu mandata di costà, credo da qualche sensale, e non può esser se non omo di poco giudicio, perchè send'io stato sedici overo diciasette anni fermo a Roma, dovea pur pensare che notizia io possa avere delle famiglie di Firenze.
Però io ti dico, che se tu vuoi tôr donna, che tu non stia a mia bada, perchè non ti posso consigliare del meglio; ma ben ti dico che tu non vadi dietro a' danari, ma solo a la bontà e alla buona fama.
Io credo che in Firenze sia molte famiglie nobile e povere, che sarebbe una limosina a 'mparentassi con loro, quand'e' bene non vi fussi dota; perchè non vi sarebbe anche superbia. Tu ài bisognio d'una che stia teco e che tu gli possa comandare, e che non voglia stare in su le pompe, e andare ogni dì a conviti e a nozze; perchè dove è corte, è facil cosa a diventar puttana, e massimo chi è senza parenti. E non è d'aver rispetto a dire che e' paia che tu ti voglia nobilitare, perchè gli è noto che noi siàno antichi cittadini fiorentini e nobili quant'è ogni altra casa; però racomandati a Dio e prègalo che t'aparechi il bisognio tuo: e io àrò ben caro quando truovi cosa che ti paia il proposito, innanzi che stringa il parentado, me n'avisi.
Circa la casa di che mi scrivesti, io ti risposi che la m'era lodata e che tu no' guardassi in cento scudi.
Ancora m'avisasti di un podere a Monte Spertoli: ti risposi che e' me n'era uscito la voglia, non perchè così fussi, ma per altro rispetto. Ora ti dico che quand'e' tu truovi cosa buona, e che io possa goder l'entrata, che tu me n'avisi; perchè se sarà cosa sicura, io la torrò: e della casa, quando la tolga, avisami de' danari che ò a mandare; e far presto quel che s'à da fare, perch'el tempo è brieve.
Di quello che ti scrissi di Santa Maria Nuova ne sono sconsigliato: però non vi pensate. A dì primo di febbraio 1549.[203]
(Di mano di Lionardo.)
1548, di Roma, a dì 7 di febraio: de' dì primo detto.
Museo Britannico. Di Roma, 9 di febbraio 1549.
CCXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò mandato Urbino più volte a la Dogana per conto del cacio che mi mandasti. Gli uomini della Dogana dicono che 'l vetturale l'à venduto in su l'osteria, o vero lo lasciò costà, perchè qua non misse in dogana se non cinque carategli di cacio, e' quali la Dogana tutti consegnò a' lor padroni. È forza che detto vetturale sia un gran giottone, perchè in Roma à fuggito Urbino più che gli à potuto, finchè s'è partito. Ma se ci ritorna, tu mi dirai novelle!
Della casa tu mi ài avisato del sodo che non vi sodisfa: io dico che gli è meglio non comperare niente, che comperare un piato. Di Santa Maria Nuova, io resto informato non bisognia più parlarne. Del tôr donna, io ti mandai la nota che ài ricevuto. La lettera fu portata in casa e non so da chi: e quando tu avessi qualche fantasia più d'una che d'un'altra, àrò caro me n'avisi inanzi che facci altro. Altro non m'acade e non ò anche tempo per ora. Adì nove di febbraio 1549.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 16 di febbraio 1549.
CCXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — In questa sarà una della Francesca, la quale, secondo che mi scrive Michele, sta molto mal contenta. Io la conforto il meglio ch'i' so: però pòrtagniene e racomandami a lei. Della casa e del podere non ò da scriverti altro: e benchè io scrivessi che gli era da far presto, perchè il tempo è breve, non è però da far sì presto, che l'uomo facci qualche errore; e quel che non si può far bene, non si debba fare. Per ora non ò tempo da scrivere altro.
A dì sedici di febraio 1549.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 21 di febbraio 1549.
CCXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io t'ò scritto più volte circa il tôr donna, che tu non creda a uomo nessuno che te ne parli da mia parte, se tu non vedi mia lettere. Io di nuovo te lo replico, perchè Bartolomeo Bettini[204] è più d'un anno che cominciò a tentarmi di darti una sua nipote. Io gli ò dato sempre parole. Ora di nuovo m'à ritentato forte per mezzo d'un mio amico. Io ò risposto, che so che tu ti se' vòlto a una che ti piace e che tu ài dato quasi intenzione, e che io non te ne voglio stôrre. Io t'aviso, acciò che tu sappi rispondere, perchè credo che costà te ne farà parlare caldamente. Non ti lasciare pigliare al bocone, perchè l'oferte sono assai, e tu resterai in modo, che tu non àrai bisognio. Bartolomeo è uomo dabene e servente e dassai, ma non è nostro pari, e tu ài la tua sorella in casa e' Guicciardini. Non credo che bisogni dirti altro, perchè so che tu sai che e' val più l'onore che la roba. Altro non ò che dirti. Racomandami al Guicciardino e alla Francesca e digli da mia parte che si dia pace, perchè l'à di molti compagni nelle tribulazione e massimo oggi, che chi è migliore più patiscie.
A dì 21 di febraio 1549.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 15 di marzo 1549.
CCXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Quello che io ti scrissi per la mia ultima, non acade riplicare altrimenti. Circa il male mio del non potere orinare, io ne sono stato poi molto male, muggiato dì e notte senza dormire e senza riposo nessuno, e per quello che gudicano e' medici, dicono che io ò il mal della pietra. Ancora none son certo: pure mi vo medicando per detto male, e èmi data buona speranza. Nondimeno per essere io vechio e con un sì crudelissimo male, non ò da promettermela. Io son consigliato d'andare al bagnio di Viterbo, e non si può prima che al prencipio di maggio; e in questo mezzo andrò temporeggiando il meglio che potrò, e forse àrò grazia che tal male non sarà desso, o di qualche buon riparo: però ò bisognio dell'aiuto di Dio. Però di' alla Francesca che ne facci orazione e digli che se la sapessi com'io sono stato, che la vedrebbe non esser senza compagni nella miseria. Io del resto della persona son quasi com'ero di trenta anni. Èmi sopraggunto questo male pe' gran disagi e per poco stimar la vita mia. Pazienzia! Forse anderà meglio ch'io none stimo, co' l'aiuto di Dio; e quando altrimenti, t'aviserò: perchè voglio aconciar le cose mia dell'anima e del corpo, e a questo sarà necessario che tu ci sia; e quando mi parrà tempo, te ne aviserò: e senza le mia lettere non ti muover per parole di nessun altro. Se è pietra, mi dicono i medici che è in sul prencipio e che è picola: e però, come è detto, mi dànno buona speranza.
Quando tu avessi notizia di qualche estrema miseria in qualche casa nobile, che credo che e' ve ne sia, avisami, e chi; che per insino in cinquanta scudi io te gli manderò che gli dia per l'anima mia. Questi non ànno a diminuir niente di quello che ò ordinato lasciare a voi: però fallo a ogni modo.
A dì 15 di marzo 1549.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 23 di marzo 1549.
CCXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi per l'ultima mia del mio male della pietra, il quale è cosa crudelissima, come sa chi l'à provato. Dipoi sendomi stato dato a bere una certa aqqua, m'à fatto gittar tanta materia grossa e bianca per orina con qualche pezzo della scorza della pietra, che io son molto megliorato; e abiàno speranza che in breve tempo io n'abbi a restar libero; grazia di Dio, e di qualche buona persona: e di quello che seguirà, sarete avisati. Della limosina che ti scrissi, non acade replicare: so che cercherai con diligenzia.
Questo male m'à fatto pensare d'aconciare i casi mia dell'anima e del corpo più che io non àrei fatto: e ò fatto un poco di bozza di testamento come a me pare, la quale per quest'altra se potrò ve la scriverrò, e voi mi direte il parer vostro: ma vorrei bene che le lettere andassino per buona via. Altro non m'acade per ora.
A dì 23 di marzo 1549.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 29 di marzo 1549.
CCXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò mandato stamani per Urbino, a dì ventinove di marzo 1549, a Bartolomeo Bettini scudi cinquanta d'oro in oro, acciò ne facci quello che ti scrissi. Tu m'ài avisato d'uno de' Cerretani[205] che à a mettere una fanciulla in munistero: io no' n'ò notizia nessuna. Guarda di dare dove è 'l bisognio e non per amicizia nè per parentado, ma per l'amore di Dio, e fa' d'averne ricievuta, e non dir donde si vengino. In questa sarà la poliza del Bettino di detti danari. Va per essi e avisa.
Àrei a scriver più cose, come ti scrissi, ma lo scrivere mi dà noia, perchè non mi sento bene: pure a rispetto a quello che sono stato, mi pare essere risucitato; e perchè ò cominciato a gittare qualche poco della pietra, ò buona speranza.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 5 d'aprile 1549.
CCXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Della settimana passata mandai per Urbino al Bettino scudi cinquanta d'oro in oro, i quali ti facessi pagare costà. Credo gl'àrai ricievuti e che ne farai quel tanto che ti scrissi, o a quello de' Ceretani o a altri, dove vedrai il bisognio: e dara'ne aviso. Circa l'aconciare i casi mia di che ti scrissi, io non volevo dire altro, se non che per esser vechio e amalato, che mi pareva di far testamento. E 'l testamento è questo: ciò è di lasciare a Gismondo e a te ciò che i' ò, in questo modo: che tanto n'abbi a far Gismondo mio fratello, quante tu mio nipote, e che delle cose mia none possa pigliar partito nessuno l'uno senza il consenso dell'altro; e questo, quando vi paia far per via di notaio, io sempre retificherò.
Circa la malattia mia, io sto asai meglio. Noi sia' certi che io ò la pietra, ma è cosa picola e per grazia di Dio e per virtù dell'aqua ch'i' beo, si va consumando a poco a poco, in modo ch'i' spero restarne libero. Ma pure, perchè son vechio e per molti altri respetti, àre' caro quel mobile che ò qua tenerlo costà, che stéssi a' mia bisogni e poi restassi a voi: e questo sarebbe un circa quattro mila scudi; e massim'ora, che avendo andare al bagnio, mi vorrei star qua più spedito ch'i' potessi. Sie con Gismondo e pensateci un poco e avisate, perchè è cosa che non fa manco per voi che per me.
Circa il tôr donna, stamani m'è stato a trovare uno amico mio e àmi pregato ch'io ti dia aviso d'una figluola di Lionardo Ginori, nata per madre de' Soderini. Io te ne do aviso come sono stato pregato, ma non te ne so parlare altrimenti, perchè no' n'ò notizia: però pènsavi bene e non aver rispetto a cosa nessuna; e quando se' resoluto, rispondimi, acciò ch'i' possa rispondere o del sì o del no a l'amico mio.
A dì cinque d'aprile 1549.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Io àrei bene avuto caro che inanzi che avessi tolto donna, avessi comperato una casa più onorevole e capace che quella ove siate, e io v'àrei mandati i danari.
Questo ch'io ti scrivo di quella de' Ginori, te lo scrivo solo perchè sono stato pregato, non perchè pigli più una che un'altra. Fa' pure secondo che ti va a fantasia e non aver rispetto nessuno, come altre volte t'ò scritto. A me basta saperlo inanzi al fatto: però cerca e pènsavi e non indugiare, quando abbi il capo a simil cosa.
Museo Britannico. Di Roma, 13 d'aprile 1549.
CCXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò avuto la ricievuta de' cinquanta scudi dal Munistero. Piacemi che gli abbi allogati bene, nè acade dirne altro. Per l'ultima mia ti scrissi come ero stato pregato ti déssi aviso d'una figluola di Lionardo Ginori; e così feci. Àspettone risposta, per rispondere a l'amico mio: e benchè io t'abbi dato questo aviso, non fare però se non tanto, quanto a te piace e non guardare al mio scrivere. Cònsigliati bene, e se non te ne contenti, rispondimi senza rispetto, acciò possa licenziare l'amico. Io ti scrissi che àrei avuto caro di tener costà certi danari, come àrai inteso, per istar qua con manco pensieri, e massimo sendo io vechio: però, quando si possa fare che io ne sia sicuro, lo fare' volentieri, ma non vorrei uscir della padella e cascar nella brace. Credo, quando si trovassi da mettergli in beni, cioè in terre o in case, che non ci sia altro modo sicuro: sì che pensatevi, perchè fa per voi. Circa la casa di che mi scrivi apresso al Proconsolo, il luogo a me non sodisfa, come fa quella della via del Cocomero. Quando si fussi potuta avere con buon sodo, non mi par si sie trovato meglio. Del mio male io ne sto con buona speranza, perchè vo pur megliorando, grazia di Dio; ma pur credo mi bisognierà andare al bagnio: che così dicono i medici. Io ebbi nella tua una del Bugiardino:[206] un'altra volta non mettere in tua lettere quelle di nessuno altro, per buon rispetto. El Bugiardino è buona persona, ma è sempice uomo: e basta. Quando tu fussi richiesto di mandarmi lettere nelle tua, di' che non t'acade scrivermi.
A dì 13 d'aprile 1549.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 25 d'aprile 1549.
CCXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non ti potetti scrivere sabato, perchè ebbi la tua troppo tardi, e oggi a' dì 25 d'aprile 1549 ò un'altra tua dei venti di detto del medesimo tenore. Circa il podere di Chianti, io dico che a me piace più presto di comperare, che tener danari; e se detto podere è cosa buona, a me pare da tôrlo a ogni modo e massimo sendo buon sodo, come mi scrivete. Ma ben mi par da vederlo prima; e piacendovi, tôrlo a ogni modo e non guardare in cinquanta scudi: e così vi do commessione, che, piacendovi, voi lo togliate a ogni modo e non guardiate in danari e avisiate; e súbito vi farò pagare costà quello che monterà: e quando ne fussi in vendita qualcun'altro d'altrettanta spesa, con simil sodo, dico che v'attendiate, e manderò ancora i danari di quello, perchè è meglio che tenergli perduti: overo in una casa, quando si truovi.
Circa 'l mio male, io ne sto assai meglio, e spero, con maraviglia di molti; perchè ero tenuto per morto, e così mi credevo. Ò avuto buon medico,[207] ma più credo agli orazioni che alle medicine. Non altro. Per quest'altra ti scriverrò altre cose.[208]
Museo Britannico. Di Roma, (2 di maggio 1549).
CCXX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Com'io t'ò scritto un'altra volta, così ti raffermo per questa, cioè che voi andiate a vedere il podere di Chianti, di che m'ài scritto, e se è cosa che vi piaccia, lo togliate a ogni modo e non guardate in cinquanta scudi: e così vi do commessione libera, cioè che sendo cosa buona, lo togliate a ogni modo e non guardate in danari: e avisatemi, perchè vi manderò súbito quello che monterà.
Circa il tôr donna, io ti scrissi d'una figluola di Lionardo Ginori, com'io fu' pregato qua da uno amico mio. Tu mi rispondesti, ricordandomi quello di tal cosa ti scrissi l'anno passato. Io te lo scrissi, perchè ò paura delle pompe e delle pazzie che vògliano queste case di famiglia, e perchè tu non avessi a essere stiavo d'una donna. Nondimeno quande la cosa ti piacessi, non àresti a guardare al mio scrivere, perchè de' cittadini di Firenze io ne sono igniorantissimo. Però se ti piace tal parentado, non avere cura a quel ch'i' scrissi, e se non ti piace, none far niente; perchè della donna t'ài a contentar tu: e quando ne sarai contento tu, ne sarò contento anch'io. Rispondi liberamente, che io non ò interesso qua con amico nessuno, perch'io abbi a fare più che per te. Del mal mio crudele che io ò avuto, send'io stato tenuto morto, isto tanto bene, che mi pare esser risucitato. Altro non m'acade. Rispondi quando se' risoluto, e non far mai cosa a stanza di nessuno, che interamente non ti contenti.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 11 di maggio 1549.
CCXXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io resto avisato per l'ultima tua del podere di Chianti. Però, poi che è cosa buona, fate che e' vi resti a ogni modo e non guardate i' danari. Tu mi scrivi di nuovo di quello da Monte Spertoli e d'una bottega che si vende in Porta Rossa; e io vi dico, che se voi trovate buon sodo, che voi togliate ancora la bottega e 'l podere se è cosa buona, e dòvi commissione libera, che per insino in quattro mila scudi d'oro in oro, che voi gli spendiate e non abbiate rispetto se non a' sodi: e questo fia meglio che tenere in su i banchi, perchè non me ne fido; e sia qual si voglia. Del tôr donna, di quella che io ti scrissi che m'avea parlato un mio amico, non me n'avendo tu risposto altrimenti, io ò licenziato l'amico e dittogli che cerchi suo ventura. Altro non m'acade. Come ò detto di sopra, comperate liberamente dove i sodi son buoni, e più presto che si può, e avisate.
A dì undici di maggio 1549.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 25 di maggio 1549.
CCXXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima tua intendo come vi sono restate le possessione di Chianti.[209] Mi pare che tu dica per dumila trecento fiorini di sette lire l'uno. Se son cose buone, come mi scrivi, avete fatto bene a non guardare in danari. Io ò portato a Bartolomeo Bettini scudi cinque cento d'oro in oro che te gli facci pagare costà per principio del pagamento, e quest'altro sabato per gli Altoviti ne manderò altri cinque cento; e come e' c'è Urbino, che andò più dì fa a Urbino, che ci sarà infra otto o dieci dì, vi manderò il resto. Gli scudi d'oro in oro che io vi mando, vaglion qua undici iuli l'uno. Della possessione di Monte Spertoli, quando sia cosa buona e che e' la vendino in popilli, fate che anche quella vi resti, e non guardate in danari. Altro non m'acade. Va' pe' detti danari, e avisa. E in questa sarà la poliza del cambio.[210]
A dì venti cinque di maggio 1549.
Museo Britannico. Di Roma, 1 di giugno 1549.
CCXXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Stamani a dì primo di gugnio 1549 ò portato agli Altoviti scudi mille d'oro in oro e cinquecento n'ò portati a Bartolomeo Bettini, che te gli faccino pagare costà per conto del pagamento del podere di Chianti. Le polize del cambio e degli Altoviti e del Bettino saranno in questa. Però va' per essi e scrivimi quello che manca, acciò si facci presto per rispetto della ricolta come mi scrivi. Del podere di Monte Spertoli, dicovi che v'attendiate se è cosa buona e non guardiate in danari, ma non dico però che per averlo si pagi il doppio più che e' non vale, com'io credo sie fatto di questo di Chianti; ma che e' non si guardi in cinquanta scudi. Del mio male sto assai meglio, che non si credeva. Altro non m'acade. Scrivi quel che bisognia.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (8 di giugno 1549).
CCXXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa il podere da Monte Spertoli, avendo a pagare più che non vale, quattro cento scudi, mi par cosa disonesta. Dubito che e' non paia che voi n'abbiate troppa voglia e che voi non siate fatti saltare. Io non credo che sievi chi lo comperre' tanti scudi più che e' non vale. In cinquanta o cento scudi non è da guardare: pure io la rimetto in voi, se vi par di tôrlo, toglietelo, che ciò che voi farete, sarà ben fatto. La procura io non l'ò potuta fare, ma intendo sì male le tua lettere che mi fanno ogni volta venire la febbre a leggierle. Vedrò di farla in quest'altra settimana, se intendo come. Io ò avuto il trebbiano: il fardelletto di che mi scrivi, non è ancora venuto. Del mio male io ne sto assai bene, a rispetto a quel che sono stato. Io ò beuto circa dua mesi sera e mattina d'una aqqua d'una fontana che è quaranta miglia presso a Roma, la quale rompe la pietra: e questa à rotto la mia e fàttomene orinar gran parte. Bisògniamene fare amunizione[211] in casa e non bere nè cucinar con altra, e tenere altra vita che non soglio.[212]
Museo Britannico. Di Roma, (15 di giugno 1549).
CCXXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi il ruotolo della rascia: parmi che sia molto bella: ma era meglio che tu l'avessi data per l'amor di Dio a qualche povera persona. Circa al contratto di che mi scrivi, io dico che l'Uficio de' popilli suole essere un male uficio: però bisognia aprir gli ochi, e sare' buono farlo volgare, acciò che ogn'uomo l'intendessi. E' danari che io t'ò fatti pagare dal Bettino, credetti gli avessi costà súbito; e io credo che e' sieno ancora qua, in modo che la ricolta che tu mi scrivesti di quest'anno non s'àrà. Del podere di Monte Spertoli ti scrissi a bastanza. Quattro cento scudi di più che e' non vale, sarebbe un altro podere. Però mi pare d'andare adagio. La procura che mi chiedi sarà in questa.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (12 di luglio 1549).
CCXXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Le terre di che mi scrivi che sono in Chianti apresso apresso[213] c'avete comperato, mi pare da tôrle a ogni modo, quando vi sia buon sodo per dugento cinquanta scudi: che come mi scrivi della copia del contratto e d'altri conti, a me basta che le cose sien fatte fedelmente e che le stien bene: non mi curo d'altro: e avisate di quel che bisognia. Non ò tempo da scrivere altrimenti.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 19 di luglio 1549.
CCXXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per l'ultima tua tutte le spese fatte nella possessione di Chianti: la qual cosa non acadeva, perchè se son bene spesi, come mi scrivi, ogni cosa sta bene. Delle terre che confinano con detta possessione, di che mi scrivesti, ti risposi che le togliessi se v'era buon sodo. Di Monte Spertoli non è poi seguìto altro. Sarà buon tôrlo, quando fussi in vendita, sendovi il sodo de' popilli, come mi scrivesti. A questi dì ò avuto una lettera da quella donna del Tessitore che dice averti voluto dare per moglie una per padre de' Capponi e per madre de' Nicolini, la quale è nel munistero di Candeli; e àmmi scritto una lunga bibbia con una predichetta che mi conforta a viver bene e a far delle limosine: e te dice aver confortato a viver da cristiano, e dèbbeti aver ditto che è spirata da Dio di darti detta fanciulla. Io dico che la fare' molto meglio attendere a tessere o a filare, che andare spacciando tanta santità. Mi par che la voglia essere un'altra suor Domenica:[214] però non ti fidar di lei. E circa al tôr donna, come mi par che sia necessario, io di più una che un'altra non ti posso consigliare, perchè non ò notizie de' cittadini, come tu puoi pensare e come altre volte t'ò scritto: però bisognia che tu stesso bisognia[215] vi pensi e cerchi con diligenzia e pregi Idio che t'acompagni bene: e quando trovassi cosa che ti piacessi, àre' ben caro, inanzi l'effetto, me n'avisassi. Altro non m'acade.
A dì 19 di luglio 1549.
Michelagnolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (3) d'agosto 1549.
CCXXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima tua mi scrivi del podere di Monte Spertoli che e' non è al proposito: non bisognia più pensarvi. Circa la casa, non trovando da comperarne una, mi di' che si potrebbe rassettar la nostra dove state, e che sarebbe una spesa di sessanta scudi. Io dico che se a te pare, che tu lo facci, acciò che questo non tenga adietro il tôr donna. Ma perchè la casa è in cattivo luogo per rispetto del fiume, non mi par però da spendervi molto, avendone a comperare un'altra. Pure fa' tanto quante conosci il bisognio. Altro non m'acade, nè ò tempo da scrivere.
A dì.... d'agosto 1549.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (18 d'agosto 1549).
CCXXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Oggi fa quindici dì ti risposi circa la casa di via Gibellina che tu l'aconciassi come ti pareva, per tanto che se ne truovi un'altra; e così ti rafermo. Altro non ti scrivo per ora, perchè non ò tempo.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (25 d'agosto 1549).
CCXXX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Questa è per coverta d'una della Francesca. Dàlla súbito. Non mi acade altro. Dell'aconciare la casa, ti scrissi che tu facessi tanto quanto ti parea necessario. Delle terre di Chianti vicine a le comperate, ti scrissi per giusto prezzo le togliessi, quando vi fussi buon sodo: e così ti rafermo.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 21 di dicembre 1549.
CCXXXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per risposta dell'ultima tua, egli è vero che i' ò avuto grandissimo dispiacere e non manco danno della morte del Papa,[216] perchè ò avuto bene da Sua Santità e speravo ancora meglio. È così piaciuto a Dio: bisognia aver pazienzia. La morte sua è stata bella, con buon conoscimento in sino all'ultima parola. Idio abbi misericordia dell'anima sua. Altro non mi acade circa questo. Le cose di costà credo vi vadin bene, e de' casi del tôr tu donna non mi pare che se ne parli più: penso che tu vi pensi e che non vegga ancora cosa al tuo proposito. Circa l'esser mio, io mi sto col mio male il me' ch'i' posso, e a rispetto agli altri vechi non ò da dolermi, grazia di Dio. Qua s'aspetta d'ora in ora il Papa nuovo. Iddio sa 'l bisognio de' Cristiani e basta. Racomandami al prete. Altro non m'acade. A dì ventuno di dicembre 1549.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 16 di febbraio 1550.
CCXXXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa le terre di Chianti di che mi scrivi, io non ti posso rispondere, se io non so come voi state a danari.
Tu mi scrivesti più tempo fa, che volevi rassettar la casa di via Gibellina, non trovando altra casa da comperare; dipoi non so quello che t'abbi fatto o speso o che ti resta.
Se tu ricerchi le mia lettere, tu troverrai che già molti mesi sono che io ti scrissi, che dubitando che 'l Papa per la vechiezza non mi mancassi, volevo far costà, più presto che altrove, una entrata che in mia vechiezza non avessi a mendicare, e massimo avendo fatto rico altri con grandissimi stenti. Però àvisami come le cose stanno e io ti risponderò. Qua mi truovo poco capitale, e quel poco se lo spendessi costà, mi potre' qua morir di fame. Però, come è detto, avisa e come le cose vanno, e io penserò anch'io al fatto mio e risponderotti. Altro non acade.
A dì sedici di febraio 1550.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1549, di Roma, a dì 21 di febraio: de' dì 16 predetto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 1 di marzo 1550.
CCXXXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non ti scrissi che tu mi rendessi tanti conti, ma che io non ti potevo rispondere delle terre di Chianti, se non mi avisavi come voi vi trovavi danari, perchè del capitale che mi restava qua ne volevo fare qualche entrata per me. Ora mi pare, secondo che m'avisi, che e' vi resti danari da potere comperare dette terre: però attendetevi; e se trovate che vi sia buon sodo, toglietele a ogni modo, se vi pare che le sien cosa buona e a proposito: e io penserò qua a' casi mia.
Vero è che quando avessi trova(to) costà da farmi una entrata di cento scudi l'anno, l'àrei fatta, e fare'la ancora quando potessi o credessi valermene a' mia bisogni: ma credo none sare' niente, come ti scrissi.
A dì primo di marzo 1550.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 7 d'agosto 1550.
CCXXXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Poi la ricevuta del trebbiano e delle camicie non m'è acaduto scriverti; ora, perchè mi tornerebbe bene avere dua Brevi di papa Paolo,[217] dove si contiene la provigione che Sua Santità mi fa a vita, stando a Roma al suo servizio: i quali Brevi mandai costà con l'altre scritture nella scatola che tu ricevesti, e gli ànno a essere in certi stagniati: so che gli conoscerai: però gli puoi involtargli 'n un poco d'incerato e mettergli 'n una scatoletta bene amagliata: e se vedi di potermegli mandare per un fidato, che e' non vadin male, màndamegli e condànnagli in quel che ti pare, acciò che mi sien dati. Io gli voglio mostrare al Papa, acciò che vegga che secondo quegli io son creditore, credo, di più di dumila scudi di suo' Santità: non già che tal cosa m'abbi a giovare, ma per mio contento. Credo che 'l procaccio gli potrebbe portare, perchè son picola cosa.
Del caso del tôr donna non se ne parla più, e a me è detto da ognuno che io ti die moglie; come se io n'avessi mille nella scarsella. Io non ò modo da pensarvi, perchè non ò notizia de' cittadini. Àrei ben caro e sare' necessario che tu la togliessi; ma io non posso far altro, come più volte t'ò scritto.
Altro non m'acade. Racomandami al prete e agli amici. A dì 7 d'agosto 1550.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, adì 13 d'agosto: de' dì 7 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 16 d'agosto 1550.
CCXXXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima tua mi scrivi, come il Cepperello vuol vendere il podere che confina co' nostri a Settigniano, e che quella donna che l'à a vita; se ben è forza che lo tenga insino a la morte; trovando detto Cepperello da venderlo ora, le verebbe del prezzo quel tanto che si conviene di quel tempo che detta donna può vivere; entrando dopo la morte sua in possessione. A me non pare che la sia cosa da fare per molti casi che possono avenire, che sarien pericolosi, non sendo in possessione: però bisognia aspettare che la muoia: e se 'l Cepperello mi viene a parlare, gli dirò l'animo mio: non son già per andare a trovar lui.
Ti scrissi de' dua Brevi, come àrai inteso: se vedi di potermegli mandare per un fidato che io gli abia, màndamegli; se non, làsciagli stare.
Circa il tôr donna, tu mi scrivi che vuoi prima venir qua a parlarmi a boca: io circa al governo sto molto male e con grande spesa, come vedrai; per questo non dico che tu manchi di venire, ma parmi che e' sia da lasciar passare mezzo settembre, e in questo mezo se mi trovassi una serva che fussi buona e netta; benchè sie difficile, perchè son tutte puttane e porche; avisami: io do dieci iuli il mese; vivo poveramente, ma io pago bene.
A questi dì m'è stato parlato per te d'una figluola d'Altovito Altoviti: non à padre nè madre, e è nel munistero di San Martino. Non conosco e non so che mi ti dire intorno a ciò. A dì 16 d'agosto 1550.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 20 d'agosto: de' dì 16 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 22 d'agosto 1550.
CCXXXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò ricevuto i Brevi, e pagato tre iuli come mi scrivi.
Del podere del Cepperello ti risposi che comperarlo e pagarlo ora, e non entrare ora in possessione, non mi parea cosa da farla: non ò poi inteso altro.
Scrissiti ultimamente d'una serva: ora credo essermi provisto: però none cercare altrimenti.
Del tôr donna, mi scrivesti che prima mi volevi parlare a boca; ti risposi che da mezzo settembre in là potevi venire a tua posta; benchè potresti far di manco, perchè tanto ti saperrò io dire de' cittadini di Firenze a boca qua, quant'io te ne so scrivere; che none so niente; perchè non pratico con nessuno, nè con altri. Altro non mi acade.
Saluta la Francesca da mia parte e digli che come posso risponderò a la sua, e che attenda a star sana.
A 22 d'agosto 1550.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 27 d'agosto: de' dì 22 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 31 d'agosto 1550.
CCXXXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa il podere del Cepperello, tu mi scrivi che lo potrebbe comperare tale che no' l'àremo per male; di questo io me ne fo beffe, perchè so che a Firenze si fa buona iustizia. Ma perchè e' vi sta bene, se vi si truova buona sicurtà, toglietelo; ma non so come vi troviate danari, perchè non son per mandarvene più: chè quel capitale che m'è rimasto, ne voglio fare qua entrata per me.
Ti scrissi la ricievuta del Breve, e secondochè abiàn visto, resto creditore di più di dumila scudi d'oro: non so che si seguirà: non ci ò speranza nessuna.
Della serva, ti scrissi come m'ero provisto. Avisami del sopra detto podere quello che ne domanda.
A dì ultimo d'agosto 1550.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1550, addì 4 di setembre: de' dì 31 del passato.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 6 di settembre 1550.
CCXXXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivesti del podere del Cepperello che lo comperrebbe qualcuno che lo àremo per male; e io per l'ultima ti risposi che voi lo comperassi, ma che io non ero per mandarvi più danari. Non ò poi inteso altro da voi. Circa al venire qua; quanto al venire qua per vicitarmi, queste vicitazione oramai io so di che sorte le sono; se none avessi a venir per altro, potresti per tal conto non venire: ma poi che ti piace venire, per quello che mi scrivi, vien più presto che puoi, acciò che nanzi le piove sia ritornato costà. Altro non m'acade. A dì sei di settembre 1550.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 11 di setembre: de' dì 6 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (4 d'ottobre 1550).
CCXXXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima m'avisi che se' a ordine per venire a Roma, e che innanzi che parta, aspetterai una mia e poi partirai. Non m'acade dirti altro. Ricievuta questa, pàrtiti a tu' posta. Credo sapra' in Roma trovar la casa, cioè a riscontro a Santa Maria del Loreto presso al Macello de' Corvi.
A dì 4 d'ottobre 1550.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 10 d'otobre: de' dì 4 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 14 di novembre (1550).
CCXL.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebi la tua da Aqualagnia, e tanto si fece, quanto scrivesti; e oggi a' 14 di novenbre ò la tua dell'essere arrivato a Firenze con buon tempo: di tutto sie ringraziato Iddio.
Circa a' ravigguoli, io gli ebbi, ma tutti apicati insieme e guasti. Credo gl'incassasti troppo freschi, o forse ebon dell'aqqua per la via: peraltro eron molto begli. Altro non ò che scriverti per ora.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Ieshus. 1550. Da Roma, addì 21 di novembre: de' dì 15 detto.
Museo Britannico. Di Roma, 20 di dicembre 1550.
CCXLI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi e' marzolini, cioè dodici caci. Sono molto begli: ne farò parte agli amici e parte per casa. E come altre volte v'ò scritto, non mi mandate più cosa nessuna, se io non ve ne chieggo, e massimo di quelle che vi costano danari.
Circa il tôr donna, come è necessario, io non ò che dirti; se non che tu non guardi a dota, perchè e' c'è più roba che uomini: solo ài aver l'ochio a la nobiltà, a la sanità, e più alla bontà, che a altro. Circa la bellezza, non sendo tu però el più bel giovane di Firenze, non te n'ài da curar troppo, purchè non sia storpiata nè schifa. Altro non m'acade circa questo.
Ebbi ieri una lettera da messer Giovanfrancesco che mi domanda se io ò cosa nessuna della Marchesa di Pescara.[218] Vorrei che tu gli dicessi che io cercherò e risponderògli sabato che viene; benchè io non credo aver niente: perchè quando stetti amalato fuor di casa, mi fu tolto di molte cose. Àrei caro, quando tu sapessi qualche strema miseria di qualche cittadino nobile e massimo di quelli che ànno fanciulle in casa, che tu m'avisassi, perchè gli farei qualche bene per l'anima mia.
A dì 20 di dicembre 1550.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 28 di febbraio 1551.
CCXLII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima tua, circa il tôr donna, intendo come ancora none se' a cosa nessuna: mi dispiace; perchè è pur cosa necessaria tôrla, e come altre volte t'ò scritto, non mi pare che tu, avendo quel che tu ài e quel che tu àrai, che tu abi a guardare a dota, ma solo a la bontà, a la sanità e a la nobilità, e far conto quando una bene allevata, buona, sana e nobile non abbi niente, di tôrla per fare una limosina; e quando questo facessi, non saresti obrigato a le pompe e pazzie delle donne; onde ne seguiteria più pace in casa: e del parer di volersi nobilitare, come già mi scrivesti, questo non è cosa valida, perchè si sa che noi siàn antichi cittadini fiorentini. Però pensa a quello che io ti scrivo, perchè tu non se' anche di sorte e di persona, che tu sia degnio della prima bellezza di Firenze. Racomandati, acciò che tu non ti inganni.
Della limosina che io ti scrissi far costà, tu mi rispondesti ch'i' t'avisassi quant'io volevo dare, come se io avessi 'l modo a dar qualche centinaio di scudi. Quand'e' tu fusti qua ultimamente, mi portasti un pezzo di panno, il quale mi parve intendere che ti fussi costo da venti a venti cinque scudi, e questi e questi,[219] pensai allora di dargli in Firenze per l'anime di tutti noi. Dipoi per la carestia grande che c'è qua, si son convertiti in pane e anche se non c'è altro socorso, dubito non ci moriàno tutti di fame.
Altro non mi acade. Racomandami al prete e quando potrò, risponderò a quel che già mi domandò.
A dì ultimo di febraio 1551.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1550, di Roma, addì 5 di marzo: de' dì 28 paxato.
Museo Britannico. Di Roma, 7 di marzo 1551.
CCXLIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi le pere, cioè novanta sette bronche, poi che così le battezzate. Non mi acade altro circa questo. Del caso del tôr donna, te ne scrissi sabato passato il parer mio, cioè che tu non abbi rispetto a dota, ma solo all'esser di buon sangue, nobile, e bene allevata e sana: altro non so che dirti di cose particulare, perchè di Firenze io ne so quel che uno che non v'è mai stato. Èmmi a questi dì stato parlato d'una degli Alessandri, ma non ò inteso particular nessuno. Se ne intenderò, per quest'altra te ne darò aviso.
Messer Giovanfrancesco mi richiese circa un mese fa di qualche cosa di quelle della Marchesa di Pescara, se io n'avevo. Io ò un libretto in carta pecora che la mi donò circa dieci anni sono, nel quale è cento tre sonetti, senza quegli che mi mandò poi da Viterbo in carta bambagina, che son quaranta; i quali feci legare nel medesimo libretto e in quel tempo li prestai a molte persone, in modo che per tutto ci sono in istampa.[220] Ò poi molte lettere che la mi scrivea da Orvieto e da Viterbo. Ecco ciò ch'io ò della Marchesa. Però mostra questa a detto prete, e avisami di quello che ti risponde.
Circa i danari ch'i' ti scrissi già dar costà per limosina, com'io credo ti scrivessi sabato, mi bisognia convertirgli in pane per la carestia che c'è, in modo che se non ci aparisce altro socorso, dubito che non abbiàno a morir tutti di fame.
A dì 7 di marzo 1551.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 8 di maggio 1551.
CCXLIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa il tôr donna; della medesima cosa che mi scrivi ora, me ne parlasti qua quando ci fusti, e allora me ne informai e none trovai se non bene; però ti dico, che la fanciulla per padre e per madre mi piace assai. L'altre cose, cioè di sanità e di tempo, le puoi intendere meglio costà: però se ti pare di farne parlare come mi scrivi, io la rimetto in te, e Dio ci facci grazia del meglio.
Circa i' libretto de' sonetti della Marchesa, io non lo mando, perchè lo farò copiare prima, e poi lo manderò. Altro non acade.
A dì 8 di maggio 1551.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1551; addì 14 di magio: de' dì 8 deto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 22 di maggio 1551.
CCXLV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti risposi pel passato com'io m'ero informato della cosa de' Nasi, e che io non avevo trovato se non bene. Dipoi m'è stato di nuovo riparlato d'una figluola di Filippo Girolami, per madre d'una sorella di Bindo Altoviti: io non ò notizia che cosa si sia; pure non ò voluto mancare di dartene aviso. Questa de' Nasi, per la informazione ch'io n'ò, quando sia così, mi piace, e così ti scrissi. Però attendendoci tu, àrò caro m'avisi quello che ne segue, e ancora m'avisi quello che intendi dell'altra de' Girolami.
Di maggio a dì 22 1551.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1551, di Roma, a dì 27 di magio: de' dì 22 decto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 28 di giugno 1551.
CCXLVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi, oggi fa otto dì, una soma di trebbiano, cioè quaranta 4 fiaschi; ònne presentato a più amici: è stato tenuto il meglio che quest'anno sia venuto a Roma. Ti ringrazio, nè altro ò che dir circa questo.
Della cosa de' Nasi tu mi scrivi che non ài ancora avuto risposta da Andrea Quaratesi: io non credo che per simil cose sia da fondarsi molto ne' casi sua; e 'l tempo con questo aspettare passa e non ritorna. A me pare, quand'e' si truovassi una fanciulla nobile, bene allevata e buona e poverissima; che questa sarebbe, per istare in pace, molto a proposito; tôrla senza dota per l'amore di Dio; e credo che in Firenze si truovi simil cose: e questo a me piacerebbe molto, acciò che tu non ti obrigassi a pompe e a pazzie, e che tu fussi ventura a altri, come altri è stato a te: ma tu ti truovi rico, e non sai come. Non mi vo' distender più a narrarti la miseria in che io trovai la casa nostra, quand'io cominciai aiutarla; che non basterebbe un libro; e mai ò trovato se non ingratitudine: però fa di riconoscer da Dio il grado in che tu se', e non andar drieto a pompe e a pazzie.
A dì 28 di gugnio 1551.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1551, addì 2 di luglio: de' dì 28 del paxato.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (17) d'ottobre 1551.
CCXLVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Per l'ultima tua intendo come ti se' informato di quella de' Girolami, e che none senti altro che bene; però quando vi fussi le parte buone che si debbe desiderare in simil cosa, non mi pare che la dota debba guastare il parentado: però pensavi bene, perchè il parentado mi pare assai onorevole, e a me piacerebbe, quando vi fussi le parti buone, come ò detto, cioè ben allevata e di buona fama e costumi, come si desidera: e questo puoi andare intendendo con diligenzia e credere a pochi. Altro non mi acade. Desidero asai che di voi resti qualche reda. Ricòrdoti che quando ti fussi parlato da mia parte di cosa nessuna, se non vedi mie lettere, non prestar fede. A dì.... d'ottobre 1551.
Michelagnolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1551, di Roma, addì 23 d'otobre: de' dì 17 deto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 19 di dicembre 1551.
CCXLVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò inteso per l'ultima tua della corta vista, che non mi pare picol difetto; però io ti rispondo, che qua non ò promesso niente, e non avendo ancora tu promesso costà niente, che mi pare da non se ne impacciare, essendone tu certo; perchè, come mi scrivi, e' va per redità. Ora io ti dico di nuovo quel che altre volte t'ò scritto, che tu cerchi d'una che sia sana, e più per l'amor di Dio che per dota, purchè sia buona e nobile; e non ti die noia l'esser povera, perchè si sta più in pace; e la dota che sarebbe conveniente, te la darò io. Circa questo non mi acade altro. Io mi truovo vechio e un poco di capitale, il quale non vorrei spender qua: però quando trovassi costà una buona casa o possessione che fussi cosa sicura per una spesa di mille cinquecento scudi, sarei per tôrla: però cèrcane, perchè morendo io qua, come può avenire ogni ora, che non vadin male.
A dì 19 dicembre 1551.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Addì.... di gienaio: de' dì 19 passato.
Museo Britannico. Di Roma, 19 di dicembre (1551).
CCXLIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Di quella cosa che mi scrivi, sendone tu certo, e non avendo promesso costà niente, nè io qua, non mi pare che sia cosa da impacciarsene; e come t'ò scritto altre volte, cercare d'una che sia sana e tôrla più per l'amor di Dio, che per altro, pur che sia nobile e buona; e non ti die noia che sia povera, perchè si sta più in pace. Non ò tempo da distendermi altrimenti, ma ò scrittoti più appieno per uno scarpellino che si chiama il Fantasia, che si parte di qua domattina. Truòvalo, e fatti dar la lettera.
A 19 di dicembre.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 20 di febbraio 1552.
CCL.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Parlando io a questi dì qua col tio[221] di quella cosa, mi disse che si maravigliava molto che la fussi tornat'a dietro, e che stimava che qualche magrone l'avessi impedita, per entrare in quella roba o per redarla: m'è parso di darti aviso di dette parole.
Ora mentre scrivo, m'è stata portata una tua, per la quale intendo di una figluola di Carlo di Giovanni Strozzi. Giovanni Strozzi conobbi che io ero fanciullo, e era un uomo da bene: altro non ò che dirtene: conobbi anche Carlo; e credo che possa esser cosa buona.
Circa le possessione che m'avisi, non mi piaccion presso a Firenze: in Chianti mi pare che sarebbe più a proposito; però quando vi si trovassi cosa sicura, sare' da farlo, e non guardare in dugento scudi.
Circa il tôr donna, io non ò qua modo d'intendere di cosa nessuna, perchè non ò pratica di Fiorentini nessuna, e manco d'altri.
Io son vechio come per l'ultima mia ti scrissi, e per levar la speranza vana a qualcuno, quando la sia, io penso di far testamento e lasciar ciò ch'io ò costà a Gismondo mio fratello e a te mio nipote, e che l'uno none possa pigliar partito di nessuna sorte senza il consenso dell'altro; e che restando voi senza reda legittima, ogni cosa redi Sa' Martino, cioè che l'entrate si dieno per l'amor di Dio a' vergognosi, cioè a' cittadini poveri, o altrimenti che sia meglio, come mi consiglierete. A dì venti di febraio mille cinquecento cinquanta dua.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1551, da Roma, alli 26 di febraio: de' dì 20 deto.
(D'altra mano.)
Dàtela bene, perchè è di messer Michelagniolo Buonaruoti.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 1 d'aprile 1552.
CCLI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa al tôr donna, io ò un aviso da uno amico mio, che quel difetto che ti fe' tirare adrieto da quella che ti scrissi, non è vero, cioè della corta vista, ma che t'è stato ditto da uno tuo amico per darti una sua cosa; e perchè la non è ancora da marito, à fatto per intrattenerti tanto che la sia per dartela. Però quando quella cosa della vista non sia vera, e che e' non vi sia altro difetto, a me pareva che la fussi cosa per farla. Però abi cura di non esser menato pel naso da gente molto inferiore che quella. Io non t'ò che dire altro circa questo. Ricòrdati che 'l tempo passa, e che io non vorrei essermi afaticato tutto il tempo della mie vita per gente strana: ma 'l testamento spero provegga.
A dì primo d'aprile 1552.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, addì 7 d'aprile: de' dì primo detto, 1552.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 23 d'aprile 1552.
CCLII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi dell'aviso che io avevo avuto di costà, cioè che quel difetto della vista non era vero, e d'altre cose, come intendesti. Ora tu mi rispondi che ne se' certo, ma che se io voglio, che la tôrrai; e io ti dico, che sendo la cosa come mi scrivi, che e' non se ne parli più, e che tu cerchi di tôr donna a ogni modo e non guardare a dota, purchè sia cittadina e buona; e non stare a bada di parenti, che forse non piace loro che tu la tôgga; e ingégniati di trovare una di sorte che non si vergogni, quando bisogni, di rigovernar le scodelle e l'altre cose di casa, aciò che tu non t'abbi a consumare in pompe e in pazzie. Io intendo che in Firenze è gran miseria e massimo ne' nobili; però non guardando a dota, io credo che si possa trovar cosa al proposito: come t'ò scritto altre volte, far conto di fare una limosina. Adì 23 d'aprile 1552.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 24 di giugno 1552.
CCLIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò avuto il trebbiano, cioè quaranta quattro fiaschi; di che ti ringrazio. Parmi molto buono, ma poco lo posso godere, perchè dato ch'i' n'ò agli amici qualche fiasco, quel che mi resta, in pochi dì s'inforza. Però un'altr'anno s'io ci sarò, basterà mandarne dieci fiasci, se ci fie modo, per la soma d'un altro.
A questi dì fu qui il vescovo de' Minerbetti,[222] e riscontrandolo con messer Giorgio pittore,[223] mi domandò di te e circa al darti donna: di che ragionamo: mi disse che avea una cosa buona da darti, e che anche non s'avea a tôrla per l'amor di Dio. Non ricercai altro, perchè mi parve che andassi in fretta. Ora tu mi scrivi che non so chi de' sua t'ànno parlato costà e confortàtoti a tôr donna, e dittoti che io n'ò gran desiderio. Questo tu te lo puo' sapere per le lettere ch'io t'ò più volte scritte, e così ti raffermo, acciò che l'esser nostro non finisca qui; benchè non sare' però disfatto il mondo: pure ogni animale s'ingegnia conservare la suo' spezie. Però io desidero che tu tolga donna, trovando cosa al proposito, cioè sana e bene allevata, d'uomini di buona fama, e quando vi sia le parte buone che si ricercano in simil caso non aver rispetto a la dota: e quand'e' pure tu non ti sentissi della sanità della persona da tôr donna, meglio è ingegniarsi di vivere che amazzarsi per fare altri. Questo ti dico io ultimamente, perchè io veggo andar la cosa a lunga, e non vorrei che tu facessi a mie' stanza cosa che fussi contra te medesimo, perchè non àresti mai bene e io non sarei mai contento.
Del trovarti io qua cosa che sia al proposito, tu puoi pensar ch'io non sia al mondo in simil caso, perchè non ò pratica nessuna, e massimo de' Fiorentini; ma àrò ben caro che quando tu abbi qualche cosa alle mani, m'avisi prima che stringa la cosa. Altro non ò da dirti. Prega Dio che ce la die buona. A dì 24 di gugnio 1552.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1552, di Roma, adì 30 di giugno: de' dì 24 deto.
Museo Britannico. Di Roma, (d'ottobre 1552).
CCLIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò avuto piacere grande, avendo inteso per la tua come quella cosa ti sodisfa. Ma abbi cura che non sendo certo delle dua che tu à' viste insieme, qual si sie quella di che si parla, che e' non te ne sia data una per un'altra, come fu fatto già a uno amico mio. Però apri gli ochi, e non aver fretta. Circa alla dota io soderò e farò ciò che tu mi dirai: ma a me è stato detto qua che e' non v'è dota nessuna. Però vacci col calzar del piombo, perchè non si può mai tornare adrieto, e io n'àrei grandissima passione, quando o per la dota o per altro non te ne sodisfacessi. El parentado, come ti scrissi, mi piace assai, e essendovi poi le parte che si desiderano in simil caso, non mi par da guardare nella dota quand'ella non sia come desideri. Io t'ò detto che tu apra gli ochi, perchè sèndone sollecitato, mi par che non debbe esser così, sendo chi e' son da ogni parte, bisognia farne e farne fare orazione, acciò che segua il meglio, perchè simil cose si fanno solo una volta.
Michelangniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 28 d'ottobre 1552.
CCLV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — In questa sarà la risposta ch'i' fo a Michele Guicciardini circa al tôr tu donna; e scrivogli com'io son parato a sodar la dota in su le cose mia, come o dove a te pare, e pregolo che in questa cosa duri un poco di fatica: però pórtagli la lettera e lui ti mostrerà circa 'l sodo come mi par da fare, o altrimenti come a te parrà: e a te dico, che tu non compri la gatta in saco, che tu facci di veder cogli ochi tuo' molto bene, perchè potrebbe esser zoppa o mal sana, da non esser mai contento; però úsaci diligenzia quanto puoi e racomàndatene a Dio. Altro non m'acade, e lo scriver m'è gran fastidio. A dì 28 d'ottobre 1552.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1552, di Roma, addì 28 otobre: a dì 22 deto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 5 di novembre 1552.
CCLVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò una tua con una di Michele, a le quali non mi pare da rispondere altrimenti che quello ch'io vi scrissi, oggi fa otto dì; e queste credo l'abbiate avute; e così raffermo per questa: cioè che io per non esser stato costà, non ò notizia delle famiglie di Firenze; ma che io ò tal fede nel Guicciardino, che io non credo che ti consigliassi di cosa che non fussi al proposito: ma che tu facessi di vederla cogli ochi tuoi: e della dota, ti scrissi che tu la sodassi in su le cose mia dove ti pare, e mandassimi il contratto, che io retificherei a ciò che tu facessi. Credo le lettere l'abiate avute. Altro circa a questo non ò da dirti.
Àrei caro che quando tu trovassi da comperare una casa di mille per in sino in dumila scudi, me ne déssi aviso. Cèrcane e fanne cercar con diligenzia. Non ò or tempo da scrivertene altro.
A cinque di novembre 1552.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (del 21 novembre 1552).
CCLVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — E' mi par che le cose che ànno cattivo prencipio non possino aver buon fine. Io resto avisato per l'ultima tua, come circa quella cosa t'è mancato di quello che volontariamente t'era promesso; io ti dico, che benchè più volte t'abbi scritto che tu non guardi in danari, non mi par però che t'abbia a eser mancate le promesse; e perchè l'isdegnio à gran forza, a me parrebbe di non ne parlar più, se già tu non vi vedessi tante altre cose al proposito tuo, che non ti paressi da guardare in picola cosa. Di questo non intendendo particularmente le cose, non so che me ne dire: racomandarsene a Dio, e stimar che quel che segue sia il meglio: nè credo abia a mancar d'aconciarsi bene con la sua grazia.
Per l'ultima mia ti scrissi che tu cercassi di comperare una casa onorevole e in buon luogo, perchè pur quando acadessi ch'i' tornassi a Firenze, vorrei aver dove stare, e ancora perchè son vechio, e' vorrei dar luogo a quel poco del capitale che ò qua e starci più leggiermente ch'i' posso. Altro non mi acade. Non rispondo al Guicciardino, perchè non ò ancora saputo leggier la sua; io non so dove voi v'abbiate imparato a scrivere. Fa' mie scuse, e racomandami a lui e alla Francesca.[224]
(Di mano di Lionardo.)
1552, riceuta a dì 26 di novembre.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 17 di dicembre 1552.
CCLVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi di dua partiti che ti son messi inanzi: a me piacciono molto più che quel di prima, ma perchè non ò da chi m'informarmi di tal cosa, non te ne posso scrivere particularmente cosa nessuna: bisognia che tu cerchi tu e pregi Iddio che ti dia il meglio. A me pare che tu abbi aver cura alla bontà e sanità, più che a nessun'altra cosa. Non ti posso dire altro circa a questo.
Della casa che io ti scrissi, dico, che quando se ne trovassi una in buon luogo che fussi onorevole e con buon sodo, ch'io non guarderei in danari, per insino alla quantità che ti scrissi. A dì 17 di dicembre 1552.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1552, di Roma, addì 22 di dicembre: de' dì 17 deto.
Museo Britannico. Di Roma, (18 di marzo? 1553).
CCLIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivesti già d'una figluola di Donato Ridolfi, per madre di quegli del Benino, e ora per quella che rispondi a Urbino, di nuovo me lo ramenti. Io non te ne posso nè consigliare nè sconsigliare, perchè, come t'ò scritto altre volte, io non ò notizia di famiglia nessuna di Firenze, e qua non pratico con nessun fiorentino: ma stimo bene, che avèndotene parlato il Guicciardino, che la possa esser cosa al proposito, sendo parente e di pura e buona coscienzia. Però io ti dico che tu lo pregi da mia parte che per l'amor di Dio s'afatichi un poco per simil cosa, o di questa de' Ridolfi o d'un'altra, tanto che si truovi cosa al proposito; restandogli obrigatissimo: e così prega la Francesca e racòmandami loro. Io t'ò scritto più volte che tu non guardi a dota, ma solo a nobilità, sanità e bontà; e quando si truovi queste cose, non ài aver rispetto a nessuna altra, perchè sendo tu uomo da bene non ti può mancare.
Urbino ti scrisse quello che gli era stato detto qua di te: che n'ebi passione: però non praticar cogl'uomini di Settigniano, che tu none caverai altro che vergognia.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 25 di marzo 1553.
CCLX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per l'ultima tua come tu ài circa il tôr donna rappicato pratica per quella de' Ridolfi. E' debbe esser quattro mesi o più, che io ti risposi di dua partiti di che mi scrivesti, che mi piacevono, e tu non me n'ài poi scritto altro; in modo che io non ti intendo e non so che fantasia si sia la tua: e questa pratica è già durata tanto, che la m'à straco, per modo che io non so più che mi ti scrivere. Questa de' Ridolfi, se tu n'ài buona informazione che ti piaccia, tò'la, e quello che io t'ò scritto altre volte del sodo, quel medesimo ti raffermo: e se e' non ti piace di tôr questa nè nessuna altra, io ne lascio il pensiero a te. Io ò atteso sessanta anni a' casi vostri; ora son vechio e bisògniami pensare a' mia: sichè pigliala come a te pare; che ciò che tu farai, à a esser per te e non per me, che ci ò a star poco. Quando ebbi la tua, n'ebbi un'altra del Guicciardino, e perchè è del medesimo tinore, non m'acade rispondergli altrimenti. Racomandami a lui e alla Francesca. Altro non m'acade. A dì 25 di marzo 1553.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 22 d'aprile 1553.
CCLXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per la tua come la pratica rappicata per conto della figluola di Donato Ridolfi è venuta a effetto: di che ne sia ringraziato Idio; pregandolo che ciò sia seguito con la sua grazia. Circa il sodo della dota, io ò fatto dire la procura in te, e così con questa te la mando, acciò che sodi la dota che mi scrivi di mille cinquecento ducati di sette lire l'uno, dove a te pare delle cose mia. Ò parlato con messer Lorenzo Ridolfi e fatto le parole conveniente meglio che ò saputo. Altro non m'acade per ora. Scriverra'mi poi come la cosa seguirà, e io penserò di mandar qualche cosa, come s'usa.
A dì 22 d'aprile 1553.
Michelangniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 30 d'aprile 1553.
CCLXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Súbito che io ebbi la tua del parentado fatto, ti mandai la procura che tu potessi sodare sopra le cose mia la dota;[225] cioè mille cinquecento ducati di sette lire l'uno. Credo l'abbi avuta e ch'ella stia bene; el notaio che l'à fatta è d'alturità, perchè è notaio del Consolato de' Fiorentini e di Camera.
Per l'ultima tua intendo come l'una parte e l'altra resta sodisfatta di tal parentado; di che ne ringrazio Dio: e come Urbino torna da Urbino, che sarà infra quindici dì, farò il debito mio.
A l'ultimo d'aprile 1553.
Michelagniolo in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 20 di maggio 1553.
CCLXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per l'ultima tua, come tu ài la donna in casa e come tu ne resti molto sodisfatto, e come mi saluti da sua parte e come non ài ancora sodato la dota. Della sodisfazione che n'ài, n'ò grandissimo piacere e parmi sia da ringraziarne Idio continuamente quante l'uomo sa e può. Del sodar la dota, se tu non l'ài, non la sodare e tien gli ochi aperti, perchè in questi casi de' danari sempre nasce qualche discordia. Io non m'intendo di queste cose, ma a me pare che avessi voluto aconciare ogni cosa inanzi che la donna avessi in casa. Circa il salutarmi da sua parte, ringràziala e fagli quelle oferte da mia parte che meglio saperrai fare a boca, che io non saperrei scrivere. Io voglio pur che paia che la sia moglie d'un mio nipote, ma non ò potuto farne ancora segnio, perchè non c'è stato Urbino. Ora è tornato due dì fa: però io penso di farne qualche dimostrazione. Èmmi detto che un bel vezzo di perle di valuta starebbe bene. Ò messo a cercarne uno orefice amico d'Urbino, e spero trovarle, ma none dire ancor nulla a lei: e se altro ti par ch'i' facci, avisàmene. Altro non mi acade. Fa' di vivere e pon mente e considera, perchè molto è sempre maggiore il numero delle vedove che de' vedovi.
A dì venti di maggio 1553.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 21 di giugno 1553.
CCLXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò ricievuto la soma del trebbiano che m'ai mandato, cioè quaranta quattro fiasci:[226] è molto buono, ma è troppo, perchè non ò più a chi ne donar come solevo; però se sarò vivo quest'altro anno, non voglio me ne mandi più.
Io ò provisto a dua anelli per la Cassandra, un diamante e un rubino; non so per chi mandartegli. Àmi ditto Urbino che si parte di qua dopo San Giovanni uno Lattanzio da San Gimigniano[227] tuo amico: ò pensato di dargli a lui che te gli porti, o vero tu mi adirizzi qualcun fidato, acciò che non sien cambiati, o che non vadin male. Avisami più presto che puoi quel che ti par ch'i' faccia. Come gli àrai, àrò caro gli facci stimare, per vedere se sono stato gabbato, perchè no' me ne intendo.
A dì 21 di gugnio 1553.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 22 di luglio 1553.
CCLXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti mando pel procaccio i dua anelli, cioè uno diamante e uno rubino, e màndogli in una scatoletta amagliata, come mi scrivesti. Al procaccio darai tre iuli pel porto, e tre iuli gli ò promessi, se mi porta la ricievuta; però fàgniene; e àrò caro che detti anegli gli facci vedere, e m'avisi di quello che sono stimati. Altro non m'acade.
A dì 22 di luglio 1553.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Dietro sotto l'indirizzo è parimente di mano di Michelangelo.)
tre iuli ài a dare pel porto al procaccio.
Museo Britannico. Di Roma, 5 d'agosto 1553.
CCLXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi le camice, cioè otto camice: sono una cosa bella e massimo la tela: l'ò care assai. Ma pure ò per male che le togliate a voi, perchè a me non manca. Ringrazia la Cassandra da mia parte e fagli oferte di ciò che io posso qua, delle cose di Roma o d'altro, che io non sono per mancarli. Ò avuta la ricievuta de' dua anelli e quello che sono stati stimati: l'ò caro, perchè son certo non essere stato ingannato: e benchè io abbi mandato picola cosa, un'altra volta superiréno in qualche altra cosa che e' l'abbi fantasia, secondo che tu m'aviserai. Altro non m'acade circa questo. Fa' di vivere e sta' in pace.
A dì 5 d'agosto 1553.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 24 di ottobre 1553.
CCLXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per la tua, come la Cassandra è gravida; del che n'ò piacer grandissimo, perchè spero pur che di noi resti qualche reda o femina o mastio che si sia; e di tutto s'à a ringraziare Idio. A questi dì è tornato di costà il Cepperello e à ditto a Urbino che mi voleva parlare; penso che sia per conto del suo podere che confina co' nostri. Avisami se n'à parlato costà niente con esso voi, perchè quando si potessi avere, sarebbe molto a proposito.
Altro non mi acade. Saluta messer Giovan Francesco da mia parte, e avisami come (la fa).
A 24 d'ottobre 1553.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (del marzo 1554).
CCLXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi una tua della settimana passata, dove mi scrivi la contentezza che tu ài continuamente della Cassandra: di che ne abbiamo a ringraziare (Idio), e tanto più quanto è cosa più rara. Ringràziala e racomandami a lei; a quando delle cose di qua gli piacessi niente, dàmene avviso. Circa al por nome a' figluoli che tu aspetti, a me parrebbe che tu rifacessi tuo padre, e se è femina, nostra madre, ciò è Buonarroto e Francesca. Non di manco io la rimetto in te. Altro non m'acade. Riguàrdati e fa' di vivere.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (dell'aprile 1554).
CCLXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per la tua come la Cassandra è presso al parto e come vorresti intendere il parer mio del nome de' putti: della femina, se sia così, tu mi scrivi esser risoluto, per e' sua buon portamenti; del mastio, quando sia, io non so che mi ti dire. Àrei ben caro che questo nome Buonarroto non mancasse in casa, sendoci durato già trecento anni in casa. Altro non ò che dire, e lo scrivere m'è noia assai. Attendi a vivere.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 21 d'aprile 1554.
CCLXX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Intendo per la tua come la Cassandra à partorito un bel figluolo e come la sta bene, e che gli porrete nome Buonarroto. Di tutto n'ò avuto grandissima allegrezza. Idio ne sia ringraziato; e lo facci buono, acciò ci facci onore e mantenga la casa. Ringrazia la Cassandra da mia parte e racomandami a lei. Altro non m'acade. Son breve allo scrivere, perchè non ò tempo. A dì ventuno d'aprile 1554.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (8 di dicembre 1554).
CCLXXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ho ricevuto i caci che m'ài mandati, cioè dodici marzolini; son molto begli e buoni: n'ò fatto parte agli amici, e 'l resto per in casa. Altro non m'acade circa a questo. Del mio essere, secondo l'età, non mi pare di stare peggio che gli altri della medesima età; e di voi tutti stimo bene e così della Cassandra. Racomandami a lei, e digli ch'i' prego Iddio che la facci un altro bel figluolo mastio. Altro non m'acade.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1554, addì 14 di dicembre: de' dì 8 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 26 di gennaio 1555.
CCLXXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ho mandati costà cento scudi d'oro in oro e' quali ò pagati qua, overo mandati per Urbino che sta meco a messer Bartolomeo Bussotti in Roma, che ti sieno pagati costà a tuo piacere. Però anderai a trovare messere Simone Rinuccini con la poliza che sarà in questa, e lui te gli pagerà; e di detti danari vorrei ne comperassi diciannove palmi di rascia pagonazza scura, la più bella che truovi, per fare una vesta a la moglie d'Urbino; del resto, vorrei che ne facessi limosine, ove ti pare che ne sia più bisognio, e massimo per fanciulle.
Io ti scrissi della ricievuta de' marzolini. Altro non m'acade: àvisami del seguito di detti scudi, e manda la detta rascia più presto che puoi. A dì 26 di gennaio 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 9 di febbraio 1555.
CCLXXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Intendo per la tua come ài ricevuti i cento scudi che io ti ò mandati, e come ài inteso per la mia quello che tu n'ài a fare, cioè a mandarmi dicianove palmi di rascia pagonazza scura, e del resto farne limosine dove e come pare a te, e darmene aviso.
Circa al bambino che tu aspetti, tu mi scrivi che ti parrebbe porgli nome Michelagniolo. Io dico che se così piace a voi, piace anche a me; ma se sarà femina, non so che mi dire. Contentavi[228] voi, e massimo la Cassandra, alla quale mi racomanderai. Altro non m'acade. Circa le limosine di che ti scrivo, fanne poco romore. A dì 9 di febraio 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1554, addì 16 di febraio: de' dì 9 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 2 di marzo 1555.
CCLXXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi la rascia: è molto bella, e a torla qua sarebbe costa molto più e non sare' stata sì bella: del che Urbino te ne ringrazia quanto sa e può.
Circa a quel de' Bardi, mi piace quel che ài fatto e così séguita del resto senza romore. Qua si dice che costà è gran carestia e miseria; però è tempo, il più che l'uomo può, di guadagniare qual cosa per l'anima. Altro non m'acade. Séguita e àvisami. Altro non m'acade.[229] A dì 2 di marzo 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (del marzo 1555).
CCLXXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò per l'ultima tua la morte di Michelagniolo, e tanto quanto n'ebbi allegrezza, n'ò passione; anzi molto più. Bisognia aver pazienza e stimar che sia stato meglio che se fussi morto in vechiezza. Ingegniati di viver tu, perchè sarebbe con tanta fatica la roba senza uomini.
Il Cepperello à ditto a Urbino che vien costà, e che la donna che avea a vita il podere, di che già si parlò, è morta; credo sarà con esso teco. Se lo vuol dare pel gusto prezzo con buona sicurtà, piglialo e avisami, e io ti manderò i danari.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 30 di marzo 1555.
CCLXXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Messer Francesco Bandini m'à domandato s'io voglio vendere le terre ch'io ò da Santa Caterina, che à uno suo amico che le comperrebbe volentieri. Io gli ò ditto che ogni cosa mia costà è vostra, e che voi ne farete, sarà ben fatto: e così vi rafermo. Però siate insieme tu e Gismondo e vedete che vi torna meglio, o danari o tenere le terre; e rispondi resoluto, acciò possa rispondere a detto messer Francesco. Altro non m'acade circa questo.
Un manovale della Fabrica qua di Santo Pietro m'à dato qua due scudi d'oro, che io gli mandi alla madre; però leggierai la poliza che sarà in questa, e dara'gli a chi la dice, perchè non ò da mandargli altrimenti.
A dì 30 di marzo 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 10 di maggio 1555.
CCLXXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi circa un mese fa che tu déssi dua scudi d'oro alla madre di Masino da Macìa che sta qua per manovale, che tanti n'avea qua dati a me, che io gniene mandassi. Non ò mai avuto risposta. Àrei caro m'avisassi se avesti la lettera e se gli à' dati o sì o no. Altro per questa non m'acade.
In questa sarà una di messer Giorgio pittore. Àrei caro che la déssi in sua propia mano, perchè è cosa che m'importa assai. A dì dieci di maggio 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 25 di maggio 1555.
CCLXXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa le terre di Santa Caterina, io ti scrissi che tu fussi con Gismondo, e che voi ne pigliassi quel partito che fussi più utile per voi. Ora mi scrivi che a voi par da venderle e a me non potrebbe più piacere; sichè vendete e non aspettate altro, e de' danari acordavene[230] insieme. Ài dati i danari alla madre di Masino? Altro non ò che dire: riguàrdati: e Dio ci aiuti. Adì 25, 1555 di maggio.[231]
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 22 di giugno 1555.
CCLXXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti mando in questa una lettera che tu la dia a messer Giorgio Vasari e racomandami a lui.
Delle terre di Santa Caterina io ti scrissi, che a me piacea assai che voi le vendessi, e che vendendole, i danari ne facciate quello che vi pare, come di cosa vostra: però quando siate d'acordo con chi le vuole, datemene aviso, acciò che io vi mandi la procura. Altro non m'acade. Attendi a star sano e vivere. A dì 22 di gugnio 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, addì 26 di giugno: de' dì 22 detto, 1555.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 5 di luglio 1555.
CCLXXX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi per l'ultima tua esser d'accordo con lo Spedalingo di Bonifazio delle terre mia da Santa Caterina, cioè di dargniene per trecento venti scudi, e che io ti mandi la procura. Io te la manderò di questa settimana che viene a ogni modo. Non ò potuto prima per ragione di crudelissimo male che io ò avuto in un piede, che non m'à lasciato uscir fuora e àmi dato noia a più cose: dicono ch'è spezie di gotte: non mi manca altro in mia vechiezza! pure ora ne sto assai bene: e come ho detto, di questa settimana che viene, te la manderò a ogni modo. Tien fermo l'acordo, perchè mi piace assai. Altro non m'acade. A dì cinque di luglio 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1555, addì 11 di luglio: de' dì 5 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 13 di luglio 1555.
CCLXXXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti mando la procura che tu possi dare le terre dette da Santa Caterina allo Spedalingo, e a chi altri ti pare; e de' danari, che tu e Gismondo ne facciate quello che vi pare il meglio. Delle terre che furno di Niccolò della Buca, a me piacerebbe come mi scrivi, quando vi fussi buon sodo.
In questa sarà una a Gismondo: confòrtalo da mia parte a pazienza, e digli che degli affanni i' n'ò anch'io la parte mia: e non gli mancar di niente. A dì 13 di luglio 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Raccolta già Bustelli. Di Roma, 28 di settembre 1555.
CCLXXXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.[232]
Lionardo. — Io ho inteso per l'ultima tua come il Duca[233] è stato a vedere i dua modegli della facciata di San Lorenzo[234] e come Sua Signoria gli à domandati. Io ti dico che avevi súbito a mandargli, dove Sua Signoria gli voleva, senza scrivermene altrimenti: e così àresti a far d'ogni altra cosa nostra, quando avessimo cosa che gli piacessi.
Con questa sarà la risposta di quella di messer Giorgio, e circa la scala della Libreria[235] io gnene do notizia, come per un sogno di quel poco ch'i' mi posso ricordare: e màndoti la lettera sua aperta, acciò che tu la legga e così aperta gniene dia.
Mi piace che stiate bene tu e la Cassandra e 'l putto, ma di Gismondo n'ho gran passione e duolmi assai; ma non sono anch'io senza difetti e con molte brighe e noie, e di più ch'io ho già tenuto Urbino tre mesi nel letto malato e èvvi ancora; che m'è stato d'un gran fastidio e noia: ringraziare Dio d'ogni cosa. Confortalo da mia parte e aiutalo quanto tu puoi. A dì 28 di settembre 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 30 di novembre 1555.
CCLXXXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per la tua la morte di Gismondo mio fratello[236] e non senza grandissimo dolore. Bisognia aver pazienza: e poi ch'è morto con buon conoscimento e con tutti e' sacramenti che ordina la Chiesa, è da ringraziarne Idio.
Io son qua in molti affanni, e ancora ò Urbino nel letto molto mal condotto; non so che se ne seguirà: io n'ò quel dispiacere che se fussi mio figluolo, perchè è stato meco venticinque anni molto fedelmente; e perchè son vechio, non ò più tempo a fare un altro a mio proposito: però mi duol molto: però se ài costà nessuna persona divota, ti prego facci pregare Idio per la sua sanità.
A dì trenta di novembre 1555.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1555, addì 7 di dicembre: de' dì 30 passato.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 4 di dicembre 1555.
CCLXXXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa alle sustanze che à lasciate Gismondo, di che mi scrivi, io dico che ogni cosa à restare a te. Fa' d'osservare il suo testamento e di fare orazion per l'anima sua, che altro non si gli può fare.
Àvisoti come iersera, a dì tre di dicembre a ore 4 passò di questa vita Francesco detto Urbino,[237] con grandissimo mio affanno; e àmmi lasciato molto aflitto e tribolato, tanto che mi sare' stato più dolce il morir con esso seco, per l'amore che io gli portavo: e non ne meritava manco; perchè s'era fatto un valente uomo, pieno di fede e lealtà; onde a me pare essere ora restato per la morte sua senza vita: e non mi posso dar pace. Però àrei caro di vederti: ma non so come tu ti possa partire di costà per amor della donna. Àvisami se infra un mese o un mese e mezo tu potessi venire insino qua, intendendo sempre con licenzia del Duca. I' ò ditto che 'l tuo venire sie con licenzia del Duca, per bene: ma non credo che bisogni: gòvernala come ti pare, e rispondi. Scrivi se tu puoi venire, e io ti scriverrò quande tu t'àrai a partire, perchè io voglio che prima sia partita di casa la moglie d'Urbino.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 11 di gennaio 1556.
CCLXXXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi della settimana passata la morte d'Urbino[238] e com'io ero restato in gran disordine e molto malcontento, e come àrei caro che tu venissi insino qua. E così ti scrivo di nuovo, che quando tu possa acomodar le cose tua costà senza pericolo o danno per un mese, che tu ti metta a ordine per venire. Quando non ti tornassi bene, o che fussi per seguirne danno o per sospetto di strade o per altro, indugia tanto che ti paia tempo da venire; e quando ti par tempo, vieni, perchè i' son vechio e ò caro parlarti inanzi ch'i' muoia. Altro non m'acade. Se altro ti fussi scritto, no' prestar fede se non alle mie lettere. A dì undi(ci) di gennaio 1556.[239]
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 7 di marzo 1556.
CCLXXXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò per la tua come siate gunti a salvamento, di che n'ò piacere grandissimo, e più stando bene la Cassandra e gli altri. Io qua mi sto nel medesimo termine che mi lasciasti, e del riavere le cose mia ancora non è seguito altro che parole. Starò a veder quello che segue quante potrò.
Dello spender costà dumila scudi, come ti dissi qua, o in casa o in possessione, io son del medesimo parere; però quando trovassi cosa al proposito, dànne aviso.
La moglie d'Urbino mi manda a chiedere sette braccia di panno nero che sia bello e leggieri, e che súbito mi manderà e' danari del costo: però io àrei caro che tu me lo mandassi; e pàgalo: e quel manco che costerà, darai come restàmo: e come acade che io t'abbi a mandar danari, te gli rimetterò nella somma de' cento. Altro non m'acade. Ringrazia la Cassandra e racomandami a lei.
Adì 7 di marzo 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Addì 14 di marzo: de' dì 7 detto; di Roma, 1555.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 11 d'aprile 1556.
CCLXXXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu t'abbattesti bene a dare a un gran tristo quel panno; io l'ò aspettato qua un mese e fattolo aspettare a altri, con grandissimo dispiacere. Io ti priego, che intenda quel che questo tristo mulattiere n'à fato: e se si ritruova, màndalo più presto che tu puoi; se non si ritruova, se si tiene ragione, fa gastigare cotesto tristo e fàgniene pagare e màndamene altre sette braccia. E' non mi mancava afanni! io n'ò avuto e ò tanta noia e dispiacere, che non si potrebbe dire.
A la Francesca io risponderò a la sua un'altra volta, perchè adesso non mi sento da scrivere. Racomandami a lei e a Michele e a tutti gli altri. A dì undici d'aprile 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 25 d'aprile 1556.
CCLXXXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò avuto il panno, grazia di Dio, e come truovo un mulattier fidato lo manderò alla Cornelia.[240]
Io non t'ò mai risposto della casa che mi scrivesti per compera, perchè ò avuto da pensare a altro. Ora ti dico, che in quello luogo la non mi piace, perchè mi par troppo streto e maninconico: la vorrei in luogo più arioso e aperto: e non guardare in ispesa: e se non casa, possessione: perchè mi vorrei alleggerire qua quant'io posso di quel poco del capita(le) che io ci ò, perchè son molto diminuito, poi che morì Urbino, e ogni ora potrebbe esser la mia, e Dio sa come andassino poi le cose mia: però pensa a quello che io ti scrivo, perchè t'importa asai.
Vorrei e àrei caro mi déssi un poco d'aviso come ài governata la cosa delle limosine e come vi sarebbe ancor da farne, chi potessi. Altro non m'acade. Racomandami a la Cassandra e cerca di vivere el più che puoi, che la roba non resti senza le persone. Adì 25 d'aprile 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 8 di maggio 1556.
CCLXXXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò con la tua di molte ricevute; io no l'ò volute vedere e òllo avute[241] molto per male, perchè e' par che tu creda che io non mi fidi di te. Io avevo caro sapere in che modo l'avevi distribuite e dove, per sapere in che persone è la povertà, e bastava darmene un po' d'aviso per la lettera.
Tu mi scrivi che la Cassandra non si sente bene; n'ò passione e duolmi assai: però non mancar di cosa nessuna, e se posso far niente, àvisami, e racomandami a lei.
Della casa di che mi scrivi, non mi piace il luogo; meglio è star così, che non se ne contentare. Io ti scrissi che àrei voluto dar luogo a un poco di capital ch'io ò, pe' casi che possono venire, send'io vechio e mal condizionato: io non ò poi voluto tôr porzione per più rispetti che non acade dire.
A dì 8 di maggio 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 31 di maggio 1556.
CCXC.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non risposi a l'altra tua, perchè non potetti. Ora ti dico circa il podere del Cepperello che quando s'acosti a prezzo ragionevole, che tu lo togga a ogni modo; e ancora dico, che oltre al podere del Cepperello, che tu spenda dumila scudi in quello che pare a te, perchè della casa, se io non truovo cosa al proposito, cioè in luogo aperto e spazioso, io voglio più presto che tu toga una possessione.
Ò avuto una lettera dalla Francesca, per la quale mi prega ch'i' facci una limosina di dieci scudi a un suo confessore per una povera fanciulla che mette nel munistero di Santa Lucia. Io la voglio fare per amor della Francesca; perchè so che se non fussi buona limosina, che non me ne richiederebbe; ma non so come me gli far pagar costà: però vorre' ch'el detto confessore, se avessi qua un amico di chi si potessi fidare, che io gniene darei, quando me ne désse aviso.
Che la Cassandra stia bene, come mi scrivi, n'ò grandissimo piacere. Racomandami a lei, e ingegniatevi di vivere.
Adì ultimo di maggio 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, (del giugno 1556).
CCXCI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi il caratello de' ceci bianchi e rossi e de' pisegli e delle mele. Se non te l'ò scritto prima, non m'è paruto cosa che importi, e perchè lo scrivere m'è di gran noia e fastidio. Altro non mi acade. Attendi a vivere. Io son vechio e malsano: e quando m'acaderà niente di pericolo, te lo farò intendere, se àrò tempo. Se trovassi messer Giorgio[242] digli, che della cosa sua io non lo posso aiutare; che lo farei volentieri, e che io n'ho parlato con messer Salustio,[243] e che m'à risposto averci durato fatica e che non ci vede ordine. Mi pare a me che bisogni farsi a messer Piergiovanni.[244]
Michelangniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 27 di giugno 1556.
CCXCII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti mando[245] d'oro in oro che tanti n'ò dati qua a messer Francesco Bandini che te gli[246] pagar costà, e la poliza sarà in questa. Pòrtagli a la Francesca che gli dia per quella fanciulla, di che m'à scritto.
Del Cepperello tu ài a pensare, ch'egli è certo che tu desideri di comperare quel podere, e ingegnierassi di farti fare di cento scudi almeno: sì che fa' il me' che tu puoi. Di quello che tu potevi spendere in quel che a te pareva, io te lo scrissi per l'altra. Non acade, non acade[247] altro.
Adì venti 7 di gugno 1556.
Michelangniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 4 di luglio 1556.
CCXCIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non ti scrissi del trebbiano per la fretta. Io l'ebbi, cioè trentasei fiasci. È il migliore che tu ci abbi mai mandato: io te ne ringrazio, ma duolmi che tu sia entrato in questa spesa e massimamente, perchè, mancati tutti gli amici, e' non ò più a chi ne dare.
Del podere del Cepperello tu à' mostro d'avere troppa voglia; tutto il contraro di quello che io ti dissi qua: basta che la vedova di mala vita ne vuol dare un tesoro: astuzie goffe da farmi correre: pure sia come si vuole: fa' il meglio che tu puoi e to'lo, e avisami come e dove io t'ò a far pagare i denari, co' manco romore che si può. Altro non m'acade. Mi piace che tutti stiate bene: ringraziato sie Dio.
Adì 4 di luglio 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 25 di luglio 1556.
CCXCIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io intesi per l'ultima tua come eri d'acordo col Cepperello e del prezzo. Ora io ti dico che benchè sia caro cento scudi, che tu ài fatto bene: ma vorrei inanzi che io facessi pagare costà i danari, che tu t'assicurassi del sodo con diligenzia, e che tu non corressi a furia come à' fatto in sino a ora, e che tu m'avisassi dell'appunto de' danari che io t'ò a far pagare costà, cioè di quanti scudi io t'ò a far pagare costà o d'oro o di moneta. Lo scudo d'oro qua sono undici iuli, e di moneta, dieci. E se io indugiassi qualche dì a farti pagare i danari, non posso fare altro; perchè c'è da pensare a altro più che tu non credi, e non ò chi mi serva di simil cose. Bastiano[248] è forte ammalato, e dubito non si muoia. Tien fermo il mercato con Cepperello. Altro non m'acade. Credo stiate tutti bene e similmente la Cassandra. Racomandami a lei e pregàmo Iddio che ci aiuti, che ce n'è di bisognio.
Adì venticinque di luglio 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 1 d'agosto 1556.
CCXCV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — La tuo' furia mi pèggiora almeno cinquanta scudi d'oro: ma più mi duole che ài fatto più stima d'un pezzo di terra, che delle mie parole. Tu sai quel che io ti dissi; che tu mostrassi che io non lo volevo, e che noi ci facessimo pregar di comperarlo: e tu súbito che fusti costà vi mettesti su i sensali con gran sollecitudine. Ora poi ch'è fatto, fa' di vivere e goderlo.
Ieri ebi una tua, venuta molto in fretta, dove mi scrivi che se' per fare il contratto, e che 'l tutto monta secento cinquanta scudi d'oro in oro,[249] e che io dia detti scudi a messer Francesco Bandini che te li farà pagar costà da' Capponi; e così farò: ma non posso prima che quest'altra settimana, che Bastiano, sendo megliorato, comincierà a uscir fuora e verrà al banco a contargli, perchè non ò altri che mi serva. Altro non m'acade.
Adì primo d'agosto 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 8 d'agosto 1556.
CCXCVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Bastiano à cominciato a uscir fuora, e lunedì o martedì verrà a' Bandini a contare i danari, e così ti saranno pagati costà nel modo che tu m'ài scritto. Circa la compera, tu l'ài governata a tuo modo e non a mio; à'mi peggiorato almeno cinquanta scudi. Egli è ben vero che l'amor propio inganna tutti gli omini. Ricòrdati di tuo padre e della morte che fece,[250] e io, Dio grazia, sono ancor vivo. Altro non m'acade.
Adì 8 d'agosto 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 15 d'agosto 1556.
CCXCVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io portai iermatina al banco de' Bandini scudi secento cinquanta d'oro in oro, e in questa sarà la lettera: va' e pàgagli, come se' d'accordo. Tu mi scrivi de' danari ch'i' ti scrissi che tu spendessi a tuo modo: tu sai bene che non si intendeva nel podere del Cepperello, che è cosa vechia, praticata già più di venti anni e già col pensiero era comperato: ma tu l'ài voluta intendere e governare secondo l'appetito tuo. La cosa è fatta. Attendi a vivere e fa' poco romore, e massimo a Settigniano: che non ci manca altro che essere in voce di Settignianesi tu e la donna tua qua e costà. Io non ti scrivo a caso, perchè tu ài un cervello molto contrario al mio. Altro non m'accade. Adì 15 d'agosto 1556.
La lettera di detti scudi sarà[251] sarà in questa.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, di settembre 1556.
CCXCVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Circa il soddisfare il boto di che mi scrivi, io ti dico che a me non par tempo d'andare attorno: e parmi per ora. Del pore nome Michelagniolo a la creatura che tu aspetti, a me piace, o altro nome, purchè sia di casa: e Giovansimone ancora starebbe bene. Fa' come a te pare, che io ne son contento. Altro non m'acade.
Adì.... di settembre 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Museo Britannico. Di Roma, 31 d'ottobre 1556.
CCXCIX.
A Lionardo Buonarrotti Simoni, nipote carissimo. In Firenze. Raccomandasi alli Cortesi che la diano súbito. In Firenze.
Lionardo nipote carissimo. — Più giorni sono ricevei una tua, alla quale prima non ho fatto risposta, per non aver auto comodità: et ora sopperirò al tutto, acciò non ti maravigli, et perchè intendi. Trovandomi più d'un mese fa che la fabrica di San Pietro s'era allentata del lavorare, mi disposi andare fino a Loreto per alcuna mia divozione: così trovandomi in Spoleti un poco stracco, mi fermai alquanto per mio riposo: cosicchè quivi non possetti conseguire l'intenzion mia; chè mi fu mandato un homo a posta che io mi dovessi ritornare in Roma. Il che, per non disubbidire, mi mossi e ritornai in Roma: dove io, grazia del Signore, mi trovo, et qui si sta come a Dio piace, rispetto ai frangenti che ci sono:[252] sì che io non mi stenderò in altro, se non che qui ci sono buone speranze della pace: che a Dio piaccia sia. Attendi a star sano, pregando Dio ci aiuti. Di Roma, addì ultimo d'ottobre 1556.
Tuo come padre,
(Sottoscritto) Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 19 di dicembre 1556.
CCC.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi della mia ritornata a Roma. Dipoi ebbi una tua, dove intesi come la Cassandra aveva partorita una bambina e che in pochi dì la s'era morta; di che n'ò avuto dispiacere assai: ma non me ne maraviglio, perchè noi abiàn questa sorte di non avere a multiplicare in famiglia a Firenze. Però prega Idio che e' viva quello che tu ài, e fa' di vivere anche tu, acciò che ogni cosa non abi a rimanere allo Spedale. Altro non m'acade. Racomandami a la Cassandra e a Dio, ch'i' n'ò bisognio.
In questa sarà una di messer Giorgio pittore: dàlla più presto che puoi.
Adì 19 di dicembre[253] 1556.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 6 di febbraio 1557.
CCCI.
Al suo carissimo Lionardo Buonarroti nipote carissimo in Firenze.
Lionardo carissimo. — Ho riceuto la vostra lettera et visto quanto mi scrivi circa sua Eccellenzia, imperò darai la inclusa a messer Lionardo[254] et scusami; che io non sono per mancare a sua Eccellenzia della promessa, et come vedrò il tempo, non mancherò; ma non posso così súbito, perchè bisogna dar ordine alle cose mie di qua: sì che io non ti dirò altro per adesso, per avere auto le lettere in sulle 24 ore di sabato. Così atendi a star sano et Dio ti guardi.
Di Roma, il dì 6 di febraro 1557.
(Sottoscritto) Michelagniolo.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 13 di febbraio 1557.
CCCII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Venendomi a trovar qua in Roma circa du' anni sono messer Lionardo,[255] uomo del duca di Firenze, mi disse che sua Signoria àrebbe avuto grandissimo piacere ch'i' fussi ritornato in Firenze, e fecemi molte oferte da sua parte. Io gli risposi, che pregavo suo Signoria che mi concedessi tanto tempo che io potessi lasciare la fabrica di Santo Pietro in tal termine, che la non potessi esser mutata con altro disegnio fuori dell'ordine mio. Ò poi seguitato, non avendo inteso altro, in detta Fabrica, e ancora non è a detto termine; e di più m'è agunto che m'è forza fare un modello grande di legniame con la cupola e la lanterna,[256] per lasciarla terminata come à a essere finita del tutto; e di questo son pregato da tutta Roma, massimamente dal Reverendissimo Cardinale di Carpi: in modo che io credo che a far questo mi bisogni star qua non manco d'un anno; e questo tempo prego il Duca che per l'amor di Cristo e di Santo Pietro me lo conceda, acciò ch'io possa tornare a Firenze senza questo stimolo, con animo di non aver a tornar più a Roma. Circa l'esser serrata la Fabrica, questo non è vero, perchè, come si vede, ci lavora pure ancora sessanta uomini fra scarpellini, muratori e manovali, e con speranza di seguitare.
Questa lettera io vorrei che tu la leggiessi al Duca, e pregassi suo Signoria da mia parte, che mi facessi grazia del tempo sopra detto, ch'i' ò di bisognio inanzi ch'i' possa tornare a Firenze; perchè se mi fussi mutato la composizione di detta Fabrica, come l'invidia cerca di fare, sare' come non aver fatto niente insino a ora.[257]
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma. Riceuta addì 18 febraio 1556: de' dì 13 istante.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 4 di maggio 1557.
CCCIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti mando costà per messer Francesco Bandini scudi cinquanta d'oro in oro, perchè tu mi mandi otto braccia di rascia nera la più legiera e bella che tu truovi, e dua braccia d'ermisino. Queste cose m'à mandato a chiedere la moglie d'Urbino: però mandamele più presto che puoi, e avisami della spesa; e del resto de' cinquanta scudi che io ti mando, fanne limosine dove ti pare che sie più bisognio. Altro circa questo non mi acade.
Io son vechio, come sai, e ò molti difetti nella persona, in modo che io mi sento poco lontan dalla morte, in modo che questo settembre, se sarò vivo, àrò caro che tu venga insin qua per aconciar le cose mia e nostre: e fa' pregare Idio per me; s'intende s'i' non sono prima costà. In questa sarà la lettera de' danari e una di messer Giorgo Vasari. Dàlla più presto che puoi e racomandami a lui, e avisami d'ogni cosa. Altre volte t'ò scritto, che tu non creda a nessuno che parli di me, se tu non vedi mia lettere.
Per farmi tornar costà, forse per ricuperare l'onore della sua partita di qua, dico di Bastiano da San Gimigniano, à ditto costà molte bugìe, forse a buon fine. A dì 4 di maggio 1557.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(D'altra mano.)
D. (Donato) Capponi di grazia fàtela dar bene.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 16 di giugno 1557.
CCCIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò ricevuto la rascia e l'ermisino: come truovo chi la porti, la manderò, e súbito mi manderà i danari.[258] Del resto de' danari m'aviserai, quando n'àrai fatto quello che io ti scrissi.
Circa l'esser mio, sto male della persona, cioè con tutti i mali che sogliono avere i vechi; della pietra, che non posso orinare; del fianco, della schiena, in modo che spesso non posso salir la scala; e peggio è, perchè son pieno di passione; perchè lasciando le comodità ch'io ò qui a' mia mali, non ò a viver tre dì: e non vorrei perder per questo la grazia del Duca, nè vorrei mancar qua alla fabrica di Santo Pietro, nè mancare a me stesso. Prego Dio che m'aiuti e mi consigli; e se mi venisse male, cioè febre di pericolo, súbito manderei per te. Ma non ci pensare e non ti mettere a venire, se non ài mia lettere che tu venga.
Racomandami a messer Giorgio, che mi può giovare asai se vuole, perchè so che il Duca gli vuol bene.
A dì sedici di gugnio 1557.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Raccolta già Bustelli. Di Roma, 1 di luglio 1557.
CCCV.[259]
Lionardo. — Io vorrei più presto la morte che essere in disgrazia del Duca. Io in tutte le mie cose m'ingegno d'andare in verità, e se io ho tardato di venir costà come ho promesso, io ho sempre inteso con questa condizione di non partire di qua, se prima non conduco la fabbrica di San Pietro a termine che la non possa esser guasta nè mutata della mia composizione, e di non dare occasione di ritornarvi a rubare come solevano e come ancora aspettano i ladri: e questa diligenzia ò sempre usata e uso, perchè come molti credono e io ancora, esservi stato messo da Dio. Ma 'l venire al detto termine di detta fabbrica non m'è ancora, per esser mancati i danari e gli uomini, riuscito. Io perchè son vechio e non avendo a lasciare altro di me, non l'ò voluta abbandonare, e perchè servo per l'amor di Dio e in lui ho tutta la mia speranza.[260] Acciò che 'l Duca sappia la cagion del mio ritardare, la scrivo in questa con un po' di disegnio dell'errore, acciò ne dia notizia al Duca messer Giorgio.
A dì primo di luglio 1557.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.[261]
Raccolta già Bustelli. Di Roma, 17 d'agosto 1557.
CCCVI.[262]
Lionardo. — Per l'ultima tua come per l'altre mi solleciti al tornare costà; e io ti dico che chi non è qua e non m'ode e non mi vede, non sa che starmi sia il mio qua. Però non bisognia dirmi altro. Io fo ciò ch'i' posso fare di me ne' termini ch'io mi trovo.
Circa la cortesia e amore e carità grandissima del Duca, io resto tanto vinto, ch'io non so che mi dire. Bisognia che messer Giorgio m'aiuti, perchè sa quanto bisognia ringraziare, e con che parole, uno che stima la mia vita più che non fo io medesimo, e massimo un senza pari. Altro non mi acade. Lo scrivere m'è di gran fastidio per esser vechio e pien di confusione. A dì 17 di agosto 1557.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Spicca la metà di questo foglio e dàllo a messer Giorgio, perchè va a lui. Non ho scritto altrimenti, perchè non avevo più carta in casa.
Museo Britannico. Di Roma, di settembre 1557.
CCCVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò inteso per l'ultima tua la gran rovina de' ponti e de' munisteri e delle case e de' morti che à fatto costà la piena,[263] e come voi a rispetto agli altri l'avete campata assai bene. Io l'avevo inteso prima, e così credo che abiate inteso di qua voi, che abiàno avuto il simile delle rovine e de' morti dalla piena del Tevere: e noi per essere in luogo alto l'abiam campata assai bene a rispetto agli altri. Prego Idio che ci guardi di peggio, com'io temo per e' nostri pecati.
Le cose mia di qua vanno non troppo bene: io dico circa la fabrica di Santo Pietro, perchè non basta ordinare le cose bene, ch'e' capomaestri o per ignioranza o per la malizia fanno sempre il contrario, e a me toca la passione dell'error mio. Dell'altre cose, tu 'l puoi considerare, sendo nell'età ch'i' sono. Altro non mi acade.
Michelagniolo Buonarroti.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 16 di dicembre 1557.
CCCVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivi per l'ultima tua, che bisogniandomi o serve o altro per mio governo, che io te n'avisi, che mi manderai tutto quello che mi bisognia. Io ti dico che per ora non mi acade altro, perchè ò dua buon garzoni che mi servono tanto che basta.
Altro non ò da scriverti. Da vechio sto assai bene e con buona speranza: fa' di vivere, e pregàmo Dio che c'aiuti. A dì sedici di dicembre 1557.[264]
(Di mano di Lionardo.)
1556, di Roma, ricevuta adì 22 di gennaio: de' dì 16 detto. (sic.)
Museo Britannico. Di Roma, (25 di giugno 1558).
CCCIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò avuto il trebbiano, e non senza vergognia e passione, perchè senza assaggiarlo n'ò presentato, credendo che fussi buono. Dipoi n'ò avuto il mal grado: quando bene e' fussi stato, no' lo avevi a mandare, perchè non son tempi da ciò. Attendi a vivere e non pensare a me; che quando m'acadessi cosa alcuna, te lo farei intendere. Io non t'ò risposto a più tuo' lettere, perchè lo scrivere m'è gran fastidio e noia, e perchè ò 'l capo a altro; e non importando, l'ò trascurato: e così farò per l'avenire.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 2 di luglio (1558).
CCCX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi della ricievuta del trebbiano e come senza assaggiarlo prima, ne presentai parechi fiaschi, credendo che fussi come l'altro, che m'ài più volte mandato; ond'io n'ò avuto vergognia e passione. Se tu lo togliesti costà buono, è forza che 'l mulattiere abbi fatto qualche ribalderia per la via. Però non mi mandar più niente, se io non te ne richiego, perchè ogni cosa mi fa noia. Bada a vivere e governarti el meglio che puoi, e non pensare di qua a' casi; e quando m'acadessi più una cosa che un'altra, io te lo farò intendere.
A dì 2 di luglio.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1558. Riceuta addì 7 di luglio.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (16 di luglio 1558).
CCCXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebi della settimana passata una tua, per la quale intendo come stai bene, e 'l putto ancora. Idio gli dia lunga e buona vita, e di tutto sia ringraziato.
Circa il trebbiano di che mi scrivi, non acade farne scusa, e un'altra volta i danari che tu spenderesti a mandarmene, àrò più caro che tu gli dia per l'amor di Dio, perchè credo che vi sia de' bisogni, e secondo che si dice qua, avete gran carestia; e anche qua par che cominci il medesimo. Altro non m'acade. Ingégniati di vivere e star sano, e racomandami alla Cassandra.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 2 di dicembre 1558.
CCCXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò inteso la morte della bambina: non me ne maraviglio, perchè non fu mai in casa nostra più che un per volta. Io ti scrissi già di comperare costà una casa che fussi onorevole e in buon luogo: son della medesima voglia, perchè comperai qua circa novecento scudi di Monte, del quale me n'uscirei volentieri, e con la casa che io ò qua, e comperar costà: però m'avisa, quando trovassi cosa al proposito per insino in dumila scudi.
Altro non m'acade. Son vechio e qua duro gran fatica mal conosciuta, e fo per l'amor di Dio, e in quello spero e non in altro.
A dì 2 di dicembre 1558.
Michelagniolo Buonarroti.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1558. Riceuta adì.... di dicembre: del 2 deto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 16 di dicembre 1558.
CCCXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Bartolomeo Amannato, capomaestro dell'Opera di Santa Maria del Fiore, mi scrive e domanda consiglio da parte del Duca d'una certa scala che s'à fare nella Librerria di San Lorenzo. Io n'ò fatto così grossamente un poco di bozza picola di terra, come mi par che la si possa fare, e ò pensato d'aconciarla qua in una scatola, e darla qua a chi lui mi scriverrà che gniene mandi: però pàrlagli e fàgniene intendere come più presto puoi.
Io ti scrissi per l'ultima d'una casa, perchè se di qua mi posso disobrigare innanzi la morte, vorrei saper d'avere costà un nido per me solo e mia brigate: e per questo fare, penso fare di qua danari di ciò che io ci ò: e se prima potessi con buona licenzia e di costà e di qua, prima lo farei; perchè, come ti scrissi, ci ò cattiva sorte.
A dì sedici di dicembre 1558.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1558, di Roma, addì 23 di dicembre: de' 16 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 15 di luglio 1559.
CCCXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò ricievuto le camicie con tutte l'altre cose che dice la lettera. Ringrazia la Cassandra da mia parte, come saperrai fare.
I' ò avuto dua lettere che molto caldamente mi priegano ch'i' torni a Firenze. Io credo che tu non sappia, che circa quattro mesi fa, per mezzo del cardinale di Carpi, che è de' deputati della fabrica di Santo Pietro, io ebbi licenzia dal Duca di Firenze di seguitare in Roma la fabbrica di Santo Pietro; in modo che ne ringraziai Dio e ébine grandissimo piacere. Ora quello che tu mi scrivi sì caldamente, come è detto, non so se s'è pel desiderio che tu ài ch'io torni, o se pur la cosa sta altrimenti; però ciarisci un poco meglio, perchè ogni cosa mi dà passione e noia.
Òtti per buon rispetto a fare intendere, come i Fiorentini voglion fare qua una gran fabrica, cioè la lor chiesa, e tutti d'acordo m'ànno fatto e fanno forza ch'io ci attenda. Ò risposto che son qua a stanza del Duca per le cose di Santo (Pietro), e che senza sua licenzia non son per aver niente da me.
A dì quindici di gugnio[265] 1559.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Lo scrivere m'è di grandissima noia alla mana, alla vista, e alla memoria. Così fa la vechiezza!
(Di mano di Lionardo.)
Riceuta adì 29 di luglio: de' dì 15 detto.
Museo Britannico. Di Roma, ( di dicembre 1559).
CCCXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò avute tutte le cose che dice la lettera: di che ti ringrazio: e ònne fatto parte agli amici. L'altra cosa, di che mi scrivi, s'aconcierà presto e bene: e manderòti ogni cosa chiara.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 16 di dicembre 1559.
CCCXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò ricevuti i dodici marzolini che tu mi mandi: son molto begli: faronne parte a qualche amico: e te ne ringrazio; e piacemi intendere che tutti state bene. Io qua son molto vechio e con molti difetti, come fa la vechiezza; però questa primavera àrò caro che tu venga insin qua per più rispetti, come ti scriverrò, e non prima. Altro non mi acade. A dì sedici di dicembre 1559.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1559, addì 22 di dicembre.
Museo Britannico. Di Roma, 7 di gennaio 1560.
CCCXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per le man di Simon del Bernia quindici marzolini e quattordici libre di salsiccia: l'ò avute care e similmente e' marzolini, perchè è carestia di simil cose; ma non vorrei già che entrassi più in spesa per simil cose, perchè qua la minor parte è la mia.
Io ti scrissi d'una casa per ridur costà ciò che io ò qua inanzi alla morte: non so che si seguirà, perchè ci son molto impacciato.
A l'Ammannato vorrei che gli dicessi, che sabato gli manderò il modello della scala della Libreria o per le man del parente o del procaccio, come più presto e meglio si potrà.
Poi che ebbi scritto, rimasi col parente, cioè col padre della sua donna,[266] che lui lo mandassi per un mulattiere ieri o oggi che è sabato, perchè pel procaccio si sarebbe guasto: e detto suo parente per insino adesso ch'è sera, non s'è lasciato ritrovare. Ò mandato a casa sua: non è in Roma. Come torna, gniene darò, come ò commessione.
Michelagniolo in Roma.
Fa' intender questo a l'Ammannato, e racomandami a lui.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 14 di gennaio 1560.
CCCXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Ier mattina si partì il mulattiere che porta costà a l'Ammannato quel modelletto che gli promessi, e detto mulattiere si domanda Marco da Luca. Quello Battiferro, a chi io avevo commessione di darlo che lo mandassi, non è stato mai in Roma, se non poi che io l'ò mandato: e quando detto Marco ti viene a truovare con la scatola legata dov'è il modello, fàlla pigliare a detto Amannato acciò s'egli volessi donar qualche cosa; che qua non à avuto altro che un iulio: e racomandami a lui. A dì 14 di gennaio 1559.[267]
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1559, addì 23 di gennaio: de' dì 14 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 10 di marzo 1560.
CCCXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò avuti i ceci rossi e bianchi e piselli e faguoli: ògli avuti molto cari, benchè istia in modo che mal posso far quaresima per esser vechio come sono. Io ti scrissi più mesi sono, che àrei caro che tu venissi insino qua; e così ti raffermo: cioè che passato mezzo maggio che viene, t'aspetterò: e se non ti senti da venire o non puoi, avisa.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma. Riceuta addì 16 di marzo, 1559.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (15) di marzo 1560.
CCCXX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non risposi sabato all'ultima tua, perchè non ebbi tempo: ora ti dico che ò avuto piacere grande della femina che ài avuta, perchè sendo noi soli, sarà pur buona a fare qualche buon parentado. Però abbiàtene cura, benchè io non m'abbi a trovare a quegli tempi. Io scrissi del venire tu a Roma: quando sarà tempo t'aviserò, come per altra volta t'ho scritto. Sappi che la maggior noia che io abbi a Roma, è d'avere a rispondere alle lettere.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma. Riceuta addì 21 di marzo, 1559.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 11 d'aprile 1560.
CCCXXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu mi scrivesti che questa primavera volevi andare a Loreto; e che passeresti di qua. A me pare che sare' meglio andare prima a Loreto e al tornare, passare di qua: e potrai star qui qualche dì. Però scrivimi il dì che partirai, e fa' d'aver buona compagnia, perchè non nuoce d'ogni tempo. Altro non mi acade. Parmi che tu vadi inanzi a' caldi.
A dì undici d'aprile mille cinquecento sessanta.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1560: addì 19 d'aprile: de' dì 11 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 18 di maggio (1560).
CCCXXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò per l'ultima tua, come se' tornato da Loreto. Io t'aspettavo a Roma, tornando; ma veggo non avesti la mia lettera inanzi che partissi di Firenze. Ora poi che è seguito così, e che oramai siàno distante, mi pare per più rispetti che sie meglio indugiare a settembre il tuo venire, e allora t'aspetterò. Non mi acade altro per ora. Io vo sopportando la vechiezza el meglio ch'i' posso con tutti i suo' mali e disagi che porta seco: e raccomando a chi mi può aiutare.
A dì.... di maggio.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, addì 22 di magio 1560: de' dì 18 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 1 di giugno 1560.
CCCXXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Poichè non se' venuto qua al tornar da Loreto, per non avere avuto la mia lettera, inanzi che partissi di Firenze, è meglio lasciar passar questa state e venire questo settembre. Altro non ò da scriverti per ora.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1560, di Roma. Riceuta a dì 5 di gugno: de' dì primo detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 27 di luglio (1560).
CCCXXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi una tua pochi dì sono con la morte di Lessandra tua figluola. N'ò avuto passione assai; ma mi sarei maravigliato se fussi campata, perchè in casa nostra none sta mai più che uno per volta. Bisognia aver pazienzia, e tanto più aver cura a chi ci resta. Altro non mi acade. Passati e' caldi, se potrai, verrai insin qua, come t'ò scritto altre volte; e quando ti parrà tempo, da'mene prima aviso.
A dì 27 di luglio.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1560, addì 31 di luglio: de' dì 27 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (27 d'ottobre 1560).
CCCXXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi più mesi sono, che àrei caro che tu venissi qua. Ora (ò) inteso per la tua, come ti parrebe indugiare insino a ottobre. Io ti dico che 4 mesi o più o meno non dànno noia: però sarà buono indugiare a questa primavera, che sarà miglior tempo da venire, e da tornare. Altro non mi acade. Quando sarà tempo, te lo farò intendere. Alli.... d'ottobre 1560.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
Di Roma, 1560. Riceuta addì 31 d'otobre.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 12 di gennaio 1561.
CCCXXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi più dì sono da te dodici marzolini: sono stati begli e buoni: di che ti ringrazio. Non te n'ò scritto prima, perchè non ò potuto, e perchè lo scrivere, sendo vechio come sono, lo scrivere[268] m'è di gran fastidio. Altro non mi acade. Del venire ora qua non è tempo, perchè sto in modo, che sarebbe uno acresermi[269] noia e affanno. Quando sarà tempo, te n'aviserò.
A dì dodici di gennaio 15sessantuno.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1560, di Roma, addì 17 di gennaio: de' dì 12 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 18 di febbraio 1561.
CCCXXVII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io t'aspetto qua in queste feste di Pasqua. Non m'è paruto tempo prima. Però se ti torna bene, non mancare.
A dì 8[270] di febbraio 15sessantuno.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1560, di Roma, addì 23 di febbraio: de' dì 18 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 22 di marzo 1561.
CCCXXVIII.
A Lionardo Buonarroti in Firenze.
Lionardo. — Io t'aspetto dopo le feste o quando t'è comodo, perchè non è cosa che importi. Fa' d'aver buona compagnia, e non menar teco gente che io abbia a tener qua in casa, perchè ci ò donne e poche masserizie; e in fra due o tre dì ti potrai ritornare a Firenze, perchè con poche parole ti farò intendere l'animo mio.
Al venti dua di marzo mille cinque cento sessantuno.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1561, di Roma, addì 27 di marzo: del 22 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (22 di giugno 1561).
CCCXXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò ricievuto oggi a dì venti dua di gugnio fiaschi quarantadua di trebbiano; di che ti ringrazio. È molto buono: faronne parte agli amici. El nome del mulattiere è Domenico da Feggine. E de' dua cappelli ti ringrazio. Àrei caro che m'avisassi come la fa la Francesca.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1561, di Roma, addì 26 di giugno: de' dì 22 detto.
Museo Britannico. Di Roma, 18 di luglio 1561.
CCCXXX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti scrissi la ricievuta del trebbiano e ultimamente com'io avevo caro d'intendere come sta la Francesca, e non ò avuta risposta nessuna. E ora perchè son vechio come sai, vorrei fare costà qualche bene per l'anima mia, ciò è limosine; che altro bene non ne posso fare, nè so. E per questo vorrei far pagare in Firenze una certa quantità di scudi, che tu gli andassi pagando overo dando per limosina dove è maggior bisognio. E' detti scudi saranno circa trecento. Ònne richiesto il Bandino, ciò è che me gli facci pagare costà; m'à risposto che infra quatro mesi gli porterà lui. Non voglio indugiar tanto: però se ài qualche amico fiorentino a chi io possa dargniene sicuramente che te gli dia costà, dàmene aviso, e tanto farò: e avisera'mi della ricevuta.
A dì diciotto di luglio mille cinque cento sessantuno.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 20 di settembre 1561.
CCCXXXI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io vorrei che tu cercassi fra le scritture di Lodovico nostro padre, se vi fussi la copia d'un contratto in forma Camera, fatto per conto di certe figure ch'i' promessi seguitare per papa Pio Secondo,[271] dopo de la morte sua; e perchè detta opera, per certe differenze restò sospessa circa cinquant'anni sono, e perchè io son vechio, vorrei aconciar detta cosa, a ciò che dopo me ingustamente non fussi dato noia a voi. Parmi ricordare che 'l notaio che fece in Vescovado detto contratto, si chiamassi Ser Donato Ciampelli. Èmi detto che tutte le sua scritture restassino a Ser Lorenzo Violi; però non trovando in casa detta copia, si potrebbe intendere dal figliolo di detto Ser Lorenzo e se l'à e che vi si trovassi detto contratto in forma Camera, non guardare in spesa nessuna averne una copia.
A dì venti di settembre 1561.
Io Michelangiolo Buonarroti.
(Di mano di Lionardo.)
1561, di Roma, addì 25 di settembre: del 20 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 30 di novembre (1561).
CCCXXXII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò avuto dua delle tua lettere e una d'Antonio Maria Picoluomini e un contratto. Io non ti posso dire altro, perche l'Arcivescovo di Siena,[272] sua grazia, s'è messo a volere aconciare questa cosa, e perchè è uomo da bene e valente, credo ch'àrà buon fine; e quello che seguirà, t'aviserò. Non altro.
Di Roma, a dì ultimo di novembre.
Io Michelagniolo Buonarroti.
(Di mano di Lionardo.)
1561, di Roma, riceuta addì 4 di dicembre: de' dì ultimo di novembre.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 12 di gennaio 1562.
CCCXXXIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ti mandai, già più anni sono, una scatola di scritture di grande importanza, perchè non andassino qua male, per certi pericoli che c'erano. Ora m'acade per mia utilità e onore mostrarle al Papa: però vorrei che ora più presto che puoi per uomo fidato me le rimandassi; e condannale in quel che tu vuoi senza rispetto; che tanto gli (farò) dar qua. Di Roma, a dì dodici di gennaio mille cinquecento sessanta dua.
Michelagniolo Buonarroti.
(Di mano di Lionardo.)
1561, riceuta a dì 15 di gennaio: de' dì 15[273] detto.
(D'altra mano.)
D. (Donato) Capponi fàtene di grazia servizio.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 31 di gennaio 1562.
CCCXXXIV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò avuto la scatola delle scritture. Òvi trovate più cose a proposito di quello ch'i' voglio poter mostrare, come ti scrissi. Vorrie fare copiare quelle che i' ò di bisognio, e poi rimetterle insieme e rimandartele. Altro non acade. Adì ultimo di gennaio in cinque cento sessanta dua; di Roma.
Io Michelagniolo Buonarroti.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 14 di febbraio 1562.
CCCXXXV.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io non ti rimando ancora le scritture che mi mandasti, perchè non ò potuto fare cosa nessuna di quello che io volevo, per rispetto del carnovale e del sentirsi male della vita. Ò avuto dolori colici molto crudeli: ora sto bene: e come ò aoperato dette scritture, me ne serberò la copia e rimanderoti ogni cosa, con quelle che io avevo prima. Riguàrdale, perchè è buono averle in casa.
A dì quattordici di febraio mille cinquecento sessanta dua.
Io Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 20 di febbraio 1562.
CCCXXXVI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò ricevuto un bariglione con tre sachetti di civaie, ceci rossi e bianchi e pisegli verdi; di che ti ringrazio. Altro no' mi acade. Sono stato un poco male di dolor colici: son passati, e sto assa' bene.
Adì venti febraio mille cinquecento sessanta dua.
Io Michelagniolo.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 27 di giugno 1562.
CCCXXXVII.
Carissimo Nipote. — Per questa vi aviso come ho recevuto il trebbiano, che furno fiaschi 43, il quale mi è stato, al solito, grato. Non vi maravigliate, se io non vi scrivo, perchè sono vechio come sapete, et non posso durar fatica a scriver. Io sono sano; il simile sperando de voi tutti. Pregate Iddio per me. Se la Cassandra fa figliolo, póreteli nome Buonarroto; se sarà figliola, póretili nome Francesca. Altro non scrivo. Il Signor Iddio da mal vi guardi et me insieme con voi. Di Roma, il dì 27 de giugno 1562.
(Sottoscritto) Michelagniolo Buonarroti.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 31 di gennaio 1563.
CCCXXXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — I' ò ricevuto il panno per Simon del Bernia mulattiere. Io ti ringrazio. Del venire a Roma, non mi serebbe c'aggugnier noie alle mie passione, per ora. Altro no' mi acade. A dì utimo di gennaio del sessanta 3.
Michelagniolo in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 25 di giugno 1563.
CCCXXXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
A dì 25 di gugnio 1563.
Lionardo. — Io ò ricevuto il trebbiano con altre tua lettere e della Francesca. Non ò risposto prima, perchè la mano non mi serve a scrivere; el simile dissi al signore Imbasciatore[274] del Duca. Della lettera di messer Giorgo, io ti ringrazio; e fa' mie scuse con messer Giorgo, perchè son vechio. A voi mi racomando.
Io Michelagniolo Buonarroti.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 21 d'agosto 1563.
CCCXL.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Veggo per la tua lettera che tu presti fede a certi invidiosi e tristi, che non possendo maneggiarmi nè rubarmi, ti scrivono molte bugìe. Sono una brigata di giottoni: e se' sì scioco, che tu presti lor fede de' casi mia, come s'io fussi un putto. Lèvategli dinanzi come scandalosi, invidiosi, e tristamente vissuti. Circa il patir del governo che tu mi scrivi e d'altro: quanto al governo, ti dico che io non potrei star meglio, nè più fedelmente esser in ogni cosa governato e trattato; circa l'esser rubato, di che credo voglia dire, ti dico che ò in casa gente che me ne posso dare pace e fidarmene. Però attendi a vivere, e non pensare a' casi mia, perchè io mi so guardare, bisogniando, e non sono un putto. Sta' sano. Di Roma, a dì 21 d'agosto 1563.
Michelagniolo.
(D'altra mano.)
A Jacopo Buonsigniori che ne faci servitio.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 28 di dicembre 1563.
CCCXLI.[275]
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Ebbi la tua ultima con dodici marzolini begli e buoni; te ne ringrazio: rallegrandomi del vostro buon essere, e 'l simile è di me. E avendo ricevuto pel passato più tua, e non avendo risposto, è mancato perchè la mano non mi serve; però da ora inanzi farò scrivere altri e io sottoscriverò. Altro non m'acade. Di Roma, a dì 28 di dicembre 1563.
Io Michelagniolo Buonarroti.
FINE DELLE LETTERE ALLA FAMIGLIA.
LETTERE A DIVERSI
DAL 1496 AL 1561.
Archivio di Stato in Firenze.[276] Di Roma, 2 di luglio 1496.
CCCXLII.[277]
(A Lorenzo di Pier Francesco de' Medici in Firenze).
Christus. Adì ij luglio 1496.
Magnifico Lorenzo etc. — Solo per avisarvi come sabato passato giugnemo a salvamento, e súbito andàmo a visitare il cardinale di San Giorgo,[278] e li presentai la vostra lettera. Parmi mi vedessi volentieri, e volle incontinente ch'io andasse a veder certe figure, dove i' ocupai tutto quel gorno, e però quello gorno non dètti l'altre vostre lettere. Dipoi domenica el Cardinale venne nella casa nuova, e fecemi domandare: andai a lui, e me domandò quello mi parea delle cose che aveva visto. Intorno a questo li dissi quello mi parea; e certo mi pare ci sia molte belle cose. Dipoi el Cardinale mi domandò se mi bastava l'animo di fare qualcosa di bello. Risposi ch'io non farei sì gran cose, ma che e' vedrebe quello che farei. Abiàmo comperato uno pezo di marmo d'una figura del naturale; e lunedì comincerò a lavorare. Dipoi lunedì passato presentai l'altre vostre lettere a Pagolo Rucellai,[279] el quale mi proferse que' danari, e 'l simile que' de' Cavalcanti. Dipoi dètti la lettera a Baldassarre,[280] e domanda'gli el bambino, e ch'io gli renderia e' sua danari. Lui mi rispose molto aspramente, e che ne fare' prima cento pezi, e che el bambino lui l'aveva comperato e era suo, e che aveva lettere come egli avea sodisfatto a chi gnene mandò, e non dubitava d'àvello a rendere: e molto si lamentò di voi, dicendo che avete sparlato di lui: éccisi messo qualcuno de' nostri fiorentini per acordarci, e non ànno fatto niente. Ora fo conto fare per via del Cardinale: che così sono consigliato da Baldassarre Balducci.[281] Di quello seguirà, voi intenderete. Non altro per questa. A voi mi raccomando. Dio di male vi guardi.
Michelagniolo in Roma.
(Di fuori.)
Sandro di Botticello in Firenze.[282]
Archivio Buonarroti. Di Firenze, 2 di maggio 1506.
CCCXLIII.[283]
A maestro Guliano da Sangallo fiorentino, architettore del Papa in Roma.
Guliano. — Io ò inteso per una vostra come 'l Papa àuto a male la mia partita, e come sua Santità è per dipositare e fare quanto fumo d'accordo; e che io torni e non dubiti di cosa nessuna.
Della partita mia, egli è vero che io udi' dire el Sabato Santo al Papa, parlando con uno goelliere a tavola e col maestro delle cerimonie, che non voleva spendere più un baioco nè in pietre picole nè in grosse: ond'io ne presi amirazione assai: pure inanzi che io mi partissi, gli domandai parte del bisognio mio per seguire l'opera. La sua Santità mi rispose, ch'io tornassi lunedì: et vi tornai lunedì e martedì e mercoledì e giovedì; come quella vide. All'ultimo, el venerdì mattina io fui mandato fuora, ciò è cacciato via; e quel tale che me ne mandò, disse che mi conoscieva, ma che aveva tal commissione. Ond'io avendo udito il detto sabato le dette parole, e veggiendo poi l'effetto, ne venni in gran disperazione. Ma questo solo non fu cagione interamente della mia partita; ma fu pure altra cosa, la quale non voglio scrivere; basta ch'ella mi fe' pensare s'i' stavo a Roma, che fussi fatta prima la sepultura mia, che quella del Papa. E questa fu cagione della mia partita súbita.
Ora voi mi scrivete da parte del Papa; e così al Papa legierete questa: e intenda la sua Santità com'io sono disposto, più che io fussi mai, a seguire l'opera; e se quella vole fare la sepultura a ogni modo, no' gli debbe dare noia dov'io me la facci, purchè in capo de' cinque anni che noi siàno d'acordo, la sia murata in Santo Pietro, dove a quella piacerà, e sia cosa bella, come io ò promesso: che son certo, se si fa, non à la par cosa tutto el mondo.
Ora se vuole la sua Santità seguitare, mèttami il detto diposito qua in Fiorenza, dov'io gli scriverrò, e io ò a ordine a Carrara molti marmi, e' quali farò venire qui e così farò venire cotesti che io ò costà: benchè mi fussi danno assai, non me ne curerei, per fare tale opera qua: e manderei di mano in mano le cose fatte in modo, che sua Santità ne piglierebe piacere, come se io stéssi a Roma o più, perchè vedrebbe le cose fatte, sanza averne altro fastidio. E de' detti danari e della detta opera m'obrigherrò come sua Santità vole e darogli quella sicurtà che domanderà qua in Fiorenza. Sia che si vole, ch'io l'assicurerò a ogni modo: e tutto Fiorenze basta. Ancora v'ò a dire questo: che la detta opera non è possibile la possa per questo prezzo fare a Roma: la qual cosa potrò fare qua per molte comodità che ci sono, le quali non sono costà; e ancora farò meglio e con più amore, perchè non àrò a pensare a tante cose. Per tanto, Guliano mio carissimo, vi prego mi facciate la risposta e presto. Non altro. Adì dua di maggio 1506.
Vostro Michelagniolo scultore in Fiorenze.
Archivio Buonarroti. Di Firenze, 13 di maggio (1508).