CAPITOLO IX.

La condizione legale de’ vinti, non essendo descritta precisamente in croniche o leggi, si dee raccapezzare da’ cenni che ne facciano le une o le altre, e sopratutto dai diplomi: dond’è alquanto oscura questa parte fondamentale del diritto pubblico siciliano ne’ tempi normanni.

E in primo luogo non fu ignota, sì come pensava il Gregorio,[538] la schiavitù. Il Malaterra e l’Amato ci narrano di prigioni che i Normanni mandavano a vendere in Terraferma;[539] anzi si ritrae che fosse questo de’ più belli e spediti guadagni de’ combattenti. Le Costituzioni inoltre del regno e le Assise dei re di Sicilia, mantengono espressamente la schiavitù.[540] Nè manca la cosa nè il nome nei diplomi, quando la platea arabo-greca degli uomini della chiesa di Catania, distesa nel 1094, dopo i villani, e pria de’ Giudei, dà i nomi di ventitrè Musulmani, ’abîd, che vuol dire in arabico schiavi, e propriamente schiavi negri.[541] Un diploma greco del secondo conte Ruggiero, dato il 1109, rinnovando le donazioni del padre in favor del monastero di san Barbaro di Demenna, gli assegna come schiavo (εὶς δουλίαν) un Leone figlio di Malacrino, co’ suoi discendenti.[542] Per un altro del febbraio 1134, del quale non abbiamo che la traduzione latina, lo stesso principe, già coronato re, concedendo largamente al monastero del Salvatore di Messina de’ poderi con pascoli, alberi e villani, tra agareni e cristiani, gli donava inoltre gran copia di animali e dieci servi.[543] Il testamento del prete Scholaro, vissuto alla fine dell’undecimo e principio dei duodecimo secolo, fa menzione di schiavi e schiave ch’egli aveva comperati con la loro progenie.[544] Si potrebbero anche addurre, se fossero scevri d’ogni sospetto, due diplomi del 1098 e 1102 relativi alla Calabria, pei quali il conquistatore della Sicilia, concedeva a san Brunone ed al suo monastero presso Stilo, centoventi linee di servi e villani, avanzo d’un drappello di Greci traditori, ai quali ei perdonò la vita in grazia del sant’uomo.[545] Alla esaltazione di Guglielmo il Buono, la regina reggente emancipava molti schiavi.[546] Un diploma arabico del duodecimo secolo prova anco che le usanze commerciali permettessero all’uomo di vendersi schiavo; poichè, stipolando parecchi marinai musulmani di trasportare da Cefalù a Messina della moneta d’oro d’un sire Guglielmo, e dando ogni altro la sicurtà sui proprii beni, un pellegrino Othman che nulla possedea, vendè sè stesso al banchiere, a patto di riscattarsi con la consegna della moneta.[547] Non vedendosi, contuttociò, frequenti gli schiavi nel XII secolo, viene alla mente di ognuno il supposto che i Musulmani presi nella guerra, scompartiti come l’altro bottino e venduti dai più, tenuti schiavi dai grandi possessori, fossero stati messi da tutti a lavorare il suolo.[548] Occorrono difatti, nei diplomi siciliani dell’XI e XII secolo, donazioni di villani senza terreno: sopra tutti è notevole un diploma del 1094 il quale rassomiglia alle odierne soscrizioni di beneficenza, poichè, fondato il novello Monastero di Patti, mentre il conte Ruggiero e i feudatarii maggiori lo dotavano di castella, terre e villani a centinaia, molti baroni o militi gli donavano chi uno chi due, chi parecchi villani sparsi in varie terre della Sicilia; e Guglielmo Malo Spatario aggiugnea perfino un giudeo.[549] Or cotesti uomini raccolti da tanti luoghi diversi per coltivare i poderi del vescovo, hanno sembianza di schiavi, anzichè servi della gleba. Similmente occorre un atto di vendita di quattro villani nelle campagne di Palermo per dugento tarì e un cavallo.[550] Il nome di villani sembra dato in cotesti casi per eufemismo cristiano e perchè realmente quegli infelici prestavano ne’ campi gli stessi servigi che i villani, ancorch’ei fossero di condizione diversa. Si legge espressamente nelle Costituzioni che dei villani altri fosse tenuto per cagion di persona, altri per cagion di roba; onde questi si potea svincolar dal signore lasciandogli quanto tenesse di lui, quegli non poteva in alcun modo.[551] Ognun vede che questa ultima, se la non era perfetta schiavitù al tempo delle Costituzioni, era stata una volta. E l’era divenuta servitù della gleba senza legge, senz’atto del padrone, senza merito di alcuno, per mera necessità delle cose.

Que’ che comunemente nell’Europa feudale si diceano servi della gleba, sono denominati villani nei diplomi latini della Sicilia[552] e di parecchi luoghi di Puglia e di Calabria dall’undecimo secolo in giù.[553] Al quale vocabolo nelle carte greche di Sicilia risponde ordinariamente ῶαροίκοι[554] e nelle arabiche Ahl-el-Gerâid, ovvero Rigiâl-el-Gerâid:[555] come noi diremmo gente, ovvero uomini de’ ruoli; e l’è vera traduzione arabica di adscriptitii e di ὲναῶόγραφοι. Talvolta è sostituita l’appellazione generica di uomini, (homines, ἄνθρωποι, rigiâl) che nel medio evo significava ogni maniera di vassalli.[556] Quando avvenìa che tra quelli non fosse alcun cristiano, si usava l’erronea appellazione etnica di agareni.[557] Nei diplomi greci occorre poi la voce latina villani trascritta senz’altro[558] e in uno di Calabria anco σιγιλλάτοι, cioè inscritti ne’ sigilli, ossia diplomi.[559] Negli arabici è adoperata con lo stesso significato una voce che han creduta harsc o kharsc, e che io leggerei più tosto harithîn, ossia agricoltori.[560]

Parmi poi che la medesima classe e non altra sia designata con la voce rustici, in due diplomi latini del 1086 e 1114: il che è sì evidente nel primo, che gli stessi uomini chiamati in principio rustici si dicono in sul fine villani.[561] Non altrimenti suonava quella voce nel rimanente dell’Europa feudale.[562] Nelle Costituzioni, la voce rustici denota genericamente i villani, gli angarii, gli ascrittizi, i servi della gleba ed altre classi vili, come allor si pensava:[563] nè questa voce significò mai una classe superiore a’ villani e inferiore ai borghesi, come suppone il Gregorio, seguendo fallaci induzioni.[564] Nè meglio ei s’appose quando considerò gli angarii come classe inferiore ai villani: che sarebbe stata cosa contraria alle consuetudini generali della feudalità:[565] nè v’ha alcun motivo di supporla anomalia del dritto pubblico siciliano.[566]

La diversità, profonda in diritto, forse lieve in fatto e citata per incidenza nelle Costituzioni, onde si distingueano i villani obbligati per ragion della persona da que’ tenuti per cagion della roba, non è determinata da apposite denominazioni, fuorchè nei diplomi arabici o greco-arabici di Sicilia: pochissimi diplomi, perchè l’ignoranza, la trascuraggine e i furori civili ne distrussero la più parte. I diplomi latini, scritti per comodo de’ vincitori, guerrieri o preti, notano il numero de’ villani, i confini dei poderi e nulla più: perch’erano compendii delle concessioni, cautele di concessionarii, non curanti delle minuzie amministrative e legali, quando l’istinto della feudalità li portava a sciogliere ogni dubbio con la violenza. All’incontro, i diplomi greci ed arabici su le concessioni di persone o poderi, tornano ad estratti dei registri pubblici. Non poteva essere altrimenti per gli arabici, e l’è molto verosimile pei greci; perocchè l’idioma greco si parlava o intendea dalla più parte della popolazione al tempo del conquisto musulmano; e poscia i Musulmani non aveano al certo distrutti i catasti nè gli altri atti della pubblica amministrazione bizantina, scritti in greco; nè questo linguaggio era caduto in disuso allo scorcio dell’undecimo secolo, quando moltissimi Siciliani doveano parlarlo, o intenderlo, e i preti o i notai doveano averlo studiato bene o male.[567] Gli atti dunque arabici o greci, corretti col riscontro continuo de’ vassalli interessati, conteneano la guarentigia de’ diritti delle persone e robe loro. Nè l’è da maravigliare che si trovi in quelli soltanto un’appellazione di classe ignota nelle fonti latine.

Cioè gli uomini del Maks, s’io ben leggo questa voce, in luogo di M..l..s, nei diplomi arabici del 1150, 1154, 1169 e 1183; l’ultimo de’ quali dà indizii che bastano a determinare la condizione. Richiamati alle terre dal demanio, come sempre si faceva, ancorchè con pochissimo frutto, gli uomini che se ne fossero allontanati per rifuggirsi nelle terre del monastero di Morreale, Guglielmo II, per quel diploma, rilasciò a’ frati gli uomini di Maks e que’ delle Mehallet, de’ quali tratteremo tantosto; ma ritenne rigorosamente i rigiâl-el-gerâid, ossia villani, quasi parte integrale della proprietà. Son diversi pertanto que’ del Maks, dagli uomini delle platee, ossia villani; perchè questi vengono eccettuati dalla concessione, e quelli vi sono compresi. Diversi anco per la denominazione loro attribuita in greco: ἐξώγραφοι, come noi diremmo “que’ fuori scritto;” il cui significato torna più evidente per l’opposizione al noto vocabolo ἐναῶόγραφοι “trascritti,” adscriptitii, cioè, i villani, i veri servi della gleba.[568] Maks ha in arabico lo stesso vago significato che appo noi taglia o balzello; vuol dir tassa illegale e vessatoria;[569] talchè “gente di Maks” tornerebbe litteralmente al taillables del linguaggio feudale francese; e parmi espressione appropriata a designare gli uomini passibili di balzelli, ancorchè non inscritti nelle fatali carte che li rendeano, essi e la progenie loro, materia di proprietà. Tornano dunque ai villani tenuti al signore per cagion di roba, come dicono le Costituzioni, ed alla classe superiore dei ceorls sassoni in Inghilterra. Il diploma del 1169 pone allo stesso grado degli uomini di Maks i Ghorebâ, che suona “stranieri;” e rispondono ai commendati, raccomandati, affidati, ospiti, che solea il feudatario ricettare, anzi adescare, nel proprio territorio per coltivarlo: uomini liberi, o supposti tali perchè era loro venuto fatto di sottrarsi alle persecuzioni del signore, i quali lavoravano per aver tetto e pane, o godeano i frutti delle terre pagando il signore con danari, derrate o giornate di lavoro in altri poderi.[570] Nè egli è inverosimile che molti musulmani, ed anco cristiani, fossero nella medesima condizione con origine diversa, per esempio gli artigiani delle piccole terre, non fatti schiavi, nè dichiarati borghesi.

Il vincolo indissolubile dei villani tenuti per ragion personale, dimostravasi co’ ruoli, o platee, come chiamaronle, nelle quali scriveansi i nomi degli uomini conceduti dal principe, per lo più con lor poderi e beni mobili:[571] chè sendo nuova la signoria e nuovo l’ordinamento sociale, nuovi furon anco tutti i titoli di possedimento feudale. Par che la descrizione generale dei villani sia stata compiuta insieme col conquisto, e rilasciata nel millenovantatrè a ciascun signore la platea de’ suoi: e che cotesti ruoli si correggessero in ogni nuova concessione, sostituendo ai morti le vedove che rappresentavano la famiglia e aggiugnendo i novelli ammogliati che ne costituivano delle altre.[572] I principi normanni rispettarono scrupolosamente questa maniera di possesso; poichè nelle nuove concessioni di villani appartenenti al demanio si ponea sempre la clausola che s’intendessero esclusi gli uomini iscritti nelle platee precedenti de’ feudatarii.[573] Illustra mirabilmente il diritto e il fatto, l’or citato diploma arabico di Guglielmo II a favor del monastero di Morreale. Come si scorge da questa e da cento altre carte del XII secolo, siciliane, calabresi e pugliesi, e come abbiam noi testè notato, i signori studiavansi a tenere i vassalli a dritto ed a torto, e quelli si rifuggivano quando il poteano, in altre terre.[574] È da supporre che i signori, abusando il potere, sovente ritenessero de’ villani non soggetti a vincolo personale; e che i soggetti pur tentassero di sciogliersi, quando la buona fortuna, massime la proprietà acquistata fuori il territorio del signore, lor dessero i mezzi di rivendicare in giudizio la libertà, o venire a componimento.[575]

Qualunque si fosse il vincolo, personale o reale, i rustici o villani di Sicilia ebbero persona legale[576] e libera proprietà fuor delle terre ch’e’ tenessero dal signore:[577] i quali due diritti li rendeano di gran lunga superiori a’ servi della gleba di molti altri paesi. Inoltre soddisfacean essi a pesi e servigi determinati; la quale certezza veniva dal recente conquisto normanno e da’ diligenti ordini amministrativi de’ musulmani: ed anco rendea la condizione di quell’infima classe d’uomini assai migliore che nei paesi occupati dai barbari del settentrione; dove la remota origine della servitù della gleba, confuse i limiti d’ogni dritto e dovere, e il feudatario li allargò a sua posta. E sta bene quanto scrisse il Gregorio su le contribuzioni e i servigi dovuti da’ villani;[578] se non che si ritrae da’ diplomi che talvolta e’ non fossero obbligati a servigio personale di sorta, bensì a tributi di danaro e derrate, in tempi e in quantità fisse.[579] Questa anzi mi sembra la condizione primitiva delle concessioni; e la si riscontra con l’autorevole testimonianza d’Ibn-Giobair, viaggiatore spagnuolo, il quale percorrendo la Sicilia settentrionale nell’inverno del millecentottantaquattro e ottantacinque, investigò con sollecitudine l’essere de’ suoi correligionarii. «Sendo ormai piena, scrive costui, la Sicilia di adoratori delle croci, i Musulmani dimorano insieme con essi nelle proprie possessioni e ville. I Cristiani dapprima li trattaron bene per fruire di lor opera e industria e posero sovr’essi un tributo che si paga in due stagioni dell’anno: nel qual modo si cacciaron di mezzo tra i Musulmani e la ricchezza, su la terra che lor venne tra i piè.... I cittadini musulmani, dice egli altrove, frequentissimi soggiornano in Palermo, in lor proprii quartieri, con lor moschee e mercati, e un cadi giudice di lor liti: ed avvene anco in altre città, oltre le campagne e i villaggi. Ma que’ di Palermo, la più parte, sdegnano i fratelli caduti nella dsimma degli Infedeli.» Cotesta voce ch’Ibn-Giobair replica in altro luogo accennando in generale ai Musulmani di Sicilia,[580] significa vassallaggio, quello propriamente de’ Cristiani e Giudei sottoposti alla gezia ne’ paesi musulmani.[581] Ed appunto gezia si chiama il tributo di danaro dovuto da un villano musulmano nel diploma arabico del 1177 che ho citato poc’anzi e canone il tributo di grani.[582] Che se potesse argomentarsi la ragione generale di cotesti tributi dai soli due documenti nei quali n’è espressa la quantità, la si direbbe diversa secondo i luoghi; poichè dal diploma del 1095 torna a venti tarì, o robái, e da quello del 1177 a dieci.[583] Nè parlo io del tributo di frumento e d’orzo, il quale dovea necessariamente variare secondo la qualità ed estensione dei poderi. Il lavoro obbligatorio non è prescritto o almeno non è particolareggiato nelle carte più antiche, in alcuna delle quali i villani o uomini sono donati “per servire” o donati insieme con lor poderi, nè altro si aggiugne.[584] Parmi verosimile che i novelli signori, portando seco in Sicilia le usanze della feudalità continentale, abbiano talvolta, per necessità o condiscendenza, commutato in giorni di lavoro tutto il tributo di danaro e grano o parte di esso, e talvolta aggiunto per abuso l’obbligo del lavoro, l’angaria come la si chiamava, e i munuscoli di vivande.[585]

Occorre nel solo diploma dianzi citato del 1183[586] l’appellazione di Ahl-el-Mehallêt, ossia «gente dei villaggi;” i quali entrano nella donazione a favor del monastero di Morreale, insieme con gli uomini di Maks; e da ciò si scorge ch’essi non fossero tenuti da vincolo personale. Il significato del nome risponde, non meno che la libera condizione, a’ Βουργισίοι e burgenses dei diplomi greci e latini; poichè mehalla, singolare di mehallêt, suona borgo o villaggio. Nè rechi maraviglia quella donazione di uomini liberi, nè quella iscrizione dei nomi loro in un ruolo; quando noi veggiamo accordato al vescovo di Cefalù il dominio di alcuni borghesi;[587] dichiarato per sentenza che alcuni borghesi appartenessero ad un feudatario di Calabria;[588] e pagato dai borghesi di Sinagra in Sicilia tributo annuale e compensi di lavoro obbligato.[589] Poichè i feudatari cavavano entrate dirette da questa classe di vassalli, ben s’intende ch’e’ ne volessero i ruoli. Si leggano nell’opera del Gregorio le condizioni de’ borghesi,[590] con l’avvertenza che tal nome si dava tanto agli abitatori delle città quanto a que’ delle piccole terre, i quali il Gregorio chiama rustici erroneamente.[591]

Più grave menda del pubblicista siciliano fu il supporre legittime esazioni gli aggravi che i feudatarii faceano sopportare ai borghesi dal mezzo del duodecimo secolo in giù, e il farsi beffe del Falcando che ricordava fedelmente i diritti vantati da quelli, quando alcuni francesi, venuti a corte di Guglielmo II verso il 1169, si provarono ad usurpazioni. Narrato come il francese Giovanni di Lavardino pretendesse, all’uso del suo paese, la metà d’ogni entrata dai terrazzani di Caccamo, «costoro, prosegue lo storico, allegando la libertà de’ cittadini e borghesi di Sicilia, sosteneano non dovere tributi nè balzelli di sorta, ma occasionalmente, quando il signore si travagliasse in gran bisogno, l’offerta volontaria di quella somma che loro paresse: perocchè in Sicilia, dicean essi, nessuno soggiace a tributi e prestazioni annuali, fuorchè i Saraceni e i Greci, sendo i soli ai quali si adatti il nome di villani.» Poco appresso, come que’ richiami furono spregiati dal gran cancelliere, così dice il Falcando, che i costui nemici suscitarono l’odio pubblico, opponendogli il disegno di assoggettare tutti i popoli di Sicilia a tributi e balzelli, all’uso della Francia che non ha liberi cittadini.»[592] Io non so in vero come il Gregorio non siasi accorto delle successive usurpazioni de’ feudatarii laici ed ecclesiastici a danno dei borghesi, nè com’egli venga dimenticando gli antichi esempii di franchige[593] per fare assegnamento su i moderni di soprusi.[594]

L’attestato positivo del Falcando, a fronte di qualche fatto contrario cavato dai diplomi, porterebbe anco alla conghiettura che la condizione dei borghesi non fosse stata la medesima in tutti i luoghi: la quale diversità si dovrebbe supporre d’altronde, perchè in varii modi furono occupate le terre, e varie schiatte v’ebbero stanza. E tra questo e le usurpazioni de’ feudatari le quali necessariamente succedeano in ragion diretta dalla forza loro e inversa dallo spirito e numero dei borghesi, ognun comprende la disuguaglianza delle condizioni che per avventura si fosse accumulata nella seconda metà del duodecimo secolo. Al certo i borghesi lombardi mantennero loro immunità meglio che i greci e i musulmani; que’ della città meglio che que’ delle terre; e meglio che tutti, i Musulmani di Palermo, infino alla morte del re Guglielmo il Buono.

Su le condizioni degli abitatori delle città può seguirsi la esposizione del Gregorio, il quale accenna alle proprietà allodiali loro, alla diversa legge sotto la quale vissero secondo loro origine, e largamente descrive i pesi loro imposti, le gabelle, cioè, che poi si chiamarono antiche, su la consumazione di alcune derrate, su la produzione di altre, su i pedaggi e su l’uso di alcuni diritti dominicali; la tassa detta di marineria e i servigi personali, come la milizia in terra e in mare, gli alberghi militari, l’opera nelle pubbliche costruzioni: a che si aggiugneano le multe di giustizia e le collette ne’ quattro casi feudali, se pur erano fissate ne’ primi tempi del conquisto.[595] Bel quadro, lavorato a mosaico di frammenti siciliani e talvolta stranieri, ben aggiustati alle linee del disegno; ma v’ha sbaglio, com’io notava poc’anzi,[596] nell’atto di giustizia alla carlona che il Gregorio attribuisce ai conquistatori; cioè che abbiano sottoposti alla gezia tutti i Musulmani,[597] e liberati da quella tutti i Cristiani. Del primo assunto ei dà due sole prove: che i Normanni riscoteano la gezia sopra i Giudei, e che l’imperator Federigo il milledugentrentanove la fe’ pagare a due musulmani di Lucera. Ma appunto perchè abbiam ricordi della gezia su i Giudei[598] e non su i Musulmani, dovea il Gregorio dubitare del proprio concetto. Non andava poi misurata la condizione dei Musulmani di Sicilia del duodecimo secolo, numerosi, liberi, ricchi e potenti, su quella d’un pugno di ribelli vinti, deportati a Lucera nel secolo tredicesimo. E quanto alla gezia de’ Cristiani, il Gregorio non si accorge che la fosse durata sotto il nome di dono o qualsivoglia altro, a carico de’ villani, ch’erano in gran parte Greci, ossia discendenti delle popolazioni greche e italiche ond’era popolata la Sicilia nel nono secolo;[599] e che camparono da quella gravezza, se pur tutti camparono, i borghesi. Il vero è che la gezia col suo odioso nome rimase addosso a’ soli Giudei, aborriti dai Cristiani, per lo meno, quant’erano da’ Musulmani. Ebbero i villani l’aggravio senza l’ingiuria. I borghesi di molte terre o di tutte, e di certo que’ di Palermo e delle città grosse, pagarono sotto forma per lo più di gabelle. E veramente il contemporaneo musulmano che prestò le parole ad Ibn-el-Athîr, compendia gli effetti del conquisto in questa sentenza: che Ruggiero fece stanziare in Sicilia i Rûm e i Franchi insieme co’ Musulmani e che a nissuno lasciò bagno, nè canova, nè molino, nè forno.[600] E pur la maraviglia e la querimonia si rimangono a quelle complicate esazioni della feudalità, sì strane agli occhi dei Musulmani civili; nè l’autore tocca quell’enormità maggiore di tutte che sarebbe stata la gezia posta su i Credenti! Non voglio allegar qui uno scrittore della corte del re Ruggiero, il geografo Edrisi, il quale, come suol dirsi, prova troppo, scrivendo che il Conte, insignoritosi di tutta l’isola e fermatovi il seggio dell’impero suo, bandì giustizia ai popoli, concesse a ciascuno lo esercizio della propria credenza e legge, e diede piena sicurtà alle persone, robe, famiglie e discendenti.[601] Ma se Edrisi, non risguardando come uomini nè fratelli in Islam i servi della gleba, volle dir de’ soli cittadini coi quali egli usava nella capitale (1154), stan bene le sue parole, e le sono confermate poco appresso (1184) da Ibn-Giobair.[602] Non parmi inopportuno di aggiugnere alle ricordate conclusioni del Gregorio, che le carte ritrovate dopo lui, risguardanti passaggi di proprietà, provin tutte esserne stato esercitato liberissimamente il diritto da’ Musulmani di Palermo, uomini e donne, sotto l’impero della legge musulmana e la giurisdizione del cadì.[603] Al ragguaglio de’ Musulmani compariscono i borghesi delle antiche schiatte cristiane, liberi possessori di proprietà allodiali.[604]

La cittadinanza greca di Sicilia alla fine dell’undecimo secolo può personificarsi nel prete Scholaro del quale ci avanza il testamento: uomo, tra tutti i Siciliani, graditissimo al conquistatore per importanti servigi nell’azienda pubblica e nella famiglia. Di casato Graffeo, nacque costui o dimorò in Messina, dove possedette, insieme co’ suoi fratelli, de’ beni urbani e n’ebbe anco dei dotali; fu cappellano del palazzo del Conte a Reggio ed accrebbe a dismisura il patrimonio, comperando stabili, animali, villani e schiavi nei territorii di Messina, Palermo, Castrogiovanni, Traina, Maniace, Castello e di là dello Stretto a Reggio, Massa, Seminara, Nicotera, Briatico, Gerace, Cosenza e Rossano: in fine il conte Ruggiero volendo “rimeritarlo con piccol dono delle sue immense ed onestissime fatiche” per diploma del 1099 concedeva a lui “ed ai suoi successori sino alla fine del mondo” i territorii di Fragalà e di Ferla. Divisi i beni paterni co’ fratelli, e scompartita poscia tra i proprii figliuoli gran parte del suo avere, egli usò il rimanente a fondare non lungi da Messina un monastero; largamente dotollo di edifizii, poderi, arredi sacri comperati in Grecia, bellissime dipinture rifulgenti d’oro e trecento codici greci; e vi si fè monaco, prendendo il nome di Saba. Il suo testamento dato dal millecenquattordici, dal quale ricaviamo cotesti particolari, mostra ch’ei non fosse allora pervenuto ad estrema vecchiezza, poichè vivea tuttavia il padre suo. Un fratello avea fondato un altro cenobio e vi s’era chiuso. Sperava Saba che alcuno de’ suoi figliuoli seguisse l’esempio; poichè per fondazione lasciò a loro ed a qual dei congiunti e successori il volesse, il grado di abate, ch’egli, senza tanta umiltà cristiana, ritenne in sua vita.[605]

Non pochi oltramontani venuti coi guerrieri di casa d’Hauteville vissero a quel tempo ne’ chiostri di Calabria, donde salirono ad alte dignità ecclesiastiche e civili; e pur nessun uomo di quelle schiatte, nè delle italiche, affaticatosi nella guerra e nei governi, finì la sua vita negli ozii del chiostro. Perchè dunque entrava quest’ubbia nella famiglia Graffeo, partigiana del conte, data agli affari mondani ed a’ grossi guadagni dei faccendieri che seguirono l’esercito conquistatore? Era, s’io mal non m’appongo, quella fiaccona che il cristianesimo portò nella gente greca in tutte le regioni e per tutto il corso del medio evo; la perfezione monastica sostituita alla virtù cittadina, e in ogni cosa preferito il martirio al combattimento. Il ricchissimo Graffeo, si sentia da meno d’ogni piccolo feudatario francese o lombardo; si vedea messo da canto dopo la morte del suo signore; nè trovava altra via aperta alla fama ed all’autorità, che di farsi, co’ suoi propri danari, dignitario della Chiesa. Lo stesso genio di lui comparisce nell’universale de’ borghesi greci di Sicilia: alieni dalla milizia ancorchè, di certo, non tremassero loro le braccia quando pigliavano le armi; solerti e astuti ne’ privati guadagni, e tiepidi nelle cose pubbliche.

La ripugnanza dalla vita militare, in quell’età e in quel principato surto di fresco dalla guerra, fu cagione che i Greci di Sicilia rimanessero inferiori agli Oltramontani, agli Italiani di Terraferma e agli stessi Musulmani in una parte dell’ordine sociale, essenzialissima nel medio evo. Nessun di loro si vede investito di feudi; nessuno primeggia nella nobiltà del paese, ancorchè molti esercitassero uficii pubblici fin da’ primi tempi del conquisto normanno. Così nelle carte del tempo leggiam nomi di Greci strateghi o vicecomiti ch’erano uficiali dello Stato, di arconti e geronti, denominazioni d’ufici municipali di che discorreremo nel capitol che segue, dove direm anco del vocabolo arconte, attribuito, come titol d’onore, ai grandi uficiali della corte normanna. Se esso mai dinotò in Sicilia, oltre il magistrato, una particolare classe sociale, parmi sia stata quella dei possessori nel territorio, ossia la nobiltà municipale, sedente per antichissima usanza nel consiglio; onde la stessa parola indicava il ceto e l’uficio. Gran divario correa dunque tra questi gentiluomini terrazzani e i cavalieri dell’Italia o della Francia.

Ma tra i Musulmani, oltre gli sceikh, notabili municipali, gli hâkim e i cadi, giudici e gli ’âmil uficiali del governo, si vede fin dal principio della dominazione normanna e scomparisce a mezzo il decimoterzo secolo, insieme con la schiatta araba e berbera, il titolo di kâid; il quale, mi par che risponda talvolta a grado di nobiltà. Kâid significa propriamente “condottiero;” e come per ragione d’etimologia, così anco per forza dell’uso, porta ordinariamente autorità minore dell’emir ch’è “comandante.” Abbiamo notato altrove le parole di due croniche, secondo la prima delle quali il califfo fatemita Kâim, a reprimere una ribellione (975) mandava in Sicilia “un esercito e parecchi kâid;” e secondo l’altra il segretario di Stato d’un emir kelbita rovinò (1019) il suo signore aggravando il paese e maltrattando i kâid e gli sceikhi.[606] Esempio alquanto diverso abbiamo allo scorcio del decimo secolo, quand’era chiamato kâid quel Giawher, liberto siciliano che conquistò a’ Fatemiti tanta parte dell’Affrica occidentale e dell’Egitto.[607] Nel decimoterzo e decimoquarto ebbero il medesimo titolo, i condottieri di mercenarii cristiani in Tunis.[608] Nelle traduzioni spagnuole di atti arabici del decimoquarto secolo occorre un alcade della dogana nell’Affrica settentrionale.[609] Ognun poi sa come lo stesso vocabolo in Ispagna significò castellano e, in ultimo, capo dell’autorità municipale.

Accostandoci vie più al caso nostro, è da ricordare come i regoli surti in Sicilia dopo la dinastia kelbita, non altrimenti negli annali arabici s’intitolassero che kâid;[610] ed anco Amato e il Malaterra chiamano cayt e arcadius, i varii capitani e castellani dell’isola e infine i due condottieri palermitani che trattarono la resa della capitale.[611] Di lì a venti anni compariscono dei kâid a capo lista dei vassalli del vescovo di Catania in Aci ed in Catania stessa:[612] e gli è da presumere che le medesime persone o i padri, avessero portato quel titolo fin dal principio della guerra; leggendosi che il Conte concedette al vescovo la città e i cittadini musulmani come stavano prima del conquisto, con diritto di richiamare le persone o i discendenti di coloro che, presa allor la fuga, aveano riparato in altri luoghi dell’isola.[613] Leggiamo in data del 1123 il nome di un kâid che il feudatario di Pitirrana avea mandato in Palermo per sue faccende;[614] in data del 1132, di tre kâid i quali, con molti altri Musulmani e Cristiani, assistettero alla descrizione dei confini de’ poderi donati dal re Ruggiero al vescovo di Cefalù.[615] Ma dati da questo Ruggiero nuovi ordini al governo del reame, e cresciuta sotto i due Guglielmi la riputazione de’ cortigiani musulmani, spesseggiano nelle croniche latine e ne’ diplomi arabi, greci e latini, i kâid, καΐτοι e gaiti o cayti, or citati o soscritti come testimonii in atti pubblici, or esercenti pubblici ufici ed or celebri nei raggiri della corte. In cotesti scritti la voce kâid, talvolta evidentemente vuol dire condottieri di pretoriani;[616] più spesso torna a mero titolo di onorificenza dato ad oficiali della corte;[617] ma in molti altri casi a noi sembra denominazione d’un ordine sociale. Che i titoli militari degenerino facilmente in nobiliari, ognun lo sa dalla voce dux e da tante altre che occorrono in tutti i paesi e in tutti i tempi. Similmente sembra grado di nobiltà, la qualità di kâid, data dal Falcando ad Abu-l-Kasim-ibn-Hammûd e al suo rivale Sedictus (Siddik?) ai tempi di Guglielmo il Buono[618] perocchè quello stesso Ibn-Hammûd, ricchissimo uomo della schiatta di Alì, è chiamato kâid dal contemporaneo Ibn-Giobair, e detto “il primo za’îm e signore dell’isola, un di que’ nobili ne’ quali la signoria scende ereditaria in linea di primogenitura.”[619] Potremmo noverar nella medesima classe tutti i gaiti che compariscono senza livrea di corte nella seconda metà del duodecimo secolo; i quali se pur vogliano supporsi condottieri di milizie, nol furono di pretoriani, vedendosi sparsi per tutta l’isola[620] e tornerebbero quindi a capitani ereditarii, ossia a nobili; quando gli ordini delle tribù arabiche e gli usi del giund concordavano in questo coi costumi feudali dell’Europa, che il capo della famiglia vera o fittizia, conducesse in guerra le proprie genti. Nè altri esser poteano che kâid nobili, i cinque regoli saraceni surti in arme ne’ monti del val di Mazara, dopo la morte di Guglielmo il Buono.[621] Certo egli è che avendo Roberto Guiscardo, e poi il conte Ruggiero, adoperate grosse schiere di musulmani siciliani, coteste milizie doveano obbedire a capitani di lor gente; e che i capitani, se pur non erano nobili di nascita, lo diveniano di fatto, secondo le idee del medio evo e un po’ di tutti i tempi. Io penso che i kâid in Sicilia ragunassero le milizie musulmane a un di presso come i baroni le feudali e costituissero nella prima metà del duodecimo secolo una vera nobiltà. Rimase questa in piè sino alla morte di Guglielmo II, ancorchè il numero delle milizie musulmane negli eserciti regii scemasse di molto e si amassero meglio i Musulmani stanziali de’ quali si è fatta parola, capitanati da kâid cristiani o convertiti in apparenza.[622] Ma or col pretesto di capitanare una compagnia pretoriana ed or senza alcuno, i paggi della corte, eunuchi la più parte addetti al servigio delle persone reali o ad ufici pubblici, presero a poco a poco quel titolo di nobiltà.[623] Il quale nello scompiglio politico ed amministrativo che precedette al regno di Federigo, divenne, com’e’ parmi, titolo d’un uficio d’azienda, quella forse di beni demaniali, nella città e territorio di Palermo, tenuta prima da un de’ paggi di corte. Uficio d’azienda fu certo nella prima metà del secolo decimoterzo.[624] Ma proprio ne’ primi anni (1206) papa Innocenzo III avea scritto “al cadi con tutti i gaiti di Entella, Platani, Giato, Celso ed a tutti gli altri gaiti e Saraceni di Sicilia” augurando loro “di comprendere ed amare la verità ch’è Dio stesso;” lodandoli della fede serbata a Federigo re loro ed esortandoli a perseverare in quella.[625] Erano dunque i gaiti di quel tempo capi politici e militari nel bel centro del Val di Mazara.

Se bastin le cose qui dette a dimostrare che dopo il conquisto normanno non mancò un ordine di nobili tra i Musulmani di Sicilia, si ammirerà la felice intuizione che condusse il Gregorio a concluder lo stesso, ancorchè le due prove ch’ei ne allegava non reggessero punto nè poco. Perocch’egli, seguendo alcune incerte parole del Malaterra, suppose feudatario del conte Ruggiero lo sciagurato Ibn-Thimna che fu alleato di lui e di Roberto Guiscardo; e accettando un anacronismo di Leone Affricano, suppose lasciato dal Conte il dominio d’un castello, al musulmano da lui chiamato Esseriph, rinomato scrittore di geografia; il quale non è altri che Edrisi, e visse nelle generazioni seguenti, poichè egli presentava il suo libro al re Ruggiero, ottant’anni appresso l’entrata del Conte in Palermo![626]

Dei fatti rassegnati in questo e nel capitolo precedente si ritrova la causa nelle vicende del conquisto. Il quale, messe da canto le operazioni spicciolate e la caduta delle ultime fortezze, va diviso in quattro periodi: cacciata dei Musulmani dalla punta settentrionale del Valdemone (1061); occupazione della zona settentrionale del Val di Mazara (1072); guerra di Benavert (1073-86) e sottomissione del Val di Noto (1086-9). Or nei primi due periodi e nell’ultimo fu sì rapido il trionfo, che il grosso della popolazione rimase là dov’era: nel Valdemone i Greci e altri antichi abitatori, e nelle altre province nominate, gli antichi abitatori cristiani o rinnegati e i Musulmani di sangue arabico o berbero. È da notar pure questo divario che nel primo periodo i vincitori lasciarono appena qualche debole presidio; ma nel secondo e nel quarto, sendo assai più numerosi e dividendo gli acquisti tra loro, stanziarono nel paese: e però il Valdemone estremo ebbe meno stranieri che il rimanente dell’isola. Ma combattuto a lungo il terzo periodo; nel quale variò la fortuna più che nol confessi il Malaterra, e furono costretti i Normanni, a cercare nuovi ausiliari, ch’egli dissimula invano. In questo tempo parmi seguissero le maggiori perdite de’ vincitori, il condottiero de’ quali, alla fine dell’impresa, confessava essergli stato ucciso tanto numero di cavalieri che Dio solo e i Santi il sapeano.[627] In questo tempo veggiamo afforzata, come base di operazioni a sinistra della frontiera normanna, Paternò, il cui nome occorre nell’Italia di sopra, e la città, dopo la morte del conte Ruggiero, divenne feudo di Arrigo de’ marchesi Aleramidi.[628] Gli indizii su l’origine di Caltagirone, le prove su le popolazioni di Piazza, Nicosia ed altre città delle catene di monti che girano intorno all’Etna da tramontana a ponente, ci portano a credere cacciata o sterminata nel terzo periodo del conquisto gran parte dell’antica gente cristiana o musulmana di quella regione, e sottentrate a quella colonie di Terraferma, le quali poi crebbero per emigrazioni spicciolate, incominciando dagli ultimi anni del conte Ruggiero e continuando per tutta la reggenza di Adelaide e forse nei primi anni di governo del figliuolo che poi fu re. Il quale supposto si conferma riscontrando i nomi delle città principali della diocesi di Catania secondo il diploma del Conte, dato il 1091, con que’ che si leggono ne’ paragrafi di Edrisi (1154) risguardanti la stessa regione; poichè mancano tra i primi Piazza, San Filippo d’Argirò, Aidone, colonie lombarde; le quali città al certo non sarebbero state messe da canto, se verso la fine della guerra le fossero state così grosse e importanti come le si veggono nel XII secolo.[629] E l’è appunto il caso di Caltagirone che notammo dianzi.[630]

Gli annali del conquisto ci conducono anco a supposti non privi di fondamento su l’origine delle condizioni personali. Abbiam noi narrato come le città principali s’arrendessero a patti, Catania, Palermo, Mazara, Trapani, Taormina, Siracusa, Castrogiovanni, Butera, Noto, Malta; fuorchè Messina dove i Musulmani furono sterminati applaudendo tutta la città; Traina pria confederata, poi soggiogata; Girgenti espugnata quando giovava ai vincitori la magnanimità. Che se veggiamo Catania data in feudo al vescovo e gli abitatori musulmani scritti nel ruolo de’ villani, incominciando da due kâid, è da ricordare che la fu ripresa per battaglia dopo che avea chiamato Benavert. Del rimanente non è verosimile che tutte le altre città musulmane ottenuti avessero i medesimi patti ch’ebbe Palermo potendo tuttavia difendersi: forse furono patti comuni, la libertà religiosa e il possesso de’ beni privati; variarono bensì le condizioni de’ tributi e alcuni ordini pubblici. Il vincitore non era uomo da innovare senza perchè: ond’è da supporre in generale ch’ei mantenesse le consuetudini e, tra le altre, la nobiltà tra i Musulmani, come, tra i Greci, la uguaglianza sotto il potere assoluto.

Al contrario delle città, le terre aperte e i villaggi cadeano senza difesa in man del vincitore, quand’egli movea contro la capitale della provincia o poco appresso la riduzione di quella; nè era luogo a patti che per qualche importante castello. L’esempio di Bugamo ci mostra che in tali casi i condottieri normanni trattassero i prigioni come schiavi:[631] e quella necessaria conseguenza ch’era l’appropriazione de’ beni, si scorge da cento diplomi; tra i quali notevolissimo è un giudizio del millecentoventitrè, attestando il passaggio di proprietà di un mulino che due musulmani aveano comperato pria del conquisto e che indi appartenne al feudatario, signor loro.[632] I prigioni poi non venduti, rimaneano servi della gleba; non esclusi al certo i Cristiani che vivessero da coloni o da schiavi, poichè li veggiamo scritti al par che i Musulmani nelle platee de’ villani. Cotesta popolazione rurale presa insieme col suolo, evidentemente è la classe di villani tenuta al signore per cagion di persona. I tenuti per cagion della roba sembrano abitatori de’ luoghi che s’arrendeano a patti, o uomini avventizii ricettati poscia nelle terre del signore. Il diritto di proprietà di che godeano i villani su i beni acquistati con la propria industria, soddisfatto che avessero a’ servigi debiti al signore, parmi consuetudine risultante dalle leggi musulmane sopra gli schiavi. In fine il grado di kâid serbato ad alcuni nobili, procedè manifestamente da patti stipulati nella resa delle castella, o da necessità più forte che i patti; cioè che volendo menare in guerra le genti, era forza anco di mantenere i capi ai quali solean esse ubbidire. E forse l’era ordine da non potersi smettere nè anco in pace, se volessi far vivere in sicurtà i popoli vicini, cristiani o musulmani, e guarentire efficacemente le persone e la roba.