CAPITOLO VIII.

Convien ora esporre le condizioni politiche e sociali che i Musulmani sortirono nel conquisto e con essi i precedenti e novelli abitatori dell’isola; alla quale investigazione spianò la strada il maestro del Diritto pubblico siciliano, il sagace e dotto Rosario Gregorio, nella «Introduzione» e nei primi libri delle “Considerazioni.” Dal suo tempo in qua le fonti di quel tratto di storia non sono cresciute gran fatto. Mancano tuttavia le antiche leggi, da qualche incerto brano all’infuori. Tace tuttavia la cronica della corte e del campo, da Malaterra all’abate di Telese; cioè tra la morte del conquistatore e la gioventù del secondo Ruggiero: pressochè un quarto di secolo, che racchiude la reggenza della contessa Adelaide e forse l’assetto delle nuove colonie. Pur si raccatta qualche cenno nei ricordi d’altre età o d’altri paesi; e un po’ di luce si prende dai diplomi pubblicati o inediti. In grazia poi degli strumenti di critica storica, perfezionati nel corso di questo secolo, si cava miglior costrutto da’ materiali: talchè per tutti i versi dobbiamo a’ nostri tempi di potere più dirittamente giudicare e più liberamente scrivere, che non osasse il cauto prelato siciliano sotto i Borboni di Napoli, aizzati dalla rivoluzione francese. Or non sembri prosunzione se noi ci proviamo a correggere qualche parte del disegno che il Gregorio delineò, son or sessant’anni.

Il quale avendo lavorato principalmente su’ diplomi, e sendo noi costretti a far lo stesso, premettiamo alcune avvertenze intorno la diplomatica siciliana dell’undecimo e duodecimo secolo. In primo luogo è da eliminare un documento accolto alcuni anni addietro nell’Archivio di Napoli e presentato il 1845 al congresso degli Scienziati d’Italia: niente meno che un editto del vecchio conte Ruggiero, dato il quattrocensettantaquattro dell’egira (1081), promulgato in pien divano a Messina, per notificare ai presenti ed ai posteri la istituzione dei sette grandi uficii della Corona siciliana e il ceremoniale di corte. Il tempo, il luogo e il titolo dell’adunanza, la natura stessa e i termini dello statuto, ripugnan tanto ai fatti fondamentali della storia siciliana, da potersi rigettare quella scrittura senza pure guardarla. Per lo contrario, ad occhi pratici basterebbe guardarla senza badare al contenuto; scorgendosi una rozza mano moderna che si prova per la prima volta a imitare la scrittura arabica, o piuttosto una confusione di caratteri cufici, neskhi e affricani, or da carteggio plebeo, or da stile numismatico o monumentale; e un terzo forse de’ vocaboli, contraffatti a ghirigori; e ne’ luoghi leggibili tanti errori d’ortografia, di grammatica o di lingua, quante parole. Ai quali segni e allo stile e tendenza dello scritto, ben si riconosce la fattura dell’ignorante e temerario abate Vella, del quale facemmo parola nel primo volume.[440]

Ancorchè non occorrano di tali brutture nelle carte siciliane pubblicate innanzi o dopo il Gregorio, egli è da usare con precauzione tutte quelle scritte originalmente in arabico o in greco; sendo la più parte pieni di errori i testi, e sbagliate o stranamente scontorte le versioni. Il qual vizio notai già particolarmente pei diplomi arabici.[441] Poco minor guasto hanno patito i greci, presi a deciferare da ellenisti digiuni della erudizione storica della Sicilia, come il Lascari, ovvero da eruditi siciliani, come il Pasqualino ed altri, i quali non sapeano per bene la lingua, nè la paleografia greca de’ bassi tempi: e il peggio è che perdutesi molte delle pergamene, altro non ci avanza che le infelici traduzioni stampate dal Pirro, dal Mongitore e da alcun altro. Nè sfugge del tutto a tal biasimo, il diligentissimo Tardia;[442] nè quanti han dato alla luce alla spicciolata de’ diplomi greci nella prima metà del secolo che corre.[443] Con migliori auspicii Giuseppe Spata da Palermo n’ha pubblicati in questi ultimi tempi una sessantina.[444] Ed è ormai da sperare la collezione compiuta delle carte greche e arabiche dell’Archivio regio di Palermo, forse di tutte quelle dell’isola; poichè il professor Salvatore Cusa va preparando il lavoro, e il Ministero della pubblica istruzione ha promesso di sovvenire alle spese della stampa. Userò io intanto le copie dei diplomi arabici serbati in Palermo, le quali debbo alla cortesia del Cusa; e le bastano già a mostrare il recente progresso degli studii orientali in Italia.[445] Oltre i materiali testè citati, v’ha qualche altro diploma greco del principato normanno di Sicilia e di Calabria nell’ampia ed accurata raccolta napoletana, data non è guari dal Trinchera.[446] Quanto ai diplomi latini dell’epoca stessa, pochi ne sono venuti alla luce dopo i tempi del Gregorio[447] e gran numero dorme tuttavia negli archivi pubblici o ecclesiastici dell’isola: del che mi duole, ma non temo sia per tonarne gran danno, poichè le memorie latine de’ principi normanni furono sempre studio prediletto in Sicilia e il Gregorio adoperò molto le inedite.

Allo scorcio dell’undecimo secolo rimaneano al certo nell’isola, non piccola parte della popolazione, gli antichi abitatori italici ed ellenici[448] ai quali par che accenni il Malaterra con le denominazioni di cristiani e cristiani greci;[449] e meglio li distingue l’Amato con quelle di cristiani e cattolici, che hanno appo lui significato contrario all’odierno, designando la prima i popoli italici e oltramontani seguaci della Chiesa romana, e il vocabolo cattolici i Greci di lingua o di setta.[450] La scarsezza, in vero, dei ricordi, la somiglianza de’ nomi proprii tra i Bizantini e i Siciliani e tra questi e gli abitatori di Terraferma infino al Garigliano, la promiscuità di soggiorno delle genti diverse nelle medesime città e talvolta negli stessi villaggi, rendono difficile a confermare con altre prove la durata di quelle due schiatte; la quale sarebbe sempre da supporre, quand’anche non l’attestassero i cronisti. Pur si ritrovano indizii dell’origine, ne’ nomi di quelle poche centinaia di villani di Aci, Catania, Cefalù e di qualche terra in provincia di Palermo, de’ quali ci avanzano, per caso rarissimo, le platee, ossiano ruoli, distesi allo scorcio dell’undecimo secolo e nella prima metà del duodecimo. Quivi tra i molti Mohammed, Alì, Abd-Allah e altri nomi musulmani; tra i Basilii, Teodori, Nicola-ibn Leo, Nicola Nomothetis e simili di forma greca, occorrono de’ nomi più comuni in Italia: Pietri, Filippi, Gennari e de’ casali di conio latino, Campalla, Donas o Donus, Bambace, Diosallo, Subula, Lancias, Pitittu,[451] Zotico e Zotica,[452] Currucani,[453] Mesciti, Notari, Luce, La Luce e un Pietro Saputi. Cotesti servi della gleba non erano venuti di certo dalla Terraferma co’ vincitori. Notisi inoltre che il nome patronimico, latino o greco, è accompagnato spesso da nome proprio arabico: Jéisc-ibn-Gelasia, Ahmed-ibn-Roma, o Romea, Jûsuf-ibn-Caru, Jusuf-ibn-Gennaro, Omar-ibn-Crisobolli, Mohammed-Gebasili, ’Isa-ibn-Giorgir, Abd-er-Rahman-ibn-Francu, Hosein-ibn-Sentir; e veggiam perfino de’ soprannomi, Alì-ibn Fartutto, Ali Strambo, Mohammed Pacione. Dond’e’ si argomenta che parecchi villani musulmani fossero d’origine greca e italica. La mescolanza delle schiatte comparisce anco da’ nomi di cittadini e villani in altri luoghi.[454]

Sappiam ora come si debba intendere l’affermazione d’Ugone Falcando che i villani di Sicilia fosser tutti Greci o Saraceni.[455] Corso un secolo dalla età dell’Amato e del Malaterra, s’era dileguata, parmi, la distinzione degli indigeni in cristiani e cattolici, ossiano italici e greci. Dileguata per lo scarso numero de’ primi e perchè l’ignoranza, i pregiudizi e l’orgoglio della dominazione portavano gli abitatori novelli, oltramontani e italiani di Terraferma, a chiamar tutti insieme Greci gli antichi abitatori che non fossero musulmani. E scarseggiavano gli indigeni d’origine italica, perchè la più parte, fatti musulmani, come già notammo,[456] contavano tra’ Saraceni. L’è verosimile poi che, tra i due segni apparenti della nazionalità greca, il rito cioè e la lingua, la comune degli uomini s’appigliasse piuttosto al rito; donde si perdonava la lingua d’Omero a’ Greci uniti alla Chiesa di Roma, quei per esempio delle regioni dove il conte Ruggiero fondò i suoi monasteri basiliani: e lasciavasi l’ingrato nome di Greci a’ soli scismatici, e però ai contadini, i Pagani del linguaggio cristiano, che furono sempre sì tardi a seguire i mutamenti religiosi delle città. L’error popolare del duodecimo secolo ingenerò un altro errore appo gli eruditi, quando rinacquero in Europa gli studii storici, senza che si potesse approfondire per anco l’etnologia: nel qual tempo coincise appo i dotti italiani che l’amor patrio vaneggiasse in speculazioni puerili. Non è maraviglia se allora gli scrittori dell’isola si compiacquer tanto nel supposto d’una nazione siciliana, ben diversa da que’ Greci i quali era vezzo comune di vilipendere: nazione ortodossa, numerosa, civile, e cara a’ suoi liberatori, o, secondo altri, meri ausiliari, i Normanni.[457] Cadde con gli altri nell’errore il Gregorio; il quale, dando significato legale alle frasi ascetiche o rettoriche dell’undecimo secolo, e confondendo Roberto Guiscardo e il conte Ruggiero col pio Buglione dell’epopea, scrisse: avere i conquistatori accordata libertà civile e franchige a’ Cristiani siciliani.[458] Ma di ciò tratteremo più largamente a suo luogo.

I diplomi che ci avanzano, millesima parte di que’ distrutti, rischiarano pur la distribuzione geografica delle schiatte, non solamente co’ nomi proprii, ma sì col mero fatto della lingua e delle note cronologiche; rispondendo l’una e le altre alla nazione preponderante nel luogo: il latino e l’èra volgare appo le genti italiane ovvero oltramontane; il greco e l’èra costantinopolitana per le greche; l’arabico e l’egira pei Musulmani. Confermano le scritture per tal modo la frequenza dei Greci nel Val Demone o meglio diremmo su la costiera orientale e di tramontana infino a Cefalù[459] e mostrano che se ne trovasse un po’ per ogni luogo[460] e che nel corso del duodecimo secolo ingrossassero anco in Palermo, rifatta capitale.[461]

Brevemente dirò delle genti semitiche. Gli Ebrei, pochi e spregiati da’ seguaci delle due religioni che si fondavano in su i loro libri sacri, non comparvero nelle vicende del conquisto, nè della dominazione normanna; lasciarono bensì in Sicilia, dall’undecimo al decimo quinto secolo, molti ricordi dell’operosità loro industriale e commerciale, dello zelo scientifico e della furberia che spesso lo deturpò.[462] I Musulmani, tra i quali sono da noverare alcuni orientali di schiatte ariane,[463] i Berberi[464] e perfino degli indigeni di Sicilia, come ricordammo or ora, erano sparsi per la più parte dell’isola. I ricordi storici e diplomatici, che troppo lungo sarebbe a citar qui, li mostrano frequentissimi in Val di Mazara, numerosi abbastanza in Val di Noto, radi in Val Demone,[465] e si sa che nella seconda metà del secolo XII furono cacciati con la forza dalle regioni interne della Sicilia. Non mi proverò adesso a suddividere le varie generazioni dei Musulmani nelle regioni dell’isola, perchè manca ogni attestato di scrittori, e i nomi proprii corrono per lo più senza soprannome etnico; oltrechè non ce ne avanzano che poche centinaia, spigolate in una trentina di carte arabiche, tra atti privati e platee di villani, e coteste carte si riferiscono a quattro soli territorii. Ci basterà di ritrovare tuttavia in que’ luoghi la mescolanza di schiatte, che notammo sotto la dominazione musulmana.[466]

Tra i cittadini di Palermo, possidenti e testimonii in atti pubblici, ci occorrono Arabi delle tribù del Jemen: Azd, Kinda, Lakhm, Ma’âfir, e di Medina, e dell’Hadhramaut; Arabi delle tribù modharite: Kais, Koreisc, Temîm; e Berberi delle tribù di Howara, Lewata, Zegawa,[467] Zenata; non contando alcuni nomi etnici dubbii.[468] Una iscrizione sepolcrale del millesettantaquattro, ricorda inoltre un oriundo del Kairewân.[469] De’ nomi proprii, come Badîs e Tarakût, e gli etnici di Kotama e Howara, attestano che gente berbera vivesse in Cefalù; se non che i due primi sono villani nel contado, insieme con de’ Giodsami del Jemen, Barrani di Bokhara o d’Ispahan, Sciami di Siria, Burgi o Bergi forse di Spagna, Begiawi, ossia di Bugia e Righi, anco d’Affrica.[470] Oltre a quelli veggiamo in Cefalù musulmani del paese stesso: Corleone, Sciacca, Termini e Trapani. De’ pochissimi nomi che si possano determinare tra’ pochi che abbiamo de’ villani in Corleone, tornerebbero Ibn-Abi-Ifren e un Lewati alla schiatta berbera, Dsimari al Jemen, Barrani a Bokhara come innanzi dicemmo; e un Melfi potrebbe essere italiano della città di quel nome o anco di Amalfi: inoltre vi ha de’ Siciliani di Girgenti e di Giato.

Ma tra i numerosi villani del vescovo di Catania in quella città e in Aci, i nomi da potersi riconoscere, che in vero non son molti, darebbero il vantaggio alle schiatte affricane. Iften e Iknizi mi sembrano nomi proprii di Berberi; e tali di certo tre famiglie soprannominate Barbari e gli oriundi delle note tribù berbere di Bargawata, Meklata, Nefzawa, Mesrata, Agisa, Urdin e Werru;[471] ed affricani, ancorchè non sappiamo di quale schiatta, gli oriundi delle città di Barca, Bona, Tunis, Susa, Msila, Melila, Solûk, del Sâhel, ossia costiera, e dell’isoletta di Aragigun.[472] Tra gli schiavi è un Malati, oriundo com’e’ pare di Melitene. Sei nomi di schiatte arabiche scorgonsi nei villani, Mesudi, Hegiazi, Gafiki, ch’è ramo della tribù di Azd, e quei della tribù di Kais nominata di sopra e di Zogba testè passata d’Egitto in Affrica e una donna coreiscita ed una egiziana. Legiati si riferisce a una terra in Siria; Ainuni a villaggio presso Gerusalemme; Turungi al Taberistan, e Kirmani ad altra notissima provincia d’Asia. Un casato Castellani e un Fakri sembra vengano di Spagna, come di certo un Andalusi. Nabili, che ve n’ha parecchie famiglie, rimane di origine dubbia tra la Napoli italiana e quella d’Affrica. Nè mancano i siciliani: Medini e Sikilli che significano entrambi di Palermo, e di Aci e Catania stesse, di Cammarata, Sementara, Burkad, Ragusa, Sant’Anastasia, Tawi, Trapani, Mismar,[473] Malta; un Bekkari che par si riferisca a Vicari[474] e un Sid-es-Sarkusi, schiavo. Il bel marmo sepolcrale del museo di Malta fa fede che nel duodecimo secolo stanziasse in quell’isola un’agiata famiglia, venuta com’e’ pare da Susa in Affrica e discendente della tribù modharita di Hodseil.[475] Son questi gli scarsi dati etnologici che m’è venuto fatto di mettere insieme, dopo molte ricerche.

Delle nuove schiatte, occorrono primi i Normanni. Questi in Sicilia allo scorcio dell’undecimo secolo, non erano gente venuta in frotte a stanziare nel paese occupato, come due secoli addietro il wicking di Roll in Normandia; non esercito ordinato che simmetricamente s’adagiasse in casa de’ vinti, come pochi anni innanzi i seguaci di Guglielmo in Inghilterra; fattovi re il duca, duchi i feudatarii e così via innalzandosi ciascun altro. Anzi il conquisto dell’isola britannica, contemporaneo alla guerra che si travagliava giù a duemila miglia verso mezzogiorno, escluderebbe il supposto d’una grossa emigrazione dalla Normandia e da altre province della Francia settentrionale in Sicilia, se a noi fosse uopo ricorrere alle verosimiglianze, e non sapessimo appunto che le compagnie normanne di Puglia componeansi in parte di venturieri raccolti per tutta la penisola italiana[476] e che il conte Ruggiero, il quale n’avea del suo qualche drappello, racimolò a stento, dopo l’espugnazione di Palermo qualch’altro poco di gente nell’esercito di Roberto.[477] Le costui guerre civili, quella di Grecia e la discordia ch’ei lasciò per testamento ai figliuoli, riteneano poscia nelle province meridionali della Terraferma gli oltramontani quivi stanziati e vi attiravano i venturieri che tuttavia venissero alla sfilata di là dalle Alpi; finchè il vortice delle Crociate non li trasportò tutti in Levante.

Alle quali presunzioni rispondono i fatti. I ricordi storici d’ogni maniera non accennano ad emigrazioni francesi nell’Italia meridionale dopo il millesessanta, se non che di spicciolati, chierici e monaci piuttosto che guerrieri. I nomi francesi poi che veggiamo nei diplomi e nelle croniche di Sicilia sono di coloro che occupavano i più alti gradi della società: feudatarii, prelati e officiali pubblici;[478] ed erano, se non i soli, gran parte degli uomini di cotesto linguaggio dimoranti in Sicilia. Di popolazioni propriamente dette d’una città, d’un villaggio o pur d’un quartiere, non rimane alcuna notizia in carte, monumenti nè tradizioni municipali; non ne rimane vestigia ne’ nomi topografici.[479] Che se più profonde si è creduto scoprirne nel dialetto siciliano, i vocaboli e le forme che si supponeano francesi vanno attribuiti la più parte alle popolazioni dell’Italia di sopra; e in ogni modo non arrivano al segno che toccherebbero, se la influenza delle case dominanti fosse stata rincalzata da un grosso di popolazione del medesimo linguaggio. A ciò si aggiunga che le famiglie francesi spariscono da’ ricordi della Sicilia con l’ultimo principe normanno che vi regnò. Nè l’è maraviglia, quand’esse veggonsi appena sotto il forte governo del secondo Ruggiero e poco sotto i successori. Che se allora alcun barone di quelle schiatte entra nelle brighe politiche, pure il favor della corte e il poter dello Stato, è disputato sempre tra italiani, musulmani, e qualche prelato oltramontano; ed egli avvien sempre che costoro si rimangano senza amici nel paese. Quello Stefano de’ conti di Perche, che fu chiamato dalla regina per governare lo Stato nella fanciullezza di Guglielmo secondo, non trovò in Sicilia altri fautori che i Lombardi, de’ quali innanzi diremo. Due egregi ospiti della Sicilia nel duodecimo secolo, scrittori entrambi, chierici e francesi, il Falcando, cioè, che tanto amava il paese, e Pietro di Blois, che lo ingiuriò com’avventuriere deluso, non fanno motto di abitatori francesi dell’isola, nè d’antico baronaggio normanno; e il primo, in particolare, toccando i tumulti surti in Messina per cagione di Stefano, non ricorda altri francesi che i costui seguaci venuti di fresco e nota come i Latini della città stigassero contro quegli stranieri i Greci, che è a dire il grosso della popolazione messinese.[480] Accenna in vero, il Falcando, al parlar francese nella corte di Palermo; ma l’attestato suo non esclude l’uso di altre lingue, sia il greco, l’arabico o l’italiano; nè porta punto che il francese fosse parlato nella città e nelle province.[481] Cade così la prova principale che allegava il Gregorio nella favorita sua tesi delle origini normanne.[482] Nè regge meglio quella della liturgia gallicana seguita nelle chiese di Sicilia, perchè la proverebbe sol quello che da nessuno si nega, cioè che il conte Ruggiero e molti suoi baroni fossero normanni e conducessero sacerdoti francesi per dir la messa all’usanza di casa loro.[483]

Gli è bene replicarlo: alla fine dell’undecimo secolo stanziavano in Sicilia parecchi feudatari e suffeudatari e parecchi prelati e frati, nati nella Francia settentrionale. Nella seconda metà del secolo duodecimo la corte assoldava compagnie di mercenarii oltramontani, verisimilmente francesi.[484] Non pochi chierici e frati venivan anco, mandati dalle sètte fratesche di Francia a far parte per la Chiesa romana e fortuna per sè medesimi nella corte di Palermo; a disputare il favor de’ principi, il reggimento dello Stato, i vescovadi, le abbadie e gli uffici pubblici a Italiani, Bizantini e Musulmani. Abbiam noi notata[485] la tendenza di coteste sètte e la forza, ch’era mezzo il raggiro, mezzo la dottrina di che s’avvantaggiavano que’ frati, sì come il guercio nella terra de’ ciechi. Del rimanente, surse tra loro qualche uomo erudito che promosse, secondo i tempi, l’incivilimento della nuova nazione: e francese fu il cronista del conte Ruggiero, francese lo storico de’ due Guglielmi; talchè la Sicilia e l’Italia tutta debbono render merito alla schiatta scandinava ed alle altre della Francia settentrionale, per l’opera prestata nell’epoca normanna con l’ingegno non meno che con la spada. Ma popolazioni francesi propriamente dette non ebbe la Sicilia; le famiglie spicciolate s’estinsero entro un secolo, gli ecclesiastici in una generazione.

Basterebbe il fatto della lingua che fiorì in Sicilia in su lo scorcio del duodecimo secolo a provare la venuta di grosse colonie dalla Terraferma; poichè le antichissime popolazioni italiche dell’isola, dopo cinque secoli di dominazione bizantina e musulmana, nè avrebbero potuto parlare idioma sì vicino a que’ dell’Italia di mezzo, nè imporlo agli altri abitatori di favella greca e arabica. Molti indizii confermano tal supposto; ancorchè il biografo del conte Ruggiero dissimuli la partecipazione della schiatta italiana nel conquisto dell’isola, sì com’ei tace l’opera d’Ardoino nella sollevazione contro i Bizantini, e gli aiuti d’Ibn-Thimna al principio della guerra di Sicilia. Gli scrittori arabi espressamente affermano che Ruggiero fece stanziare nell’isola, insieme co’ Musulmani, i Franchi e i Rûm; che qui vuol dir chiaramente Francesi e Italiani.[486] Aggiungansi parecchie denominazioni etniche di luoghi: la torre Pisana e il vico degli Amalfitani in Palermo;[487] la rua de’ Fiorentini in Messina,[488] dove anco occorre un Console di Amalfitani,[489] il poder del Genovese (Rab’ el Genuwi, Cultura Januensis) in provincia di Palermo,[490] il quartiere de’ Cosentini a Lentini,[491] e i nomi di una trentina di comuni in Sicilia che si riscontrano con identici o simili in Terraferma;[492] dal qual confronto abbiamo esclusi, come troppo ovvii a tutte genti latine, i nomi di santi cristiani e le denominazioni composte con le voci casale, castello, castro, massa, monte, rocca, serra, torre, valle e simili; ed esclusi anco, per la difficoltà che avvi finora a ricercarli, i nomi di campagne, poderi, spiagge, acque. Ora si aggiungano i nomi etnici delle persone. Tra cinque canonici di Girgenti notati in un diploma del 1127, troviam un romano, un policastrino, un lucchese, un bresciano e un francese, oltre un genovese ed un di Bisignano, soscritti tra’ testimoni.[493] In un diploma dato il 1094 di Messina o di Patti, veggiamo tra’ testimonii, con pochi nomi francesi e alcuno greco o arabico, Ildebrandus lombardus, Rogerius de Torceto Acquinus, Ugo de Putheolis, Gualterius de Canna; oltre i casati di Maledocto, Ruffo, Strato, Minoartino, Astari, Bonelli, Marchisi.[494] Un altro diploma del 1095 presenta tra’ testimonii, con qualche nome francese o dubbio, que’ di Arrigo fratello di Adelaide, Odone Bono marchese, Roberto Borello Aquino, Riccardo Bonnella, e Ruggiero Bonello.[495] L’onorato nome d’Alfieri si legge tra’ notabili della terra di San Marco, in un diploma del 1136.[496] Uno della Chiesa di Patti, dato il 1133, risguardante la composizione d’una lite surta tra i cittadini e il vescovo, ha tra’ testimonii un genovese, un parmigiano, un di Potenza e parecchi uomini di Patti, con nomi tutti di conio italico; e quel ch’è più, un atto inseritovi, che torna allo scorcio dell’undecimo secolo, attesta che il vescovo Ambrogio avesse allor bandita concessione di beni a qualunque uomo di linguaggio latino che venisse ad abitare il paese: il quale linguaggio latino che cosa significhi lo spiega il medesimo diploma del 1133, aggiugnendo che quello statuto d’Ambrogio era stato poc’anzi «esposto in volgare» ai cittadini che sostenean la lite.[497] Del resto non abbiamo, nè sperar possiamo, ragguagli particolareggiati su le immigrazioni spicciolate dalla Terraferma in questa o quella città dell’isola; ancorchè le si debbano supporre numerose, e più dall’Italia di sopra che dalla inferiore. Il reggimento feudale che i Normanni istituiron quivi in alcune province e in altre rinnovarono, impediva le emigrazioni da terra a terra, non che oltre il mare.[498] Nell’Italia di sopra, al contrario, la feudalità si disfaceva appunto in quel tempo, senza che fossero per anco assettati i Comuni: donde i membri infermi dell’uno e dell’altro ordine sociale, agitati da mille rivolgimenti di indole identica e di apparenze diverse, volentieri tentavano la fortuna in paesi nuovi, e senza ostacolo vi si trasferivano.

Da ciò le grosse colonie che si addimandarono lombarde, su le quali non ci mancano buone testimonianze storiche. Ognun sa il vago significato ch’ebbe un tempo la denominazione di Lombardia, che gli stranieri estesero talvolta a tutta la penisola.[499] Ma perchè molti eruditi, e tra quelli il Gregorio, han supposto i Lombardi di Sicilia venuti dall’Italia meridionale non men che dalle sponde del Pò, debbo ricordare che tal confusione non fecero gli scrittori nostrali, nè gli stranieri, de’ tempi normanni. Pietro Diacono scrive delle moltitudini di Lombardi e Longobardi che seguirono Pier l’Eremita[500] e il dottissimo arcivescovo di Tessalonica narra le avanìe che avean patite Pisani, Genovesi, Toscani, Longobardi e Lombardi, da Andronico Comneno.[501] Longobardi si chiamavano que’ dell’Italia meridionale, dove i Bizantini, ripigliata parte de’ Ducati, n’avean fatto un tema, detto Longobardia.[502] E così il Falcando pone i Longobardi e i Lombardi come genti affatto diverse; gli uni abitatori di province continentali, gli altri della Sicilia.[503] Il primo ricordo che ci rimanga di coteste colonie, oltre i nomi testè riferiti di Ildebrando e Ruggiero di Torceto da Acqui, (1094), torna alla metà del duodecimo secolo: preciso e importantissimo documento, per lo quale re Ruggiero dichiarava appartenere ai Lombardi di Santa Lucia le stesse franchige de’ Lombardi di Randazzo.[504] Da’ cronisti ritraggiamo poi che gli uomini di Butera, Piazza ed altre città di Lombardi, mossi da un Ruggiero Schiavo, nobil uomo del quale or si dirà, pigliavano le armi contro re Guglielmo primo e contro i Saraceni; che il re distrusse Piazza, e ruppe i Lombardi; e che, rifuggitosi lo Schiavo in Butera, Guglielmo ebbe alfine (1161) la città, pattuito che i ribelli Lombardi e il loro condottiere andassero via di Sicilia.[505] A capo di alcuni anni, ripiglia il Falcando, agitati sempre da congiure e sedizioni, sospettavasi a corte essere rimasi molti traditori, ricchi e possenti, nelle città lombarde. Poi morto il re (1166) e promosso Stefano di Rotrou de’ conti di Perche a gran cancelliere, i Lombardi più caldamente che tutt’altre popolazioni di Sicilia parteggiarono per lui; e ingrossando la tempesta (1168) gli uomini di “Randazzo, Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniaci ed altri Lombardi” gli proffersero un esercito di ventimila combattenti.[506] Il Fazzello aggiugne al novero delle colonie lombarde di questa età, Aidone e San Fratello:[507] e le contrade che s’addimandavano Lombardia in San Filippo d’Argirò e in Castrogiovanni, dànno argomento a supporre che parte almeno di quelle città, fosse stata occupata dalla medesima gente.[508] Altre popolazioni vennero dall’Italia di sopra in Corleone e Scopello, ne’ principii del secolo decimoterzo[509] e ben si potrebbe supporre, con un dotto tedesco, che i medesimi luoghi fossero stati una volta occupati dalle colonie lombarde del duodecimo secolo.[510] Checchè ne sia, nel decimoterzo segnalossi quella schiatta in Sicilia per altissimi spiriti. Nicosia tra le prime gridava la repubblica dopo Palermo, Patti e Caltagirone, alla morte di re Corrado (1254); Piazza, Aidone e Castrogiovanni erano le ultime a deporre le armi in quel movimento.[511] Nel Vespro Siciliano i Lombardi di Corleone, scrive Saba Malaspina, seguirono primi la rivoluzione di Palermo.[512] E sì omogenee duravano quelle colonie, che tra i capi dei circoli nati ne’ primi impeti del Vespro, noi troviamo un Simone di Calatafimi, eletto capitan di popolo ne’ monti dei Lombardi.[513]

Vuolsi qui ricordare ciò che è detto in su la fine del capitolo precedente su la Marca aleramica e la nobil gente quinci venuta in Sicilia.[514] Non è ch’io pensi con alcuni scrittori, aver Arrigo e i suoi compatriotti seguita in Sicilia (1089) l’Adelaide, ultima moglie di Ruggiero; parendomi più verosimile, al contrario, che i parentadi del conte e de’ due suoi figli fossero stati consigliati dalla riputazione della casa Aleramica nell’esercito di Ruggiero; una parte del quale noi veggiamo capitanata (1078) da un Otone o Oddone,[515] nome frequente nell’Italia di sopra e in ispecie nella famiglia di que’ marchesi.[516] Arrigo sposò poi una figliuola del conte; ei tenne le vaste contee di Butera e Paternò,[517] promosse la esaltazione del secondo Ruggiero alla dignità regia:[518] e potentissimo fu in Sicilia e nel Napoletano il conte Simone suo figliuolo;[519] il cui figlio illegittimo Ruggiero Schiavo si fe’ caporione dei Lombardi ribellati contro Guglielmo primo, sì come abbiamo accennato poc’anzi.[520] Da ciò ben puossi argomentare che cotesto ramo della casa aleramica abbia condotti in Sicilia molti suoi partigiani. Tra i nobili Siciliani del secolo decimoterzo occorrono anco gli Incisa, casato aleramide, per lo quale noteremo, a rafforzare l’indizio della parentela, che gli stessi nomi cristiani occorrono nel ramo piemontese e nel siciliano:[521] e par che un terzo ne sia fiorito anco in Puglia.[522]

Alle testimonianze scritte su coteste origini risponde la pertinace e viva testimonianza del linguaggio, notata già dal Fazello; il quale non ne richiese altra, e ben s’appose, per annoverare tra le città lombarde Aidone e Sanfratello.[523] Dieci anni or sono lo zelante signor Lionardo Vigo d’Acireale discorse di quei Lombardi, nella prefazione alla sua raccolta di “Canti popolari siciliani,”[524] e pubblicò alcune poesie e pochi vocaboli del dialetto loro. Ma in oggi i felici avvenimenti politici che stringono i legami e moltiplicano i commerci di tutti i popoli italiani, e i progrediti studii linguistici in Europa, ci danno abilità a cavare conseguenze assai più precise. Un dotto professore di sanscrito, nato nelle province piemontesi, ha notata la stretta parentela del dialetto monferrino con que’ di Piazza, Nicosia, Sanfratello e Aidone, nei quali comuni di Sicilia al dire del Vigo è ristretto oggi il parlare lombardo.[525] È da sperare che perfezionati vieppiù i metodi della linguistica, promosso lo studio de’ dialetti in Italia, esaminati in più larghe proporzioni i nomi proprii e topografici, e pubblicata, con ciò, maggior copia di antichi documenti, si arrivi a determinare esattamente i tempi e i luoghi della emigrazione di cui trattiamo; i quali rimarranno vaghi per ora, cioè: gli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo e i primi venticinque del duodecimo; la Marca aleramica dalla quale moveano a mano a mano le colonie, e le regioni interiori della metà orientale dell’isola, dove, qua e là, venivano a stanziare, dileguandosi innanzi a loro le popolazioni de’ Greci e de’ Musulmani.

Primaria città di quelle regioni, anzi di tutta la montagna in Sicilia, Caltagirone, non fu mai noverata tra le colonie lombarde, non ne parla il dialetto, non ne dimostrò gli umori nel duodecimo secolo; eppure l’origine sua non sembra molto diversa. Su la quale mancano testimonianze di diplomi; nè possiamo aspettarcene dal Malaterra, nè dagli altri cronisti. Volgendoci pertanto alle prove indirette, occorre in primo luogo il patrimonio territoriale di Caltagirone, il quale avanza di gran lunga, sì per la ricchezza[526] e sì per l’antichità, que’ delle più grosse e potenti città dell’isola, risalendo per lo meno alla prima metà del duodecimo secolo.[527] Or coteste condizioni designano un municipio nato nel conquisto o ne’ primordii del nuovo stato. E veramente la terza città dell’isola, per quantità di possessi stabili, contando Caltagirone ed escludendo Palermo e Messina, è Nicosia, città lombarda già nominata. E se altre colonie lombarde han pochi beni di tal sorta, agevolmente si ritrova la cagione: alcune feudali fin dal principio; Piazza distrutta da Guglielmo I; e poi le usurpazioni dei baroni al decimoquarto secolo, la continua vicenda di concessioni e riscatti sotto la dominazione spagnuola; i sùbiti guadagni o le perdite che ha portati il caso nella abolizione della feudalità e in fine le dilapidazioni di tutti i tempi.[528] Ma Palermo, Messina, Catania e la più parte delle altre grosse terre antiche, o non ebbero municipio in que’ primi tempi per le cagioni che a luogo proprio discorreremo, o serbarono scarsissimo patrimonio, prese da Ruggiero per battaglia o per avari accordi; se non che con l’andar del tempo, nato o ristorato il municipio, acquistò terreni per donazioni e coltivò que’ già lasciati ad usi comuni. Pertanto riman poco dubbio in qual tempo sorgesse Caltagirone. Ignoriamo solo la gente e il modo: se colonia di soldati ausiliari o di uomini spicciolati, allettati dalle franchigie.

Al primo dei quali supposti porterebbe l’antica tradizione locale che vuol fondata Caltagirone, verso il mille, da Genovesi sbarcati con l’armata a Camerina, arrischiatisi dentro terra; dove si mantennero, dedicarono una chiesa a san Giorgio, rizzarono l’insegna della madre patria; e i loro nepoti aprivan poi le porte al conte Ruggiero,[529] e i figliuoli di quelli occupavano, regnando il figlio del conquistatore, l’inespugnabile rôcca di Judica.[530] Da’ quali racconti stralciando l’anno mille, l’armata di Camerina e le altre inverosimiglianze, si potrebbe ammettere che uomini di Savona, città principale della Marca aleramica nell’undecimo secolo, insieme con altri abitatori della riviera di Ponente (chè spesso chiamavansi tutti Genovesi e da Genova apprendeano a riscattarsi dai feudatarii) fossero venuti a militare sotto il Conte, poco appresso la espugnazione di Palermo e nelle guerre di Benavert; e che, stanziati in Caltagirone, cresciuti a mano a mano per nuovi coloni delle province natìe e per savia amministrazione della cosa pubblica, dato avessero in Sicilia un de’ primi esempi di libertà e prosperità municipale; e poi, venuti in voga gli stemmi e in fama i Genovesi, avessero levata la croce rossa in campo bianco, al par di Genova, studiando a vantarsi oriundi da quella. In vero il doppio nome che dà Edrisi (1154) a questo paese, Hisn-el-Genûn e Kala’t-el-Khinzâria, ossia «Castello de’ Genii» e “Rocca della Cinghialeria,”[531] torna bene al caso di novella colonia venuta a porsi in luogo già abitato; e la si direbbe recente assai, vedendola per lo primo nella descrizione della diocesi di Siracusa data il mille censessantanove, quand’ella manca nella descrizione del millenovanta.[532] L’origine dopo il novanta converrebbe piuttosto a colonia industriale che militare, ma non ismentirebbe punto la mossa dalle vicinanze di Genova.

Son queste le notizie ch’io ho potuto mettere insieme su i mutamenti di popolazione cagionati dal conquisto. Si tenga a mente la rarità dei diplomi degli archivii regii e municipali della Sicilia, anteriori al decimo quarto secolo; e che i documenti genealogici delle famiglie siciliane non sono nè copiosi nè ordinati, da poter aiutare le presenti nostre ricerche. Dobbiam noi dunque contentarci di lontane conghietture su le colonie mosse dalle regioni centrali e meridionali della penisola. E in primo luogo che le città marittime dell’isola poco frequenti di popolo, sì com’erano allora Messina e Patti, o scarse di popolazioni cristiane, come Palermo, Cefalù, Catania, Girgenti, Mazara, Trapani, si rifornirono, nel corso del duodecimo secolo, di uomini delle città marittime di Terraferma. Oltre Genova e le sue riviere, delle quali si è detto, ne vennero al certo da Pisa, Amalfi, Salerno, Bari ed altri porti dell’Adriatico. Alle medesime regioni son da riferire altre colonie che sembra siano passate a un tratto, come le lombarde, non già alla spicciolata e in lungo tempo; ed abbiano fatto stanza in luoghi abbandonati e desolati, non ingrossate città che fiorivano. Tali credo io gli abitatori di Mistretta e Caccamo, feudi della famiglia Bonello,[533] la quale comparisce in alto stato ne’ più antichi documenti normanni;[534] e fu potentissima alla metà del duodecimo secolo. Mistretta, la cui bella e forte schiatta primeggia tuttavia in Sicilia per ardita saviezza di condotte agrarie, va noverata tra le città più ricche di beni patrimoniali.[535] Caccamo rivendicò, ai tempi di Guglielmo il Buono, le franchige de’ Siciliani, contro novelli feudatarii francesi. Matteo Bonello, giovane di gran cuore, accarezzato da Majone per le parentele e il seguito ch’egli avea in Calabria, eroe popolare de’ Cristiani di Palermo, levò ne’ suoi feudi gente che potea dirsi un esercito, e trattò coi sollevati Lombardi dell’isola, ch’egli poi abbandonò, irresoluto e leggiero; non sapendo usar nemmeno l’omicidio di Majone e lasciandosi pigliar come un fanciullo dai partigiani del re.[536] Dal nome dunque e da’ fatti, i Bonelli sembrano commilitoni di Ruggiero, non francesi però, nè lombardi, nè greci: e direbbersi piuttosto siciliani di schiatta italica, o calabresi. Ma nessun indizio abbiamo che uomini siciliani appartenessero al baronaggio; nè par cosa verosimile, poichè quegli antichi abitatori, ancorchè più numerosi che tutte le nuove schiatte, non poteano ne’ primi tempi levarsi a importanza politica, se non che in Messina o altre città del Valdemone. All’incontro sappiam che la popolazione cristiana di Palermo s’accrebbe di quella delle città marittime di Calabria e di Puglia:[537] e però a quelle province si dovrebbe riferire l’origine de’ Bonelli ed anco de’ loro vassalli di Mistretta e Caccamo.