CAPITOLO V.

Impadronitisi della capitale musulmana, i Normanni che vedeano vinta, ancorchè non finita, la guerra, posero mano immediatamente al partaggio dell’isola. Roberto, intraprenditore principale dello armamento, condottiero dell’oste, e signor feudale, qual si tenea, degli Stati normanni di Terraferma, eccetto que’ di Capua ed Aversa, Roberto si prese Palermo, si tenne Messina e il Val Demone. Ruggiero ebbe dal Duca, assentendolo tutto l’esercito, gli altri paesi di Sicilia acquistati o da acquistarsi; del quale territorio a lui rimanesse una metà, e l’altra metà fosse suddivisa tra Serlone nipote di lui e di Roberto, e Arisgoto di Pozzuoli, uomo di schiatta longobarda, qual sembra al nome, imparentato con casa di Hauteville. Se le cose rispondessero ai nomi in quel periodo di formazione dell’Italia meridionale, si vedrebbe netto l’ordinamento politico della Sicilia: il Duca di Puglia sovrano feudale, con due province serbate in demanio; il conte di Sicilia, gran vassallo, con altre province in demanio; e sotto di lui due principali suffeudatarii e poi tanti baroni minori dipendenti da costoro e altri direttamente dal conte, altri direttamente dal Duca. E tal al certo si proponea Roberto di costituire lo Stato; ma la virtù e fortuna di Ruggiero e de’ suoi successori guastarongli il disegno.[307]

Orribil nuova afflisse in questo tempo i vincitori. Serlone era stato ucciso a tradimento. Preposto, non sappiamo se durante l’assedio di Palermo o dopo l’espugnazione, alle milizie feudali di Cerami, per vegliare sul presidio di Castrogiovanni che rinforzato di aiuti affricani non tentasse qualche mal colpo, Serlone tenea spie presso i nemici; tra le altre un Ibrahim, de’ primi di Castrogiovanni, col quale sì intimo ei s’era fatto da giurarsi fratelli, dice il Malaterra, con bizzarro rito di tirarsi l’un l’altro per l’orecchio. La quale usanza non troviamo appo i Musulmani. Una volta il fratello rapportatore manda dei presenti al fratello capitano, con avviso che il tal dì sette cavalieri arabi correrebbero il territorio di Cerami per boria di andare a far preda in casa sua. E Serlone, ridendosene, non s’apprestò altrimenti a chiamare le milizie feudali, anzi quel dì stesso uscì a caccia ne’ boschi di Cerami; quand’ecco un gridare accorr’uomo per lo contado, e i villani a fuggire dinanzi la gualdana annunziata da Ibrahim. Serlone a ciò si fa recare l’armadura; con quel pugno di gente ch’avea seco, sprona contro i ladroni a punirli di loro temerità. Precipitando su la via di Castrogiovanni, i Musulmani lo conducono all’agguato, ad otto miglia da Cerami, presso il confluente di due fiumicelli che scendendo l’un da Nicosia, l’altro da Cerami si gittano nel Simeto. Quivi l’aspettavano, secondo la tradizione normanna, settecento cavalli e tremila fanti, che mi paion troppi. Circondarono il drappello di Serlone, tagliandogli la strada del ritorno a Cerami. E il magnanimo, vedendo cadere già molti de’ suoi e non dubbia la morte, sprona a una rupe vicina, smonta, s’addossa alla roccia e disperatamente mena le mani di fronte e da’ lati. Si chiamò poi la Pietra di Serlone.[308] Cadde egli per cento ferite; perirono seco tutti i suoi, fuorchè due lasciati per morti tra i cadaveri battezzati e i circoncisi. A Serlone strapparono il cuor dal petto: corse anco la voce tra i Normanni che que’ brutali, tagliato in pezzetti il cuor dell’eroe, avesserli mangiati a gara per superstizione d’infonder il suo valore ne’ vili petti loro. Mandarono poi in Affrica a Temîm la testa di Serlone, la quale confitta a un palo fu condotta in giro per le strade di Mehdia, con la grida “Ecco il gran campione de’ Normanni, or ch’egli manca, agevol cosa fia il racquisto della Sicilia.” Nè è a dir se cordoglio e furore destasse nell’esercito il caso di Serlone, quando lo si riseppe in Palermo. Ruggiero pianse amaramente il fedele e valorosissimo compagno delle sue vittorie. Roberto, che in vero non perdeva quanto lui, nel ripigliò dicendo, star bene i lamenti alle donne, agli uomini la vendetta.[309] Pur avendo altro da fare che porsi per un anno o due all’assedio di Castrogiovanni tanto che gli cadessero nelle mani gli uccisori del nipote, s’apparecchiò a ritornare in Puglia, aggiustato ben bene il morso ai Musulmani di Palermo.

Costruì o racconciò un castello alla bocca del porto: piccola fortezza, della quale ritenne il nome, e credo anco il sito, quello che s’addimandò fino al mille ottocento sessanta il Castellamare. Maggiore assegnamento fece Roberto sur una cittadella edificata nell’alto della terra, in quell’area ch’ora occupa il palagio reale aggiuntovi parte delle due piazze attigue e tutto il quartier militare di San Giacomo. Quivi era nel nono secolo il palagio degli emiri, e nel decimo il Ma’skar, ossia stanza de soldati,[310] e par ne rimanessero in piè molte fabbriche e forse un muro di cinta, che fu racconcio a modo de’ vincitori: donde la nuova cittadella si addimandò volgarmente El-Halka, ossia “La Cerchia” e, negli scrittori latini e greci del tempo, è detta or Castello di sopra, or Palagio nuovo, e più spesso Galea, Galga, Galcula, Chalces, Xalces, e in ultimo Alga: che sono trascrizioni diverse del vocabolo arabico or ora notato. Il nome di Palagio o di Castello si estendea, com’ognun vede, a tutto il ricinto: un poligono ad angoli salienti e rientranti, lungo da cinquecento metri e largo da trecento; il quale a poco a poco s’empì di palazzine, portici, chiese e case di preti e cortigiani.[311] Ambo le castella munì Roberto di pozzi e magazzini,[312] credo io fosse da grano per caso d’assedio; da prevedere al certo in mezzo a sì grossa cittadinanza musulmana, la quale non si potea tenere altrimenti che con la forza immediata e continua.[313] Racconta Amato, che sopravvedendo Roberto un dì i lavori della Halka, notò la chiesetta di Santa Maria, sparuta e sudicia che pareva un forno, in mezzo a tanti splendidi palagi de’Saraceni; ond’egli mettendo un sospiro, comandò fosse di presente demolita e nobilmente riedificata di pietre quadrate e di marmi, senza badare a spesa.[314] Par sia questa la chiesa di Santa Maria della Grotta, che i ricordi ecclesiastici della Sicilia portano fondata da Roberto Guiscardo, con un monastero basiliano e con beni nel territorio di Mazara;[315] la stessa forse che si addimandò poi di Gerusalemme, cui l’antica struttura e l’ornamento di mosaici non camparono dalla distruzione a’ tempi del Fazello.[316]

Provvedute le castella d’uomini, d’armi e di vittuaglie,[317] Roberto lasciò a governare la città un suo cavaliere, con titol di emiro, conveniente a città musulmana; liberò i prigioni bizantini di Bari;[318] permesse al fratello di pigliare a’ suoi soldi le genti dell’esercito che rimaner volessero a cercar ventura in Sicilia: e furono assai poche, ancorchè Ruggiero donando e promettendo le allettasse.[319] Pria di partire, il Guiscardo trovò modo di porre una taglia che non avea pattuita: chiamati a sè i principali della città, con faccia tosta lagnossi delle grandi spese sostenute nell’assedio, de’ molti cavalli perduti e di tante altre molestie, ch’e’ durava per causa de’ Palermitani; donde lor chiedea denari, e quei davano danari e preziose robe. Cariconne le navi; imbarcò le sue genti e i figliuoli de’ notabili della città presi in ostaggio, e andò via.[320] Sappiamo ch’ei recasse a Troja di Puglia delle porte di ferro e delle colonne co’ loro capitelli tolte in Palermo.[321] La stessa origine accusano parecchi doni di Roberto, i quali in oggi parrebbero raccolta d’antiquario o porzione da masnadiere, leggendosi appo Leon d’Ostia che il Guiscardo una volta presentasse al Monastero di Monte Cassino secento bizantini d’oro, duemila tarì affricani, tredici muli, tredici saraceni e un gran tappeto; e poi altra moneta di schifati, bizantini, tarì, michelati, soldi d’Amalfi, due cortine arabiche, e orcioli di cristallo, pallii, mantelli; e, con minutaglie così fatte, diplomi di concessione di terre e castella, delle decime su la pescagione in Taranto e fin decime del lavoro di certi artigiani.[322] Delle quali larghezze le più sostanziose segnano le epoche di negoziazioni condotte dall’Abate di Monte Cassino con utile di Roberto; e quelle spoglie orientali evidentemente venivano di Palermo. E ben puossi immaginare qual immensa e bizzarra congerie di ricchezze portasse via l’oste di Roberto, e con che gioia i frati cantassero le lodi del pio vincitore, vero strumento della Provvidenza.

L’occupazione di Palermo affrettò la catastrofe di quei grandi feudatarii di Terraferma i quali, ricordando l’antica uguaglianza de’ condottieri, non sapeano capacitarsi come un titolo di duca ed una pergamena della cancelleria papale lor avesse dato un padrone e imposto l’obbligo del servigio militare e della contribuzione ne’ casi feudali. Roberto risolutamente affrontò i malcontenti, chiamando tutti i conti in Melfi, l’antica metropoli feudale; dove i soddisfatti convennero puntualmente a rallegrarsi secolui della vittoria. Ricusarono i tutori del conte di Trani, che aveano anco negata lor milizia all’impresa. Contro i quali mosse incontanente Roberto; prese, dopo breve assedio, Trani ed altre città e terre. La resistenza, ch’ei chiamava ribellione, rinacque poi più volte secondo i casi, le speranze o i dispetti. Gran romore si destò quando il duca, maritando una sua figliuola ad Ugo figlio del Marchese d’Este, richiese l’aiuto de’ vassalli per la dote, secondo le usanze feudali (1077). Sursero anco (1077-9) i figli di Unfredo, nipoti e pupilli di Roberto spogliati da lui. Ma Roberto venne sempre a capo di que’ movimenti spicciolati e incomposti.

Ebbe anco a travagliarsi contro la dinastia normanna di Capua, avendo il principe Riccardo suscitati i suoi nemici mentr’egli assediava Palermo; e fu sino alla morte di Riccardo e nel regno del figliuolo Giordano, un alternare di ostilità, pratiche ed accordi, come tra due astuti che si conoscono, due forti che s’hanno riguardo, e due intraprenditori che fanno a metà purchè spoglino il terzo. Se non che Roberto seppe guadagnare più che il rivale. Pagò lo scotto la dinastia longobarda di Salerno. Perchè Gisulfo, cognato di Roberto, troppo fidandosi nel principe di Capua e nel papa, si trovò ad un tratto abbandonato e solo nel pericolo. Roberto si accordava con Riccardo, al quale diè aiuti alla impresa di Napoli (1078), che tornò vana per la virtù di quella repubblica. E in questo mezzo era scomparso l’antico principato longobardo di Salerno (1077). Sotto specie di difendere i dritti dell’umanità, il Guiscardo intercedeva appo Gisulfo a favore de’ tiranneggiati Amalfitani; non ascoltato, andava all’assedio di Salerno con grand’oste, dice Amato,[323] di Latini, Greci e Saraceni; dond’e’ si vede che il vincitore di Palermo non tardò ad usare le armi de’ novelli sudditi suoi. Ebbe Salerno dopo lungo assedio della città, poi della rôcca; dove preso Gisulfo, gli diè l’eletta di risegnare tutto lo Stato o andar a finir la vita prigione nella cittadella di Palermo: ed a persuaderlo meglio già faceva apprestare i ceppi e la nave.[324] Talchè il principe Gisulfo, deposta la corona e spogliato d’ogni cosa, cercò asilo e lucro a corte di Gregorio settimo.

Fin da’ primi giorni dell’esaltazione (1073), Ildebrando avea tenute pratiche con Roberto, al quale ragion volea ch’egli si accostasse, mentre stava per gittar il dado nella gran lite delle investiture. Pur sia troppa alterezza e caparbietà del papa e ch’egli mal conoscesse Roberto e le condizioni del tempo, sia che Roberto pretendesse troppo anch’egli, andarono a voto le negoziazioni;[325] onde Gregorio, scomunicato il duca (1074), era corso a suscitare contro di lui Riccardo e lo sventurato Gisulfo; avea sollecitata anco la fida contessa Matilde a mandare grosso esercito, che unito a que’ di Capua e di Salerno schiantasse d’Italia la casa di Hauteville.[326] Lega più bella a immaginare che a mettere in opera; su la quale se Ildebrando fece assegnamento, e’ non vedea tanto lungi nelle cose politiche. Passato dunque in Italia Arrigo IV, egli accadde che mentre il papa superbamente oltraggiava l’imperatore a Canosa, Roberto accordatosi con Riccardo, spogliò del tutto, com’accennammo, il principe di Salerno. E quindi appiccò pratiche con Arrigo stesso; minacciò Benevento che si tenea pel papa; mostrò a Gregorio in cento guise che delle cose del mondo ne sapesse molto più di lui. Onde Gregorio, tornando da’ sogni alla realità delle cose, venne ad abboccamento con Roberto (1080), lo ribenedisse, accettò l’omaggio pei territorii del duca, gli diè titolo di cavalier di San Pietro, dicon anco gli promettesse l’impero d’Occidente.

E favorillo alla occupazione dello impero Orientale, contro il quale Roberto si volgea; non conoscendo ostacoli che col senno e col valore non si potesser vincere. L’occupazione di Niceforo Botoniate avea tramutato dal trono di Costantinopoli in un monistero l’imperatore Michele Duca; si dicea mutilato il costui figliuolo Costantino, e la giovane sposa di lui, figlia di Roberto, chiusa in prigione. Spacciò egli dunque voler vendicare la figliuola e rimettere sul trono il suocero. Usò opportunamente lo sdegno acceso tra i guerrieri normanni alla prigionia della sua figliuola, che pareva onta nazionale; passò in Grecia con un esercito ed un’armata. Battuto dalla tempesta (1081); sconfitto in mare da’ Veneziani, tenne fermo tuttavia all’assedio di Durazzo; sbaragliò il novello imperatore bizantino, Alessio Comneno, che volle assalirlo nel suo campo; ed ebbe alfine Durazzo a tradimento (1082). Lasciando allora il figliuolo Boemondo a condurre innanzi la guerra in Grecia, ei tornò in Italia, dove i baroni levavano la testa; e lo minacciava anco lo imperatore Arrigo, il quale aiutato di danari dal bizantino, com’ora portava l’interesse comune, era entrato in Roma (21 marzo 1084), s’era attirati o comperati molti potenti cittadini e già assediava Ildebrando in Castel Sant’Angelo. Il papa, vistosi abbandonato da’ cittadini e da parecchi cardinali, consumato l’oro e l’argento delle chiese, chiamò allora in aiuto il novello cavalier di San Pietro: e questi corse a gastigare l’imperatore d’Occidente, sì com’avea testè fatto di quel d’Oriente sotto Durazzo. Ma Arrigo sgombrò (maggio 1084) tre giorni innanzi l’arrivo dell’oste meridionale: seimila cavalli e trentamila pedoni, tra Normanni, Pugliesi, Calabresi e Saraceni di Sicilia, ansiosi tutti, direbbesi, di ristorar l’autorità del papa nella metropoli del mondo cattolico. Italiani contro Italiani e stranieri contro stranieri, veniano a lacerarsi tra le rovine gloriose di Roma per una delle mille quistioni che generò il papato e prima e allora e dopo; nè la civiltà del decimonono secolo v’ha trovato rimedio per anco, nè lo troverà finchè non estirpi il germe del male. I crociati cristiani e musulmani lasciarono in Roma vestigia che compariscono tuttavia. Entrato Roberto senza sangue, ma non senza fatica, surse un tumulto contro di lui; corsero i suoi all’armi; Roberto gridò qui il fuoco, e il fuoco fu appiccato a Roma ed aiutato dal vento consumò ogni cosa tra il Laterano e il Castello dove era ristretto il papa. Le soldatesche, seguendo le fiamme, davano addosso ai cittadini, ammazzavano, saccheggiavano, faceano violenza alle donne, perfino nei monasteri (29 maggio). Sforzati i Romani con la spada e la fiaccola di Roberto ad accordarsi col papa, ed uscito Gregorio settimo dal castello, non osò questi rimanere nell’oltraggiata città: andossene col suo liberatore normanno a Salerno,[327] dove a capo d’un anno morì (maggio 1085). Gli tenne dietro Roberto; il quale dopo i fatti di Roma ritornato era in Grecia con nuovo esercito e armata raccolta in Puglia, Calabria e Sicilia;[328] avea riportata nelle acque di Corfù una splendida vittoria navale contro le armate di Costantinopoli e Venezia, e guerreggiava in Cefalonia, quando una febbre l’ammazzò (17 luglio 1085). Alla cui morte l’esercito e l’armata incontanente ritornavano in Italia. Pericolò lo stesso suo Stato in Puglia e Calabria, avendo Roberto lasciata la sovranità ducale al figliuolo Ruggiero, nato dalla principessa salernitana Sichelgaita; perilchè Boemondo, suo primogenito dalla prima moglie ipocritamente ripudiata, Boemondo prode quanto il padre, ma senza cervello, disputò la successione a Ruggiero; e la casa di Hauteville, forse la dominazione normanna in Italia avrebbe corso gravi pericoli se non fosse stato per l’altro Ruggiero conte di Sicilia e di Calabria, che si trovò primo della famiglia per armi, ricchezze e reputazione.[329]