CAPITOLO VI.
Mentre Roberto allargava e assodava il dominio nell’Italia meridionale, Ruggiero progredì a piccoli passi in Sicilia. Abbiam testè narrato com’ei raggranellasse a stento nell’esercito del fratello pochi venturieri o mercenarii; premendo ai più di ritornare in Terraferma, per dar sesto ai loro possedimenti feudali e partecipare, da amici o da avversarii, nelle brighe di Roberto. I dominii di Ruggiero in Calabria, provincia bizantina non usa alla feudalità, poco aiuto fornir poteano, d’uomini e di danaro. Que’ di Sicilia anco meno. All’entrar del millesettantadue, la Sicilia si partiva in tre zone paralelle; delle quali la prima, stendendosi da Messina a Palermo lungo il pendìo settentrionale degli Appennini siculi, apparteneva a Roberto;[330] la seconda, lungo il pendìo meridionale della stessa catena, ubbidiva a Ruggiero; e la terza, uguale in superficie alle altre due messe insieme, teneasi dai Musulmani; se nonchè Ruggiero vi occupava Catania e Mazara, alle estremità di levante e di ponente, ed all’incontro gli mancavano, ai due capi della propria sua zona, Taormina e Trapani, validissime fortezze de’ Musulmani. Mal sicura dunque la provincia di Ruggiero, per quegli estesi confini che richiedeano presidii in ogni luogo; scarso il frutto che il signor ne potea cavare. Al che s’aggiunga che, accomunate indissolubilmente le sorti de’ due fratelli, era uopo talvolta a Ruggiero di combattere in Terraferma pel duca; sì come gli avvenne nel millesettantasette, quando Roberto lo richiese di assediare in Sanseverino il nipote Abelardo, fautore del Principe di Salerno.[331] Le condizioni della Calabria costringeano altresì Ruggiero a ritornarvi di frequente e dalle fazioni di Sicilia il distoglieano.[332]
La regione musulmana potea resistere lungamente. Vero egli è che fin dal millesessantadue la divisione del principato avea tolto di affrontare i Normanni con tutte le forze dell’isola; avea fatti trovare al nemico dove ausiliarii e dove lieti spettatori delle sue vittorie: e ben dice Ibn-Khaldûn[333] che gli occupatori di que’ piccioli Stati caddero nel fallo di affrontar il conte l’un dopo l’altro; e ch’egli aizzandoli in loro discordie, li soggiogò spicciolati e loro prese la Sicilia a fortezza a fortezza. Pur la divisione, mentre fiaccava irreparabilmente il corpo politico, infondea qua e là vigore morboso nelle membra: ciascuno di quegli occupatori s’afforzò d’armi e di castella, fidando in sè solo e in Allah. Al precipizio del suo vicino, o sorrise o punto sbigottì. Nè sbigottirono all’occupazione di Palermo; la quale avrebbe dato vinta la guerra a’ Normanni, se la Sicilia avesse fatto unico Stato. Mazara sola si arrese con la capitale; le altre città o principati (che incerto è il distinguere le dominazioni surte e cadute in quel vortice di guerra nazionale e di guerra civile) continuarono a difendersi, sì come avean fatto per l’addietro, senza aiuti di Palermo.
Anzi l’occupazione di Catania or destava dal decenne letargo i Musulmani di Val di Noto, i quali, collegati con Ruggiero, aveano serbate intere le forze; ed or ne fecero bella prova, condotti da un Benarvet o Benavert.[334] Tacciono di costui gli annali arabi; tace il maggior poeta arabo della Sicilia, Ibn-Hamdîs, il quale visse appunto in quel tempo e ricordava pur sempre con orgoglio il valor de’ cavalieri siracusani: ma forse privata nimistà lo rese ingiusto contro l’ultimo eroe musulmano della Sicilia.[335] Talchè siam noi costretti a spillare le geste di Benavert per entro un’artifiziosa cronaca normanna, solo scritto contemporaneo che ci rimanga su quest’ultimo periodo della guerra siciliana. Similmente è forza che noi togliamo dalla medesima cronaca tutti gli altri fatti particolari. Il fatto generale è che la zona musulmana si trovò tutta in arme; sparsa di castella, donde i signori sfidavano i cavalli di Ruggiero e metteano in punto gualdane da insidiare e depredare la regione tenuta da lui. Ruggiero, capitano di poche squadre mal adatte ad assedii, suppliva al numero col valore, la costanza, l’attività della mente e della persona; le quali virtù, afferma lo storiografo di corte, crebbero a tanti doppi, quand’egli pei nuovi patti fu certo d’affaticarsi oramai per sè medesimo, senza obbligo di partire gli acquisti con Roberto.[336]
Contuttociò volgea senz’altro evento il primo anno dall’occupazione di Palermo. Del millesettantatrè sappiam solo che Ruggiero afforzasse un castello a Mazara, per soggiogare gli abitatori di quelle pianure e un altro a Paternò, per infestare le falde dell’Etna.[337] Del millesettantaquattro ei munì di cavalieri, armi e vettovaglie la rôcca di Calascibetta, di faccia a Castrogiovanni, a fin di battere sì duramente il contado, che Castrogiovanni gli si arrendesse e cadessero con quella fortezza le speranze dei Musulmani tutti dell’isola.[338] Nè furono segnalati altrimenti i due anni appresso, che per due prospere fazioni de’ Musulmani e per la prontezza e valore con che Ruggiero seppe ripigliare l’avvantaggio in entrambe. Forse i Musulmani di Sicilia, incalzati dalla avversa fortuna, s’erano in questo tempo rivolti nuovamente agli aiuti d’Affrica, e casa Zirita li avea nuovamente ascoltati; poichè di giugno settantaquattro, l’armata di Temîm, girato intorno alla Sicilia, s’era improvvisamente gittata sopra Nicotra di Calabria; fattivi prigioni e bottino, arsa la terra, resi i prigioni per riscatto, s’era ridotta in Affrica. Ritornava ne’ mari di Sicilia correndo il settantacinque; sbarcava le genti a Mazara, le quali assediavano per otto dì il castello con manifesto proposito di tenere la città, quando Ruggiero, chiamato per messaggi, v’accorse con forte mano d’armati, entrò di notte nel castello, e al nuovo dì, fatta una sortita, pugnò con gli Affricani nella piazza sotto il castello e con molta strage li respinse al mare e molti ne fece prigioni.[339]
Veggiamo dopo questa fazione travagliarsi più grossa la guerra d’ambo le parti. Benavert, surto com’e’ sembra nella riscossa del Val di Noto, comandava da Siracusa a tutta la provincia, ne raccogliea le forze di terra e di mare,[340] e in guisa le adoperava da tenere in rispetto lo stesso Ruggiero e meritar dallo storiografo normanno la lode di astutissimo, audace, esperto capitano, maestro d’inganni e di stratagemmi.[341] Il conte dalla sua parte aveva ordinato un nodo di milizia stanziale, capitanato da Giordano, figliuol suo non legittimo, bello ed aitante della persona, prode tra i prodi. Occorrendo adesso a Ruggiero di ritornare a Mileto in Calabria, ei pose luogotenente in Sicilia Ugo di Jersey, di nobilissima famiglia del Maine, marito d’una sua figliuola e feudatario, com’ei pare, di Catania.[342] Al quale raccomandò che, stando sempre su la difesa, per niuna provocazione non uscisse a giornata contro Benavert. E quegli, bollente di gioventù e di militare ambizione, non curando il divieto, volle provarsi: andato a trovare in Traina Giordano che non era punto men ambizioso di lui, seco il tirò con gli stanziali. Ma Benavert, risaputi cotai preparamenti, guadagnò le mosse a’ due giovani normanni. Con forte stuolo andò a porsi in un bosco presso Catania che chiamavano il Mortelleto; mandò trenta cavalli a depredare insino alle mura della città, per trar fuori Ugo di Jersey. Il quale opponendo, com’ei credea, stratagemma a stratagemma, spinse contro i provocatori musulmani una vanguardia di trenta cavalli ed egli, con Giordano e il grosso delle genti, seguiva da lungi. Ma appostosi Benavert al disegno, lascia passar libera la vanguardia normanna; e quando è giunta la schiera d’Ugo, le piomba addosso. Il numero, allora, o la tattica de’ Musulmani riportò la vittoria. Valorosamente combattendo Ugo fu morto, con la più parte de suoi; Giordano si rifuggì a mala pena, con gli avanzi, in Catania; la vanguardia, tagliata fuori, cercò asilo nella fortezza normanna di Paternò. E Benavert recò a trionfo in Siracusa le prime spoglie de’ Normanni.
Ruggiero risaputo il caso, mosse alla volta di Sicilia per fare strepitosa vendetta e assicurare i suoi che balenavano. Recate seco sì grosse forze che Benavert non osò affrontarlo all’aperto, nella state del millesettantasei, occupava dapprima una rôcca in sul monte Judica, il quale chiude a ponente la ubertosa e vasta Piana di Catania; demoliva la rôcca; mettea al taglio della spada tutti gli uomini; le donne e i bambini mandava a vendere in Calabria. Correndo poi le parti meridionali del Val di Noto, fece grandissima preda; bruciò le mèssi già segate; cagionò sì orribile guasto, che l’anno appresso la Sicilia fu desolata dalla fame,[343] aiutandola al certo i guasti che feano i Musulmani nella provincia di Ruggiero, i quali, come di ragione, son taciuti dal Malaterra.
Non si ostinando pure a combattere Benavert nelle fortezze del Val di Noto, Ruggiero l’anno appresso, che fu il millesettantasette, del mese di maggio, assalì Trapani, a ponente della propria sua zona; Trablas, come scrive il Malaterra, notando fedelmente la pronunzia arabica che confondea l’antico nome di Drepanum con quello, più ovvio, di Tripoli. Andò con forze tanto insolite, che li chiamarono esercito e armata; armata della quale non allestì mai più bella il grande Alessandro, sclama qui Malaterra, sfogando la gioia del nuovo spettacolo in uno squarcio di versi. E così descrive il placido mare, i zeffiri amici, le spiegate vele, il sorriso dell’auretta e della fortuna, lo squillo delle trombe, il suono de’ liuti, il batter de’ tamburi; e da un’altra mano la cavalleria che corre per monti e valli capitanata da Ruggiero in persona, i mille pennoncelli delle lance, il luccicare degli elmi e degli scudi intarsiati d’oro, il nitrito de’ cavalli e l’eco che il ripercuote: orribil suono, orribile vista da far tremare i Musulmani entro le mura di Trabla. Strinsero la città per mare e per terra; piantaron gli alloggiamenti; ricacciarono malconci dentro le mura i cittadini usciti a combattere: e contuttociò l’assedio andava in lungo, quando un colpo di mano fece cader l’animo a’ Trapanesi. Fuor la città, scrive il Malaterra, stendeasi in mare un promontorio ricco di pascoli,[344] dove soleano menare il bestiame, ridotto dalla campagna in città al principio dell’assedio. Di che addandosi Giordano, senza dir nulla al padre, una sera con cento soli combattenti si fece traghettare al promontorio; occultò la gente tra li scogli, finchè la dimane aperte le porte della città e uscito l’armento, ei salta dall’agguato, rapisce i buoi fin sotto le mura, li fa cacciare alle sue barche; e sopraccorsi i cittadini in arme, ferocemente li ributtò, ne fece strage, imbarcò la preda, e tornossene al campo. Malaterra, o il conte, moltiplicando, all’usanza loro, per quindici o per venti il numero de’ combattenti musulmani, ne fanno qui uscire diecimila contro Giordano, quanti forse non ne capiva il luogo, nè potean essere in Trapani. Il pericolo di nuovo assalto da quella banda e le vittuaglie che venian meno dopo tal preda, fecero calare i cittadini agli accordi: i quali par siano stati stipulati negli stessi termini che già ottennero i Musulmani di Palermo; leggendosi nella cronica che consegnarono il castello, riconobbero la signorìa del conte, e si confederarono, secondo il solito; il che ben sappiamo che significasse pagare tributo. Ruggiero acconciò le fortificazioni a modo suo, lasciovvi presidio ben provveduto, e si messe a battere la provincia, sparsa di forti rôcche ed ostinata a difendersi. In breve tempo, i Normanni vi sottomessero ben dodici importanti castella. Le quali il conte distribuì in feudo ai suoi condottieri, con le terre dipendenti da ciascuno e licenziò l’esercito. Acquistò, non guari dopo, Castronovo, forte e grossa terra; chiamatovi da una mano di servi che s’erano ribellati al Signore musulmano, Beco, o forse Abu-Bekr, ed afforzati in una rupe che sovrastava al castello. Dove sopraccorso il conte da Vicari, con quanta gente potè raccogliere in fretta, i sollevati fecero i patti con lui, tirarono su con funi i suoi soldati: ed Abu-Bekr, vista inutile la resistenza, sgombrò; i terrazzani resero il castello a Ruggiero. Questi immantinente emancipava que’ servi, e largamente rimunerava un mugnaio, il quale, battuto dal crudel signore, avea macchinata la rivolta per vendicarsi.[345]
Crescea con gli acquisti la milizia feudale e la riputazione di Ruggiero sì prestamente, che l’anno appresso l’esercito si vide partito in quattro corpi, sotto Giordano, Otone, Arisgoto di Pozzuoli ed Elia Cartomi; dei quali è verosimile che il primo conducesse oltre i proprii vassalli gli stanziali del padre, Otone ed Arisgoto, italiani entrambi come suonavano ormai que’ nomi, capitanassero gli uomini di Calabria e di Sicilia, ed Elia i Musulmani sudditi de’ Normanni: sendo costui musulmano e forse rinnegato, sicchè quei di Castrogiovanni, cui cadde tra le mani a capo di pochi anni, lo misero a morte secondo lor legge, e gli agiografi cristiani di Sicilia l’han fatto martire e beato.[346] L’armata accompagnava l’esercito. Il conte, non più costretto dalla pochezza delle forze a rubacchiare ed usare le occasioni, conducea la guerra a disegno. In primavera dunque si pose all’assedio di Taormina; la quale sorgendo su ripido monte, a cavaliere del mare, da prendersi per fame anzi che per battaglia, chiuse egli il mare con l’armata; circondò le radici del monte con ventidue torri collegate tra loro per una cintura di palizzate e siepi.[347] E poco mancò ch’egli non vi lasciasse la vita. Perocchè un giorno, andando in giro per la circonvallazione con piccola scorta d’armati e inerpicandosi discosto alquanto dai suoi per viottoli alpestri, una mano di Slavi, che sembrano schiavi o mercenarii de’ Musulmani, gli saltarono addosso da un mirteto dove s’erano ascosi. Più ratto di loro, un uom di Bretagna per nome Evisando, si gittava di mezzo tra i nemici e il conte; li rattenea nello stretto passo, dando e toccando colpi, tanto che, sopraccorsa la scorta, rotolò gli assalitori giù per que’ dirupi; mentre Evisando dalla fatica e dalle ferite spirava. Il conte onorò di splendidi funerali e pie fondazioni la memoria di questo fedele, immolatosi per lui. Ma stretto e assicurato in tal modo l’assedio, Ruggiero con una eletta di fanti battea la costa settentrionale dell’Etna e la valle che la divide dagli Appennini e soggiogava tutti i Musulmani sparsi in que’ luoghi, infino a Traina. Ritornato allo assedio, vide comparire quattordici corvette affricane[348] alle quali mal avrebbe potuto resistere l’armata sua, scema di gente per la guardia della circonvallazione. Donde inviato un messaggio agli Affricani, gli risposero non venir con intendimenti ostili e veramente poco appresso partironsi; il che darebbe a credere che Roberto per avventura avesse stipulato accordo co’ principi Ziriti, per pratiche de’ Pisani o degli Amalfitani e che Ruggiero fosse compreso nella tregua, ovvero cogliesse or il destro di entrarvi anch’egli, come di certo il fece a capo di pochi anni.[349] E intanto per l’assidua vigilanza di Ruggiero e de’ capitani suoi fu chiusa Taormina sì strettamente che, mancate le vittuaglie, la si arrese nell’agosto dopo cinque mesi di assedio.[350]
Posarono nel millesettantanove i Musulmani liberi della Sicilia meridionale, mercè i lor fratelli soggiogati della provincia palermitana, i quali attiravano sopra di sè le armi del Conte. A ventidue miglia da Palermo e un miglio e poco più a levante del comune di San Giuseppe li Mortilli, sorge scosceso monte, inaccessibile fuorchè da una via aspra e tortuosa: luogo pressochè disabitato al tempo nostro. Pure il nome topografico non dileguato, gli avanzi di spaziose cisterne e di qualche edifizio, i vasi d’argilla e le monete che sovente vi si ritrovano coltivando il suolo, mostrano quivi senza alcun dubbio il sito dell’antica Jeta o Jato, desolata non da Goti nè da Saraceni, ma dai monaci ai quali ne fe’ dono Guglielmo II, con quaranta o più villaggi de’ contorni. Territorio fertilissimo di circa cento miglia quadrate, abitato in oggi da diciassette o diciotto mila anime[351] il quale per lo meno ne racchiudea da sessantamila, leggendosi nel Malaterra che Giato avesse tredicimila famiglie.[352] Forti nel numero e nella postura, que’ di Giato ricusarono il censo e il servigio; nè Ruggiero li potè spuntar con preghiere, nè con minacce. Raccolsero gli armenti nella spaziosa montagna, afforzaronla di muro e di ridotti là dove parea accessibile, e con vigilanti guardie si assicurarono; beffandosi della rabbia del conte Ruggiero. All’esempio si mosse Cinisi, terra di origine arabica, come pare dal nome, posta a venticinque miglia a ponente di Palermo; contro la quale andò Ruggiero co’ vassalli di Calabria, lasciando que’ di Sicilia a stringere Giato, o piuttosto ad infestarne il territorio da’ due lati confinanti con Corleone e Partinico. Egli poi sopravvedeva or l’una or l’altra oste e invano si affaticava, rifuggendo, per umanità, dignità o avarizia, dall’ardere le mèssi. Ma infine gittossi a quel partito, più degno di masnadiere che di capitano; e Giato e Cinisi calavano agli accordi.[353]
Ritardò le mosse militari, non gli acquisti, di Ruggiero in Sicilia, l’impresa orientale di Roberto, cui par che il fratello desse aiuti d’ogni maniera e rendesse importanti servigi, ond’ei n’ebbe in merito la provincia del Valdemone. Perocchè del milleottantuno, il Conte, fatti venire d’ogni banda, scrive il Malaterra, valenti artefici,[354] con grandissima spesa murava dalle fondamenta le fortificazioni di Messina: baluardi e torri di mirabile altezza; le quali in breve tempo furono compiute, per la solerzia di Ruggiero che aveavi preposti appositi officiali e instava spesso in persona a’ lavori. Sappiamo inoltre che risguardando Messina come chiave della Sicilia e importantissima tra le città ch’egli possedea, la munì di forte e fedele presidio; la decorò di novella chiesa del titolo di San Niccolò, edificata a bella posta, largamente dotata e messa sotto la giurisdizione del vescovato che il Conte avea testè fondato in Traina.[355] I quali fatti, e le parole con che li espone il cronista di corte, dimostran Ruggiero in quel tempo signor di Messina, anzi che luogotenente di Roberto. E tal sembra l’anno appresso in tutta la provincia; ritraendosi che Giordano, nella tentata usurpazione del mille ottantadue, togliesse al padre due terre di Valdemone, Mistretta, cioè, e quel Castello di San Marco ch’era stata la prima fortezza munita da Roberto in Sicilia. Certa dunque ci torna, ancorchè non attestata da diplomi nè litteralmente affermata da scrittori, la cessione o vendita che dir si voglia del Valdemone; alla quale non è meraviglia che si venisse, quando Ruggiero tenea molti danari in serbo,[356] Roberto all’incontro con grandi spese allestiva possente armata e metteva in piè un esercito. E forse fu principale patto loro l’armamento di Messina; premendo a Roberto di evitare il pericolo che un navilio bizantino venisse ad occupare lo Stretto, mentr’egli assaliva l’impero d’Oriente.
Passato Roberto di là dall’Adriatico, e soggiornando sovente Ruggiero in Puglia e in Calabria per aver cura delle faccende di lui, intervenne lo stesso anno mille ottantuno, che Benavert s’insignorisse di Catania. Il quale era divenuto molestissimo a’ Normanni tra cotesti loro preparamenti alla guerra d’oltremare; ed a lui facean capo tutti i Musulmani di Sicilia ribelli, come il Malaterra chiama coloro che la patria e la religione tuttavia difendeano contro i guerrier di ventura del Nort. Segue a dire il cronista che Benavert comperò con doni e promesse un Bencimino[357] che reggea Catania per Ruggiero; il qual nome per avventura sarebbe lo stesso di Ibn-Thimna e se ne potrebbe inferire che alcun figliuolo o parente di lui servisse tuttavia i Normanni. Una notte il traditore apriva la città a Benavert ed alle sue genti: con rabbia ed onta de’ Cristiani, con esultanza de’ Musulmani, si sparse per tutta l’isola essere tornata Catania in man del nemico. Moveano alla riscossa, Giordano, Roberto di Sordavalle ed Elia Cartomi, con centosessanta lance, che tornerebbero a settecento cavalli; ai quali Benavert uscì incontro, continua il Malaterra, con ventimila fanti e un forte nodo di cavalli: pose a destra i primi, stette ei co’ secondi a sinistra un po’ addietro la linea; e con lieti auspicii appiccò la battaglia, poichè avendo la cavalleria cristiana caricati i fanti, non le venne fatto d’intaccarli al primo, nè al secondo, nè al terzo assalto. Audacemente allora i Normanni si serrano addosso a’ cavalli di Benavert, lasciandosi interi al fianco e al dosso i fanti nemici: ed ostinata e sanguinosa la zuffa si travagliò co’ cavalli, forse uguali e forse inferiori di numero, finchè i Musulmani, rotti, fuggironsi alla città e Benavert stesso a mala pena v’entrò, inseguito da Giordano fino alle porte. I fanti si sparpagliarono dopo la rotta dei cavalli, fuggendo o correndo all’impazzata addosso ai vincitori, sì che furono tagliati a pezzi. I Normanni posero l’assedio alla città; nella quale sendo scarso il presidio e ingrossando già la popolazione cristiana,[358] Benavert nottetempo se ne andò a Siracusa, dov’ei condusse il traditore, Bencimino, e in vece de’ promessi premii, gli diede la morte.[359]
Contenti di questa vittoria i Normanni stettero sempre in su la difesa infino al milleottantacinque, ordinati, credo, a contenere Benavert que’ medesimi stanziali che aveano sì virtuosamente ripigliata Catania. Ruggiero soggiornò in Terraferma, come richiedeano gli interessi di Roberto e suoi; nè ebbe a venire in Sicilia che per reprimere, del mille ottantadue, una rivolta del proprio figliuolo Giordano, luogotenente nell’isola. Il quale par abbia voluto prendere le terre di Valdemone per sè stesso, e cominciò occupando i castelli di Mistretta e di San Marco, e tentando di por mano nel tesoro di Ruggiero, serbato in Traina a guardia d’uomini fidatissimi, da non spuntarsi con promesse nè con minacce. Indi fallì questo colpo; nè senza vergogna Giordano si ritrasse dal mal sentiero ov’avea messo il piede. Perchè Ruggiero, temendo che il figliuolo per disperazione non si gittasse a’ Musulmani, dapprima s’infinse prenderle per baie giovanili, ed aprì le braccia a quel valoroso; ma com’ei l’ebbe nelle sue forze con tutti i compagni e’ famigliari, cominciò una stretta inquisizione, fe’ accecare dodici che gli parvero gli istigatori del figlio, e rimandò poi libero Giordano, disonorato nel supplizio de’ complici, atterrito dalla minaccia di perdere il lume degli occhi per comando del proprio suo padre.[360] Allenava così la guerra, dalla parte de’ Normanni, perchè il nerbo delle loro forze pugnò in quel tempo con Roberto in Grecia; e dalla parte de’ Musulmani, perchè forze d’animo non restavano ai soggiogati, e i liberi par che al solito le spendessero in lor piccole gare. Che se pronti egli avesse visti a pigliare le armi i correligionarii suoi di Palermo, di Mazara o di Trapani; se disposti que’ di Castrogiovanni o di Girgenti a seguirlo ne’ territorii occupati dal nemico, non avrebbe il prode Benavert messe tutte le sue sorti al gioco d’una disperata fazione in Calabria.
Tentolla il milleottantacinque, quando la morte di Roberto Guiscardo avea gittato tanto scompiglio nell’Italia meridionale, quando si disputava la successione al ducato tra suoi figli Boemondo e Ruggiero, quando il conte Ruggiero si adoperava in Terraferma all’esaltazione del secondo tra’ nipoti, il quale glie ne die’ in merito la metà delle terre di Calabria, riserbata già da Roberto. Benavert assaltò la Calabria, come uom che a null’altro agogni fuorchè vendicarsi o morire. Nell’agosto o nel settembre[361] approdò di notte[362] a Nicotra, vinto pria, com’e’ parrebbe, un combattimento navale e poi uno di cavalleria co’ Normanni:[363] distrusse quant’ei potè della città, rapinne quanto ei seppe, menò cattivi uomini e donne. Ritornando, sbarcò presso Reggio, dove saccheggiò le chiese di San Niccolò e di San Giorgio, spezzando le immagini, contaminando i vasi sacri e gli arredi. Irruppe alfine nel munistero di donne della Madre di Dio a Rocca d’Asino; depredollo e le suore menò negli harem di Siracusa.[364]
Inorridivano, bolliano di sdegno all’annunzio di tal sacrilegio le milizie cristiane; soprattutti Ruggiero che sperava utilità dalla vendetta e il destro di volgere a impresa nazionale e religiosa le armi pronte in Puglia alla guerra civile. “Spirandogli il Cielo maggior ira che l’usata, scrive il monaco Malaterra, ei surse a vendicare l’ingiuria di Dio: cominciò il primo ottobre, fornì il venti maggio gli appresti dell’armata. A piè scalzi allora, andò in giro per le chiese, recitando litanie, mettendo sospiri e lamenti, dispensando larghe limosine ai poverelli: si commise indi a’ perigli del mare e drizzò le prore a Siracusa. “La mostra dell’armata, i riti di propiziazione da infiammare le moltitudini seguirono, com’egli è evidente, a Messina. Ruggiero, mandato Giordano co’ cavalli che l’aspettasse al Capo di Santa Croce,[365] là dove fu poscia edificata Agosta, salpò con l’armata; la qual senza remi nè vele (nota il Malaterra per dimostrare il miracolo, ma dimentica le correnti del mare) prosperamente navigò, sostando la prima notte a Taormina[366] la seconda a Lognina[367] presso Catania e la terza al Capo di Santa Croce. Dove trovato Giordano co’ cavalli e messa in punto ogni cosa, il conte mandò a riconoscere le condizioni del nemico un Filippo di Gregorio[368] patrizio. Il quale, in una barca montata da Siciliani, com’ei sembra, che al par di lui intendeano l’arabico e parlavano speditamente, aggirossi nel porto di Siracusa la notte, contò le navi di Benavert, le seppe disposte ad affrontare senza dimora i Cristiani e ritornò a Ruggiero. Era giorno di domenica. Il conte fa celebrare la messa in quel deserto lido, confessare e comunicare la gente: la notte salpa per Siracusa e mandavi la cavalleria. Il venticinque maggio mille ottantasei, combatterono le due armate nel maggior porto, come quelle di Siracusa e d’Atene, quindici secoli innanzi. Benavert vedendo troppo travagliati i suoi dagli arcieri e sopratutto da’ balestrieri,[369] che li ferivano stando fuor del tiro delle saette loro, comandò l’arrembaggio: dritto ei vogò a dar d’urto alla nave di Ruggiero; spingendolo il demonio, scrive Malaterra, per accorciargli la vita. Perchè trovato duro riscontro, ferito gravemente di lanciotto per man d’un Lupino,[370] incalzato con la spada alla mano dal Conte, cercò scampo in altra nave, spiccò corto il salto, e annegò, tratto in fondo dalla grave armadura. La più parte delle navi musulmane allor fu presa; e la città cinta d’assedio, poichè Giordano, osservando questa volta rigorosamente il divieto del padre, non tentò d’occuparla d’un colpo di mano, al primo scompiglio gittatovi dal caso di Benavert. Dice l’Anonimo che Ruggiero, fatto pescare il cadavere dell’emir, mandasselo a Temîm in Affrica. Valorosamente poi si difesero i Musulmani di Siracusa dallo scorcio di maggio fino all’ottobre; e invano speraron placare il conte, rimandando liberi tutti i prigioni cristiani. Affaticati, scemati da’ tiri delle macchine, li ridusse la fame. Una notte, la moglie e il figliuolo di Benavert, coi notabili musulmani, si rifuggirono in Noto su due navi, trapassando velocissimamente in mezzo all’armata nemica. La città s’arrese a patti.[371]
Il giusto orgoglio d’una impresa navale de’ nostri e la connessione del subietto, mi conducono or a toccare l’espugnazione di Mehdia, interrompendo il racconto della guerra siciliana. Scrive l’istoriografo di Ruggiero che, stando questi all’assedio di Siracusa, i Pisani per vendetta d’alcuna ingiuria, avessero osteggiata e occupata la capitale di Temîm, fuorchè il castello; e che, non fidandosi di prender questo, nè di tenere la città, avessero profferto lo splendido acquisto loro al conte Ruggiero, il quale ricusò, per mantener fede a Temîm, cui lo stringeva un accordo.[372] Lealtà necessaria, come ognun vede, a chi tuttavia s’affaticava sotto le mura di Siracusa e gli rimaneano a soggiogare nell’isola tante altre cittadi e province. Ma le genuine memorie nostrali e musulmane scoprono vieppiù la fallacia del cronista e provano che, se pur i Pisani richiesero il conte, fu sol di entrare nella lega quando si apparecchiavano gli armamenti.
Delle condizioni di casa zirita, delle fortificazioni di Mehdia, ci è occorso dire più volte.[373] Il munitissimo porto era nido di pirati che tutto infestavano il Mediterraneo, dalla Spagna alla Grecia, e assalivano talvolta le costiere e rapivano gli uomini al par che la roba, nè rispettavano al certo gli accordi che per avventura fermò con gli Ziriti or questo or quello Stato italiano.[374] Colma la misura, mossi i Pisani dalle querele di lor cittadini cattivi degli Infedeli, proposero lega a Genova, domandarono aiuti a tutti navigatori italiani e benedizioni al papa, che era allor lo scaltro abate Desiderio, o vogliam dire Vittore III; il quale, travagliandosi in dure strette, aiutò di quel che potea: conforti ed esortazioni. Con gli stessi elementi, gli stessi modi e gli stessi intenti, ma assai più larga e possente si rifacea così, dopo settant’anni, la lega che oppresse Mogehid nel millequindici. Apparecchiate lungamente[375] da Pisani, Genovesi, Amalfitani,[376] sommarono le navi italiane a tre o quattrocento, gli uomini, comprese al certo le ciurme, a trentamila;[377] e lor fu dato il ritrovo a Pantellaria. Dove i Musulmani, provatisi indarno a resistere, mandarono avvisi a Temîm per dispacci attaccati al collo delle colombe: ma l’annunzio del pericolo nocque, più che non giovasse, nella città spreparata, nella corte pusillanime e discorde. Mentre quivi i Musulmani si bisticciano tra loro, il mare si ricopre delle italiane vele; i palischermi s’avanzano a branchi; sbarcan lesti i nostri nel borgo di Zawila a mezzodì, e nella penisola stessa di Mehdia a tramontana: per aspri combattimenti occupano il borgo, occupano la città fuorchè il cassaro[378] ossia palagio afforzato; bruciano l’armata musulmana entro il porto; appiccan fuoco alle case; fan prigioni, saccheggiano e furiosamente stringono il cassaro, dove s’era rifuggito Temîm. Era il sei agosto del mille ottantasette. Ma assalito invano il castello per parecchi giorni, Temîm chiedea la pace, a patto di sborsare trentamila, altri dice ottanta e altri centomila, dînar d’oro,[379] liberare i prigioni cristiani, smettere la pirateria contro Cristiani, e accordare franchigie doganali ai Pisani ed ai Genovesi.[380] E i collegati, conseguito l’intento, accettarono i patti, caricarono le navi d’oro, argento, pallii, arnesi di bronzo, prigioni cristiani da liberare o da rivendere, schiavi musulmani da recare al mercato, e ciascuno se ne andò in quella che chiamava sua patria, a far mostra della preda, arricchire la chiesa più favorita; e poi riarmare la nave, ed arrotar l’azza e la spada contro un’altra città italiana. L’imbarbarita musa arabica dell’Affrica si fece a descrivere le calamità di Mehdia, cominciando a dire del gran numero de’ nostri, agguerriti e feroci, che assalirono improvvisamente un pugno di cittadini, avvezzi a molle vita più che alle armi; ma sventuratamente ci manca la più parte di questa lunga elegia. Intero abbiamo lo scritto d’un italiano, il quale provandosi nei principj del duodecimo secolo a cantare in una lingua ch’ei non parlava, le geste di una nazione la quale non vedea per anco la sua stella polare, dettò in versi latini un racconto preciso e fedele nella importanza de’ fatti, ma lo vestì di goffe metafore da romanzo, facendo allestir da’ cittadini di Pisa e di Genova mille navi in tre mesi, uccidere in Mehdia centomila Arabi, liberare centomila Cristiani e simili baie.[381]
Il cauto normanno avea occupata Girgenti, mentre i marinai italiani si apparecchiavano tuttavolta all’impresa di Mehdia. Sbrigatosi di Benavert nell’ottantasei, radunava a dì primo aprile dell’ottantasette le milizie feudali, volenterose e liete per la speranza d’acquisto; e sì conduceale all’assedio di Girgenti. Ubbidiva allora Girgenti con Castrogiovanni e con tutto il paese di mezzo, a un rampollo della sacra schiatta di Alì, del ramo degli Edrisiti che aveano regnato un tempo nell’Affrica occidentale, e della casa de’ Beni-Hamûd, la quale tenne per poco il califato di Cordova (1015-1027) indi i principati di Malaga e di Algeziras (1035-1057), ma cacciata dalla Spagna, andò cercando fortuna qua e là. Par che un uomo di cotesta famiglia, passato in Sicilia, non sappiamo appunto in qual anno, abbia preso lo stato in quelle province, tra le guerre civili che si travagliarono coi figli di Temîm; portato in alto non da propria virtù, ma dal nome illustre e dalle pazze vicende dell’anarchia. Chamut il suo nome, qual si legge nel Malaterra e ben risponde alla voce che a nostro modo si trascrive Hamûd.[382] Il quale si rannicchiò tra sue rupi inaccesse di Castrogiovanni, mentre la moglie e i figliuoli si trovavano in Girgenti, e i Normanni circondavano la città, batteano le mura con lor macchine; tanto che occuparonla a dì venticinque luglio del medesimo anno. Ruggiero v’acconciò fortissimo un castello, munito di torri, bastioni e fosso; lasciovvi buon presidio, e battendo la provincia, in breve ne ridusse undici castella: Platani, Muxaro, Guastanella, Sutera, Rahl, Bifara, Micolufa, Naro, Caltanissetta, Licata, Ravanusa; talchè occupava tutto il paese dalla foce del fiume Platani a quella del Salso ed a Caltanissetta, di che ei compose non guari dopo, con qualche aggiunta, la Diocesi di Girgenti, ed or vi risponde tutta intera la provincia di questo nome e parte della finitima di Caltanissetta. La moglie ed i figliuoli dell’Hamudita caduti in suo potere, tenne Ruggiero in sicura ed onorata custodia; pensando, così nota il Malaterra, che più agevolmente avrebbe tirato quel principe agli accordi, con serbare la sua famiglia illesa da tutt’oltraggio.[383]
E veramente, Ibn-Hamûd si vedea chiuso d’ogni banda in Castrogiovanni; occupata da’ Cristiani tutta l’isola, fuorchè Noto e Butera; potersi differire, non evitar la caduta; nè egli ambiva il martirio, nè i pericoli della guerra, nè pure i disagi di gloriosa povertà. Ruggiero fattosi un giorno con cento lance presso la rôcca, lo invitava ad abboccamento; egli scendea volentieri ed ascoltava senza raccapriccio i giri di parole che conduceano a due proposte: rendere Castrogiovanni e farsi cristiano. Dubbiò solo intorno il modo di compiere il tradimento e l’apostasia, senza rischio di lasciarci la pelle: alfine, trovato rimedio a questo, accomiatossi dal Conte, il quale se ne tornava tutto lieto a Girgenti. Nè andò guari che il normanno con fortissimo stuolo chetamente s’avviava alla volta di Castrogiovanni; nascondeasi in un luogo appostato già col musulmano; e questi, fatti montar in sella suoi cavalieri, traendosi dietro su i muli quanta altra gente potè, quasi a tentare impresa di gran momento, uscì di Castrogiovanni, li menò diritto all’agguato. E que’ fur tutti presi; egli accolto a braccia aperte. Allor muovono i Cristiani alla volta della città; la quale priva de’ difensori più forti, si arrende a patti, e Ruggiero vi pone a suo modo castello e presidio. Ibn-Hamûd poi si battezzò, impetrato da’ teologi del Conte di ritenere la moglie ch’era sua parente ne’ gradi permessi dal Corano, vietati dalla disciplina cattolica. Ma non tenendosi sicuro de’ Musulmani in Sicilia, nè volendo che Ruggiero pur sospettasse di lui in caso di cospirazioni o tumulti, il cauto e vile Ibn-Hamûd chiese di soggiornare in Terraferma; ebbe da Ruggiero certi poderi presso Mileto e quivi lungamente visse vita irreprensibile, dice lo storiografo normanno.[384]
Ultima resistè con le armi la città di Butera; ultima s’arrese Noto. Fortissima l’una di sito, fertilissima di territorio, prosperò sotto la dominazione musulmana; incivilita al par che ricca, patria di un elegante poeta, il quale nella prima metà del secolo seguente ornò la corte di re Ruggiero in Palermo. Il conte Ruggiero movea con l’esercito all’assedio di Butera in su l’entrar d’aprile del mille ottantanove; la strignea da tutti i lati; apprestava le macchine a battere il castello, quando ebbe avviso che papa Urbano secondo, venuto in Sicilia a trattare secolui gravissimo negozio, sostava alla corte in Traina. Donde Ruggiero, lasciata ai suoi capitani la cura della guerra, andava ad abboccarsi col papa; e quando questi partì, gli offria ricchi doni. Ritornato al campo sotto Butera, ebbela a patti; messe presidio nel castello e mandò in Calabria i più potenti cittadini. Nel febbraio del mille novantuno, stando egli a Mileto, veniano oratori di Noto a profferire la sottomissione; la quale egli accettò, francando la città di tributo per due anni e rimandò co’ legati il figliuolo Giordano, che occupasse il castello. La moglie e il figliuolo di Benavert si rifuggivano allora in Affrica.[385]
Insignoritisi per tal modo i Normanni dell’isola tutta, Ruggiero navigò lo stesso anno millenovantuno al conquisto di Malta, dalla quale cominciar volle, scrive il biografo, a soggiogare novelle province oltre il mare, per isfogar quella sua brama di acquisti e quel bisogno ch’egli sentia di muoversi, affaticarsi, guerreggiare. Mentre apparecchia la spedizione e chiamavi i suoi baroni, gli vien detto che Mainieri di Acerenza, richiesto da lui d’un abboccamento, avea risposto al messaggero: io nol rivedrò in viso che quando avrò da fargli del male. Acceso d’ira a cotesta ingiuria, il conte ripassa incontanente in Terraferma; Pietro di Mortain lo segue entro otto dì con un esercito levato in Sicilia, pieno forse di Musulmani; col quale Ruggiero muove in fretta contro Acerenza, la stringe di assedio, sì che Mainieri scendea a chiedergli perdono, ed ei lo multava di mille soldi d’oro. Pria di ritornare in Sicilia, diè il guasto al territorio di Cosenza che avea disdetta la signorìa del favorito Duca di Puglia. Poi comanda ch’entro quindici dì si adunino le genti e le navi al Capo Scalambri[386] che difende da ponente il porto detto di Longobardo, la Caucana di Tolomeo e di Procopio, donde Belisario era passato al racquisto di Malta quattro secoli avanti di lui. Del mese di luglio andovvi il Conte, vigoroso e verde, che non gli pesavano i sessant’anni ed avea tolta testè la terza moglie. Pregandolo il figliuolo Giordano che gli concedesse di capitanare l’oste, forte ei se ne adirò; disse che essendo primo nel partaggio degli acquisti, primo entrar voleva anco ne’ rischi e ne’ travagli; e comandò al figliuolo che nell’assenza sua girasse la Sicilia con grosso stuolo, senza posare mai in città murata o castello. Di che l’ambizioso giovane piangea di rabbia. Ruggiero, fatto dar nelle trombe e negli strumenti di musica, de’ quali par avesse composta una banda con valenti suonatori, fatto salpare le ancore e scior le vele, approdò a Malta, al secondo giorno di navigazione: prima tra tutte la sua nave, primo egli a sbarcare co’ tredici cavalieri che soli avea seco: scaramucciando co’ Musulmani aspettò l’arrivo delle altre navi, e con le genti dormì su la spiaggia. La dimane, sparge i cavalli per la campagna; muove contro la città col grosso dell’oste. Ma il Kaid e gli abitatori non usi alle armi, si affrettavano a venire a parlamento, si sforzavano a raggirarlo; nè potendo vincerlo d’astuzia più che di forza, pattuivano di liberare tutti i prigioni cristiani, consegnare armi, cavalli e tutt’arnesi di guerra, pagare incontanente una grossa taglia e indi tributo annuale, tenendo la città a nome del conte Ruggiero e prestandogli giuramento di fedeltà. Ruppero in lagrime i guerrieri cristiani, quando i prigioni sciolti da’ ceppi lor si fecero incontro, cantando il Kirie eleison, recando in mano le croci, qual di legno, qual di canna, come ciascuno avea potuto farsene; e gittavansi a’ piè di Ruggiero. Il quale li scompartì tra tutte le navi quando salparono per tornare in Sicilia, e temea non calassero al fondo per troppo peso; ma seguì il contrario effetto, così il Malaterra, chè il nuovo carico le rendea tanto leggiere da levarsi sul pelo delle acque un cubito più che all’andata. Cammin facendo, senz’altri miracoli, sbarcarono al Gozzo; la saccheggiarono, la assoggettarono al dominio di Ruggiero. Questi poi, toccata la terra di Sicilia, adunava i prigioni cristiani di Malta, loro accordava la libertà; offria terreni e strumenti di agricoltura ed esenzione perpetua dalle tasse ed angherie e che lor edificherebbe una città a bella posta, con nome di Villafranca, s’eglino rimanessero in Sicilia. Ma amaron meglio di ritornare ciascuno a casa sua. Per liberalità del conte, erano traghettati gratuitamente oltre il Faro; sì che andarono spargendo per ogni luogo, il valore e la larghezza del liberatore.[387] Con questo atto di carità coronava Ruggiero il conquisto della Sicilia, compiuto a Malta in persona, com’egli in persona lo avea cominciato a Messina, trent’anni innanzi.