CELESTINA SEREGNA A M. GIULIA DEL BORGO.

Non vi hò piu per tempo scritto per il gran cordoglio c'ho sentito nella morte del mio pappagallo, dal quale, ero piu amata, che non fu mai Hermia dal suo caro delphino, piu che Argis dall'oca, piu che Glauce Citarista dal suo montone, piu che Amphiloco dall'amantissimo gallo. Se io fussi morta prima di lui, credo fermamente, ch'egli sarebbe di dolor morto, si come fece quella gratissima aquila poi ch'ella vide abrusciar il corpo della Virginella che allevata l'haveva: hora che il mio dolore è alquanto sminuito, io scrivo a parte a parte della vostra che mi fu gratissima: & per la prima cosa pregovi a confermare, et stabilire l'animo vostro con la ragione & non con false opinioni: i buoni marinari quando preveggono la tempesta, fermano la nave con le anchore non compiacete punto all'ira poi che ella suole per la smoderata indulgentia sempre piu esasperarsi. Si come per il parer d'Hippocrate quel morbo suol esser pericoloso molto che fa sovente cangiar volto all'infermo: cosi fra tutti i mali che sogliono infestar li animi nostri non ci è il piu dannoso dell'ira; facendone di maniera mutar viso, voce, & andatura che paremo in tutto diversi da quel che da prima solevano essere. Se le nodrici sogliono dire a piangenti fanciulli non piangere & haverai quanto desideri, perche non diciamo parimente noi all'animo commosso & alterato non gridare, non ti affrettare & con maggior commodità conseguirai quanto desideri. vorrei che volentieri comportassi che la ragione togliesse di mano all'ira la vendetta. Quanto al desiderio che voi havresti di punire chi vi offende si attrocemente, io vi ricordo che li castighi dar si deveno quando l'animo è ben quieto, accioche poi sforzati non siamo di punir altrui, quando l'animo habbiamo alterato & mal disposto: ne altro mi occorre a dirvi. Di Milano.