I figli del Sole

Un tempo gli uomini erano pochi

E le fanciulle mancavano agli uomini.

Un uomo aveva abbracciata la sua donna,

Aveva mischiato il suo sangue con quello di lei,

E la madre allatta il bimbo,

Bagna e alimenta il fanciullo.

Si dimena il fanciullo nella culla,

Perchè egli aveva ricevuto dal suo genitore

Tendini forti e solidi,

E l’antenato diede l’ingegno

Alla progenie del figlio di Kalla.

Corre voce, così suona la leggenda:

Dietro la stella legata (forse fissa)

Ad occidente lontano dalla luna e dal sole

Son le pietre oro e argento,

Pietre del focolare, pietre delle reti.

Scintilla l’argento, fiammeggia l’oro,

Le rupi si specchiano nel mare.

Anche i soli, le lune, le stelle,

Luccicano, sorridono, specchiandosi risplendono.

Il figlio del Sole stacca la sua barchetta,

Prende con sè il meglio della sua gente.

Il vento soffiando gonfia le vele,

Lo spirito delle acque spinge la barchetta,

L’onda trascina all’innanzi gli uomini.

Il timone si drizza al disco

E il vento d’oriente culla la barchetta.

Onde non tocchi la luna,

La luna e il sole diventarono

Più piccoli della stella del nord.

Sorge ora una luce d’un’altra specie

E diventa più grande che il sole,

Risplende in rosso e illumina gaiamente.

Passano lunghi anni in mare.

Finalmente, ecco alla fine del viaggio

Si apre la spiaggia del gigante,

Si fa orribile e s’innalza.

E la giovane figlia del gigante,

Essa, la cucitrice del vecchio cieco,

Lava alla luce di una fiaccola gli abiti,

Stropiccia e batte i vestiti con diligenza,

Poi li risciacqua e li spreme,

Li fa seccare e li ripulisce.

Dando grazia al suo seno[24]

Rivolge rapida i suoi sguardi,

Guarda forte il giovane negli occhi;

Parla, donde vieni? chi cerchi tu?

Vieni tu al tavolo della morte

Per nutrire il mio padre,

Per dare a me un boccone da succhiare,

Per ristorare il mio fratello stanco,

Per dar parte al mio suocero?

Il figlio del Sole:

Sarakka[25] mi diede dal padre

Tendini robusti, potenti forze

Mischiando le forze dei due genitori.

Uksa Aka col suo latte

Mi versò nel capo l’ingegno.

Io cerco colei che mi dia calma nella procella,

Che freni l’ira,

Che felicemente mi segua nella morte e nella vita,

Una che mi freni nella fortuna,

Che mi protegga nella sventura,

Che mi conforti nei tormenti del cuore,

Che nella fatica e nell’angoscia mi riposi,

Che mi porti fortuna nella pesca,

Che nella commozione mi dia pace,

Che doni degli eredi alla mia razza.

La figlia del gigante:

Ogni goccia del mio sangue ribolle,

Più alto si gonfia il seno della vergine,

Tutti i miei sensi si sconvolgono.

Mescoliamo il nostro sangue,

Intrecciamo i nostri corpi,

Mescoliamo gioie e dolori,

Tu figlio di madre straniera.

Al mio padre, al mio caro

Voglio dire il mio desio, la mia aspirazione,

Le mie amare lagrime chiamano

La mia madre che giace lì nel profondo dell’arena e della scorza di betula.

Il gigante, che ha l’intenzione di mangiarlo, dice con sprezzo:

Vieni presto, o figlio del Sole!

Mettiamo alla prova colla mano

La piegatura delle nostre dita,

Vediamo chi abbia le dita più pieghevoli,

Chi abbia le dita più solide.

(La figlia porge al giovane un’àncora di ferro e il giovane la presenta al vecchio).

Davvero, sono abbastanza forti

I tendini delle dita dell’eroe solare;

Forte è la piegature delle dita del giovane.

Il figlio del Sole dà poi per consiglio della figlia al vecchio come doni:

Un barile d’olio di pesce come cibo di nozze,

Un barile di catrame come bevanda di nozze,

Un cavallo per pietanza.

Il gigante parla:

Dolce, dolce è la bevanda

Del paese del sole: essa si beve volentieri.

Forte è anche la bevanda

Del figlio del Sole e fa smarrire i sensi.

Eccellente pure è la pietanza.

Ma ahimè, ecco ch’egli si ubriaca,

E la sua dura testa si confonde,

Il grasso del pesce e del legno

Scendono al suo core e lo rammolliscono.

Egli afferra l’àncora di ferro,

Suda e si riscalda sempre più.

E il vecchio cieco

Li pone e dà posto ad ambedue

Sulla pelle del dominatore delle acque (balena).

Incide loro il mignolo

E mischia il sangue di amendue,

Congiunge le mani, unisce petto a petto,

Allaccia anche i nodi dei baci,

Mette da parte gli impedimenti,

Scioglie le mani, scioglie i nodi,

Si portano le pentole nuziali, poi si beve.

Alla sua tessitrice, alla valente,

Alla sua unica filatrice di tendini,

Alla sua cucitrice, alla unica

Sceglie egli i doni nuziali:

Pezzi d’oro degli scogli della riva

Fa egli rompere, fa egli portare,

Portare sulle navi barre d’argento,

E lo aiuta l’amante della vergine,

Il giovane dai bei ricci,

Nella barca dalle ali di canape,

Colle vele floscie.

Il gigante domanda:

Vi è posto ancora nella tua barca,

Può essa portare un peso maggiore?

— Sì, vi è posto. — E si portano altri doni.

(La sposa)

Sì lascia cadere le scarpe virginali,

Segue il servizio del fratello straniero,

Alla guardia della suocera

E riceve la chiave magica.

Poi essa porta via dalla capanna

Tre casse fatte di pino;

Azzurra la prima, rossa la seconda,

Bianca la terza; oltracciò tre nodi.

(Le casse contengono):

Guerra e pace, sangue e fuoco,

Malattia, morte e pestilenze

E i tre nodi del panno di bagno

Di Sar, Uks e Madderakka.

(Portano):

Dolci zeffiri, vento e procelle.

Si fanno i nodi della castità e si danno[26]

In guardia di Madderakka.

Allora ritornarono dalla pesca i figli,

Dalla pesca della morsa, delle foche, delle balene

E cercarono della sorella. — Dove è dessa?

Dov’è la bellezza della capanna?

Nulla rimane di essa fuorchè le orme,

Il sudore di chi fu ad essa così simpatico,

L’odore di chi ce l’ha sedotta?

A chi ha essa dato la mano,

Chi ebbe forza per conquistarla,

Chi ha giuocato da uomo o da donna,

Chi giuoca scherzando colla fanciulla?

Chi ha forse picchiato alla porta di Uksakka?

Il gigante risponde:

Il figlio del Sole allargando le vele l’ha involata. —

Vola in mare la barchetta dei fratelli

Per inseguire e dare la caccia

E restituire il poledro alla casa.

Già si sente il batter dei remi,

Più vicino si fa il rumor del timone

E il muggire e l’infuriar delle onde.

(La sposa)

Scioglie per difendersi un nodo virginale,

Un vento allora gonfia le vele,

E la barchetta rompe le onde,

Le getta da ambo le parti

E i giganti rimangono addietro.

Più forte abbrancano essi i remi,

Il sudore goccia dai loro occhi,

Si odono l’ira, il grido e le minaccie,

Cuoce la bile e divampa il furore.

E la sposa è pensierosa per lo sposo,

Le brilla l’occhio e le batte il cuore,

Pensa alle gioie delle nozze,

E le si gonfian le vene

E il sangue la inonda fortemente.

Domanda allo sposo, facendogli riverenza:

La tua barchetta può sopportare maggior vento?

Solidi e forti sono l’alberatura e le sarte?

Scioglie allora il secondo nodo sanguigno

E il vento incomincia da occidente

A sollevare i figli del mare (le onde),

Gonfia e tende le vele

E i fratelli rimangono molto addietro.

Bolle il sangue, la vendetta ha sete,

Ricorrono agli ultimi sforzi,

Si asciugano il sudore sanguigno dal volto,

Le mani si affrettano, i dorsi si piegano,

I pugni si irrigidiscono sul remo.

Poi diventan caldi e via corre la navicella

Rompendo i flutti dell’aperto mare.

Così vennero più vicini alla barchetta.

La sposa:

Sopporta la tua barchetta vento più gagliardo,

Sopporta dessa più forte bufera?

Scioglie allora il terzo nodo.

Anche Ilma Razza montò in collera

E il servo del dominatore del cielo.

Il vento del nord dal mezzo del cielo

Mandò la procella e piegò le antenne.

Qua e là ondeggia la vela,

Balza la barchetta e si piega sui fianchi.

Anche la sposa si corica e si rintana

Nel più profondo della navicella

E nasconde le scintille dei suoi occhi

Alla luce dell’aurora.

Sullo scoglio andarono i fratelli

Ambedue per cercar la sorella.

Il Sole li disciolse

E poi li indurì in due rupi.

Si vedono anche oggi a Vake.

Anche la loro cuprea navicella si mutò in rupe.

Sulle pelli d’orso e di renne

La sposa festeggiò le sue nozze,

Diventò piccola come gli altri uomini.

Con un’ascia tolta dalla sua cassa

Si fa la porta, si fa più larga

E s’ingrandiscono le camere.

Essa partorì i figli del Sole,

Essa partorì i figli di Kalla.

Quando l’ultimo finì in Svezia

L’ucciso, il celibe (Carlo XII),

Un altro ramo andò a Karjel,

Un altro ancora più al sud

Dietro la Danimarca e l’Iutland[27].