Il figlio di Pissa Passa
Pissa, capo dei villaggi del paese del sole,
Passa, la figlia del capo del paesi della notte,
Nelle loro nozze avevano giurato
Sulla pelle d’orso
Non splenderà una scintilla del secondo mondo
A colui, che rompe il giuramento;
Ma ecco che uno stalu toglie la vita all’uomo
E gli rapisce il suo tesoro come pure gli armenti.
La moglie prende con sè una parte del gregge
E via se ne fugge incinta.
Là partorisce un figlio.
Il figlio domanda: — Dove è mio padre?
— Mio figlio, tu non hai padre.
Il figlio ripete:
— Il francolino ha il suo maschio, il gallo di montagna la sua gallina,
La pernice delle nevi il suo compagno, la renna il suo renne,
L’orsa ha il suo orso e l’alce il suo maschio.
Anch’io non posso esser nato dalle pietre o dagli alberi!
Il fanciullo cresce d’anno in anno,
Diventa un uomo, va a caccia nel bosco,
Importuna sua madre: — Chi è mio padre?
Finalmente essa risponde:
— Tuo padre porta l’alce vivo dietro la porta,
Egli lo porta giù dal pascolo delle renne,
Lo porta giù colle scarpe di neve.
— Madre, madre, dimmi il nome di mio padre.
— Il padre porta il pellegrino del bosco (l’orso)
Che muggisce e brontola dietro la capanna. —
Il fanciullo indossa il proprio vestito e si reca alla casa dove si riunisce il popolo.
Se ne va di là e prende col laccio la madre dei boschi (l’orsa),
La muggente, la brontolona, che si agita e sbalza di qua e di là.
Egli la lascia muggire e brontolare e la trascina alla porta della capanna.
Egli vi entra:
— Mammina, mammina, fammi un pane.
La madre fa un pane e lo cuoce sui roventi carboni.
— Mammina, dammi il pane colla tua mano,
Cara madre, dammi la tua mano.
La madre gli porge la mano, il figlio
La stringe col caldo pane:
— Mammina, mammina, chi è mio padre?
— Pissa Passa, mio figlio.
— Dove andò egli?
— Il vecchio della nera montagna lo ha ucciso segretamente.
Ci prese gli armenti, ci prese il nascosto tesoro.
Già da lungo tempo io ti ho ammonito
Di non andare sugli alti monti splendenti,
Non sui pendii e sulle rive di Baikkala.
Il figlio dice:
Gli uomini hanno tenuto la riunione della giustizia,
Gli assistenti, i becchini
E l’araldo sono riuniti.
Mammuccia,
Dammi il bastone di guerra di mio padre,
Coprimi colla veste di guerra del padre e col suo elmo[28],
Colle sue scarpe e coi suoi guanti.
La madre:
Allora io rimango abbandonata nei miei vecchi giorni,
Nessuno si cura della mia vita, nessuno
Mi seppellisce, quando morta, nella corteccia di betula e nell’arena.
Il figlio benedice la madre, l’abbraccia e se ne va,
Entra nell’ultima capanna della nera montagna
E entrando dice:
— Andate e dite ai vostri capi del villaggio,
Che ora il capo dell’altro villaggio
È divenuto capo di questo.
Hures il servo tuona,
Hureskutje lancia lampi,
Ilmaratje, il più valente servo del dominatore del mondo,
Lancia i suoi colpi, e versa giù torrenti di acqua.
Un servo se ne va e racconta al vecchio:
— È venuto ora il capo dell’altro villaggio.
Il vecchio:
Invitate il capo dell’altro villaggio
Ad ospite di questo capo.
Quale figura ha egli?
— Egli è più alto di una testa che tutti gli altri,
Lo copre l’elmo e i suoi denti e i suoi occhi risplendono,
Ha il bastone di guerra in mano,
I guanti e la veste di guerra lo difendono,
Egli è largo di spalle, con forti gambe.
Il tamburo magico rumoreggia, l’araldo grida,
I tuoi e i suoi assistenti
Errano d’ambo i lati dei colli,
I seppellitori dei caduti stanno pronti.
Il vecchio:
Preparate il pranzo con un intiero vitello di renne,
Portatemi la mia camicia di ferro (o di cuoio),
Archi, freccie, aste e lancie. —
Il giovane viene e vede un cranio appuntato
Con serpenti velenosi avvinghiati,
Dal quale i fanciulli prendono il veleno per le freccie.
L’araldo grida il suo messaggio e dice:
— Io lo sfido, io lo sfido (alla lotta) sulla superficie delle acque.
(Non si risponde).
Io lo sfido, lo sfido a tuffarsi!
(Non si parla).
Io lo sfido, lo sfido al pugilato,
Io lo sfido, lo sfido alla lotta!
(Siccome nessuno risponde, dice il giovane):
Vecchio, vecchio, di chi è quel cranio?
— È il cranio di Pissa Passa.
L’araldo:
Io lo sfido, lo sfido al tiro dell’arco! —
Il vecchio tira una freccia fuori della finestra.
Essa non trapassò.
Il giovane la strappò e la gettò contro una pietra:
— Vecchio, vecchio,
Dove si spuntò la tua freccia?
— Contro i denti di Pissa Passa.
Il giovane:
Veramente, i suoi denti avevano scalfiture.
L’araldo:
Io lo sfido, lo sfido alla balestra. —
Il vecchio tira una balestra rovente col suo arco.
Il giovane l’abbatte colla sua lancia,
La prende, la batte contro una betula, poi la piega:
— Dove si piegò la tua balestra?
— Contro i denti di Pissa Passa.
L’araldo:
Lo sfido, lo sfido alla lotta colla lancia. —
Coll’arco da piede lancia il vecchio fuori della finestra
Una lancia avvelenata.
Il giovane abbatte la lancia volante col suo bastone di guerra,
La prende e la batte tra le pietre,
La piega, la rompe e dice:
— Padre, vecchietto, dove si ruppe la tua lancia?
— Contro i denti di Pissa Passa.
Il giovane:
Aha! l’orso è chiuso nella sua tana!
Il vecchio:
Dove escirò io, nipotino,
Dalla porta davanti o per quella di dietro?
— O babbuccio, vieni giù per la porta di dietro. —
Il vecchio sen viene armato,
Il giovane lo riceve col bastone di guerra,
Lo trascina a sè, prendendolo per le gote,
Preme le penne della camicia di guerra
Nel suo petto e le contorce.
Il vecchio:
Venite, venite in mio soccorso,
Ora lottano i capi dei due villaggi fra di loro.
Il servo più valente del dominatore del cielo
Lancia i suoi lampi contro la capanna e li getta sulle pietanze che vanno cuocendo
E ardono.
Il giovane:
Ora sarai tu cotto e lavato
Nel brodo delle renne di Pissa Passa! —
I servi vengono, l’uno colle legna,
L’altro coll’ascia, il terzo coll’ago,
Altri con altre cose.
Il figlio di Pissa Passa abbatte il vecchio,
Lo accarezza, poi lo spinge contro il suolo,
Lo batte e gli dice:
— Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?
Dov’è il tesoro nascosto di Pissa Passa,
Dove sono i suoi armenti?
L’araldo:
Il lampo di Dio o annerisce il cuore
O rischiara le anime.
Che cosa sei tu, quando cessi di vivere,
Quando tu getti via il cucchiaio, quando tu muori?
Il vecchio:
Gli occhi infuocati dell’ombra di Pissa Passa
Scintillano come fuoco, mi bruciano, affascinano.
Egli mi si affaccia irato, egli m’impedisce la via per l’altro mondo.
Indarno io vorrei farlo sorgere colla vita, colle ossa,
Col sangue, coi tendini.
Il giovane:
Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?
Il vecchio:
Dove è un dono d’espiazione, che soddisfi Pissa Passa,
Che mi conceda il suo perdono?
Un’azione compiuta è come una freccia tirata,
Chi può ammansare i morti?
L’araldo:
Dio solo può rimediare,
Quando egli ha lanciato il suo fulmine,
Quando ha dato i colori, quando ha rischiarato i falli,
Quando ha tutto arso, tutto riscaldato.
Egli solo lava, cancella, perdona, riunisce.
Egli solo è egli stesso, egli non è come io e tu,
Non è come tu ed io!
Egli solo rischiara e perdona
E volge tutto al meglio.
Ma si deve riceverlo con gioia,
Esso diviene il più prezioso tesoro,
Il desio più ardente del cuore.
Se tu non te ne curi, il fulmine ti annerirà,
Ti guasterà, t’incanterà, ti trascinerà dalla cattiva parte.
Le anime dell’altro mondo non hanno
Ossa o carne, eppure esistono davvero.
Esse non occupano spazio, le rupi non le arrestano,
L’acqua non le rattiene, non le affoga.
Esse sono come i pensieri e trapassano
La terra, il sole, la luna e le stelle.
Esse non hanno tempo, il tempo è passato dietro ad esse.
In sogno
Esse si mostrano a coloro
Che sono pazzi o allucinati.
Sono le anime sotterranee, che Ilmaracca ha risanato;
Sono le ombre infelici, che son divenute nere
(Che sono sudicie e impure),
Si vedono ora, buone e cattive,
Esse non prendono più alcun tempo, nè alcun spazio.
Alcune hanno indossato il vestito del cielo,
Quelle, che al contrario hanno messo il vestito al rovescio, son divenute brutte,
Esse sono sempre in lotta, incessantemente,
Esse non sono mai riscattate e congiunte.
Incessantemente son sempre le une contro le altre.
Il padre del cielo solo è egli stesso,
Egli non è come noi e voi, voi e noi,
Egli stesso governa il cielo,
Egli solo signoreggia sull’altro mondo.
Il vecchio:
Io vedo, egli può lavare i peccati
Può perdonarli e farli sparire,
Calmare il cuore e dare il riposo all’infelice.
Egli può temperare, può condurre alla concordia.
Io dunque me n’andrò,
Mi separerò dai tesori e dal loro possessore,
Il possessore può prendere da sè i suoi armenti.
Io mi alimenterò con un manipolo di essi
Al lato orientale delle alte rupi,
Nel paese dei monti e delle pietre,
Nei Monti Reppe, il ramo più alto dell’Ammart.
Io non domando altro
Che gli argini da salmone alle rive del Läna,
Ai luoghi di pesca dei monti del fagiano cedrone. —
Il figlio di Pissa Passa
Per mezzo del suo cane separò la metà degli armenti,
E qui morì il vecchio gigante.
Nella palude fra l’acqua e il fango fu egli sepolto,
I becchini conservarono le sue ossa.
Una parte della sua fortuna diede egli agli assistenti.
Il giovane:
La gente di casa del vecchio gli tenne dietro.
Il sangue non fu versato. —
Col cuore tranquillo rivolse egli la faccia ad occidente
A sua madre.
Egli aveva vinto la procella,
Riconciliato l’un coll’altro i morti.
Abbracciò sua madre, egli l’uomo eccellente
Del mezzodì, del nord, della casa di riunione del popolo.
E così egli rinnovò e innalzò
Le pareti e la casa del proprio padre.