Appendice IX (pag. 321).
Supplica di Niccolò Tommaséo a S. A. I. e R. il Granduca di Toscana.
“A. I. e R.
Le amichevoli preghiere del Sig. Vieusseux, Direttore dell'Antologia, gl'istanti consigli di altri amici che affermavano la mia dichiarazione inutile, e forse dannosa al giornale; il pensare che a tutti i lettori di quello essendo ben noto di chi fossero gli articoli segnati K. X. Y. ripeterlo da me sarebbe potuta sembrare boriosa provocazione; la speranza che trattandosi di scritti approvati da un rispettabile censore e da uno zelante Ministro le cose avrebbero sortita altra fine; la speranza ancora piú ferma che procedendosi per vie ordinarie e legali io avrei avuto il tempo di sodisfare alle mie convenienze senza nuocere altrui; queste, ed altre ragioni mi tennero dal dir cosa che l'onor mio comandava professassi altamente. Ora il bisogno di rigettare da me ogni sospetto di fiacca timidità, il bisogno di far noto che la persistenza a negare del sig. Vieusseux non era atto indocile ma generoso, la speranza la quale pure mi resta nella giustizia di V. A. R. che conoscendo l'incolpato, sopra di lui solo Ella vorrà portare il giudizio inflitto sull'intera Antologia, m'impongono di protestare che non solamente gli articoli segnati K. X. Y. sono miei, ma che io soglio per capriccio segnare d'altre sigle i miei scritti; onde se nell'articolo intorno al Poema del Curti è cosa imputabile, io di buon grado ne chiamo sul mio capo la pena, e per guarentigia dell'avvenire prometto e giuro, se è necessario, di non piú scrivere in un giornale a cui desidero continuata la vita, perché la sua vita è sussistenza di piú che quaranta persone, perché il suo giudizio era invocato e rispettato dai dotti d'Italia, perché le sue parole erano amorevolmente ripetute dai giornali di Lombardia, di Francia, d'Inghilterra e d'Austria, perché non arrossivano di scrivere in esso i piú chiari uomini della Nazione, e non pochi dei piú quietamente pensanti, Cesare Lucchesini, e fino all'ultima malattia G. B. Zannoni, e il Cibrario e il Cav. Manno, Ministri del Re di Sardegna, perché la sua lode era ambita dagli stessi Governi. Il quale onore quanto meno ridonda in me, il piú insufficiente dei suoi collaboratori, tanto piú volentieri debbo in me solo accogliere le conseguenze che ad esso dalle mie parole provennero.
28 marzo 1833.
N. Tommaséo„.