Appendice XXII (pag. 367).
“Addì 20 maggio 1835.
Il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli
Al Signor Niccolò Tommaséo
dimorante in Parigi, o altrove.
Dunque, bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa etc. etc. etc. è un villano, cacciato da Napoli e dalla Toscana come uomo stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto? Cosí voi, volgo non dei pensanti ma della canaglia settaria, sentina non del Cristianesimo ma del Sansimonianismo, e feccia non del fiele ma delle cloache tutte dell'universo mondo, la qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal Gazzetta dell'Italia centrale — La Voce della Verità — di di cui avete rimessi a Modena alcuni esemplari, nel corrente mese, al meritissimo e zelantissimo Direttore della medesima. E piú, con un'impudenza e sfacciataggine consentanea all'indole degli epiteti, con cui ci gloriamo di segnalarvi nella presente lettera, avete domandato al detto ottimo Direttore di pubblicare il vostro infamissimo libello nell'onorato energico foglio che esso dirige, e che voi sí bestialmente ed assurdamente attaccate di fronte, e di cui tentate inoltre, (politicamente sacrilego) di profanarne l'intitolazione, quando avete denominato il vostro pazzo libello — La Voce della Verità!!! —
In quanto alla gazzetta adunque da voi lacerata e vilipesa (se pure le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere) noi non abbiamo che ad applaudire, e di tutto cuore dividere le note responsive che ha apposte nel numero 591 della ridetta Gazzetta del sabato 16 maggio 1835 sotto la vostra stampa imbecille, con sua firma a faccia scoperta, il prelodato Direttore Cesare Carlo Galvani nostro pregiatissimo padrone, ed intrinseco amico. Il difetto che riscontriamo in queste sapienti note consiste nell'estrema moderazione e riserva che usa seco voi, virtú che se è pregiabile in sé stessa, e degna della cortesia, urbanità e gentilezza che lo distinguono, diviene a senso nostro, non lieve difetto praticata con un' (sic) automa qual siete voi stesso. Difatti se voi, o altri vostri complici e compagni ci domandassero con qual giustizia noi azzardiamo segnalarvi con epiteti sí espressivi e caratteristici, noi che godiamo la fortuna di non avervi mai conosciuto personalmente, risponderemmo che non può non essere che un uomo di tal calibro quello che ha ardito qualificare il Principe di Canosa per un villano, e per un uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto; quello che di piú, senza provocazione ha osato lacerare la fama ed i principî della Gazzetta — La Voce della Verità — unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni; quello che si dichiara il protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di quella Antologia, che attraverso la sua innocenza battesimale pretesa, non poté non eccitare per la soppressione, le provvide illuminate determinazioni del Governo Toscano, sebbene indulgentissimo.
Esposta dunque la congruità dei nostri epiteti, ed i motivi pei quali (sebbene insultati di persona pure nelle villanie vomitate contro La Voce della Verità, essendo noi, da anni della medesima, continui, dichiarati con firma, e zelanti collaboratori) ci asteniamo nondimeno da aggiungere e da rincarare sulla difesa fattane dall'ottimo Direttore, dichiariamo, Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo, che l'oggetto speciale della presente lettera, che soffriamo il vituperio di dirigervi, riguarda la persona eccelsa del Principe di Canosa che da quindici anni conosciamo con intrinsichezza, e veneriamo come l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni, l'unico e degno esemplare dei difensori dell'Altare e del Trono, dell'ordine e della giustizia, del grande e dell'utile, del giusto del vero e dell'onesto. Verissimo, come ha osservato nelle sue citate note l'ottimo Direttore della Voce della Verità, che non importerebbe prendere le difese di un esimio Personaggio, il quale sa abbastanza difendersi da se medesimo, ed alle di cui molteplici luminose opere non si è trovato dalla malignità piú diabolica altro argomento di confutazione che dell'ingiurie villane e sconnesse; nonostante, seguendo noi l'esempio del nostro eccelso amico il Principe di Canosa stesso, che ha sempre ribattuti, colla sua penna maestra, i libelli imbecillissimi contro di lui comparsi dei tartufi liberaleschi settarî, noi caldissimi d'attaccamento per lui, non resteremo in silenzio, ed il poco che diremo sarà il lampo del molto e del fortissimo che egli da se stesso scriverà appena verrà in cognizione delle brutali villanie di voi signor Tommaséo bestialissimo. Noi adunque mostreremo alcuni dei suoi insigni pregi e meriti consacrati nel santuario della verità, e tanto piú insigni e chiari, se esso non ne ha goduto la ricompensa, e se i soli posteri saranno quelli che gliene tributeranno omaggio e gratitudine. Nell'esporre simili pregi e meriti, noi intendiamo di ribattere, con arme proporzionata, le villanie del Tommaséo contenute nella sua recente orridissima stampa.
I Pifferi di Montagna grandi e piccoli dovrebbero in primo luogo avervi dimostrato, signor Tommaséo bestialissimo, quanto voi siate bugiardo e somaro nello scrivere ed asserire che il Principe di Canosa sia stato cacciato da Napoli, e dalla Toscana. Ecco in qual senso voi dovevate apprezzare e considerare per inspiratore della Gazzetta — La Voce della Verità — l'autore dei Pifferi di Montagna. Ciò premesso, noi esclameremo, che le gesta del Principe di Canosa sono note all'Italia ed all'Europa, e l'istoria imparziale le registrerà nei fatti sacri all'onore patrizio e cavalleresco, negli annali della vera scienza politica e governativa; le di lui opere molteplici ne costituiranno le prove, e collocandolo a lato degli uomini insigni che ammiriamo, lo vendicheranno delle amarezze ed ingratitudini pregnanti che soffre ed ha sofferte. Infatti, Signor Tommaséo bestialissimo, voi avreste dovuto sapere che la prepotente onnipotenza di Napoleone non potè scuotere l'imperturbabile fermezza, coraggio e vigore di Canosa, e che i di lui satelliti intronizzati a Napoli trovarono nel medesimo un avversario che sconcertò e piú volte distrusse le inique loro manovre vilissime. Avreste dovuto sapere che quando la reale dinastia dei Borboni trovavasi vincolata in Sicilia, ove piú vegetativa che governativa la vita menava sotto le coazioni del gravoso protettorato inglese, i buoni sudditi e cittadini fisse teneano le pupille sopra Canosa; lui solo riputavano capace di parlare la verità al suo re, di non transigere cogli stranieri dominanti; e di fatti sempre degno di mantenere, anzi ogni dí meritò maggiormente simile lusinghiera immacolata opinione. In tal modo il partito legittimista per Lui aumentavasi ed invigorivasi, di guisaché molteplici sforzi operare dovevano i ministri settarî, che il regno di Napoli e Sicilia dopo la restaurazione diressero per menomarlo ed avvilirlo, né mai però coi loro diabolici conati pervennero ad onninamente distruggerlo. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che il Principe di Canosa nelle sue prolungate militari fazioni di Ponsa etc., e nei suoi due periodi di ministro d'alta polizia in Napoli, non ha errato in un solo vaticinio, né altro caldo agitava né agita la sua testa che quello di realizzare il vero segreto e specifico per deprimere in eterno i bollori delle rivoluzioni e dei rivoluzionarî: che sempre propose ed indicò soggetti da impiegarsi con tatto pronto e sicuro: che se i di lui consigli fossero stati seguiti, la giustizia distributiva e commutativa non avrebbe sofferto tante enormi lesioni, ed i governi non si troverebbero nella posizione umiliante difficilissima e spaventevole di non scorgere altro scampo e rifugio che le baionette ed i cannoni. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che i meriti del Principe di Canosa andarono aumentando dopo le gloriose giornate francesi Lugliatiche. Lo spirito pubblico legittimista languiva maggiormente nell'Italia centrale nel 1831 prostrato dai parosismi della rivoluzione. Tanti e tanti ottimi sudditi della legittimità avviliti, timidi, in ispecie in Romagna, soffrivano le rampogne i motteggi e le oltraggianti calunnie che i settarî e i giornali venduti alla Propaganda ed alla esiziale, cosí detta, giovine Italia lanciavano frequentemente, con audacia demagogica furibonda, contro i migliori Sovrani della nostra penisola, contro il Clero secolare e regolare, ed in particolar modo, contro la celebre e benemerita Compagnia gesuitica, e persino oh! raccapriccio! contro lo stesso Vicario di Gesú Cristo!!! In questa crisi di apatia, di paura, di scoraggiamento nei buoni, chi si alzò animoso a difendere i depressi, a confortare gli spiriti avviliti, a porre un argine, in una parola, al torrente rivoluzionario straripato e impetuoso? Fu il Principe di Canosa, Signor Tommaséo bestialissimo. Chi se non il Principe di Canosa imperterrito, mentre altri legittimisti palpitavano del pugnale liberalesco e delle future minacciate vendette dalla diabolica Propaganda, impugnò il brando, uscí solo avanti a tutti per porsi alla testa della nuova crociata dei difensori dell'Altare e del Trono? Chi infuse il novello coraggio al legittimismo italiano, onde osarono i buoni dichiararsi, a visiera alzata, per veri ed intrepidi legittimisti? Questo vigore legittimista, quest'unico, sovrabbondante riparo alle devastazioni liberalesche settarie, tutto è dovuto al Principe di Canosa; è dovuto al diluvio dei suoi opuscoli che disingannarono infiniti sedotti, ed arrossire fecero e ricredere i Liberali in buona fede; è dovuto al giornale della Voce della Verità, suscitato a di lui pensiero, premure ed istanze, giornale che esso illustrò con intrepidissimi e dottissimi articoli, giornale che altri ne svegliò d'eguale spirito e dottrina, come La Voce della Ragione etc. etc., giornale che esaltò i vantaggi religiosi e politici delle missioni Apostoliche, quali riportarono e riportano frutti ubertissimi che fanno e fecero schiantare di rabbia i corifei balbuzienti delle odierne infernali dottrine e teorie, giornale infine che presagí, consolidò e commendò l'istituzione preziosissima in Italia dei Militi volontarî etc. etc. etc., giornale che suscita ed ogni dí aumenta la vostra bile rivoluzionaria.
Ed un Personaggio di questa portata, martire, quasi diremo, della legittimità e della fedeltà, deve qualificarsi di villano, di stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?!!! Di Villano, un Personaggio che, anche per chiarezza ed antichità di natali, per gesta gloriose e celebri di antenati, non la cede che alle dinastie regnanti d'Europa?!!! Ah! Signor Niccolò Tommaséo, voi siete piú che bestialissimo, e noi siamo assai discreti a caratterizzarvi come vi abbiamo epitetato!!! Sí, voi piú che bestialissimo, e noi piú che discretissimi! Senonché, questi meriti sommi del Principe di Canosa (appena in parte annunziati e nemmeno esornati, se consideriamo la importanza dei medesimi, e l'intero corso della sua vita non giovine ripieno di classiche gesta) per Voi, signor Tommaséo bestialissimo, non sono meriti, ma colpe e delitti enormissimi. Se, diretti dal semplice senso comune, non si può essere nemici politicamente del Principe di Canosa (come abbiamo asserito in altro nostro scritto) o senza una completa aberrazione di idee, o sivvero senza esserlo al tempo stesso della causa augusta della religiosa e politica legittimità; Voi al certo, Signor Tommaséo, o siete un matto frenetico da esser subito rinchiuso, o il nemico piú acerrimo, sebbene miserabile ed impotente, di Iddio e degli uomini. Talché noi nel terminare la presente lettera, alla quale desideriamo da voi pronta risposta ed ogni maggiore pubblicità, non sapremmo rinvenire frase piú opportuna e categorica di complimento da dirigersi a voi ed ai vostri complici e compagni, che quella citata nella sua prima nota del predetto ottimo Direttore della Gazzetta — La Voce della Verità — per cui lo scrittore romano nel Ponto doveva concedere — Barbarus his ego sum.
Di Voi Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo etc. etc. etc.
Senza timore né di veleni né di stili
Il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli„.