Appendice XXIII (pag. 368).

Seconda difesa di Gian Pietro Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo.

La Voce della Verità.

II.

Alle prime menzogne il giornale di Modena sopraggiunge menzogne nuove: né io le degnerei di risposta se alla pace d'un onest'uomo e caro a me non fosse insidiato da costoro, e fatto oltraggio alla equità del governo toscano.

Io li chiamai mentitori perché di sommosse parlando accennarono a G. P. Vieusseux. Mentitori, perché alle parti deteriori del popolo italiano lo aggregarono e alle classi immorali. Mentitori, perché lo immischiavano a non so che sognati bagordi. Ed eglino, per rispondere a tali accuse, domandano tempo. Mentitori li chiamai perché profanarono con calunnia i sacrarii delle tombe, e dissero che certe esequie riescirono in profani sollazzi: ed eglino afferman ora che le lor parole non furono mai potute smentire. Mentitori li chiamai perché l'Antologia denunziarono come congiura, l'Antologia alla qual tanti uomini onorati da' governi italiani ebbero parte. Ed eglino danno in risposta un frammento di lettera inedita (smentito dai fatti, poiché se il Lucchesini credeva pericoloso quel giornale, l'avrebbe dimostrato altrimenti); citano la sentenza d'un dotto archeologo, dalla qual si conchiude che lo Zannoni, uomo avveduto del par che buono, nell'Antologia non volle mai né seppe discernere quella congiura tanto evidentemente scellerata: e degli altri da me nominati, uomini non men pii e non men probi, si tacciono. Mentitori li chiamai perché da' tipi di G. P. Vieusseux dissero escito uno scritto ancor piú stolto che reo: intanto che G. P. Vieusseux non ebbe mai tipi suoi. Ed eglino stupidamente ripetono la menzogna confessando l'inganno. Mentitori perché tacciarono di menzognero il governo toscano la cui censura permise al Vieusseux di chiamarli calunniatori e bugiardi. Mentitori perché, di zelo ammantati, la carità del Vangelo rinnegano, spargon l'odio, il sospetto, lo scherno. Ed eglino confessano la loro esser voce di scherno.

Ed ora mentitori li chiamo perché nelle menzogne invereconde persistono. Mentitori perché sull'autorità di libro non autorevole fondan le loro diffamazioni, e scusan poi non so chi d'allungare quel libro; e allungare nel lor cosacco linguaggio vale diffondere. Mentitori perché non solo a G. P. Vieusseux recano dello scritto accennato la stampa, ma gli antologisti ne fanno affissori ai canti delle pubbliche vie. Mentitori perché ad un fatto da me rammentato e solo valevole a dileguare ogni accusa (non aver mai il governo toscano volte le indagini contro il Vieusseux) rispondono: non ne sappiam nulla, e non ce n'importa. E a loro la verità non importa, e in cose che non sanno fondano la delazione, i delatori abiettissimi; e il governo toscano che le sa, vengono provocando e alla sua giustizia insultando. Mentitori perché s'ingegnano versar la calunnia sul buon prete e caro al governo austriaco, l'Aporti. Mentitori perché d'un giornale approvato dal governo di Napoli voglion fare un delitto, e spargere sul nuovo direttore il velen de' sospetti. Mentitori perché negano collaboratori a quel giornale uomini probi e credenti, e dall'autorità rispettati: dico rispettati, e sappia La Voce di Modena che i buoni governi rispettano gli uomini rispettabili; e s'ella non intende il senso di questa parola lo cerchi in quel dizionario dov'è registrato il verbo allungare. Mentitori perché del gabinetto di G. P. Vieusseux fanno un centro di tenebrose mene; e tali chiamano le opere da lui diffuse, il dizionario geografico dal Granduca di Toscana generosamente premiato; e le altre che già noverai.

Stoltamente mentitori li chiamo, perché con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto mio, pur uno de' miei argomenti ribattere davvero non sanno. Stoltamente mentitori, perché mentre si fingono alla potestà devoti, incolpano i principi tutti d'imbecille o colpevole connivenza. Stoltamente mentitori, perché citano a danno dell'Antologia le parole del Journal des Savants che le rimprovera les doctrines philosophiques et littéraires des derniers temps: e chi conosce quel giornale ben sa che le dottrine a lui piú care son le dottrine dell'età di Voltaire, lo sa nemico ai romantici che religione cantarono e a que' del Globo che la spiritual natura dell'anima difendevano. Stoltamente mentitori perché, da me tacciati di falso zelo ed ipocrita, tacciano l'interna malvagità degli avversarî loro, e le teorie degne del capestro e le malizie lambiccate in inferno: ed eglino che si confessan voce di scherno, ch'esultano negli scandali e nelle pene, eglin trovano nella mia risposta soggetto di pianto; e vogliono forzare all'ozio (all'ozio, intendete?) chi loro non garba; e chi loro non garba paragonano al ladro, al tagliaborse, all'assassino; e gli danno lo stilo, il coltello, il pugnale, il nappo del tossico, e lo assomigliano ai crocifissori di Cristo; e gli veggono in fronte macchie di sangue; e lo chiamano a partecipanza (nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) a partecipanza lo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'essere vituperato, e parla di pantano e di sozzura e di mondezzaio, ha nome Cesare Carlo Galvani.

I' lo compiango, non l'odio. Né (dimostrato una volta chi sien costoro, e condannatili a ristampare la propria sentenza) scenderò piú, se non mosso da dovere urgente, a risposta. Mel vieta e l'animo da altre cure oppresso, e carità dell'Italia.

N. Tommaséo.

29 maggio 1835, Parigi.

Dai tipi di Pihan Delaforest (Morinval)