Architettura.
L’arte nondimeno, come ogni altra intellettuale coltura, non aveva così le medesime sorti nelle altre parti d’Italia. Nell’Etruria singolarmente era in fiore; la sua architettura, o a dir meglio, il suo ordine che serbò il nome di etrusco, comunque ne sia meno ornato, si accosta al dorico. Nè io già reputo che importato fosse, com’altri opina, da’ Pelasgi; ma dividendo le opinioni del chiarissimo Mazzoldi, penso che la civiltà etrusca fosse anteriore all’incivilimento di Grecia. Gli scavi fattisi pure ai nostri giorni in diverse parti di quella nobile provincia, oltre quanto è nelle storie antiche consegnato, fornirono monumenti e dati attissimi a comprovare queste condizioni antiche dell’arte in Etruria. Nè diversamente nella Magna Grecia e in Sicilia, dove alla coltura nazionale s’aggiunse la greca importatavi dai più frequenti commerci. E qui giova osservare che sotto la denominazione di civiltà etrusca, vuolsi abbracciare come in essa compresa tutta quella parte di territorio che dall’odierna Toscana o dal piede dell’Alpi si distende fino allo stretto di Sicilia.
Le prime opere infatti de’ Romani si assegnano ad architetti etruschi. Così fu la Cloaca Massima, immaginata per disseccare i terreni bassi situati nelle circostanze del Foro, che, intrapresa sotto il reggimento del vecchio Tarquinio e continuata da Servio Tullio, venne compita sotto Tarquinio il Superbo[316] e che somministra un dato interessante alla storia dell’Architettura, venendo essa a provare che l’invenzione dell’arco appartenga a’ Romani e non ai Greci, poichè vi si vegga esso grandiosamente sviluppato in un’epoca in cui, se esisteva in Grecia, non era punto in uso. Sul qual proposito, osserva Hope che l’arco già fosse introdotto in Etruria in monumenti che sembrano anteriori alla costruzione della cloaca ed alla fondazione di Roma[317]. Per i primi cinque secoli, Roma pare non prendesse cognizione affatto dell’arte architettonica, e i templi e i pubblici e privati edifizj suoi si sa perfino che non sapesse coprire che di stoppie mescolate all’argilla, come i viaggiatori trovarono praticarsi pur oggidì in molte terre selvagge. Nè l’acquedotto della Via Appia, che fu costrutto nell’anno trecentodieci di Roma, può fornir argomento che smentisca codesta asserzione, perocchè la sua opera correndo tutta sotterranea, non porga aspetto alcuno di forme architettoniche.
Tuttavia tracce di una architettura disciplinata addita la storia in Roma nel sepolcro in peperino di Scipione Barbato, il quale fu console nell’anno 456 della fondazione della città, sormontato da un triglifo dorico pur sormontato da dentelli jonici, e tre secoli avanti l’Era volgare si costrussero intorno al foro portici per le tabernæ degli argentarii o banchieri.
Per le conquiste fatte nella Grecia, vennero di là in Roma dietro il carro de’ trionfatori, colle scienze e colle lettere, anche le arti, che pur vi accorsero dalla Magna Grecia e dalla Sicilia, e delle spoglie delle vinte città, fra cui oggetti pregevolissimi d’arte, si fregiarono templi, monumenti e case de’ vincitori. Incominciò anche per Roma ad essere pure l’architettura, che abbandonò da allora lo stile etrusco, per adottare il greco, quel che disse il Milizia, depositaria della gloria, del gusto e del genio dei popoli, ad attestare ai futuri secoli il grado di potenza o di debolezza degli stati. Così nel 205 avanti Cristo si ornò da Cajo Muzio, su pensiero di Marco Claudio Marcello, di fregi tolti a Siracusa, il tempio dell’Onore e della Virtù, e si impiegarono marmi nella costruzione. Metello nel 147 inviò dalla soggiogata Macedonia pitture, statue e tesori; per cui si eresse coll’opera di Ermodoro da Salamina il tempio periptero a Giove Statore, e quindi quello sacro a Giunone, prostilo e cinto da gran cortile con bel colonnato all’intorno.
Altri templi si erano venuti erigendo nella stessa Roma durante la seconda guerra cartaginese, al tempo cioè d’Annibale, che fu intorno al 220 avanti Cristo; ma, ripeto, che le discipline accertate e stabili dell’arte architettonica non si venissero fondando che colle conquiste e coll’arricchimento del Popolo Romano e col diffondersi di sua coltura; perocchè ben dicesse il succitato Milizia, che l’architettura non incomincia ad essere un’arte presso i differenti popoli, dov’ella può estendersi, che quando sono pervenuti ad un certo grado di coltura, d’opulenza e di gusto. Allora, allontanandosi sempreppiù dai lavori e dalle occupazioni rustiche, gli uomini si rinchiudono nella città, dove ai perduti piaceri della natura sottentrano i godimenti delle arti imitatrici. Prima di quel tempo, l’architettura non si deve contare che tra i mestieri necessarj ai bisogni della vita, ed essendo fin allora i bisogni limitatissimi, il suo ufficio si riduce a non far che un ricovero contro le intemperie.
I tre ordini più nobili, il dorico, l’jonico e il corintio del pari che la scultura, passarono dalla Grecia in Roma belli e perfetti, portati da quella schiera di artisti, che le nuove vie aperte dalle conquiste e il desiderio di far fortuna sospinsero alla capitale del mondo.
Cicerone ricorda fra coloro che si diedero ad architettare in quel tempo i principali monumenti in Roma, nello stile greco, un Cluazio, un Ciro e Vezio liberto suo. E fu intorno alla medesima epoca che si scrissero anzi opere su quest’arte e citasi a tal proposito un Rutilio, che ne dettava una assai stimata allora, sebbene incompleta; restato essendo il vanto di questo più degnamente fare a Vitruvio, vissuto al tempo d’Augusto, che però invano Hope, con altri, dà per greco; ma che, per sentimento dei più, vuolsi nascesse per contrario in Formia, posta ove è oggi Mola di Gaeta.
Allora sul colle capitolino, settantott’anni avanti l’Era volgare, sorse il Tabulario, di cui esistono tuttavia considerevoli avanzi, uffizio od archivio nel quale si conservavano i registri e documenti publici e privati, i cui archi esterni si aprono tra mezze colonne doriche; poi il tempio della Fortuna Virile e il delubro funerario di Publicio Bibulo sullo stesso colle; quello rinnovato per cura di Lucio Cornelio Silla e dedicato a Giove Capitolino, quello all’Onore eretto da Cajo Mario e quello finalmente sacro a Venere Genitrice fatto costruir da Pompeo.
Ma quello che lasciò addietro ogni altro edificio, per la sua magnificenza, fu il tempio alla Fortuna, che il medesimo Silla fabbricò a Preneste, delle rovine del quale si costruì ne’ secoli posteriori Palestrina. Vuolsi vi si ascendesse per sette vasti ripiani, nel primo ed ultimo dei quali correva per tubi latenti e serbatoj copia di acqua e del quale serviva a pavimento quel prezioso musaico, che Plinio il naturalista afferma essere stato il primo che fosse lavorato in Italia, e il quale andò poscia a costituire uno de’ pregi precipui del palazzo Barberini in Roma.
Ventisei anni prima di Cristo, Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, dedicò a Giove Ultore il Panteon, che fu una rotonda che riceveva la luce unicamente dalla apertura della cupola, dell’altezza e diametro di quarantatre metri, e il frontone della quale, bello per sedici maestose colonne corintie di marmo di un sol pezzo, dell’altezza di trentasette piedi e di cinque di circonferenza, e, superstite, viene tuttavia ammirato e sta in testimonio eloquente delle egregie condizioni dell’architettura di quel tempo.
Io ho già descritto a suo luogo i templi, il foro civile, la basilica e vie via altri publici edifizi di Pompei: la loro architettura ne interessò: essa rimonta per tutti ad epoche anteriori a Cristo e principalmente vi dominano gli ordini greci; ciò che forse scaltrisce come prima fors’anco che a Roma, in ragione dei maggiori commerci, artisti di quella contrada avessero visitato e lavorato nella Magna Grecia. Ciò che di particolare vuol essere notato in queste architetture pompejane si è che le colonne, parte principale e caratteristica delle fabbriche greche, e divenute ornamento nelle romane, quivi venissero mutate da un ordine all’altro col rivestirle di stucco, senza curarsi più che tanto dell’alteramento delle proporzioni.
Ho già notato altrove come nelle sostruzioni degli edifici pompejani si riscontrino traccie di una preesistente e più antica civiltà, e come pei diversi cataclismi intervenuti a quella città, appajano quelli edifizj non di molto remoti, nelle date di lor costruzione, da quella della loro ultima rovina: di qui è dato argomentare che alla storia dell’arte italiana tornerebbe più vantaggioso il disseppellimento della città d’Ercolano. Ognun s’accorda nel ritenere che Ercolano possa essere stata una città più artistica di Pompei, perocchè in questa meglio si fosse dati alle commerciali speculazioni, e in quella vi concorressero invece più i facoltosi e fosse luogo meglio acconcio alle villeggiature de’ più ricchi e voluttuosi romani, non altrimenti che Baja, Bauli e Pozzuoli.
Infatti le pitture, i marmi, i bronzi che si rinvennero in Ercolano, si riconobbero generalmente superiori d’assai in merito alla maggior parte di quelli che uscirono dalle rovine della città sorella, della quale specialmente è il mio dire.
Se non che io non credo, e l’ho già detto, che, ciò compiere si possa con quella grande facilità, che per avventura sembrava al Beulé si potesse fare[318]; perocchè non è vero che si riducano, com’egli dice, a due sole le difficoltà che si incontrano al diseppellimento: le costruzioni moderne che abbisogna espropriare e le quantità delle ceneri che convien d’asportare. E le lave e le ceneri petrificate? Vi hanno luoghi in cui le prime hanno perfino diciotto metri di spessore e su di esse si è fabbricato, tal che dove già s’era penetrato, e s’erano tratte le più interessanti preziosità, si fu costretti a rimettere il materiale cavato onde ovviare alla rovina. Notisi poi che le costruzioni finitevi sopra sono di tale natura da riuscire dispendiosissima la espropriazione, nullamente è in proporzione dei mezzi che sono messi a disposizione degli scavi. Del resto l’età che corre è più cotoniera e trafficante che archeologa e poeta, gareggiano con essa di pillaccheria, in fatto di publica istruzione, i nostri uomini di governo che parteggiano per la teoria, d’invenzione del nostro tempo, delle economie infino all’osso[319].
Ciò che particolarmente dovrebbe chiamare la nostra attenzione è l’architettura delle case private di Pompei. Era essa etrusca? era greca? era romana? Chi lo saprebbe, rispondo io, definire in modo irrecusabile? I dotti questionarono tra loro e non s’intesero; forse non va errato chi di tutti questi generi d’architettura afferma riscontrare un miscuglio, che non lascia tuttavia che vi campeggi, per la semplicità ed eleganza degli ornati, la caratteristica greca. Chi credesse peraltro immaginare alcun lontano riscontro nella maniera odierna d’architettare, si ingannerebbe a partito; l’architettura delle case pompejane è quanto di più originale presenta lo studio della dissepolta città. La massima parte di esse si costituisce di due soli piani: rado avviene che se ne trovi alcuna che lasci presumere essere stata di tre, e dico che lasci presumere, perchè in nessuna il terzo piano sussiste e solo è dato argomentarne la esistenza dalle traccie delle scale del secondo. Anche il secondo piano, che sarebbe il così detto solarium, o meglio cœnaculum, era assai basso e destinato alla abitazione degli schiavi addetti al servizio della famiglia. Esternamente esse erano allineate tutte l’una dopo l’altra in ogni via; se interruzione vi era circa l’altezza, veniva prodotta da talun edificio publico, che sopravanzava. Erano poi intonacate e colorate, non avevano finestre respicienti sulla via, le camere venendo rischiarate all’interno, rada era qualche apertura al piano superiore, e balcone, come avverrà di vedere nella casa del Balcone pensile. Per ciò che riguarda la distribuzione interna, sarà argomento che procaccierò trattare nel capitolo Le Case. Nondimeno fin d’ora non mi è lecito di passar oltre senza far cenno della picciolezza delle case pompejane, o piuttosto delle camere ond’esse si componevano, la qual non lascia di colpire chi per la prima volta visita questa città. Nè forse potrebbe esserne una ragione quella che i suoi abitatori suolessero, più che chiudersi dentro delle medesime, vivere in piazza e per le vie, siccome consentiva la dolcezza del clima; quando pure non si voglia interamente ammettere, ciò che per altro io credo verissimo, che per costumanze antichissime greche, importate in Pompei, siasi appunto seguitata la moda greca, che appunto assai picciole aveva tutte le parti architettoniche delle abitazioni, procedendo nondimeno una non dubbia eleganza dalla esatta armonia delle medesime. Tuttavia voglionsi per alcuni ritrovarvi altre cause, della cui aggiustatezza lascio volontieri giudice chi legge. Si dice che occorrendo nelle case per tanti usi svariati una quantità di stanze, queste dovevano necessariamente risultare nella maggior parte di piccole dimensioni, che l’occhio però non se ne avvedesse troppo, mercè un artificio di dipinture prospettiche sui muri e di decorazioni combinate con accortezza[320]. Ma forse queste ragioni, che potrebbero attagliarsi a taluna casa costretta fra l’altre, non pajono troppo plausibili per tutte, non vedendosi perchè, abbisognando di molte camere, non si potesse procacciarsele, come si pratica di presente, estendendo l’area de’ fabbricati. Le decorazioni prospettiche, appunto per la soverchia angustia degli ambienti, potevano esse poi produrre tutti i loro effetti e simulare uno spazio maggiore? Ne dubito e preferisco attenermi a quelle altre ragioni che per me si sono recate.
Del resto fu solamente al cominciar dell’epoca imperiale, cioè ai giorni d’Augusto, che l’architettura divenne più fiorente e si sviluppò ne’ romani il gusto delle costruzioni colossali. Prima, come in Pompei, templi, edifizii pubblici e case private non avevano che proporzioni esigue: in ragione della maggior vastità di concetti politici delle conquiste e della crescente ricchezza eransi venute ingrandendo ed assumendo un proprio carattere nazionale. Nelle forme esteriori poi si restò, è vero, fedeli allo stile greco; ma per guarentirne la solidità dell’interno vi si introdussero colonne ed archi.
Ma per seguire la cronologia delle opere più celebrate in fatto d’architettura di quel tempo, uopo è ricordare la basilica di Fano architettata da Vitruvio e da lui descritta nella sua opera De Architectura; i portici onde si cinse il circo Flaminio sotto l’impero di Augusto, la piramide di Cajo Cestio, il teatro di Marcello e il tempio di Giove Tonante. Quindi il mausoleo di Augusto nel campo Marzio, divenuto ben presto quasi una città marmorea e il Palazzo d’oro fabbricato da Nerone sulle macerie degli edifizi da lui incendiati, il quale abbracciava l’area del monte Palatino, del Celio, dell’Esquilino e la frapposta valle estesa quanto l’antica città, dove correva un portico a triplici colonne della lunghezza d’un miglio, e dove nel vestibolo, sorgeva la statua colossale in rame dell’imperatore, opera del greco Ateneo, alta quaranta metri, secondo alcuni, secondo altri di Zenodoro d’Alvernia, alta cento metri. Dovunque poi e fani e colonne ed archi, divenuti questi in breve distintivo singolare della romana architettura, poichè ignoti ai Greci. Il primo che sorse — giova allora ricordarlo — fu 139 anni prima di Cristo, e fu ad onore di Fabio vincitore degli Allobrogi e degli Alvernii. Anche in Pompei ho già segnalato l’esistenza di quattro archi di trionfo, e rimangono essi novella prova del modellarsi interamente delle colonie sugli usi della capitale.
Il paragone della romana colla greca architettura è così a un dipresso come l’ho già pur io superiormente dimostrato, da Hosking istituito. «Benchè inferiore, scrive egli, in semplicità ed armonia all’architettura greca, la romana è evidentemente della stessa famiglia, distinta per esecuzione più ardita ed elaborata profusione d’ornamenti. Il gusto delle due nazioni è espresso dal dorico pel primo, dal corintio per l’altro: uno è modello di semplice grandezza, perfetto nelle particolari convenienze e inapplicabile ad oggetto diverso; l’altro è men raffinato, ma molto adorno; sfoggia nell’esterno la bellezza di cui manca nell’interno; imperfetto in ciascuna combinazione, ma applicabile ad ogni proposito.»
La storia poi della romana architettura segna le diverse fasi della sua politica, e come che Roma si pose alla testa del mondo, anche la sua architettura, più che ogni altra giganteggiò; perocchè sia anche l’arte più alta a rappresentare la terribile e vastissima grandezza di quel popolo.
Infatti a’ tempi più liberi e primitivi appartiene il modo d’architettare derivato dall’Etruria, che si palesa solido e severo: a que’ dell’impero se ne spiegò la magnificenza: al declinar del medesimo si mostrò cincischiata di fregi e deviò dal gusto antico; per poi corrompersi affatto, parallelamente alla corruzion dei costumi.
Nè questi caratteri e questa magnificenza furono distintivi de’ publici edifizj soltanto: essi riscontransi eziandio ne’ privati e nelle loro abitazioni. Così furono celebri le costruzioni di Lucullo, di Lepido, di Scauro, d’Aquilio, di Mamurra; così nel Capitolo che verrà delle Case designerò pure in Pompei abitazioni di cittadini magnificentissime. Per dare un’idea ancorchè imperfetta di tanta magnificenza, basterà l’accennare qui il grandissimo loro prezzo. La casa che Cicerone possedeva sul monte Palatino, gli era stata venduta da Crasso per tre milioni e cinquecento mila sesterzi, che si vorrebbero ragguagliare in oggi a lire nostrali 736,125. Quella di P. Clodio, che Cicerone tanto avversò e che fu poi ucciso da Annio Milone, era costata quattordici milioni ed ottocento mila sesterzi, vale a dire 3.027,833 lire e centesimi trentuno.
Non credo fuor di proposito, dopo tutto il fin qui detto, di qui soggiungere ora brevemente alcuni cenni intorno a talune discipline dell’edilizia romana, al tempo della Republica.
Allorquando accadeva di dover costrurre o riparare un edificio, praticavasi ad un dipresso quello che già notai si facesse in Pompei per le riparazioni delle vie. I Censori mettevano l’opera al publico incanto, quando pure essi medesimi non se ne fossero costituiti direttori, o non si fossero fatti rappresentare da loro delegati, duumviri, triumviri, quinqueviri. Compiuta la costruzione, i censori o gli edili venivano da un senato-consulto incaricati di collaudare e ricevere le opere, il cui prezzo veniva pagato dal publico tesoro. Spesso occorse che facoltosi uomini, in caccia di popolarità, previo aver riportato un senato-consulto, costruir facessero e riparare a propria spesa publici edificj: nel primo caso essi ottenevano l’autorizzazione di far iscrivere il loro nome sul monumento; nel secondo essi avevano facoltà di scriverlo a fianco del fondatore.