CAPITOLO XVIII. Belle Arti.
Opere sulle Arti in Pompei — Contraffazioni: Aneddoto — Primordj delle Arti in Italia — Architettura etrusca — Architetti romani — Scrittori — Templi — Architettura pompejana — Angustia delle case — Monumenti grandiosi in Roma — Archi — Magnificenza nelle architetture private — Prezzo delle case di Cicerone e di Clodio — Discipline edilizie — Pittura — Pittura architettonica — Taberna o venditorio di colori in Pompei — Discredito delle arti in Roma — Pittura parietaria — A fresco — All’acquarello — All’encausto — Encaustica — Dipinti su tavole, su tela e sul marmo — Pittori romani — Arellio — Accio Prisco — Figure isolate — Ritratti — Pittura di genere: Origine — Dipinti bottegai — Pittura di fiori — Scultura — Prima e seconda maniera di statuaria in Etruria — Maniera greca — Prima scultura romana — Esposizione d’oggetti d’arte — Colonne — Statue, tripedaneæ, sigillæ — Immagini de’ maggiori — Artisti greci in Roma — Caio Verre — Sue rapine — La Glittica — La scultura al tempo dell’Impero — In Ercolano e Pompei — Opere principali — I Busti — Gemme pompejane — Del Musaico — Sua origine e progresso — Pavimentum barbaricum, tesselatum, vermiculatum — Opus signinum — Musivum opus — Asarota — Introduzione del musaico in Roma — Principali musaici pompejani — I Musaici della Casa del Fauno — Il Leone — La Battaglia di Isso — Ragioni perchè si dichiari così il soggetto — A chi appartenga la composizione.
Nel corso omai avanzato di questa mia opera mi avvenne le tante volte già di parlare di statue, di bronzi, di pitture e di musaici, di stili architettonici e di colonne, d’edifizi e di templi, che appena il lettore si compiaccia di raccogliere in una le disseminate notizie, può farsi diggià una ragionevole e conveniente idea delle condizioni dell’arte in Pompei, sotto qualsivoglia sua manifestazione la si voglia considerare. Nè il consacrarvi per me un capitolo apposito significar vuole ch’io presuma dir di tutto questo argomento così largamente, da nulla, o poco men di nulla lasciarvi addietro; perocchè a ben altro che ad un capitolo ascender vorrebbe allora il materiale che mi verrebbe tra mano, come può informare chi di proposito vi si è messo intorno.
La grand’opera di Mazois, cominciata nel 1812 e terminata nel 1838[313], non ha infatti per oggetto principale che la descrizione e l’esatta rappresentazione de’ monumenti architettonici. Essa era stata per altro preceduta fin dal 1858 dalla stampa della magnifica opera degli Accademici di Ercolano, che, come ognun sa, fu di parecchi volumi in folio. Nel 1824 poi ebbe incominciamento la pubblicazione del Museo Borbonico[314], destinato a riprodurre tutti gli oggetti d’arte che formavano dapprima i musei di Portici e di Napoli, e che poscia vennero concentrati nel solo Museo Nazionale.
Importantissima del pari fu l’opera Le Case ed i Monumenti di Pompei disegnati e descritti, edita in Napoli che, iniziata dal cav. Antonio Nicolini architetto della Casa Reale e Direttore dell’istituto di Belle Arti, venne continuata dagli egregi fratelli Fausto e Felice Nicolini, ed è tuttavia in corso di publicazione. È sventura davvero che opere, come queste, degnissime e che meriterebbero di andar diffuse e consultate, non lo possano, perchè dispendiose di troppo. — Più alla mano e pel sesto e per il prezzo riuscì l’altra Ercolano e Pompei, che mandò fuori in Venezia il tipografo Antonelli nel 1841, e furono publicati sette volumi, voltandola dal francese di Bories e di Barré e che si giovò di tutte le anteriori publicazioni, divisa essa in due parti: Pitture e Scolture e Musaici e suddivisa in più serie.
Nè vogliono essere pretermesse altre opere congeneri e di merito singolare, come quella di Goldicutt di Londra; di Ternite e Zahn di Berlino; di Goro di Vienna, e meglio forse di tutte queste, quelle di William Gell, della quale si fece una versione a Parigi con moltissime aggiunte.
Intorno all’autenticità dei disegni publicati nelle più antiche opere, molti dubbj elevar si potrebbero, da che sia noto come prima il Governo Borbonico avesse opposto formale divieto alla copia delle pitture antiche, onde in quanto si avesse a diffondere di quelle d’Ercolano e di Pompei non si potesse riscontrare tutta quella esattezza e fedeltà, che non concede il copiar di memoria.
Su di che tolgo al Barré l’aneddoto seguente, abbastanza curioso e che mette conto di riferire.
In onta alle precauzioni alcuna volta esagerate, con cui erano guardati gli affreschi del Museo che in quel tempo era a Portici, alcune copie furtive fatte vennero per mezzo di ricordi, e il publico le ricercava con tanta maggior avidità, quanto ch’ell’erano più rade, e con più riserbo vendute. Giuseppe Guerra, pittore veneziano, stabilito a Roma, mentre mancava di lavoro, quantunque non assolutamente sprovveduto d’ingegno, imprese ad innalzare, con una frode anche più ardita, l’edificio della sua fortuna. Guerra non si avventurò solo a spacciar copie di antiche pitture, ma vendette quelle pitture medesime. Egli dipinse differenti affreschi di antico stile sovra frammenti di intonaco, e li cesse ad alcuni amatori, confessando loro, sotto sigillo di alto segreto, averli acquistati egli medesimo da un qualche sovrintendente agli scavi napolitani. Fecesi rumore per ciò a Napoli, dove invano cercavasi il colpevole; ma per indizii positivi ricavati da Roma, i direttori del Museo fecero in sulle prime segretamente comperar tre degli affreschi che giravano in questa capitale. Quindi uno dei loro agenti portossi dal Guerra chiedendogli l’Achille e il Chirone, dipinti pompejani di recente scoperti, allora già incisi e publicati nel primo volume delle Antichità di Ercolano. Guerra, senza diffidenza alcuna, fece la copia, o meglio, l’imitazione domandata, mentre egli non poteva lavorare coll’originale sott’occhio. In questa copia da lui sottosegnata, si conobbe esattamente lo stile dei tre affreschi acquistati; i medesimi sforzi per raggiungere un modello veduto alcun poco solamente da lungi; le medesime differenze sfuggite in onta a questi sforzi e sovratutto la perfetta analogia delle copie fra loro, quantunque si scorgesse molta diversità ne’ modelli. Il Governo di Napoli a nulla si valse della sua influenza nello Stato Pontificio per far redarguire il Guerra. Limitossi a esporre le quattro imitazioni unite agli originali, con una illustrazione diffusa, onde por sull’avviso i curiosi contro ogni frode di genere siffatto. Guerra, più non potendo alienare false antichità, ripigliò, non senza qualche profitto, l’uso legittimo del suo pennello[315].
Tutto questo premesso, avanti entrare a parlare partitamente delle preziose cose in fatto d’arte scoperte a Pompei, oltre quel che già toccai e che il lettor già conosce, non sarà inopportuno che io l’intrattenga delle condizioni generali delle arti nel mondo romano; onde questo mio lavoro illustrativo dell’antica vita di Roma col mezzo delle scoperte pompeiane non sia in questa parte cotanto importante difettivo.
Dopo che nel Capitolo antecedente ho chiarite le ragioni per le quali da agricoltori che erano i romani per nascita e per tendenza, passarono insensibilmente a divenir soldati e conquistatori, ed ho tracciate le cause che tolsero a Roma d’avere un florido commercio coll’estero, non credo necessario ritessere i motivi per i quali pur nelle arti non furono i romani eccellenti, ma anzi piuttosto delle medesime ignoranti. Sono essi identici a quelli che rattennero lo sviluppo del commercio; onde il ragionamento intorno all’arti romane vuol essere una logica deduzione di que’ motivi, che però mi accorciano il dirne qui particolarmente e più a lungo.