CAPITOLO XVII. Tabernæ.
Istinti dei Romani — Soldati per forza — Agricoltori — Poca importanza del commercio coll’estero — Commercio marittimo di Pompei — Commercio marittimo di Roma — Ignoranza della nautica — Commercio d’Importazione — Modo di bilancio — Ragioni di decadimento della grandezza romana — Industria — Da chi esercitata — Mensarii ed Argentarii — Usura — Artigiani distinti in categorie — Commercio al minuto — Commercio delle botteghe — Commercio della strada — Fori nundinari o venali — Il Portorium o tassa delle derrate portate al mercato — Le tabernæ e loro costruzione — Institores — Mostre o insegne — Popinæ, thermopolia, cauponæ, œnopolia — Mercanti ambulanti — Cerretani — Grande e piccolo Commercio in Pompei — Foro nundinario di Pompei — Tabernæ — Le insegne delle botteghe — Alberghi di Albino, di Giulio Polibio e Agato Vajo, dell’Elefante o di Sittio e della Via delle Tombe — Thermopolia — Pistrini, Pistores, Siliginari — Plauto, Terenzio, Cleante e Pittaco Re, mugnai — Le mole di Pompei — Pistrini diversi — Paquio Proculo, fornajo duumviro di giustizia — Ritratto di lui e di sua moglie — Venditorio d’olio — Ganeum — Lattivendolo — Fruttajuolo — Macellai — Myropolium, profumi e profumieri — Tonstrina, o barbieria — Sarti — Magazzeno di tele e di stoffe — Lavanderie — La Ninfa Eco — Il Conciapelli — Calzoleria e Selleria — Tintori — Arte Fullonica — Fulloniche di Pompei — Fabbriche di Sapone — Orefici — Fabbri e falegnami — Profectus fabrorum — Vasaj e vetrai — Vasi vinarj — Salve Lucru.
Sotto questo nome di tabernæ, chè così i latini chiamavano le botteghe, il capitolo presente è chiamato a far assistere il lettore al movimento dell’industria pompejana e del suo commercio. La storia del commercio romano non corre sempre parallela, come nelle altre cose che abbiam osservato finora, colla storia del commercio della piccola città di Pompei: tuttavia essa si comprende nella storia generale di quello della gran Roma, come la parte nel tutto, che però dovrò riassumere brevemente, e di tal guisa saran raggiunti i miei intenti, e il lettore si avrà così anche questa parte importante della vita di quella repubblica famosa, che compendia tutta l’Italia antica.
Quando si pensa che i Romani fondarono la più vasta e formidabile monarchia del mondo, parrebbe che si dovesse argomentare che essi avrebbero dovuto avere una corrispondente ricchezza e floridezza di commercio; ma non fu veramente così. Come abbiam veduto delle scienze, che non presero a mostrarsi in Roma che cinque secoli dopo la sua fondazione; così fu anche del commercio e dell’industria. Insino alla prima Guerra Punica, i Romani non erano per anco usciti d’Italia, nè pur potevano avere stabiliti commerci coll’estero. Poveri e soldati, non ebbero tampoco nozione alcuna di commercio, e neppure ne sentirono il bisogno. Erasi infatti ai primi giorni dell’infanzia di un popolo, divenuto poi conquistatore, che era ai prodromi di quelle convulsioni che l’avrebbero di poi così violentemente agitato. Fin dalle origini, più che impaziente di gittarsi alle conquiste, come da non pochi scrittori si volle far credere, ciò desumendo piuttosto dai moltissimi fatti onde si ordì la sua storia, che dal più diligente studio del suo primitivo costume e delle sue abitudini; forzato ad essere soldato per difendersi dagli incessanti attacchi dei Sabini, degli Etruschi e dei Sanniti; tanto il carattere suo che le sue leggi naturalmente assumer dovevano una tinta militare; e però l’educazione doveva piegare alla più severa disciplina, alla più passiva obbedienza. Sì certo; il popolo romano era per istinto pastore e lo si può credere a Catone, che così ce lo attesta nella prefazione all’opera sua, De Re Rustica: Majores nostri virum bonum ita laudabant: bonum agricolam, bonumque colonum. Amplissime laudari existimabatur qui ita laudabatur[251]. Conquistando adunque l’universo, non fece che difendere o proteggere la propria indipendenza, nè combattè che per assicurarsi le dolcezze della pace, alla quale continuamente aspirava. Properzio mostra che pur a’ suoi tempi la si pensava così della patria romana, quantunque l’epoca sua ribollisse per la febbre delle conquiste, in quel verso:
Armis apta magis tellus quam commoda noxæ[252];
ciò che del resto affermava pure Sallustio, quando, narrando della Guerra Catilinaria, qualificava la romana razza genus hominum agreste, sine legibus, sine imperio, liberum atque solutum[253]; e più innanzi così enunciava gli scopi de’ loro fatti militari: hostibus obviam ire, libertatem, patriam, parentesque armis tegere[254]. Ciò non tolse che il dovere star sempre all’erta e dover respingere tanti e innumerevoli nemici, avesse a modificare le primitive inclinazioni. Epperò l’occupazione generale doveva essere di ginnastiche esercitazioni, di ludi bellici, di studio, di violente imprese, e si hanno così le ragioni di que’ fatti d’armi gloriosi che si succedevano senza posa l’un l’altro e di quelle virtù eziandio primitive che si videro scemare man mano che crebbe la potenza romana e con essa le passioni individuali.
I Romani inoltre situati fra tanti popoli e nazioni prodi e bellicosi, che dovevano diventare? Altrettanti soldati, risponde il Mengotti nell’opera sua, Il Commercio dei Romani[255]. Bisognava o distruggere o essere distrutti. Stettero dunque coll’armi alla mano per quattro secoli, rodendo pertinacemente i confini ora di questo, ora di quello stato, finchè superati tutti gli ostacoli, dominati i Sanniti e vinto Pirro, o piuttosto non vinti da lui, si resero signori d’Italia. In appresso l’orgoglio, che ispira la felicità delle prime imprese e la smoderata cupidità di bottino, gli stimolarono a divenir conquistatori della terra. Questo fu il genio che si venne necessariamente formando e il carattere de’ Romani. La guerra, dopo che divenne indispensabile, fu la loro educazione, il loro mestiere e la loro passion dominante. Essi furono quindi soldati per massima di stato, per forza di istituzione, per necessità di difesa, per influenza di religione, per esempio de’ ricchi e dopo altresì che divennero ricchi e potenti in Italia, conservarono la stessa ferocia e la stessa tendenza a crescere di stato per il lungo uso di vincere e per impulso delle prime impressioni.
Un popolo poi fiero e conquistatore riguarda allora la negoziazione come un mestiere ignobile, mercenario ed indegno della propria grandezza. Le idee vaste, i piani magnifici, i progetti brillanti, i pensieri ambiziosi di gloria e di rinomanza, lo splendore e la celebrità delle vittorie, la boria de’ titoli, la pompa ed il fasto de’ trionfi non si confacevano con le piccole idee e coi minuti particolari della mercatura. Lo stesso Cicerone preponeva ad ogni altra virtù la virtù militare: Rei militaris virtus præstat cæteris omnibus; hæc populo romano, hæc huic urbi æternam gloriam peperit[256].
All’agricoltura, la passione e virtù d’origine, si sarebbero piuttosto nei giorni di calma e in ricambio rivolti, tornando più confacente a que’ caratteri indomiti; e così que’ grandi capitani che furono Camillo, Cincinnato, Fabrizio e Curio alternavano le cure della guerra con quelle del campo, infra i solchi del quale era duopo che i militari tribuni andassero a cercarli quando avveniva rottura di ostilità coi popoli limitrofi.
Quindi nulle le arti, povere le manifatture, rustico il costume. Grossolane le vesti, venivano confezionate dalle spose pei mariti; onde si diceva della donna a sommo di lode, domum mansit, lanam fecit[257], e i capi stessi non permettevansi lusso maggiore; sì che si legga nelle storie di Roma della toga di Servio Tullio, lavoro di sua moglie Tanaquilla, che stesse gran tempo, siccome sacra memoria, appesa nel tempio della Fortuna.
Colle spoglie de’ vinti nemici si fabbricarono e ornarono persino i templi: nulla insomma si faceva in casa propria.
Quali arti dunque, chiede ancora il Mengotti, seguite pur dal Boccardo, qual industria, quali manifatture, qual commercio potevano avere i Romani senza coltura, senza lettere, senza scienze? Le arti tutte e le scienze si prestano un vicendevole soccorso e riflettono, per dir così, la loro luce, le une sulle altre. Tutte le cognizioni hanno un legame ed un’affinità fra di loro. La poca scienza della navigazione presso i Romani contribuì finalmente ad impedire che il traffico progredisse.
Tuttavia noi abbiam veduto diggià, nel ritessere la storia di Pompei, come questa città fosse emporio di commercio marittimo e così erano pure città commercianti tutte quelle littorane. Ma esse erano quasi divise allora dalla vita e partecipazione romana. La Sicilia contava floridi regni, che hanno una propria ed onorifica istoria, e la Campania, ed altre terre che costituiron di poi lo stato di Napoli, popolate da gente di greca stirpe, giunse a tale di prosperità, da essere appellata dai Greci stessi Magna Grecia. Navigarono questi commercianti della Campania lungo le coste d’Italia e delle isole vicine, visitarono la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, e fino in Africa pervennero a vendervi e scambiarvi i ricchi prodotti del suolo. Del commercio di Pompei con Alessandria ho già trattato, allor che dissi dell’importazione fatta dagli Alessandrini in Pompei; fra l’altre cose, pur del culto dell’egizia Iside.
Istessamente abbiam qualche dato che attesta il commercio marittimo di Roma con l’Africa. Nell’anno che seguì l’espulsione dei re da Roma, venne, al dir di Polibio[258], conchiuso fra questa repubblica e Cartagine il primo trattato di commercio, che fu di poi rinnovato due volte. Vuolsi dire per altro che nelle loro relazioni con Cartagine i Romani comprassero più che non vendessero, importando di là tessuti rinomati per la loro leggerezza, oreficerie, avorio, ambra, pietre preziose e stagno; e però può aver ragione il succitato Mengotti nel credere che fossero stati piuttosto i Cartaginesi, sovrani allora del mare, i quali fossero andati ai Romani, anzi che questi a quelli; giacchè dove avessero avuto vascelli o navi proprie e conosciuta la nautica, se ne sarebbero valsi a respingere Pirro dal lido italico, nè le tempeste e gli scogli avrebbero distrutte sempre le loro flotte; tal che la strage causata dai naufragi fosse sì grande, che da un censo all’altro si avesse a trovare una diminuzione in Roma di quasi novantamila cittadini[259].
Porran suggello a questo vero dell’imperizia de’ Romani nella nautica, le frequenti disfatte toccate da essi nei mari, la guerra de’ Pirati, che li andavano ad insultare sugli occhi proprj, e le parole di Cicerone che l’abbandono vergognoso della loro marina chiama labem et ignominiam reipublicæ[260], macchia e ignominia della Repubblica.
Ma le cose migliorarono, convien dirlo, dopo Augusto, se Plinio ci fa sapere che i Romani portassero ad Alessandria ogni anno per cinque milioni di mercanzie, e vi guadagnassero il centuplo, e se tanto interesse vi avessero a trovare, da spingere la gelosia loro a vietare ad ogni straniero l’entrata nel mar Rosso.
Roma per cinquanta miglia di circonferenza, con quattro milioni di abitanti[261], con ricchezze innumerevoli versate in essa da conquiste e depredamenti di tante nazioni, con infinite esigenze di lusso e di mollezza da parte de’ suoi facoltosi, opulenti come i re, doveva avere indubbiamente attirato un vasto commercio, certo per altro più di importazione che di esportazione. Il succitato Plinio ci informa come si profondessero interi patrimonii nelle gemme che si derivavan dall’Oriente, negli aromi dell’Arabia e della Persia; che dall’Egitto poi si cavasse il papiro, il grano ed il vetro, che si cambiavan con olio, vino, e Marziale ci avverte anche con rose in quel verso:
Mitte tuas messes; accipe, Nile, rosas[262]
e dell’Etiopia, profumi, avorio, fiere e cotone, che Virgilio chiama col nome di molle lana:
Nemora Æthiopum molli canentia lana[263].
La Spagna forniva argento, miele, allume, cera, zafferano, pece, biade, vini e lino; le Gallie rame, cavalli, e lana, oro de’ Pirenei, vini, liquori, panni, tele e prosciutti di Bajona; la Britannia stagno e piombo; la Grecia il miele d’Imetto, il bronzo di Corinto assai pregiato, vino, zolfo e trementina, le lane d’Attica, la porpora di Laconia, l’elleboro di Anticira, l’olio di Sicione, il grano di Beozia, nardo, stoffe, pietre preziose e schiavi. L’Asia Minore mandava ferro dell’Eusino, legno della Frigia, gomma del monte Idea, lana di Mileto, zafferani e vini del monte Tmolo, stoviglie di Lidia, profumi e cedri e schiavi della Siria, porpora di Tiro e formaggi.
Ma tutto questo commercio colle nazioni straniere, osserva il Mengotti, come fosse sempre passivo per i Romani; ma se ne ricattavano, osservo io, e colmavano il disavanzo del bilancio colle conquiste, riprendendosi ben presto con la forza ciò che le nazioni commercianti avevano loro spremuto con l’industria, così che non potessero mai esaurire la loro ricchezza per quanto si studiassero di abusarne, siccome è detto in Sallustio: Omnibus modis pecuniam trahunt, vexant; tamen summa libidine divitias suas vincere nequeunt[264]. Il quale Sallustio che così scriveva, attingeva pure a questa limacciosa fonte per abbellire i suoi famosi orti, e l’infame sistema veniva sanzionato dalla religione, essendosi giunto perfino ad erigere un tempio a Giove Predatore.
Non sono quindi d’accordo coll’illustre scrittore del Commercio de’ Romani, che fosse per questo traffico passivo e rovinoso ch’essi cadessero nella povertà e nella barbarie. Le cagioni della decadenza e della barbarie voglion essere attribuite prima alla decrescente prosperità agricola che degenerò presto in rovina e ne fu causa principale la concentrazione dei piccoli poderi in vaste possessioni; quindi la sostituzione del lavoro degli schiavi a quello degli uomini liberi, del quale Plinio espresse gli effetti perniciosi in memorande parole: Coli rura ergastulis pessimum est ut quidquid agitur a desperantibus[265]. Altre e più efficaci cause di desolazioni dell’Italia furono le incessanti guerre. I generali vittoriosi solevano ripartire ai loro soldati le terre conquistate. Codesti barbari d’ogni nazione, dice lo stesso Mengotti, Galli, Germani, Illirii e Numidi, senza affetto per l’Italia, che riguardavano non come patria, ma come una preda e un guiderdone dovuto ai loro servigi, cercavano di emungerla, non di coltivarla; sicchè lo sconvolgimento e la forza, le emigrazioni erano continue e cresceva ogni giorno l’abbandono e lo squallore delle campagne.
Nè fu estranea alla decadenza la diminuzione della popolazione, effetto delle proscrizioni e delle guerre; onde fin sotto di Cesare si pensasse a far provvide leggi, ut exhaustæ urbis frequentia suppeteret, onde sopperire, cioè, alla deficienza di popolazione della esausta città.
La corruzion del costume diede il colpo di grazia. Ingolfandosi i Romani nella mollezza e nel vizio e venendosi essi così eliminando dal servizio attivo dell’armi, presero il loro posto soldati e capi stranieri e così si scalzarono ben presto da quella antica grandezza, per sostituire altri i loro propri interessi. Divenuto l’impero oggetto di disputa e cupidigia, messo all’incanto perfino dalla prepotenza e rapacità de’ pretoriani, gli stranieri impararono la via di casa nostra, vi si stabilirono da padroni e tiranni, e ci fecero a misura di carbone pagare le passate colpe.
In quanto all’industria, nei primi tempi, pochi uomini liberi cercavano ne’ lavori manuali una professione lucrativa: l’agricoltura era la naturale e, se non l’unica, almeno la più onorevole occupazione dei cittadini romani. Ma quando la popolazione di Roma crebbe e la piccola proprietà di una famiglia povera non bastò a nutrir tutti i suoi membri, molti dovettero cercare la loro sussistenza nel lavoro manuale. Questi operai liberi uscivano quasi sempre dalla classe degli schiavi che esercitavano specialmente siffatti lavori e continuavano ad occuparsene, quand’essi avessero ricuperata la loro libertà. Di tal guisa l’industria migliore era esercitata a Roma massimamente dai liberti, che rimanevano clienti dei loro antichi padroni. Si comprende così perchè l’industria, esercitata da cittadini d’ultima classe, da liberti e da schiavi, dovesse essere negletta e disprezzata. I mestieri manuali e il commercio di dettaglio erano considerati come professioni basse, sordida negotia. Cicerone, che per l’altezza dell’ingegno avrebbe dovuto essere superiore ai pregiudizii volgari, pur nondimeno divideva questo contro gli industriali. Noi, scrive egli, dobbiam disprezzare i commercianti che ci provocan l’odio contro di essi. È basso e non è istimabile il mestiere di questi mercenari che locano le loro braccia e non il loro ingegno. Per essi il guadagno non è che il salario della loro schiavitù: mettiamo al medesimo livello l’industria di quelli che comprano per rivendere, perchè per guadagnare, è bisogno che mentiscano. Che mai v’ha di nobile in una bottega? Quale stima accorderemo noi a questa gente, il commercio della quale non ha per oggetto che il piacere, come i pescivendoli, i beccaj, i pizzicagnoli, i cuochi e i profumieri? Concediamo la nostra stima alla medicina, all’architettura, se si voglia; ma in quanto al piccolo commercio, esso è sempre basso: il solo grande non è spregevole tanto.
E così la pensava tutta Roma.
Infatti nel grande commercio non esitavano ad entrare persone dell’ordine equestre, in vista dei forti lucri, grazie ai quali, sotto il nome dei loro liberti, esercitavano spesso la banca, chiamati que’ liberti, mensarii de argentarii, equivalenti ai moderni banchieri. Così ne originava quella schifosissima e fatal piaga che fu l’usura, che divenne anzi prontamente più forte e deplorevole che non la sia de’ nostri giorni.
A conoscerne la misura, citerò quella che si faceva da’ più virtuosi, senza pur credere di mancare alle leggi dell’onesto. Pompeo Magno prestava 600 talenti ad Ariobarzane al 70 per cento, e il severo Bruto, l’ultimo e virtuoso republicano alla esausta città di Salamina mutuava pur forte somma al 48 per cento.
Vuolsi attribuire a Numa Pompilio la distribuzione degli Artigiani in differenti categorie. Le corporazioni dei mestieri erano in numero di otto: i suonatori di tibia, gli orefici, i falegnami, i trattori, i vasai, i fabbricatori di cinture, quelli di corregge, i calderaj e fabbri ferraj, e tutti gli altri artigiani non compresi fra costoro formavano una nona corporazione. Ciascuna corporazione poi aveva i suoi capi, magistri: i fabbri, falegnami o ferraj, che servivano nell’esercito erano sotto gli ordini di un prefetto, præfectus fabrorum, e quelli che si occupavano di costruzioni formavano una categoria particolare, spesso impegnati da un intraprenditore, chiamato ædificator, o magister structor.
In quanto al commercio minuto, vi aveva a Roma, come da noi, quello delle botteghe, tabernæ, e della strada.
Il commercio di strada si faceva principalmente nei fori, detti nundinari, o venali. La ragion del nome ho già dato, intrattenendo il lettore nel capitolo I Fori. Era stato Servio Tullio che, a regolare il commercio fra Roma e la sua campagna e sottometterlo a sorveglianza, aveva stabilito che la popolazion campagnuola venisse tutti i nove giorni alla città a comperarvi ciò che le fosse di bisogno, ed a vendere le sue derrate. Ho già ricordato in quell’occasione e il forum boarium o mercato de’ buoi; il suarium o quello dei porci; il piscarium, o de’ pesci; il pistorium, o del pane; cupedinis, o de’ frutti e delle confetture. V’era anche il forum macellum destinato alle carni non solo, ma a designare l’insiem de’ mercati, che tutti erano vicini, lungo il Tevere, facili così a essere vigilati dagli Edili, che spezzavano i falsi pesi e le false misure, e gettavano alle onde di quel fiume i generi di cattiva qualità. Era sulla piazza stessa del mercato che gli Agenti del tesoro venivano ad esigere dai venditori il portorium, o tassa su tutte le merci che vi apportavano.
Oltre i mercati, vi erano anche botteghe. Erano queste il più spesso semplici baracche in legno, coperte di tavole ed adossate alle case. Dovevano essere per conseguenza anguste, male arieggiate e peggio illuminate, ma di tal prezzo di locazione che Cicerone ci apprende che molti ricchi proprietarj ne facessero costruire tutt’all’intorno delle loro magnifiche dimore, ricavandone enormi somme. Non mancavano del resto di coloro, che allettati dalla cupidigia del denaro, facessero tenere per loro conto da schiavi, liberti, o mercenari, che si dicevano institores, quelle botteghe, massime a vendita di pane e di carni.
Presso a tutti i luoghi publici, come bagni, teatri, circhi, trovavansi mercanti di vino, di bevande calde e cibi cotti. Al disopra delle botteghe mettevansi insegne a pittura. Ho già in altro capitolo recato all’uopo un passo d’Orazio che attesta questo costume; nè ciò bastando, si esponevano fuor della porta in bella mostra le mercanzie. Le più ricche erano quelle dei Septa Julia e attiravano il più gran numero di avventori.
Era certo che tutte queste baracche che costeggiavano le case dovessero essere di grande ingombro alle vie, che non erano sempre così larghe, come si potrebbe credere. L’inconveniente — a togliere in qualche parte il quale, aveva contribuito l’incendio di Nerone, — durò fin sotto Domiziano, che finalmente vietò che si costruissero presso le case, appunto perchè restringessero esse di molto la via publica, e Marziale, sempre pronto ad incensare quel Cesare, che dopo morte vituperò, così ne lo loda del savio provvedimento:
Abstulerat totam temerarius institor urbem,
Inque suo nullum limine limen erat.
Iussisti tenues, Germanice, crescere vicos;
Et, modo quæ fuerat semita, facta via est.
Nulla catenatis pila est præcincta lagonis:
Nec prætor medio cogitur ire luto.
Stringitur in densa nec cæca novacula turba:
Occupat aut totas nigra popina vias.
Tonsor, caupo, coquus, lanius sua limina servant.
Nunc Roma est; nuper magna taberna fuit[266].
Le botteghe avevano differenti nomi, secondo la natura delle merci che vi si vendevano. Così le taverne in cui si vendevano i cibi cotti si chiamavano popina, ed erano per lo più frequentate da’ ghiottoni che vi trovavano eziandio delicati manicaretti e gustose bevande, come si raccoglie da quel verso di Plauto:
Bibitur, estur, quasi in popina haud secus[267],
Thermopolia erano le taverne dove si vendevano bevande calde; caupona dicevasi l’albergo, o piuttosto la bottega dove si vendeva a bere ed a mangiare, l’odierno trattore, e caupo denominavasi il conduttore. La Caupona serviva anche di alloggio e tavola a’ forestieri: nelle grandi città equivaleva solo alle odierne taverne od osterie, canove, mescite e birrerie ed œnopolia chiamavansi. Lo stesso poeta che già citai, Plauto, ne trasmise la notizia che agli œnopolia traesse il vicinato a provvedere il vino necessario all’uso giornaliero, in quel passo dell’Asinaria:
Quom a pistore panem petimus, vinum ex œnopolio,
Si œs habent dant mercem[268].
Œnophores quindi appellavansi gli schiavi destinati a portare l’œnophorum o cesta a mano per mettervi gli urcei, ampolle o fiaschi di vino che s’andava a comprare ai venditori summentovati.
Venendo fra poco a dire delle Tabernæ, o botteghe scoperte in Pompei, vi troveremo altre denominazioni ed altre industrie.
Nè mancavano a Roma antica i mercanti ambulanti, come li abbiamo oggidì, che gridavano e vendevano le loro derrate per via; e Marziale pur ricorda venditori di zolfanelli, che scambiano la loro merce contro frammenti di vetro rotto; mercanti di minuti cibi, che spacciano alla folla; cerretani che mostrano vipere e serpenti, vantandone i pregi e le abilità, nè più nè meno insomma di quel che veggiamo e udiamo far oggidì per le nostre piazze.
Venendo ora a ricercare se le medesime condizioni commerciali fossero in Pompei e se l’industria e i mercanti al minuto vi esistessero eguali, poco mi resta a dire, per provare come pur eguale vi fosse la baraonda, perocchè già sappia il lettore, per quel che se ne è detto, che in quanto al grande commercio e al marittimo, vi si notasse una tale attività, da indurre perfino i molti a ritenere fra le etimologie del suo nome quella di emporio, quasi appunto fosse Pompei un ridotto di merci e di commercianti. L’essere in riva al mare e in quella costa meridionale che è più aperta alle negoziazioni degli stranieri, le relazioni create dalla omogeneità delle razze fra la sua popolazione e le popolazioni greche, da cui forse derivava, dovevano mantenervi animato il commercio marittimo. La speciale condizione sua d’avere inoltre il Sarno, siccome già sappiamo, di non dubbia importanza, che comunicava col mare, e che allora era così grosso da permettere la navigazione, se ben dissero gli scrittori, vi creavano eziandio un forte movimento commerciale interno, comunicando così con città vicine da cui ricevevano e cui trasmettevano mercanzie. L’importanza delle cose rinvenute negli scavi, la ricchezza e valore delle pitture, delle statue, de’ musaici, della quantità degli ori e delle gemme provano che molto si faceva arrivare dall’estero; come del resto si argomenta dai canti de’ poeti e dalle pagine degli storici, che da queste sponde partissero i vini, le granaglie, le frutta, gli olj, di cui è fornitore larghissimo il territorio.
I suoi abitatori poi, che sappiamo in buona parte agiati e ricchi, come rilevasi e dalla entità de’ monumenti e da quanto si è trovato nelle loro case, oltre i tanti facoltosi che da Roma traevano a villeggiarvi, dovevano necessariamente richiedere assai animato anche il piccolo commercio, e se già si è in grado di parlare di parecchie tabernæ, perchè si scavarono e se ne riconobbe l’uso, queste essendo nella parte più distinta della città, perchè verso la marina; è dato argomentare che nella parte superiore e non ancora esumata ve ne fossero assai di più, in numero, cioè, da soddisfare ai bisogni tutti della sua popolazione.
Anche Pompei aveva il suo Foro nundinario o venale, e il lettore se ne rammenta, chè di esso ho parlato nel Capitolo intorno ai Fori. Colà, come a Roma, sarà stato il mercato ove recavansi dagli abitanti delle campagne circostanti le derrate; colà saran venuti a scambiare le loro derrate colle merci cittadine. Ivi pure avranno i contadini pagato il portorium e ivi gli edili pompejani avranno esercitata la loro vigilanza sui pesi e sulle misure, non che sulla bontà delle derrate e, se cattive, gittate al mare non di molto discosto.
Se non che le botteghe o tabernæ, come si dicevano allora, non saranno state a Pompei, come a Roma, nè povere baracche di sconnesse tavole, nè indecentemente adossate alle muraglie delle case. L’angustia, che abbiam già veduto delle vie pompejane, vietava che tale costumanza si introducesse nella città: perocchè dove ciò fosse avvenuto, sarebbesi resa assolutamente impossibile la circolazione. D’altronde i rialzi che costeggiavano le vie si opponevano a ciò. Le tabernæ adunque erano in Pompei come le botteghe delle moderne città, facenti parte delle case ai piani terreni, che si aprivano sull’esterno delle case. Avevano esse pure le loro indicazioni di vendita, e le loro insegne esteriori, e suppergiù vi si spacciavano quelle merci che già conosciamo vi si vendessero nelle botteghe di Roma.
Venga ora meco il lettore a visitarle.
Percorrendo le vie lungo le quali erano aperte, e che or si veggono vuote, conservando appena da un lato dell’ingresso que’ banchi di pietra o di materia laterizia, che servivano o per esporvi la merce, o per contarvi i denari che vi si esigevano, veggonsi in più d’una ai lati le scanalature per entro alle quali scorrevano le porte che chiudevano le botteghe, e pure a’ fianchi di codeste o superiormente alle medesime, ravvisasi qualche scultura o pittura, che serviva d’insegna spesso allusiva alla qualità di merce che nella bottega si spacciava. Così su di una vedesi una capra in terra cotta, che vi dice che là vi si vendesse il latte; su di un’altra una pittura rappresenta due uomini, l’un de’ quali cammina davanti l’altro sorreggendo ciascuno l’estremità di un bastone nel mezzo del quale pende sospesa un’anfora, a significare ch’ivi era un œnopolium o vendita di vino; altrove era dipinto un mulino girato da un asino, che annuncia il magazzeno del mugnajo; e su d’altre botteghe scorgesi ancora l’avanzo di qualche emblema, come uno scacchiere, un’àncora, un naviglio. Già ho ricordato altrove il dipinto, onde era ornata la bottega presso alle Terme, rappresentante un combattimento di gladiatori, ed ho riferita l’iscrizione che a tutela della medesima vi si era graffita sotto: Abiat Venerem Pompejanam iradam qui hoc læserit; e così presso la bottega di panattiere, o pistrinum, leggesi quest’altra iscrizione: Hic habitat felicitas[269], la quale, se non accenna alla natura del commercio che vi si esercitava, vi attesta almeno che la famiglia che la conduceva, paga di sè stessa, potevasi proclamare felice. Tre pitture, ora affatto scomparse, in tre distinte botteghe, raffiguravano un sagrificatore conducente un toro all’altare su d’una; su di un’altra una gran cassa da cui pendevano diversi vasi, e sulla terza un corpo lavato, unto e imbalsamato, che indicava forse un unguentario, al quale pure incumbeva la preparazione de’ cadaveri, giusta l’uso che vedremo nell’ultimo capitolo di quest’opera.
Altre insegne vedremo al loro posto toccando delle varie botteghe, che più specialmente chiameranno la nostra attenzione, e delle quali anzi il Beulé si valse per uno studio complementario, che intitolò appunto Le commerce d’après les peintures nella sua opera uscita in questi giorni in Francia, dal titolo Le Drame du Vésuve[270].
Ma prima di tutto, nel trattar del commercio bottegajo, intrattener debbo il lettore degli alberghi e popinæ. Hospitia dicevansi con vocabolo generale quando fornivano al viaggiatore o forastiero comodità di cibo o d’alloggio, e con esso li troviamo designati in Cicerone e in Tito Livio[271] e da un esempio in Pompei stessa, che riferirò più sotto. Popina chiamavasi la taverna, rosticceria od osteria, in cui erano venduti cibi cucinati: lo stesso Cicerone e Plauto vi fanno cenno[272]. Il più spesso l’hospitium era simultaneamente una popina: questa invece non implicava l’idea di albergo.
Ho, nel Capitolo quarto di quest’opera, favellato già alcun poco dei due publici alberghi, l’uno detto di Albino e l’altro di Giulio Polibio e Agato Vajo di Pompei. Ho creduto argomentare come il primo dovesse aver servito a stazione di posta, e che il secondo non avesse dovuto servire che all’uso de’ mulattieri e carrettieri, ciò desumendo dalla natura de’ locali e degli attrezzi e altri oggetti rinvenuti. Diciamone ora, poichè meglio ne cada in taglio il discorso, qualche cosa di più.
L’albergo e popina di Albino è la prima casa che si presenti a destra entrando nel Corso principale dal sobborgo o Via delle Tombe. La porta è larga undici piedi e mezzo, è atta al passaggio de’ carri, essendone piana la soglia d’ingresso ed a livello della strada publica. Da essa si passa in alcune vaste camere, ove per avventura collocavansi le merci. Sonvi de’ focolari con sottoposti ripostigli per le legna; dei banchi laterizi per la distribuzion delle vivande: due botteghe per vendita d’acque calde e liquori, comunicanti fra loro, con fornelli ed altri accessori per la cucinatura delle vivande e per il riscaldamento delle pozioni, non che alcune camere per ricettar avventori. In un secondo cortile si scende in un sotterraneo, il più spazioso e meglio conservato in tutta Pompei, di centocinque piedi di lunghezza, di dieci e mezzo di larghezza e di tredici di altezza[273]. Corre parallelo alla strada e viene illuminato da tre finestre: vi si ritrovarono molte ossa di diversi animali: forse vi si gettava l’immondezza e forse poteva essere anche ad uso di stalla. Il nome del proprietario era dipinto in nero davanti alla porta, e nella sommità del limitare stava scolpito in un mattone un gran segno itifallico, che ho già altrove spiegato essersi usato collocare dagli antichi, non a indizio di luogo di prostituzione, come taluno può correre facilmente a pensare, ma per cacciar la jettatura, come direbbesi ora a Napoli, o contro il fascino o malocchio, come dicevasi allora. Ne’ marciapiedi, che circondavano le botteghe laterali dell’albergo, vi sono de’ buchi obliqui, che avran servito, come è generale opinione degli scrittori, per attaccar le bestie da soma. Due scheletri di cavallo colle loro testiere e briglie furono ritrovati negli scavi di questo albergo.
Quantunque l’altro albergo di Giulio Polibio e Agato Vajo fosse frequentato da’ mulattieri, come lo fa presumere l’iscrizione che ho già riferita nel summentovato Capitolo Quarto; tuttavia gli scavi offersero alcun che di interessante in esso. Avanzi d’iscrizioni sopra l’intonaco de’ muri esterni vi apparivano già cancellate. Annunziavano esse combattimenti gladiatorj e cacce nell’Anfiteatro ed indicavano più nomi proprj. I poggi delle botteghe annesse a quest’albergo erano assai eleganti, rivestiti al di fuori di marmi: avevano più fornelli, in uno de’ quali si trovò un cácabo, o stoviglia di bronzo col suo coperchio. Nel davanti erano ornati di due medaglioni con cornici di legno che rappresentavano due teste di donne in rilievo. Nell’angolo del poggio o banco era attaccata al muro una piccola statua di terra cotta coperta di una vernice verde, del genere degli amuleti, la quale ora si conserva nel Museo di Napoli. Ivi si trovò pure altro amuleto di bronzo, che sosteneva dei campanelli sospesi a catenelle di bronzo.
Un terzo albergo era quello di Sittio, detto anche dell’Elefante, dall’iscrizione che vi si leggeva così espressa:
SITTIVS RESTITVIT ELEPHANTVM[274]
e dall’insegna rappresentante un elefante con enorme serpente all’intorno ed un nano. Che dovesse essere un albergo, lo dice quest’altra iscrizione più grande che vi fu letta:
HOSPITIVM HIC LOCATVR
TRICLINIVM CVM TRIBVS LECTIS
ET COMM.[275]
L’interno è assai piccolo, povere le decorazioni: meschinissimo ritrovo a gente di nessuna fama, come non poteva essere altrimenti, avendo di fronte il lupanare.
Vi si rinvennero una testa di Giove in pietra di Nocera grossolana, tre stili per iscrivere, utensili di cucina, un sarracum o carro agricolo sia per veicolo di persone, che per trasporto di derrate al mercato, bottiglie di vetro, una asta di ferro, un peso di piombo e monete di bronzo.
Un albergo e scuderia era pure nella via delle Tombe, quasi rimpetto alla casa che si presume di Cicerone. Consta d’un portico con botteghe, e nel mezzo v’era una fontana con abbeveratojo. Gli scavi offrirono qui dei vasi, de’ secchi di bronzo, un mortajo di marmo, delle bottiglie di vetro, dei vasi in terra cotta, dadi, un candelabro e avanzi di bilancia. Nella scuderia che vi è attigua, si trovò la carcassa di un cavallo col morso in bronzo, se pure era un morso l’ordigno che aveva la figura di un D, e dei pezzi di un carro. A fianco dell’ingresso v’erano due fornelli con pentole, in cui dovevano esservi i commestibili che vi si esponevano e vendevano. Al di sopra di queste botteghe eravi pure un piano superiore, a cui si saliva per iscale di legno. In una di queste botteghe si ravvisarono scritti sullo stucco diversi nomi in caratteri rossi, ma di essi non si potè leggere che appena quello di STAIVS PROCVLVS.
Nella via di Mercurio vedesi pure una popina. Su di un panco di fabbrica rivestito di marmo sono incassati tre vasi: v’è uno scalino pur di marmo, per collocarvi le coppe e i bicchieri ed un fornello per cuocervi le vivande, sotto il quale è dipinto un angue in atto di divorar le offerte disposte su di un’ara. In un salotto vicino vi stavano dipinti degli amori; Polifemo e Galatea, e Venere che pesca coll’amo. Sotto vi è rappresentata una caccia; a qualche distanza un cane ed un orso accomandati ad un palo che ardono assalire un cervo. A sinistra della popina evvi una altra sala con una porta segreta nel viottolo di Mercurio. Gli scrittori ricordano come qui vi si trovassero tre pitture oscene ora distrutte. Un’altra pittura rappresenta un soldato vestito d’una singolar tonaca, somigliante ad una pianeta, o dalmatica de’ nostri preti, il qual soldato porge da bere ad un popolano. Sopra vi è graffita questa iscrizione:
MARCVS FVRIVS PILA MARCVM TVLLIVM[276].
Anche un’altra popina era sull’angolo della Via delle Terme, e si denomina di Fortunata, perchè viveva un’iscrizione nella parte esterna che recava un tal nome, ma che ora è affatto scomparsa. Vi si vendevano commestibili.
Due osterie erano dirimpetto alle Terme: ivi stavano molti vasi di vino o dolia, come appellavansi allora, e focolari per ammanire vivande. Vi si scoprì uno scheletro d’uomo, che al momento della catastrofe s’era per avventura rifugiato sotto di una scala e stringeva ancora il suo piccolo tesoro, consistente in un braccialetto in cui erano infilati tre anelli, uno de’ quali con vaga incisione d’una baccante, due orecchini, il tutto d’oro; settantacinque monete d’argento e sessantacinque di bronzo, con cui voleva sottrarsi a sì generale rovina.
A queste cauponæ e popinæ ed œnopolia e tabernæ vinariæ erano quasi sempre congiunti, come abbiamo veduto, i thermopolia, ossia botteghe per vendita di bevande calde e liquori, come sarebbero a un dipresso i moderni caffè; poichè si tenesse allora comunemente più delizioso il bever caldo. Fin il vino si usava imbandir caldo: lo si cuoceva e lo si dolcificava e medicava con mirra, come pur di presente usasi in certe circostanze unirvi droghe, e si dava sopratutto idromele, giusta quanto si apprende in Plauto:
PSEUDOLUS
Quid, si opus sit, ut dulce promat indidem ecquid habet?
CHARIN
Rogas?
Murrhinam, passum, defrutum mellinam, mel cujusmodi.
Quin in corde instruere quondam cœpit thermopolium[277].
Pur tuttavia v’erano molti e speciali termopoli. Sul corso principale evvi quello di Perennio, o Perennino, Ninferoide, così interpretandosi la cancellata epigrafe PERENIN NIMPHEROIS. Vi si osserva ancora il fornello, il davanzale di marmo bianco, in cui riscontransi le impronte lasciate dalle tazze colme di liquori, e una nicchia, contenente una testa di fanciullo in marmo, e alcuni gradini su cui disponevansi le tazze. Quivi pur si trovò un phallus di bronzo con campanelle, vasi di terra d’ogni forma e una lampa e varj oggetti di vetro colorato.
Vicino al Ponderarium, che già conosciamo, per averne trattato nel Capitolo Quarto, sonvi due altre tabernæ, ch’erano egualmente termopolii, o mescite di bevande calde, e vogliono essere ricordati per esservisi trovati una cassa col coperchio di rame, uno scheletro umano e due d’animali.
E così da codesti venditorj di vino e di bevande calde, di liquori e di commestibili, da quelli soltanto, cioè, che già si sono scoperti, vuolsi a ragione inferire che ne dovessero in Pompei sussistere in quantità; perocchè nel restante della città ancor sepolta abitasse, come sappiamo, la parte più povera della popolazione, e la quale più di tali vendite e mescite dovesse necessariamente abbisognare, da che la classe meglio provveduta avesse modo di prepararsi nella propria casa di cosiffatte bevande.
E poichè sono a dire delle taberne e commestibili, parmi vi possa star presso il discorso de’ pistrini o delle taberne da panattiere, o pistores od anche siliginari, come venivano chiamati, esprimendo il primo nome piuttosto l’operazione del macinare, il secondo invece quella dell’impasto, da seligo, latinamente detta farina di frumento.
Pistrinum era dunque dapprima presso i Romani il luogo in cui veniva il frumento ridotto in farina. Usavasi a ciò un profondo mortajo detto pila, e d’un grande e forte stromento che ve lo pestava e stritolava dentro chiamato pilum, che per la sua grandezza adoperavasi a due mani, a differenza dei pistillum, il nostro pestello, a testa grossa, con cui si polverizzavano o impastavano nel mortarium altre sostanze, come droghe e pasticci. Più tardi, quando si pensò a sostituire altro stromento che stritolasse maggior quantità di grano e si inventò la macina, mola manuaria o trusatilis, o mulino a mano, pistrinum valse ancora a designare il mulino, che veniva messo in movimento continuo, di giorno e di notte, o da schiavi o da bestie da soma, cui si bendavan gli occhi, o da acqua[278]: nec die tantum, verum perpeti etiam nocte prorsus instabili machinarum vertigine membrabant pervigilem farinam[279], come disse Apulejo.
Ne venne così che il pistrinum si usasse comunemente per luogo di punizione degli schiavi rei d’alcuna colpa, che vi venivano condannati a subire un periodo di prigionia con lavoro forzato, lo che era una ben miserevole pena per quegli sventurati pareggiati alle bestie.
Di questi pistrini se ne trovarono parecchi in Pompei, onde è dato fornirne ora la più esatta descrizione.
Tutti appajono costruiti d’un solo sistema, consistente, cioè, in due grosse pietre tagliate ora in forma di due vasi o campane, l’una arrovesciata sull’altra, che posa su d’una base, che è l’altra pietra, ed ora in forma di colonna che vien mano mano incavandosi o riducendosi a’ fianchi, pur posata sulla egual base cilindrica di un metro e mezzo di diametro ed uno in altezza. Da essa sorge uno sporto conico alto circa sessanta centimetri, che forma la macina inferiore, meta, ed ha un pernio di ferro infisso nel vertice. La pietra esterna, catillus, è fatta in forma di due vasi, come dissi, ed anche di oriuolo a polvere, clessydra, siffattamente, che una metà di esso si adatti come un berretto sopra la superficie conica della pietra inferiore, ricevendo il pernio summenzionato in un buco, forato a posta nel centro della sua parte più stretta tra i due coni vuoti, che serviva al doppio fine di tenerla fissa al suo posto e di scemare od eguagliare l’attrito. Il grano era quindi versato nella coppa vuota in cima, che così serviva di tramoggia e scendeva a mano a mano per quattro buchi forati nel suo fondo, sul solido cono di sotto; dov’era macinato in farina tra la superficie interna ed esterna del cono e del suo berretto, vie via che questo era fatto girare attorno dagli schiavi che lo movevano coll’ajuto d’una stanga di legno infissa in ciascuno de’ suoi fianchi. La farina cadeva dall’estremo orlo in un canale tagliato tutto intorno alla base per riceverla.
È a questo sistema ed alla miseria che vi pativano gli schiavi, che si condannavano a metterlo in movimento marcati in fronte d’una lettera infame, rasati da una parte i capelli e con un anello al piede[280], che Plauto allude in questi versi:
LIBANUS
Num me illuc ducis ubi lapis lapidem terit?
DEMÆNETUS
Quid istuc est? aut ubi est istuc terrarum loci?
LIBANUS
Ubi fient homines, qui polentam pransitant[281].
E il povero Plauto se l’intendeva, o piuttosto la fortuna doveva farlo passare per queste dolorosissime prove, poichè guadagnato colle sue produzioni al teatro un bel gruzzolo di denaro, avventuratolo poscia in ispeculazioni, da cui poeti e letterati debbono sempre star lontani, e quelle fallite, fu ridotto per campare la vita a girar macine da mugnajo. Plautus fuit pistor, scrisse lo Scaligero, cum trusatiles molas versando operam locasset. Quia vero pistura illa et labor grana conterendi omnium gravissimus erat, factum ut Pistrinum locus plenus fatigationis et negotii operosi viresque conficientis diceretur[282]. Terenzio e Cleanto vuolsi abbiano fatto altrettanto, quantunque fossero costoro lontani dai tempi e dai costumi, nei quali, sulla fede di Plutarco, Talete, essendo nell’isola di Lesbo, avesse udito una schiava straniera, girando una mola cantare: «Macina, o mulino, macina, poichè Pittaco, Re della gran Mitilene, si reca pur a piacere di volgere la mola[283].»
Apprendiamo poi, a questo proposito, da Catone come Pompei fosse rinomata per le sue mole, per le quali usufruttava del tufo vulcanico di che abbonda tutto il suo suolo così vicino al Vesuvio, e costituiva la fabbricazione e vendita di esse un ramo non indifferente del suo commercio.
Veniamo ora a parlare delle particolarità dei singoli pistrini che si scopersero.
Nella casa detta di Sallustio in Pompei si scoprì un Pistrino, che si locava dal proprietario a tale publico uso, e dove la costruzione del forno per la cottura del pane parve de’ nostri tempi, tanto si accosta alla odierna maniera. Il lavoro della volta è in guisa che con poco combustibile si dovesse riscaldare. Aveva nella bocca un coperchio di ferro, e presso stavano vasi per contener acqua. Vi si trovarono tre macine, come quelle testè descritte. Annessa era la camera per impastare il pane, col focolare per l’acqua calda, ed ivi si trovarono altresì l’anfora colla farina e parecchi acervi di grano.
Nel forno publico della Casa di Modesto, così designata dal nome MODESTUM, dipinto in rosso sul muro e dove si rinvenne una quantità di pani della più perfetta conservazione, deposti parte nel Museo di Napoli e parte in quel di Pompei, il forno si presentò più solido e più ingegnoso ancora. Vi si vede la camera o stufa in cui manipolavasi il pane; un’altra ove ponevasi a fermentare su tavole disposte l’una sull’altra lungo il muro, e quindi una terza ove riponevasi già cotto. Presso era la stalla degli asini che giravano le mole, secondo il metodo più usitato. In questo pistrino si trovarono quattro macine un po’ più basse delle consuete d’altrove, formate da un cono concavo che si volge su di un altro convesso, anfore di grano e farina, e sul muro del Pistrino, vedesi un dipinto che esprimeva un sagrificio alla Dea Fornace e diversi uccelli. È forse la panatteria migliore che si scoperse finora.
Un altro forno publico è nel lato sinistro della casa di Fortunata presso quella di Pansa, con tre mulini, sull’un dei quali leggesi Sex. Sulla bocca del forno vi era un phallus colorito in rosso ed al di sopra scritta la leggenda HIC HABITAT FELICITAS, novella prova che l’emblema non fosse unicamente a segno di mal costume, ma piuttosto a felice augurio ed a scongiuro di disgrazia, come già ebbi il destro di sostenere. Nella bottega attigua di panatteria esisteva una pittura rappresentante un serpente, simbolo di una divinità custode, e rimpetto una croce latina in basso rilievo. Sarebbe questo segno un indizio del sospetto da me già espresso che la religione di Cristo fosse già penetrata in Pompei? Faccio voti che i futuri scavi abbiano ad offerire maggiori dati, che il sospetto e l’induzione abbiano a mutare in certezza assoluta.
Sull’angolo della via del Panatico, un’altra panatteria ha un gran forno con quattro mulini. Su due d’essi leggonsi le parole SEX e SOHAL in caratteri rossi e sopra il forno vedevasi una figura rappresentante evidentemente un magistrato che distribuiva pane al popolo.
Nella viottola della Fontana del Bue, si è pure trovato un pistrino con tre macine, un gran forno a corrente d’aria e delle madie foderate di piombo.
D’un’ultima panatteria terrò conto, scoperta nel 1868 ed appartenente a Paquio Proculo, al quale apparteneva pure la casa. Essa è nella Via Stabiana (Regione VII, Isola II). Il chiarissimo Minervini lesse dipinta sulla parete sinistra della casa la seguente epigrafe, che oggi è frammentata per la caduta dell’intonaco:
PROCVLE . FRONTONI
TVO . OFFICIVM . COMMODA
Questa raccomandazione, scrive il dotto signor G. De Petra, illustrando nel Giornale degli Scavi la casa e il pistrino di P. Paquio Proculo[284], così per la sua forma, come pel luogo dov’è scritta, mi pare indubitato che Frontone la rivolgesse al padrone della casa, il quale perciò doveva chiamarsi Proculo. Con tal cognome occorrono più di frequente nei programmi pompejani due persone, P. Paquio Proculo e Q. Postumio Proculo; ma considerando che in una colonna dell’atrio è graffito il nome di Pacuia, la figlia di Paquio, rimane provato che col nome di questo debba intitolarsi la casa. Donde si fa ancora probabile che l’altra raccomandazione elettorale publicata dal ch. Fiorelli (Giornale degli Scavi, 1862, p. 47, n. 4): Sabinum aed (ilem) Procule fac, et ille te facient, fosse indirizzata allo stesso P. Paquio, che pare sia stato un uomo assai influente e popolare. Diffatti il ch. Garrucci (Bull. arch. Nap., n. 5, tom. II, p. 52) fece nota questa epigrafe che sinora non trova riscontro di sorta fra le reminiscenze elettorali: P. Paquium Proculum ii. Vir. i. d. d. r. p. universi Pompejani fecerunt; nondimeno chi era questo Proculo, che i Pompeiani unanimi sollevarono alla somma dignità di duumviro giusdicente? Niente altro, come si vedrà, che un panattiere! Il qual fatto ci autorizza a conchiudere, che in Pompei le magistrature municipali non eran monopolio dei soli ricchi, e che questi conoscevano di buona voglia (universi fecerunt) la convenienza di farvi partecipare anche i più autorevoli e migliori cittadini di condizione plebea. — Lezione buona pei nostri tempi, in cui le elezioni amministrative e politiche sembrano infeudate all’aristocrazia del sangue e del denaro: colpa precipua del popolo stesso che si ostina, a parole, a gridar contro i ricchi e gli uomini di grande autorità, ma in fatto è poi sempre lo stesso peccatore, che religiosamente serba il suo stolido feticismo per chi tiene di classe a sè superiore; salvo a ricominciare di poi le sue maledizioni contro gli eletti proprj, che ignari de’ suoi bisogni, fanno leggi a sproposito e a detrimento.
Anche all’ingresso della viottola della Fontana del Bue, sulla muraglia a sinistra, una bella e ben conservata pittura di simboliche serpi è sormontata, oltre che da un piccolo larario, anche da varie iscrizioni, parte in oggi cancellate dalla rovina, fra le quali leggesi la seguente, che ognor più avvalora e l’influenza e la ricchezza di questo importantissimo panattiere in Pompei:
P. PAQVIVM PROCVLVM
II VIR . I . D . THALAMVS CLIENS[285].
Io non mi divagherò a descrivere la casa di questo P. Paquio Proculo, che qui l’argomento ne sarebbe spostato: verrò invece difilato al pistrino che vi è in essa, e che è nel lato destro. Vi si riconosce la camera del panificium, e ciò si argomenta, scrive il De Petra, dai cinque podii di fabbrica per sostegno di tre tavoloni di legno su cui rimaneggiavasi la pasta, da varii recipienti per conservar l’acqua, quali sono una vaschetta quadra fabbricata, un gran dolio sepolto a metà nel suolo e un’anfora murata in uno de’ poggiuoli, infine dalle traccie degli assi di legno che sostenevano le tavole su cui disponevansi i pani. Una porta priva di soglia dava il passaggio da questo luogo a quello dov’è il forno; ma tra l’una e l’altra stanza, per uno scopo limitato, cioè per la sola cottura del pane, v’era una comunicazione anche più diretta e sollecita. Si notarono tre molæ per isfarinare il grano, avendo una di esse la base ricoperta da una lamina di piombo, la meta di una quarta mola senza il catillus e la base circolare per una quinta; due serbatoj d’acqua fabbricati, un pozzo con coperchio, un piccolo dolio contenente calce e tre poggiuoli.
Il dipinto larario solito a incontrarsi nei pistrini, non è mancato in questo, ma sventuratamente tornò a luce poco conservato. Sotto un verdeggiante festone è la Dea Vesta ammantata con lo scettro nella sinistra e il dritto braccio proteso sopra un focus. Dietro a Vesta è l’asino, l’animale, come dissi, usato più spesso a girar le macine; rimpetto alla Dea v’è un giovane in piedi che nella sinistra ha la cornucopia, e stende la diritta sull’ara.
A sinistra del forno v’è un ampio locale in cui probabilmente si conservavano saccula di grano o di farina.
Di questo P. Paquio Proculo e di sua moglie, nel tablinum della loro casa, si rinvenne il ritratto dipinto sulle pareti gialle. Cedo la penna all’egregio De Petra. «Questo dipinto, offre la volgare fisonomia di Paquio, che ammantato dalla bianca toga magistrale, stringe nella destra un volume col rispettivo titolo di colore rosso. Gli è a fianco la sua donna, cui pendono sulla fronte i ricciolini sfuggiti alla fascetta che le stringe i capelli; ha pendenti di perle alle orecchie, e rossa la veste; avvicina alle labbre la punta dello stilo che tiene nella dritta ed ha i pugillari aperti nella sinistra[286]. Donde si può inferire, che l’anzidetta positura sia stata convenzionale nei ritratti, poichè l’atteggiarsi dell’uomo e della donna trovasi ripetuto esattamente in due scudetti publicati nelle Pitture d’Ercolano (tom. III, tav. 45) e in quegli altri due che ornano il tablino d’una casa nella Regione Settima, isola 10, propriamente quella che vien dopo la casa del Balcone Pensile. Oltrecchè l’atteggiamento della donna si confronta con la scrittrice dipinta nell’atrio della casa di Popidio Prisco (Reg. VII, Is. 11, n. 20) e con un’altra delle Pitture d’Erc. (t. III, tav. 46)[287]. Quale simbolo dell’amor conjugale di P. Paquio e sua moglie, vedevasi al di sopra dei loro ritratti un grazioso ed importante quadretto, ora nel Museo, rappresentante Amore e Psiche teneramente abbracciati. Il bacio e l’amplesso di essi, ovvio in tanti altri monumenti, è ritratto in questa pittura pompejana in una movenza nuova, sebbene non molto diversa delle altre conosciute.»
Nella Via degli Augustali, come dipendenza della Casa detta dei Capitelli figurati, aprivasi poi una taberna da pasticciere, pistor dulciarius, il quale, come ne fa sapere Apulejo, panes et mellita concinnabat eduleia. Vi si videro parecchi mulinetti, pistrillæ, che un sol uomo bastava a girare; ma destò la speciale attenzione il forno, dalla forma del quale direbbesi a riverbero, costituendosi di due cavità sovrapposte, accendendosi il fuoco nella cavità inferiore da cui il calore ascendeva per un’apertura, nella cavità superiore, ove si deponevano a cuocer le pasticcerie. Due pasticcetti si trovarono negli scavi e si conservano nel Museo di Napoli.
Toccato de’ pistrini, vediamo ora le altre botteghe e spacci pompejani di merci attinenti i cibi e gli alimenti.
Una taberna o venditorio d’olio si scoprì nel 1852 nella via di Stabia, quasi all’angolo della viottola della Fontana del Bue. Il podio o banco della bottega era di marmo cipollino e grigio antico, con in mezzo dello specchio davanti un medaglione di porfido verde e due bei rosoni. Su di esso vi erano incastrate otto belle ed ampie scodelle in terra cotta. Nell’interno si ritrovò un pozzo, un fornello e l’ingresso del ripostiglio dell’olio. La quantità degli ulivi che si coltivavano nell’agro campano doveva necessariamente far luogo ad una produzione assai abbondante di olio. Anche gli scavi hanno offerte conserve nell’olio di grosse ulive, che dovevano probabilmente aversi dalle famiglie pompejane fra le consuete ghiottornie.
Presso la casa di Cornelio Rufo e quella di Messinio nella Via di Stabia evvi una casetta, che l’illustre Fioretti, seguendo le indicazioni di Pompeo Festo e di Varrone, qualifica per un Ganeum, o Ganea, specialmente per avervi vedute pitture ed iscrizioni licenziose[288]. Era la Ganea o il Ganeum, come meglio piaccia al lettore di appellarlo, secondo essi, un ritrovo nascosto di meretrici, le camere da letto delle quali erano a pian terreno, come i cenacoli nella parte superiore delle case, ed io ne toccherò poi nel capitolo del Lupanare; ma Bréton, nella sua Pompeja, avendo constatato nell’area del peristilio sette grandi coppe, o giare, misure di capacità pei liquidi, e sette dolii coi loro coperchi, senza manichi, fu indotto a credere che questa casa potesse essere al contrario un magazzeno d’olio. Si sono poi trovati negli scavi dei particolari mulini che si sono creduti atti alla macinazione dei grani oleosi: l’uno fu rinvenuto nelle vicinanze del Foro Triangolare o Nundinario.
Prima di entrare nel Foro Civile, sulla diritta, stava la taberna di un venditore di latte. L’insegna di essa è in terra cotta e rappresenta una capra. Sotto di essa vi si lesse questa iscrizione in caratteri rossi, all’epoca del suo sterramento, ma che ora non si distinguono più.
M. CASELLIVM AED. DIF. FAC.
FIDELIS...
Nel podio di materia di fabbrica, come d’uso nelle taberne di liquidi, v’erano incassati dei vasi.
Nell’isola intorno al Tempio d’Augusto si constatarono diverse botteghe di commestibili. Una di venditori di pesci salati, forse ciò argomentandosi dai pesci che si videro dipinti sulle pareti, della natura di quelli che si vendono nella salamoja, e già sappiamo che Pompei era nota e famosa pel suo garo che sapeva preparare e del quale ho già intrattenuto il lettore sulla fine del Capitolo Quinto. Un’altra di fruttivendolo, nè in questa si errò di certo, poichè vi si accogliessero fichi secchi in abbondanza, uva passa, susine, frutta in vasi di vetro, lenti, semi di canape; oltre una ciambella, vari frammenti di pasta e di pane, molto denaro, una staderina e varie bilancie. I fruttivendoli in Pompei dovevano essere di molti, così essendo lecito di pensare dalla iscrizione che fu letta sul pilastro che separa la Fullonica, di cui dirò qui appresso, dalla Casa della gran Fontana, scritta, come il più spesso, in caratteri rossi e che sembra riferirsi al magistrato, del quale abbiam veduto come la statua decorasse il teatro:
M. HOLCONIVM PRISCVM II VIR. I. D.
POMARI VNIVERSI CVM HELVIO
VESTALE ROGANT[289]
I fruttivendoli pompejani si raccomandano ancora in altre due iscrizioni, che si lessero nella strada ove è l’arco di trionfo. L’una è così concepita:
IVLIVM SABINVM AEDILEM
POMARII ROGANT
e l’altra così:
MARCVM CERRINIVM AEDILEM
POMARII ROGANT
Ciò che vuol essere osservato si è che in queste botteghe, che sono circostanti al Tempio di Augusto, si sono rinvenuti molti oggetti preziosi e d’arte, fra quali una statuetta di bronzo rappresentante una Vittoria con armille d’oro alle braccia; un’altra in marmo; Venere che si asciuga i capelli, come sorgesse allora dalle spume dell’Ionio mare, colla parte inferiore velata da un drappo dipinto in rosso; una bella tazza d’alabastro, anelli d’oro, gemme, sistri isiaci, un vaso di vaghissimo lavoro, amuleti, strigili e diverse monete.
Sarà negli ulteriori scavi che verrà dato indubbiamente di scoprire taberne d’altre cose mangerecce, e soprattutto lanienae, o botteghe da beccai e macelli, la principale opera e materia prima dei quali veniva somministrata dai templi, per le continue vittime che vi si immolavano, per lo più in buoi, giovenche e pecore; e se agli Dei si bruciavano ciocche di lana e qualche inutile interiora, tutt’al più spruzzate da vino e mescolate di fiori, il meglio veniva accortamente goduto dai sacerdoti pel loro uso, e venduto nuovamente ai gonzi, di cui si costituisce la maggior parte del pubblico, che a ragion di divozione avevano fatto prima l’offerta. I macellai dell’antichità erano adunque principalmente i sacerdoti.
Della bottega del Chirurgo e del Seplasarius o farmacista e di quella di prodotti chimici, ho già detto nel Capitolo delle Scuole; di quella dello scultore mi occuperò nel venturo delle Belle Arti, come anche del mercante de’ colori; perocchè meglio vi si trovino in essi collocati, come materia che a que’ capitoli ha tutto il suo riferimento.
Nella stradicciuola di Mercurio, gli scavi trovarono nel 1853 un Myropolium, o bottega da profumiere, detta anche, come la vediam nominata in Varrone e Svetonio, unguentaria taberna[290]. Già superiormente ho toccato dello spreco di profumi, aromi ed unguenti che si faceva a quei tempi di grande effeminatezza in Roma e in tutto l’orbe a lei soggetto. Non era soltanto, cioè, del mondo muliebre; ma pur degli uomini. All’uscire del letto, prima d’entrare nel bagno, nel bagno e dopo, era costume di ugnersi e di profumarsi; altrettanto facevasi nelle case prima del pasto e avanti comparire in pubblico e prima di coricarsi; ogni occasione era buona per ispargersi il corpo e le vestimenta di odorose essenze, per ungere i capelli e perfino per profumare camere ed appartamenti. Già abbiam veduto nel capitolo dell’Anfiteatro come si facesse eziandio all’aperto assai gitto di croco: si può pertanto argomentare cosa dovesse essere negli appartamenti chiusi: a suo luogo vedremo, specialmente nel triclinio e ne’ funerali.
Ma più che tutto, era nell’amore che di profumi si abusava, come eccitanti e preparatori allo stesso. È noto, scrive Dufour[291], che il muschio, il zibetto, l’ambra grigia e gli altri odori animali portati nelle vesti, nei capelli, in tutte le parti del corpo esercitano un’azione attivissima sul sistema nervoso e sugli organi della generazione. Nè solo adoperavano esternamente detti profumi, ma non temevano di far entrare aromi e spezie in quantità nel giornaliero loro alimento; onde a ciò si voglia ascrivere quell’appetito e prurito continuo che tormentava la romana società e che la spingeva in tutti gli eccessi dell’amor fisico.
La lussuria asiatica portò seco tali profumi e d’allora in poi, così prodigioso fu il consumo delle sostanze aromatiche, che parve non bastare quanto inviava la Persia, l’Arabia e tutto l’Oriente insieme. S’era insomma venuto a tal punto, da aver ragione Plauto, quando nella Mostellaria usciva in questi accenti:
Quia ecastor mulier recte olet, ubi nihil olet.
Nam istæc veteres, quæ se unguentis unctitant, inter poles,
Vetulæ, edentulæ, quæ vilia corporis fuco occulunt,
Ubi sese sudor cum unguentis consociavit, illico
Itidem olent, quasi cum una multa jura confudit cocus.
Quid oleant nescias, nisi id unum, ut male olere intelligas[292].
Profumi e cosmetici assumevano il nome dal paese onde venivano: così furono celebrati l’unguento di Cipri, il balsamo di Mende, il nardo d’Achemenis, il malobutrum di Sidone, distillato in olio pei capelli, l’olio d’Arabia, quello della Siria, il mirobolano di Arabia; l’opobalsamum della Giudea, il cinnamomo dell’India, la maggiorana di Cipri, la mirra dell’Oronte e l’iride di Illiria, che Ovidio raccomanda nel suo Poemetto De Faciei medicamine, e del quale facciamo uso noi pure rinchiudendolo in seriche borse o sacchetti, che poniamo, per profumarla, per mezzo la biancheria.
Altri profumi e unguenti pigliavano il nome dal loro inventore; come la Niceroziana ricordata da Marziale, odore inventato da Nicerote, e il Foliatum, manipolato da Folia, amica di Gratidia, che Orazio stigmatizzò nelle sue Odi, coprendola delle più infami accuse e vituperi, col nome di Canidia.
V’era poi l’unguento dipelatorio, detto dropax unguentum, l’odontatrimna per i denti, le pastiglie dette diapasmata contro l’alito cattivo, e vie via molti altri unguenti che sarebbe troppo lungo l’enumerare.
Malgrado questo bisogno che si provava dell’arte e dei prodotti del profumiere e del cosmeta, questi bottegai erano nel comune disprezzo, forse perchè a questo piccolo commercio s’applicassero cortigiane e cinedi, lenoni e mezzane, quando l’età toglieva loro ogni attrattiva e possibilità di continuare nel loro infame mestiere, o mancava la clientela, e così a donna ingenua ossia nata libera, il nome solo di profumatrice e cosmeta sarebbe giustamente suonato come la più fiera ingiuria.
Nelle case de’ ricchi eravi sovente il laboratorio dell’unguentarius, a cui s’applicavano schiavi o liberti, e le cosmete e gli unguentarii valevano eziandio per le molteplici operazioni, che già conosciamo, de’ privati balinei.
La gente onesta e della buona società teneva a disonore il mostrarsi publicamente nei myropolii o taberne unguentarie, e però quando vi accedevano o sceglievano le ore prime del mattino o quelle della sera, e tiravano il lembo della toga sul volto: non così gli sfaccendati che traevano a questi luoghi, non che alle tonstrinæ o botteghe da barbiere, od a quelle de’ medici e de’ banchieri, per raccogliervi novelle e chiacchierare, come Plauto ne fa sapere quando nell’Epidico fa che Apecide dica aver cercato ovunque di Perifane:
Dii immortales, utinam conveniam domi
Periphanem! per omnem urbem quem sum defessus quærere:
Per medicinas, per tonstrinas, in gymnasia atque in foro,
Per myropolia, et lanienas, circumque argentarias
Rogitando sum raucus factus[293].
Spettava a’ profumieri l’imbalsamazion de’ cadaveri e la vendita degli aromi pei sagrifici, e nel myropolium di Pompei diffatti le insegne o pitture che vi stavano nell’ingresso ed ora scomparse, e le quali condussero a constatare od almeno a far credere essere quella una taberna unguentaria, rappresentavano l’una un sagrificatore che conduceva all’altare un toro; l’altra quattro uomini che portavano una enorme cassa, intorno alla quale stavano sospesi alcuni vasi. Superiormente poi vedevansi dipinte alcune persone intente a profumare un cadavere, prima d’essere portato al rogo.
Dal profumiere, passiamo a vedere la taberna del barbiere nella Via di Mercurio. È picciolissima: a destra vi è un podio, sopra di esso due nicchie simili a quelle che altrove servirono a larario, ma che qui più probabilmente avranno giovato per collocarvi cosmetici, vasi di profumi, pettini e novaculæ o lame di metallo molto affilate colle quali radevano i capelli della testa o i peli della barba, come i nostri rasoi. In mezzo alla bottega v’è un sedile in materia da fabbrica, dove l’avventore si sarà seduto, e in un dietro bottega sta il fornello, che avrà servito per riscaldare l’acqua. Non saprei spiegare come e perchè si trovassero in questa seconda camera gli avanzi di un mulino.
Circa questo mestiere del barbiere, tonsor, poco è a dirsi. Lo si faceva consistere nel tagliare i capelli, nel radere la barba, nel pareggiare le ugne e nello svellere i peli parassiti colle pinzette, volsellæ. I ricchi usavano a tutto ciò nella propria casa di uno schiavo o di liberto; il popolo veniva alla bottega. A radersi frequentemente la barba, si cominciò tardi in Roma, nell’anno cioè 454, della sua fondazione, alla venuta dalla Sicilia del primo barbiere: avanti di costui la si lasciava crescere generalmente. Nelle tonstrinæ, — così chiamate le botteghe di barbieri, e noi diremmo barbierie, — era assai frequente che vi esercitassero tal mestiere le donne, dette però Tonstrices; e Plauto, fedel pittore di que’ vecchi costumi, nel Truculentus, accenna appunto alla Sura barbiera:
. . . tonstricem Suram
Novisti nostram, quæ modo erga ædes habet[294].
e Marziale acerbamente morde la moglie d’un barbiere che stava presso alla Suburra, e la quale co’ suoi artificii carpiva denaro alla gente:
Sed ista tonstrix, Ammiane, non tondet;
Non tondet, inquis? ergo quid facit? radit[295].
Non di meglio del resto aveva trattato lo stesso poeta, Marziale, il barbiere Eutrapelo nel seguente epigramma:
Eutrapelus tonsor dum circuit ora Luperci
Expungitque genas; altera barba subit[296].
Lo che dimostra che di buoni e grami barbieri ve ne erano allora come ve ne hanno di presente. L’epigramma adunque avrà sempre la propria attualità.
Di sarti finora gli scavi non rivelarono botteghe; di calzolajo se ne sospettò alcuna giusta quel che ne dirò tra breve, e così di tal’altre industrie e mestieri attinenti il vestire, e quel che si sterrerà per lo avanti, riguardando la parte più abitata dalla gente operaja, verrà forse facendo al proposito interessanti rivelazioni. Certo che nè le vestimenta, nè i calceamenti erano a que’ dì complicati come di presente, da richiedere specialità di artieri. L’importante quanto ai primi era la finezza della stofa onde si facevano tonache e mantelli, pepli e toghe e studio nel portarle onde si acquistasse grazia ed eleganza. Gli schiavi, le donne bastavano all’uopo e forse ognuno, anche del popolo, in sua casa poteva dalle proprie donne farsi preparare tutto quello che appunto riguardasse il vestimento. Circa alle vestimenta poi della gente rustica, ne abbiamo in Marco Porcio Catone, De Re Rustica, ricordati i nomi: Tunicæ, saga, centones, centiculi, manicæ de pellibus; e cuculli o cuculliones, pilei e galeri a berrette o cappelli che si portavano in testa, ed erano in tutti di pelli lanute. In quanto ai secondi, cioè a’ calzolai, si può dirne qualche parola, perchè in taluna pittura pompejana si vide riprodotta la forma di qualche calzare, ma sarà tra breve, come dissi, quando visiteremo la bottega del cuojajo o conciatore di pelli.
Presso le Prigioni, che abbiamo nell’undecimo Capitolo di quest’opera trovate nel Foro Civile Pompejano, vedesi un locale che fu designato siccome un ampio magazzeno in cui si vendevano tele e stofe ad uso proprio del vestire. Così fu interpretato l’uso di questo locale, fidandosi alla quantità dei buchi che vi si videro, che dovevano aver servito a sostenere gli armadj che contenevano quelle merci. Una pittura scoperta in Pompei, scrive Bonucci, fa per avventura allusione a questo Foro ed a questo magazzeno. Rappresenta un uomo in piedi, che tiene nelle mani un pezzo di stofa ch’egli offre ad una donna seduta. Questa mostra il desiderio di comperarla, ma fa osservare al mercante un difetto che si trova nel mezzo della merce, e il mercante cerca dissuaderla con ragioni che accompagna con gesti. Le due giovanette sedute, la servente che è dietro di esse, il gruppo di due altre donne che parlano con un uomo, e da ultimo i panneggiamenti che si scoprono nel fondo del quadro, possono indicare il luogo di che facciamo parola.
Tele e lane servivano alla confezione degli abiti: solo negli ultimi tempi, cioè a quelli dell’Impero, le matrone, comperandola a carissimo prezzo, usavano della seta che derivavano dall’Asia; ma questa consideravasi come merce di smoderatissimo lusso, perocchè costasse come l’oro. Ho già notato le maraviglie che si fecero quando nel circo vennero distesi velarii di seta: erano esse in ragione della preziosità e rarità della stofa.
Nel Vicolo del Panatico, al lato destro, vi è un piccolo stabilimento di lavanderia: per tale venne riconosciuto, abbenchè tutto vi fosse rovinato e nulla di particolare offra ad essere riferito. Due altre lavanderie pure non di grande importanza, stanno nel Vicolo della Maschera: più vasta è quella in Via del Lupanare e detta di Narciso, scoperta nel 1862 e così denominata da una superba statuetta di bronzo che si conserva al Museo, rappresentante infatti questo personaggio mitologico nell’atto che ascolta la voce lontana della Ninfa Eco, che vien considerata come una delle migliori rarità trovate negli scavi, sì che Dognée giungesse a dire: Les fouilles n’eussent-elles déterré que ce seul bronze, l’importation des principes immortelles de l’art grec dans le vieux monde romain eût été démontrée par une trace glorieuse dont la splendeur indique incontestablement l’illustre origine[297]. È una bottega, in cui si veggono vasche diverse di pietra, in due delle quali era l’acqua condotta da un tubo di piombo con un robinetto. Sotto di queste due vasche è un fornello; ma giustamente osserva Bréton, siccome il piombo non può sopportare un fuoco di troppo ardente, si deve supporre, che in questi due fornelli non si ponesse che della brace destinata solo a tener caldo il liquido, nel quale si lavavano le stofe di lana o di lino. Al disopra del lavatojo, nella muraglia, vi sono dei buchi, ne’ quali erano infissi dei chiodi per la biancheria. Il suolo della bottega ha un certo pendìo verso un lato, per ivi condurre le acque che vi scorrevano per uscire sulla via. A destra della bottega, è una cameretta, in mezzo alla quale è una tavola di marmo rettangolare d’un solo piede ornato d’un corno d’abbondanza e d’una pàtera con tracce di pitture. In fondo della stessa, scendendo quattro gradini, si entra in una vasta corte in cui si vedono le traccie dei chiodi cui si saran dovute accomandare le corde onde distendervi le biancherie ad asciugare.
Nella bottega sull’angolo della Via degli Augustali e del Lupanare, designata per quella del Conciapelli, coriarius o, come potrebbe essere, d’un calzolajo, giusta l’opinione di Fiorelli e di Overbeck, appartenente a Nonio Campano soldato della IX Coorte pretoriana, come era scritto in grandi caratteri rossi sulla bianca parete di essa, se non abbiamo speciali oggetti a rimarcare, tranne alcuni utensili propri a questo mestiere, l’argomento però ci obbliga a ricordare l’uso precipuo de’ suoi prodotti, cioè quello de’ calzari e scarpe.
Sutor chiamavasi l’artefice che cuciva in cuojo, adoperando la lesina, subula, e introducendo la setola, seta; onde sutrina la bottega di lui. Dalla diversa qualità del lavoro, dicevasi sutor crepidarius, o sutor caligarius, o anche calcearius; onde la parola nostra calzolajo. Facevansi pure da’ calzolai romani i coturni, ed erano essi stivali di greco modello, di cuoio, usualmente portato da’ cacciatori e copriva l’intero piede e la gamba sino al polpaccio, allacciandosi sul davanti ed arrovesciato in cima con una ritoccatura, ed una suola diritta atta ad uno o all’altro piede, utroque actus pedi, come scrive Servio scoliaste di Virgilio[298]. Uno stivale dello stesso genere, dice Rich, ma ornato con più cura, è assegnato talora dagli artisti greci a talune delle loro divinità, in ispecie a Diana, Bacco e Mercurio e dai Romani nello stesso modo alla Dea Roma ed ai loro imperatori, come un segno di divinità. Così furono adottati da Marco Antonio, quando si attribuì il carattere e gli attributi di Bacco[299]; ma però non eran portati dai Romani come parte del loro vestiario consueto. Cicerone biasima l’insolenza d’un Tuditano, che si mostra in pubblico cum palla et cothurnis[300]. Il coturno portato dagli attori tragici sulla scena, abbiam già visto avesse la suola di sughero. — I cacciatori, oltre il coturno, portavano anche l’ocrea, specie di moderne uose. Ocrea era anche la gambiera che copriva lo stinco dal malleolo sino a poco sopra il ginocchio: per lo più era di metallo e se ne scoprirono degli esemplari in Pompei.
Crepida, era un calzare che si componeva d’una suola alta, ornata di una bassa striscia di cuojo che copriva solo il fianco del piede, ma aveva un certo numero d’occhielli, ansæ, sul suo orlo superiore, attraverso i quali passava una correggia piatta, amentum, per allacciarla sul piede. Propriamente era peculiare del vestiario nazionale greco ed usato dai due sessi e si considerava come la calzatura conveniente a portarsi col pallium e colla chlamys. Le crepidæ carbatinæ erano poi le più ordinarie di tutte le calzature in uso fra gli antichi e particolari ai contadini delle regioni meridionali. Consistevano in un pezzo quadrato di cuojo per suola, poi rivoltato all’insù a’ canti e sopra le dita, legato sul collo del piede attorno la parte più bassa della gamba con coreggiuoli passati attraverso dei buchi sugli orli.
Calceus era una piccola scarpa o calzaretto, per lo più portato dalle donne. Ne’ dipinti Pompejani si videro tre distinti modelli di essi: tutti per altro giungono a’ malleoli, con suola e tacco basso e così senza, come con laccetti. Calceus invece era uno stivaletto fatto sopra forma così per il piè destro, come per il sinistro, in maniera da coprire interamente il piede, a differenza dei sandali e delle pianelle che non ne coprivano se non solo una porzione. Come poi vediamo pur oggidì usarsi dalle nostre signore, aggiungere tacco a tacco per render alta la persona; così per le Romane, ad esempio delle Greche, invece d’una, usavano di due e tre suole, onde la solea pigliava allora il nome di fulmenia, sincope di fulcimenia. Di queste duplici e triplici suole giovavansi inoltre, come faremmo noi adesso, per difenderci dalla umidità. V’era il calceus patricius che portavano i senatori, di qualità diversa da quella degli altri cittadini; di dove la frase di Cicerone calceos mutare[301], per significare che alcuno diventava senatore, e s’allacciavano con istringhe che s’incrociavano sul collo del piede e poi s’avvolgevano attorno alla gamba sino al principio del polpaccio; il calceus repandus, scarpa con una larga punta ricurva in su o indietro. — Calceamentum e calceamen erano poi termini generici per esprimere ogni maniera di copertura del piede.
Da obstragulum, che era quella striscia di cuojo o correggia con cui la crepida si allacciava attorno al piede e che passava tra il pollice e il dito vicino e che da persone affettate si portava talora tempestata di perle, come lasciò Plinio ricordato[302], derivò obstrigillum, ch’era una particolare sorta di scarpa, che aveva i quartieri, per i laccetti, cuciti alla suola da ciascun lato. Di queste scarpe se n’ha esempio in una pittura pompejana.
Sandalum era una pantufola squisitamente ornata, che portata dalle donne greche, venne poi introdotta dalle signore di Roma. Pare che fosse d’una forma intermedia tra il calceolus e la solea, avendo un suolo ed un tomajo sopra le dita e la parte davanti del piede, ma lasciando scoverte le calcagna e la parte di dietro, come una pantufola nostra.
Finalmente v’era la solea, della forma più semplice del sandalum, consisteva in una semplice suola sotto la pianta del piede, legata con un correggiuolo attraverso il collo del piede stesso, come a un dipresso sono i sandali degli odierni cappuccini e si portava da ambo i sessi. V’era poi la solea spartea, o stivale fatto di ginestra spagnuola, ma non era ad uso degli uomini, ma delle bestie da soma, a proteggere i loro piedi quando malati.
La solea tuttavia non si portava fuori di casa: altrimenti sarebbe stata sconveniente o indizio di affettazione o di moda straniera, come avvertì Seneca ed anche Cicerone[303].
Perones, Sculponeæ e Soleæ ligneæ, erano nomi con cui si designavano i sandali e scarpe da famigli. I primi due indicavano calzari fatti di cuojo; le soleæ ligneæ erano, come esprime il loro aggettivo, di legno.
E qui s’arresta la mia erudizione in fatto di calzoleria romana e pompejana.
Non però di quanto riguarda l’arte del coriarius, o cuojajo, perocchè ad essa spettassero quelle altre opere che or si direbbero da sellajo. Mi sbrigherò a dirne, sommariamente, ricordandone le sole denominazioni de’ relativi arnesi.
Lorea si chiamavano le briglie, o corregge; le redini più propriamente dicevansi habenæ; capistrum la cavezza, ma più precisamente quella dell’asino; helcia, i tiragli, co’ quali cavalli o asini si attaccavano al timone; erano essi o lorata, o spartea, o cannabina; stragula, la fornitura, ephippia, la sella; clitellæ, il basto; soleæ, le staffe.
E poichè avviene di ricordare tanti oggetti di selleria, porgo qui le denominazioni di juga lignea, o gioghi per appajare i buoi; oreæ, il morso; frenum, il freno; murices, lupi, lupata si chiamavano altri freni di ferro asprissimi, atti a diverse nature di giumenti.
Or passiamo alla ricerca delle altre taberne che coi loro prodotti contribuivano al vestimento, o piuttosto alla varietà e mantenimento di esso.
Presso la casa di Olconio eravi una bottega da tintore, che i latini chiamavano taberna offectoris, perchè, secondo spiega Pompeo Festo, colorum infectoris. Distinguevansi, secondo lo stesso scrittore, gli offectores dagli infectores: questi erano qui alienum colorem in lanam conjiciunt: offectores qui proprio colori novum officiunt[304]. Nulla in questa bottega si rinvenne di particolare: nel fondo di essa eravi il laboratorio, con un fornello e vasche rivestite di cemento assai duro, ma pur guasto evidentemente dagli acidi che venivano usati nel tingere.
Nè io di più mi vi soffermerò, da che egual materia mi chiami a più largamente trattare della Fullonica.
L’arte dei fulloni, che Plinio vuole sia stata trovata da Nicia megarese, consisteva nel purgare, lavare ed anche tingere i panni. Trattando dell’edificio di Eumachia nel Capitolo XI di quest’opera, ho già fatto un rapido cenno dell’importanza di quest’arte in Pompei, che vi aveva anzi una speciale corporazione. Che una congenere vi fosse anche in Roma lo si raccoglie dalle Inscriptiones publicate dal Fabbretti, ricordando come quel collegio litigasse assai lungamente a proposito delle fontane[305]. Infatti non poteva a meno che essere numerosa la classe de’ folloni, per la necessità che dell’arte loro sentivasi per la politura delle vestimenta. Riccio ne dà informazioni dei folloni, da cui rivelasi come di essi si giovasse allora come adesso noi de’ nostri lavandaj e cavamacchie per rinettare ed imbiancare gli abiti, dopo averli portati, effetto che ottenevano col pestare co’ piedi i panni in larghe tinozze di acqua mischiata con orina e terra di Sardegna. I nostri cavamacchia di presente vi sostituiscono l’ammoniaca. Allora, onde procacciarsi tanta materia quanta ne bastasse all’uopo, ponevansi vasi agli angoli delle Vie, come già notai nel Capitolo appunto che tratta delle Vie; onde aveva ragione Marziale di mordere la puzzolente Taide, dicendola più fetida del vaso d’un follone:
Tam male Thais olet, quam non fullonis avari
Testa vetus, media sed modo fracta via[306].
Il panno così lavato e netto distendevasi sulla cavea viminea, o graticcio semicircolare, con sottoposta fumigazione di zolfo, come si deduce da un passo di Apulejo[307]; dopo di che passava al cardatore, che col cardo fullonicus, vi risollevava il pelo, d’onde poi mettevasi allo strettojo per quella che or direbbesi cilindratura. Fin dall’anno 354 di Roma, la legge fatta dal Censore Flaminio, riferita da Plinio, aveva prescritta una maniera in parte diversa dall’or detta, con cui i folloni dovevano condursi per ben eseguire il loro lavoro. Così si esprimeva: «Si lavin dapprima le stofe di lana colla terra di Sardegna disciolta; si faccia quindi una fumigazione di zolfo, poi si purghi con terra di Cimolo, di buon colore, riconoscendosi la falsa in ciò che lo zolfo si rode e s’annerisce. La vera terra di Cimolo ravviva i colori impalliditi dal zolfo. La terra chiamata saxum è la più conveniente alle stofe bianche quand’esse sono state solforate: esso è però nocevole alle stofe colorate. In Grecia in luogo della terra di Cimolo, si serviva del gesso tinfaico di Etolia.»
L’antica Fullonica di Pompei era sulla Via di Mercurio e riusciva su quella a cui essa medesima diè il nome: la sua pianta chiarisce l’importanza di questo stabilimento scoperto e sterrato negli anni 1835 e 1836.
È una grand’area, chiusa da tre lati da largo portico fiancheggiato da pilastri con archi. In fondo della corte si trovano quattro bacini alti, ma alquanto inclinati per lo scolo delle acque e dinnanzi ad essi un lungo banco di pietra, all’estremità del quale disposti due altri piccoli bacini e muricciuoli sono per collocarvi le vaschette. Era qui che si imbiancavano le stofe. All’ingiro de’ portici eran le camere dei folloni: il proprietario doveva alloggiare nell’appartamento più distinto. Vi si rinvenne un forno co’ suoi accessorj. Il piano superiore doveva avere delle gallerie coperte; le colonne di esse caddero indubbiamente nell’occasione dei cataclisma.
Una fontana elegantissima di marmo, dei pozzi con condotti esterni dovevano somministrare ai bacini e vasche dei lavoratori acqua in abbondanza. Presso alla fontana vi son pitture su d’un pilastro che or sta al Museo, rappresentante le operazioni diverse de’ folloni. In colori ancor vivi veggonsi quattro giovani operai che colle gambe nude pestano in altrettante conche i panni, cui per tal modo tolgono il sucidiume. Più su si vede uno schiavo che reca un utensile per disseccare i drappi: un altro è occupato a passare il cardo fullonicus di ferro su di un drappo sospeso. Sull’altro lato del pilastro è figurato uno strettojo ornato di ghirlande; poi una bella dama che sembra dar degli ordini ad una donna e ad uno schiavo e presso a loro sono distese delle stofe a disseccare. Sul pilastro vicino è dipinto un altare, fiancheggiato da due serpenti, un Bacco ed un Apollo.
Si ritrovò nello stabilimento di questa Fullonica molto sapone, lutus fullonicus, parecchi vasi pieni di calce, delle caldaje e delle mestole per rivolgere il sapone e lavorarlo. In un ripostiglio si rinvennero cinque vasi di vetro, l’uno contenente un liquore che si disperse per inavvertenza, un altro contenente un succo vegetale con olio e un terzo contenente delle olive, galleggianti nell’olio, d’una conservazione prodigiosa. Taluna di queste olive serbavano ancora il picciuolo ed apparivan sì recenti, che sembravan raccolte di fresco.
Per Nuova Fullonica si designa un vasto edificio sull’angolo del Vicolo della Maschera e si trovarono infatti molti fornelli ricoperti di piombo e vasche rivestite di cemento; ma Bréton si domanda: se non sia piuttosto una lavanderia più importante di quelle che per tali vennero denominate, e si dichiara disposto ad accogliere questa seconda supposizione.
Dopo le Fulloniche, occupiamoci delle due fabbriche di sapone che si trovarono finora: l’una nel 1788 presso al mercante di pesci salati, e nella bottega si vide molto sapone per terra ed anche molta calce di buona qualità, ma impietrita. In un’altra camera attigua vi erano sette vasche a livello del suolo per la fabbricazione; l’altra nella Via degli Augustali, sull’angolo della viottola, che nulla offrì di rimarchevole, all’infuori d’un gran forno diroccato.
Una importante corporazione erano in Pompei gli orefici, aurifices: essi abbiamo già veduto nel Capitolo Quarto come in una iscrizione pregassero ad essi propizio l’edile Cajo Cuspio Pansa, e pur senza di questa particolarità, le mille preziosità d’oro raccolte negli scavi e l’eleganza dei lavori, imporrebbero di aggiungere loro la massima riputazione. Collane, monili baccati o di pallottole vermiglie, braccialetti, orecchini, sigilli, falere, anelli e cento altre bazzicature muliebri, sono tutte eseguite col gusto più squisito e l’arte moderna ha ritratto da quegli oggetti molti esemplari alle proprie produzioni. Vi si facevano anche dagli orefici oggetti da toletta, istromenti pei sagrifici, statuette di numi e massime di lari, pàtere, coppe, utensili ed altre moltissime cose, delle quali il Museo Nazionale di Napoli ribocca e va fra i Musei del mondo ammiratissimo.
E sì leggiadre cose eseguivansi dalla oreficeria di allora, che a rigore avrebbesi da me dovuto riserbarne la parola al capitolo vegnente, che s’intratterrà dell’Arti. E lodatissimi artisti si ricordarono dalle storie, di origine greca, o non mai usciti di Grecia, le opere de’ quali erano ricercatissime in Italia. Così ci giunse la fama di un Pasitele, che non metteva mano a nessun lavoro d’importanza senza prima averne abozzato il modello in argilla od in cera, conformemente al metodo raccomandato da Lisippo. Di lui si vantò assaissimo la perfezione di un piccolo gruppo d’argento da lui condotto, il quale rappresentava Roscio bambino lattante e la sua nutrice, che fremeva nello scorgerlo avvolto fra le spire di un serpente nella sua culla. Zopiro, altro orefice di non minore celebrità, non uscì mai di Grecia: ma di lui Plinio ci lasciò descritte due tazze d’argento, nelle quali aveva dimostrata la sua rara valentía: su l’una veggonsi Oreste uccisore della madre, ed accusato di tale delitto da Erigone innanzi all’Areopago, su l’altra lo stesso Oreste assolto da quell’augusto tribunale, per l’intervento di Minerva, che opponendosi alla fatale sentenza, gli accordava il proprio suffragio.
Ho già detto come, più che altrove, nella Magna Grecia, e quindi anche in Pompei, attratti fossero gli artisti greci, ed è infatti da tutti riconosciuto che in ogni arte del disegno gli scavi misero in luce oggetti di lavoro greco.
Dal lato destro della Via Domiziana, dietro la taberna vinaria di Fortunata, v’era una bottega di fabbro, che nulla offrì di rilievo, se non che una leva terminata con un piede di cinghiale e molti istromenti del mestiere; non che un forno publico di forma ingegnosa ed un piccolo larario. Nelle quattro camere attigue alla fucina si rimarcarono le vestigia di un bagno e di una cella vinaria, o cantina, in cui stavano delle anfore.
Di fabbri, tanto ferraj che legnarii e carpentarj, dovevano del resto abbondare in una città come Pompei, dove opere edilizie d’ogni maniera, come templi, case, acquedotti esigevano la loro mano; ed oltre ciò, ponti, navi e opere militari richiedevano tal numero di lavoratori, da costituire una corporazione, alla quale era preposto un magistrato: Præfectus fabrorum. D’un prefetto dei fabbri, Spurio Turannio Proculo Gelliano, nominato anzi per la seconda volta a questa carica, ho già riferito la bella iscrizione che si trovò nel tempio di Giove di Pompei, nel Capitolo Ottavo di quest’opera.
Un’altra industria pompejana fu constatata nel 1838 nella fabbrica di vasi di terra cotta fuori di Porta Ercolano nel sobborgo Augusto Felice. Quivi nel forno a riverbero, costruito in pietra, rimarchevolissimo, la cui volta è forata da piccoli buchi per lasciar entrar le fiamme, si trovarono trentaquattro marmitte di terra cotta, delle quali una munita di lungo manico. Nella bottega v’erano molti altri vasi. La volta del detto forno, dice Bréton[308] che esisteva ancora in parte nel 1854, ma che oggi è interamente crollata, era la parte più singolare della costruzione, costituendosi di vasi di terra cotta gli uni negli altri incassati, come si adoperò nel sesto secolo per la famosa cupola di S. Vitale di Ravenna. Alcune aperture praticate nelle pareti del forno e munite di tubi pure di terra cotta permettevano di moderare il calore a piacimento.
Botteghe però di lavori di terra cotta e di vetri eransi assai tempo prima scoperte in Pompei nella strada che conduce dal tempio della Fortuna al Foro. In una di queste botteghe si trovarono moltissimi oggetti di tale industria e segnatamente un numero grande di bicchieri, di tazze e coppe, fra cui delle pregevolissime di color celeste, di piatti e tutti di vetro conservati nella paglia. Di creta si rinvennero molte lucerne, pignatte con coperchi, salvadanai, in uno dei quali anche tredici monete di Tito e di Domiziano; oltre poi 153 monete di bronzo, una statuetta di donna e due di Mercurio. Nell’abitazione di una di queste botteghe si raccolse un anello d’oro e una moneta dell’imperatore Ottone, una statuetta di Mercurio e un’altra con corazza d’argento, clamide e calzari, creduta di Caligola fanciullo, una statuetta di Ercole; una lucerna capricciosa, formata da una rozza figura di vecchio che sostiene un priapo, un’altra di creta in forma di navetta a quattordici lumi, un cucchiajo d’avorio, ed inoltre uno scheletro d’uomo, che avrà dovuto fuggire per la finestra della sua casa e non lungi due altri: il primo trasportando seco un involto con sessanta monete, una casseruola ed un piattino d’argento.
In Pompei si facevano inoltre, poichè sono a dire di opere da vasajo, i Dolia, che erano vasi maggiori, come anfore grandissime e ventrute per la prima collocazione dei vini, tenendo il luogo delle odierne botti. Erano essi di certa pietra detta ofite, ed anche di terra cotta, e ne ho vedute là di capacissime, ed una anzi apparire cucita con filo di ferro e racconciata del modo che con laveggi e tegghie farebbero i nostri calderai. Nella cantina di Diomede se ne trovarono pure. Presto poi si lavorarono anche in legno: Plinio ne fa cenno ed assunsero così la figura poco a poco delle botti che abbiamo adesso. Quando poi era avvenuta la svinatura, si versava il vino, se di qualità più peregrina, in anfore minori e caratelli detti cadi, come si evince da Plinio, il quale aggiunge la particolarità, che giova ricordare per l’origine d’un uso che venne conservato, che si otturassero con turaccioli di sughero. Erano anfore e cadi della materia stessa dei dolii, talvolta cioè di pietra ofite e quindi bianchi, ma il più spesso di color rossi, perchè di terra cotta; onde Marziale ha il verso:
Vina rubens sudit non peregrina cadus[309].
In questi caratelli o bariletti si riponevano non i vini soltanto, ma olio pure e conserve di pomi, fichi secchi, fave; e Marziale ci dice anche miele, nel seguente pentametro:
Flavaque de rubro promere mella cado[310].
In quanto alle anfore, che risponderebbero ai moderni fiaschi, e se picciolette, alle bottiglie, servendo principalmente alla conservazione dei vini e degli olj, oltre l’esser fatte di ofite, o fittili, Petronio ci fa sapere che fossero anche di vetro, in quel passo che narra recate sulla mensa amphoras vitreas diligenter gypsatas, quarum in cervicibus pittacia erant affixa cum titulo: Falernum Opimianum annorum centum[311].
Come poi si lavorassero, per quel che è della terra cotta, risponderò: nè più nè meno che fa oggidì il vasajo; e Orazio ce lo ha tramandato in quell’immagine Dell’Arte Poetica:
amphora cœpit
Institui, currente rota, cur urceus exit?[312]
Nella storia militare di Roma si dirà poi come dei dolii si valessero come di stromenti guerreschi e massime negli assedj. Quando seguiva l’assalto delle città, gli assediati riempivano i dolii di sassi e con impeto gli scagliavano sugli assalitori. Altrettanto facevasi negli attacchi nemici, allor che essi seguivano su alcun declivio.
Qui ha fine il mio dire intorno alle Tabernæ.
Chi sa che presto, dove si spinga più alacre lo sterramento in Pompei, non sia dato di poter strappare ai segreti del tempo qualche nozione di altre industrie, qualche utile congegno antico e non rivendichi al passato il vanto di certi trovati, che assai più tardi nepoti vollero avocare a sè stessi? L’esempio che ci ha fornito la Casa del Chirurgo, nella quale molti strumenti si videro che si ritenevano prima frutto di sapienza moderna, potrebbe ancora una volta, in altre taberne che si torneranno alla luce, rinnovare.
Discorso per tal guisa il commercio pompejano nella visita ed esame delle sue tabernæ, ed essendoci così fornita la ragione della fama che si aveva questa città procacciata di speculativa e industriale, di leggieri allora si può rendersi conto della iscrizione, che pel musaico della soglia del protyrum o vestibolo di sua casa, quel cittadino pompeiano volle esprimesse il benvenuto al guadagno: Salve Lucru. Era tutta una sintesi di quell’anima da mercante.