CAPITOLO XVI. Le Scuole.
Etimologia — Scuola di Verna in Pompei — Scuola di Valentino — Orbilio e la ferula — Storia de’ primordj della coltura in Italia — Numa e Pitagora — Etruria, Magna Grecia e Grecia — Ennio e Andronico — Gioventù romana in Grecia — Orazio e Bruto — Secolo d’oro — Letteratura — Giurisprudenza — Matematiche — Storia naturale — Economia rurale — Geografia — Filosofia romana — Non è vero che fosse ucciditrice di libertà — Biblioteche — Cesare incarica Varrone di una biblioteca publica — Modo di scrivere, volumi, profumazione delle carte — Medicina empirica — Medici e chirurghi — La Casa del Chirurgo in Pompei — Stromenti di chirurgia rinvenuti in essa — Prodotti chimici — Pharmacopolæ, Seplasarii, Sagæ — Fabbrica di prodotti chimici in Pompei — Bottega di Seplasarius — Scuole private.
Se fu dato potersi formulare a proverbio: di’ con chi tratti e ti dirò chi sei; parrebbe potersi eziandio dire, di’ come si istruisca un popolo e ti dirò quanto sia civile. Questo per adesso: forse non si poteva altrettanto affermare ai tempi di Roma, dei quali m’intrattengo col discreto e umano lettore.
Egli vedrà s’io mal non m’apponga nelle poche pagine che ho riserbato alle Scuole, traendone argomento dalle due di cui gli avanzi di Pompei ci han tramandato memoria.
La parola, come tanta parte delle nostre e delle latine, deduce l’origine sua dal greco. Schola scrissero i latini e σχολή i greci, e vollero significare riposo da fatica corporea, il quale dà opportunità di ricreazione o di studio: così ci accadde già di ricordare la schola o sedile in Pompei, ov’era l’orologio solare: così schola chiamavansi quegli altri sedili in muratura ch’erano nelle terme, e via discorrendo. Presto poi venne adoperato il vocabolo ad esprimere il luogo in cui i maestri e i loro scolari si raccolgono per fine d’istruzione; nel qual unico senso fu quindi ricevuto nell’idioma nostro.
Io, come dissi, dalle due scuole summentovate, di cui ci è attestata da due iscrizioni l’esistenza in Pompei, nonchè dal ritrovamento di ferri chirurgici, de’ quali verrò a intrattenere chi legge, partirò per indagare l’indole dell’istruzione e della coltura intellettuale d’allora. Senza di questo capitolo, crederei incompleto il quadro che mi sono proposto di condurre delle condizioni di Roma e delle sue colonie, del quale mi danno causa e pretesto le rovine di Pompei.
Sotto il portico orientale del Foro civile di questa esumata città, e che già a suo luogo ho descritto, si è scoperta una vasta sala: nel fondo di essa è nel mezzo una specie di nicchia; altre minori sono distribuite tutte all’intorno, con porte agli angoli. Gau, scrittore, la cui autorità ho più volte in addietro invocata, riconobbe in tutte queste disposizioni, le disposizioni stesse delle antiche scuole d’Oriente. La nicchia del fondo avrebbe, secondo lui e con tutta ragione di probabilità, servito di cattedra al maestro; quelle all’ingiro spettavano invece agli scolari, per deporvi abiti e libri. Siffatta supposizione fu universalmente accolta e trovò il suo suggello di verità nella iscrizione seguente, che stava scritta in caratteri rossi, oggi affatto scomparsi, vicino alla porta, sull’angolo della casa:
C. CAPELLAM D. V. I. D. O. V. F. VERNA CVM DISCENT[217].
Questa iscrizione valse di per sè ad imporre a quella sala la denominazione di Scuola di Verna, e i commentatori e scrittori di Guide a farne fuori un maestro di scuola di ragazzetti d’ambo i sessi, una specie di moderno asilo d’infanzia. Io mi permetto di dubitare che potesse trattarsi di scolari di così tenera età e molto meno di fanciulli d’ambo i sessi; perocchè, se ciò fosse stato, qual valore si avrebbe voluto aggiungere allora ad una raccomandazione in una elezione amministrativa fatta da piccoli fanciulli e da ragazzine? Doveva adunque essere, a mio avviso, una scuola almeno di giovinetti.
Anche un’altra iscrizione, fra le tante che vi dovevano essere state scritte sulla muraglia dell’edificio d’Eumachia, venne trovata il 26 gennaio 1815[218], e ci fa essa conoscere un tal Valentino, pur senza alcun altro prenome, per un altro maestro: essa è così concepita:
SABINVM ET RVFVM AED. R. P. D.
VALENTINVS
CVM DISCENTES (sic)
SVOS ROG[219].
È notevole e sorprende sulla bocca d’un maestro un sì grosso strafalcione di grammatica come questo cum discentes suos, in luogo di cum discentibus suis, e dà la misura sì della scienza del maestro, che di quella de’ magistrati che lo tolleravano. «Il avait, dice a tal proposito Bréton, parlando di questa cima di maestro e delle sue sgrammaticature, il avait certes besoin d’invoquer la protection des Ediles.»
Ma ad altre considerazioni, più che di fredda grammatica, queste zelanti raccomandazioni de’ maestri di Pompei mi han fornito il soggetto e m’han condotto ad una savia conclusione.
I tempi sono pur sempre i medesimi, mi son detto: le più utili e virtuose istituzioni vengono sempre falsate e guaste: le passioni degli uomini se le assoggettano e sfruttano a loro profitto. Le sventure e i danni d’ogni natura, che ad essi toccano, non sono bastevoli lezioni ai popoli; oggi, come a’ tempi di Verna e Valentino, il greggie degli stipendiati governativi e delle anime subalterne è pur sempre l’eguale.
Non lamentiamoci poi adesso del pari di vedere a’ dì nostri, ne’ giorni delle elezioni politiche od amministrative, sguinzagliarsi impiegati e poliziotti a portare il loro voto in suffragio del candidato messo innanzi dal partito che siede al governo della cosa publica, o dalla così detta consorteria. Quest’ultima ho già fatto altrove rilevare essere esistita anche allora; Terenzio l’ha rammentata sotto il nome di comitum conventus; onde hassi da noi a conchiudere tali disordini dell’oggi essere nuove edizioni di vecchia storia, più o meno accresciute ed illustrate, a beneficio dei meglio accorti.
Questo Verna e questo Valentino di Pompei io suppongo essere stati precettori in quella città della adolescenza, della risma, o suppergiù, di quell’Orbilio, che fu maestro in Roma di belle lettere e reso immortale dal suo discepolo Orazio Flacco, il quale per vendicarsi dei colpi ricevuti per avventura dalla ferula di lui sulle mani e sulle spalle, lo ha marchiato, in una delle sue Epistole, qualificandolo plagosus[220], quasi produttor di piaghe, per aver fatto uso co’ suoi scolari di sferze e di flagelli.
Nè doveva essere, a quanto pare, codesto sciagurato vezzo esclusivo di Orbilio, ma generale ne’ pedagoghi, s’anco Giovenale vi fece aperta illusione in quel verso della Satira I, sui Costumi:
Et nos manum ferulæ subduximus.....[221]
e del barbarico costume, come avvien d’ogni cosa brutta, è arrivata la tradizione infino a noi; perocchè io non sappia davvero se dappertutto, malgrado i divieti severi delle leggi e delle autorità, e più ancora i postulati della civiltà, sia stato ovunque per Italia diradicato, di gravi e sanguinose punizioni inflitte da’ maestri a fanciulletti avendo a’ giorni di mia infanzia udito più d’una volta lamentare.
Non chiamato a fare una completa monografia degli studj in Roma e nelle Colonie a lei soggette, non ne dirò ora che a larghi tratti, siccome è richiesto dalla economia dell’opera.
Presso questo popolo gagliardo e primitivo, dedito prima alle cure dei campi, poi a quelle dell’armi, gli studj, o furono quasi e per lungo tempo sconosciuti, o ne furono tardo pensiero. Il linguaggio medesimo era ben lungi dall’avere quella sonorità, armonia e maestà che assunse di poi nelle opere ammirabili de’ suoi scrittori: aspro e duro, era più proprio a comandar a’ soldati nelle battaglie; e se, al dir di M. Catone, fu costume delle genti italiche di cantare ne’ loro antichi dialetti inni e canzoni guerriere o nenie pei caduti in guerra, sposandole al suono delle tibie, ciò non attesta a favore di una avanzata civiltà. Imperocchè consuetudine siffatta si riscontri in tutte le genti rozze e bellicose. Ossian e i bardi caledonici non cantarono che le imprese di eroi d’una patria guerriera sì, ma non colta e civile. Ho già toccato altrove, parlando delle origini del teatro, come prima di Livio Andronico, Roma non avesse teatro proprio, paga delle Sature degli istrioni d’Etruria, e Andronico non fiorì che al principiar del sesto secolo. Meglio dimostrerà la condizione intellettuale e la nessuna coltura il singolarissimo rito usato ancora nel quinto secolo per la numerazione degli anni. Consisteva esso nel piantare nel muro del tempio di Giove, che era il più venerato di Roma, un grosso chiodo. Ciò facevasi alle idi di settembre solennemente per mano de’ pontefici, e dove alcun altro straordinario avvenimento si fosse voluto raccomandare alla memoria de’ posteri, eleggevasi all’uopo un dittatore che figgesse altro chiodo. E questi chiodi, in mancanza di lettere, segnarono per lungo tempo l’epoche più famose di Roma. Ecco le testuali parole di Tito Livio: Eum clavum, quia raræ per ea tempora erant litteræ, notam numeri annorum fuisse ferunt[222]. L’aritmetica e la geometria non si conoscevano se non tanto, quanto era necessario per misurare un campo, o per far le faccende giornaliere. Le loro cifre numeriche, osserva giustamente Francesco Mengotti, rappresentano espressamente le dita delle mani, che sono la prima aritmetica de’ fanciulli, dei villici e della natura[223].
La medicina stessa, reclamata dalla sollecitudine del corpo, distinta in sacerdotale e magica, rimase involuta lungo tempo nelle ubbie superstiziose. Solo poi, 263 anni prima di Cristo, Valerio Messala recò di Sicilia un quadrante solare, come già dissi a suo luogo, e appena 159 anni vennero da Scipione Nasica Corculo introdotti gli orologi ad acqua o clessidre. Prima i Romani erano rimasti per molti secoli senza neppure conoscere la divisione in ore del giorno e della notte e senza stromento alcuno per la misura del tempo. Plinio il Vecchio scrisse che le Dodici Tavole, compilate al principio del quarto secolo, non distinguevano che il nascere e il tramontar del sole[224]: dopo vi fu aggiunto il meriggio, che annunciavasi dal banditor del console, quando il sole si trovava fra la tribuna e la grecostasi. Allorchè dalla Colonna Menia il sole inclinava alle carceri, era sera.
Pel corso di parecchi secoli i Romani non posero alcun pensiero alla filosofia. Essi la conoscevano a mala pena di nome. Occupati da principio in difendersi, poi in rassodare la loro potenza sui vicini popoli che avevan soggiogati, interamente pratica era la sapienza che dalla esperienza avevano attinta. Un mirabile buon senso derivò loro dalle difficoltà dell’esterna lor posizione e dal godimento di una libertà sempre perturbata, ma che per le stesse sue commozioni, rinvigoriva gli animi e gli ingrandiva. Si è voluto attribuire alla filosofia pitagorica qualche influenza sulle instituzioni di Numa, e si è potuto con tanto maggiore facilità unire insieme a quest’uopo qualche tratto di rassomiglianza, in quanto che è probabile aver Pitagora inserito nella sua filosofia alcuni frammenti delle dottrine sacerdotali alle quali Numa non era straniero. Ma ecco dove fermar si deve ogni comunanza fra il greco filosofo e il re secondo di Roma[225]. Forse invece di queste dottrine sacerdotali di Numa e di altri legislatori a lui succeduti, la ragione e l’origine dev’essere ricercata altrove, in Etruria come verrò a notare.
Bisogno di studi elementari e di intellettuale coltura si sentì, più per ispirito d’imitazione che per altro, dopo che i Romani conobbero i Greci. Già sa ognuno di là dedotte le leggi delle Dodici Tavole: là unicamente reputavasi infatti la sede della scienza, della poesia, dell’arti.
Erasi, è vero, per l’addietro usato mandar in Etruria i giovani, per apprendervi i riti augurali, senza di che non avrebbero acquistato valore i pubblici atti, ed era molto se di là recavasi qualche tintura o conoscenza di lettere. E sì che colà la coltura e la sapienza erano più antiche che in Grecia, a cui per avventura e da essi e dagli Atalanti, i progenitori nostri, era ogni lume di civiltà e di sapere derivato. Fu altrimenti adunque, quando ebbe luogo mercè le conquiste fatte dalle armi romane, il contatto con la Grecia: il dirozzamento cominciò ad operarsi tra’ Romani, e n’ebber merito in principalità gli Scipioni, che tolsero a proteggere i letterati venuti di Magna Grecia in Roma. Ogni partito volle avere schiavi greci e, come sarebbesi scelto fra quelli sventurati il celliere ed il cuoco; così venne cercato il pedagogo, onde a’ figliuoli apprendere la lingua di Omero. E la lingua greca divenne di moda, nè uomo aspirar poteva al vanto di educato, se a lui famigliare non fosse stato quel magnifico idioma. Quinto Catulo comperò Dassi Lutazio per duecento mila sesterzj; Livio Salinatore procacciò maestro a’ suoi figli quel Livio Andronico, del quale tenni parola dicendo de’ Teatri; Paolo Emilio riempì la casa di filosofi, di retori, di grammatici, di pedagoghi e d’artisti d’ogni maniera; Scipione l’Africano protesse Plauto e Terenzio, ed ebbe amico e compagno di sue militari spedizioni Quinto Ennio di Rudia in Calabria, che era stato richiamato da Catone l’antico da Sardegna in Roma, e che, in buona fede o no, affermava in lui trasmigrata l’anima d’Omero.
Contuttociò, riguardavano i Romani gli studj, più che altro, oggetto di adornamento e di ricreazione, e Sallustio lasciò scritto: che i più assennati attendevano agli affari, nessuno esercitava l’ingegno senza il corpo; ogni uomo grande volea men tosto dire che fare, e lasciava che altri narrasse le imprese di lui anzichè narrar esso le altrui.
E poichè ho nominato ancora Andronico ed Ennio, dirò che anche dopo l’epoca in cui i Romani strinsero i legami coi Greci d’Italia e di Sicilia, essi non iscorgevano tuttora che leggerezza, mollizie e corruzione appo questi popoli, i quali dal lato loro li riguardavano quai barbari[226]. Verso il fine della prima Guerra Cartaginese, i Romani principiarono a conoscere la drammatica letteratura de’ Greci. Alcune tragedie greche tradotte da Andronico, il quale voltò pure in versi latini l’Odissea, presero il luogo de’ versi fescennini, de’ giuochi scenici degli Etruschi, e delle rozze farse Atellane degli Osci, come già sa il lettore per quel che ne ho discorso, trattando de’ Teatri.
In quanto ad Ennio, non pago egli della buona riuscita che ottenevano simili imitazioni, volle riportare un nuovo trionfo, mercè una traduzione dell’istoria sacra di Evemero, di quell’Evemero che fu il primo a pretendere che i numi della Grecia non fossero che uomini divinizzati, nati come noi e come ogni ordinario mortale anche defunti. Appresso qualunque altro popolo, un gran passo sarebbe stato codesto nel filosofico agone, e forse tale era l’intendimento del latino autore; ma sembra che i Romani non abbian veduto di primo slancio delle ipotesi di Evemero che un frivolo argomento di curiosità. Meno sospettosi degli Ateniesi eran dessi, perchè nessuna esperienza ancora gli avvertiva delle conseguenze della filosofia sopra la falsa lor religione. Lo stesso avvenne rispetto alla esposizione del sistema di Epicuro fatta da Lucrezio. Queste due opere erano germi gettati sopra un terreno non ancor disposto a riceverli.
De’ libri avevasi quindi sospetto, quasi intaccassero le istituzioni e la religione patria; epperò essendosi, durante il consolato di Cetego e Bebbio, dissotterrati alcuni libri di filosofia, Plinio scrisse essersi poi ordinato dal console Petilio di abbruciarli: combustos, quia philosophiæ scripta essent[227].
È nondimeno nel senso che la coltura si venisse più generalizzando e perfezionando per i Greci ed importando nuove forme nella drammatica, che si dovrebbero intendere i versi di Orazio, che altre volte appuntai in addietro:
Græcia copia, victorem cœpit et artes
Intulit agresti Latio[228];
non già per dire che veramente l’importazione prima della letteratura venisse proprio di là. Notai come anzi gli incunaboli della poesia drammatica avessero avuto nelle sature e nelle atellane origine assai prima tra noi, e le Muse sicelides e i vari poeti e vati della Magna Grecia fossero stati nostri.
A questi Greci, schiavi o liberti, che popolavan Roma, dispensandovi la scienza, dai patriotti guardavansi in cagnesco, e si giungeva perfino a trattarli da ladri e peggio, e si poneva in canzone il loro grave sussiego assai volentieri, e ridevasi di cuore alle tirate contro essi in teatro, e il popolo tutto applaudiva. Così fu all’entrar in iscena di Curculione in Plauto al declamar di que’ versi:
Tum isti Græci palliati, capite operto qui ambulant,
Qui incedunt suffarcinati cum libris, cum sportulis,
Constant, conferunt sermones inter se drapetæ:
Obstant, obsistunt, incedunt cum suis sententiis
Quos semper videas bibentes esse in thermopolio:
Ubi quid surripuere, operto capituto, calidum bibunt
Tristes atque ebrioli incedunt....[229]
Marco Tullio, nel libro II de Oratore, c. LXVI, rammenta del proprio avo, Marco Cicerone, come avesse a dire: nostros homines similes esse Syrorum venalium; ut quisque optimi græce sciret, ita esse nequissimum[231]: lo che dimostra come non fosse disapprovata questa grecomania dal volgo soltanto, ma ben anco da uomini austeri e di autorità; perocchè quel vecchio uomo dovesse nel suo municipio aver avuto considerazione e voce, se aveva potuto con frutto farsi oppositore a M. Gratidio, che proponeva la legge tabellaria.
Ma quantunque si affettasse questo publico sprezzo per cotesti schiavi o liberti greci, nè si volesse far credere che alle lettere nazionali si anteponesse la stima e lo studio di quelle di Grecia; quantunque si armasse perfino l’autorità del governo con editti e leggi contro l’irruenza della straniera dottrina; pur nondimeno accadde che gli uomini illuminati di un’età più matura, astretti ad eleggere tra l’abbandono di ogni filosofica speculazione, e la disobbedienza al governo, furono condotti ad attenersi a quest’ultimo partito dall’amore delle lettere, il quale allorchè ha posto radice, cresce ogni giorno, perchè ha in sè stesso la sua fruizione. Nè ciò fu tutto; avvegnacchè tutti i patrizi non solo e i più facoltosi, ma eziandio tutti quelli che appena l’avessero potuto, dopo i primi studj in patria compiti, mandassero per ciò i loro figli a perfezionarsi in Grecia. Era una vera colonia di distinta gioventù romana, che si trovava per conseguenza in Apollonia, in Rodi, in Mitilene ed in Atene, eclettica e nella sua filosofia, come ne’ suoi costumi; e sotto le ombre severe dell’Accademia e nei giardini d’Epicuro si informava essa a giganti progetti di guerra, egualmente che alle severe discipline della vera eloquenza e della poesia.
Orazio medesimo, sebben figlio di liberto, si trovò alla sua volta condiscepolo di Marco Bruto alla scuola di Teonesto e di Cratippo; e fu colà per avventura, che stringendosi in amicizia con quel fiero repubblicano, potè per di lui mezzo ottenere dipoi il comando d’una di quelle legioni, che soccombettero nei campi di Filippi, e dove ei, gittando lo scudo, certo non fe’ prova di molto valore.
Buon per lui nondimeno che nella Grecia aveva potuto il suo genio spaziare più libero, aggraziarsi, profumarsi e così preparare lo spirito a quelle innovazioni nella poesia, da poter esser detto il primo de’ lirici latini, anzi quello che creò la lirica latina. Inceppata per lui, come per gli altri, era stata la educazione della mente in Roma: essa erasi voluto costringere a limitarsi alla sola conoscenza e studio delle cose antiche e già troppo viete; ma con Livio Andronico, con Ennio, con Nevio, Pacuvio, Accio ed Afranio soltanto non s’andava innanzi. Va bene, dice Orazio, che sian codesti altrettanti modelli; va bene che Roma tragga a’ teatri ad applaudirli: il popolo talvolta vede giusto, ma talvolta anche s’inganna. S’egli ammira gli antichi autori, s’ei gli esalta al punto di nulla trovare che li sorpassi, niente che loro regga a petto, s’inganna a partito; ma s’egli ammette che ad ogni tratto si incespichi con essi in termini che han fatto il loro tempo, e in uno stile bislacco, è nel vero, e la pensa come noi. Io non l’ho contro a Livio, nè penso che sieno da annientare i suoi versi che mi dettava fanciullo Orbilio di piagosa memoria; ma è egli poi giusto che per qualche concetto, qui e qua brillante, per un paio di versi un po’ meglio scorrevoli de’ restanti, abbiasi ad andare in visibilio?...
Jam Saliare Numæ carmen qui laudat, et illud,
Quod mecum ignorat, solus vult scire videri:
Ingeniis non ille favet plauditque sepultis;
Nostra, sed impugnat, nos, nostraque lividus odit.
Quod si tam Graiis novitas invisa fuisset,
Quam nobis; quid nunc esset vetus? aut quid haberet
Quod legeret, tereretque viritim publicus usus?[232]
Del resto, come già notai, Plauto e Terenzio, che pur formavano la delizia de’ romani teatri, avevano dedotto le loro commedie dal greco; più liberamente Plauto, che le ama almeno adattate a foggia nazionale; meno invece Terenzio, ch’ei medesimo proclama d’aver fedelmente tradotto Menandro e se ne reca a vanto.
Ritemprata così la letteratura latina nella greca, si preparò quello che si disse il secolo d’oro della latinità. Tito Livio, Crispo Sallustio, Giulio Cesare, Tacito e Cornelio Nipote nella storia; Cicerone, Ortensio, Crasso, Cornelio Rufo, Licinio Calvo ed altri molti nell’eloquenza, la quale però coll’avvenir dell’impero perdette di sua libertà e di molta parte di suo splendore; Catullo, Tibullo, Virgilio, Orazio, Properzio, Ovidio, Cornelio Gallo nella poesia, chiamano ancora la nostra ammirazione e formano tuttavia l’oggetto de’ nostri studi: essi poi capitanavano una schiera di molti altri ingegni minori.
Coll’eloquenza, di cui ho ricordato i campioni, pur la giurisprudenza offrì le egregie sue prove e i suoi valorosi cultori. Sesto Elio Peto (184 anni av. G. C.) publicò l’Jus Civile Elianum e furono celebri giureconsulti M. Porcio Catone, P. Mucio e Quinto Mucio Scevola, che indagarono primi i veri principj del diritto ed applicarono alla giurisprudenza la dottrina morale degli stoici. Quando poi il potere supremo si accolse nelle mani di un solo, i rescritti, i decreti, gli editti e le costituzioni degli imperatori dischiusero nuova fonte alla scienza del diritto, che si vide collegata alla filosofia. I più rinomati giureconsulti del tempo di Cicerone furono L. Elio, Servio Sulpizio Rufo e A. Ofilio; sotto Augusto C. Trebazio Testa, P. Alfeno Varo, autore de’ Digestorum, Libri XL, che si conservarono nel Digesto. M. Antistio Labeone e C. Ateio Capitone originarono due sette, che discordavano tra loro ne’ principj da seguire nelle consulte: il primo inclinando al rigoroso diritto; il secondo all’equità. I loro discepoli Masurio Sabino (20 anni dopo C.) e Sempronio Proculo (69 anni dopo C.) diedero a tali sette estensione maggiore, i primi attenendosi alle sentenze degli antichi giureconsulti; i secondi ai principj generali del diritto.
Più sopra accennai come nei primi cinque secoli Roma si trovasse sprovveduta affatto d’ogni nozione di matematica: essa quindi le attinse, come per gli altri rami dello scibile, a fonti greche, piuttosto occupati della pratica applicazione nello scompartimento dei terreni, nella disposizione degli accampamenti e nella costruzione dei grandi e sontuosi edifizi. Tra gli scrittori che si distinsero in siffatta materia, primeggia Marco Vitruvio Pollione, coll’opera sua De Architectura in dieci libri, a lui commessa da Augusto ed alla quale ho tante volte in questa mia ricorso, perocchè sia utilissima per la storia e la letteratura dell’arte presso gli antichi e contenga viste elevate e filosofiche, comunque talvolta pecchi di oscurità, e di disordine.
Lo studio della natura vantò a suo principale cultore Cajo Plinio Secondo Maggiore o il Vecchio (23-79 anni dopo G. C.) del quale ho già a lungo parlato nel dire del cataclisma pompejano; l’Economia rurale mette innanzi L. Giunio Moderato Columella, che scrisse dodici libri De Re Rustica; e la Geografia Pomponio Mela che ne dettò, circa al tempo di Nerone, un compendio in tre libri: De situ Orbis, tratto in gran parte dalle opere greche, ma con molta accuratezza, giudizio e critica.
E così fiorirono parimenti le scienze. Ho già notato le cause per le quali il nascimento e lo sviluppo d’una filosofia nazionale in Roma, fosse pressochè impossibile, giacchè il genio speculativo dovesse necessariamente essere alieno dallo spirito pratico politico e guerriero dei Romani. Essi infatti non entrarono mai nella sfera dei problemi filosofici per esercitarvi la loro attività individuale. Si accontentarono di scegliere e di adattare fra i sistemi della greca filosofia quelli che lor parvero più acconci alla vita politica ed alle abitudini private e solo a quando a quando si risvegliò tra essi qualche interessamento e di gusto per la filosofia quando fu creduta mezzo di sviluppamento intellettuale o di progresso. La filosofia stoica era la più consentanea all’indole romana e in tempi di corruzione e di despotismo essa fu il rifugio delle anime temprate a robusto sentire, ch’ebbero forza di levarsi al disopra del depravamento del proprio secolo. Negli ultimi anni della Republica la filosofia platonica vi fu favorevolmente accolta, perocchè offerisse all’oratore negli ajuti della sua dialettica e dottrina di verisimiglianza alcuni reali vantaggi; ma poi quando i costumi degenerarono, i Romani divennero seguaci per lo più della filosofia di Epicuro, come quella che porgesse ad essi ciò che ad essi abbisognava, un codice, cioè, di prudenza e le norme del piacere; finchè più tardi, sotto l’imperio di Marco Aurelio per breve momento sfolgoreggiò una più vera filosofia. Quella di Aristotele, che in Grecia aveva trovato sì gran numero di proseliti, in Roma parve oscura, nè ebbe attrattive per menti straniere alle astratte speculazioni e più curiose che meditabonde; e non fu quindi che più secoli dopo che invadesse le scuole in Italia e che, puossi dire, essere stata regolatrice delle medesime infine al chiudersi del medio evo; onde fosse nel vero l’Allighieri, quando di questo sommo ebbe a dire:
Vidi il Maestro di color che sanno
Seder tra filosofica famiglia:
Tutti l’ammiran, tutti onor gli fanno[233].
Si è voluto rinfacciare alla filosofia d’Epicuro, anzi alla filosofia in genere, la cagione della caduta della libertà, e si è accusata leggieramente di secolo in secolo con una maravigliosa facilità, come quella che avesse condotto la rovina di Roma: ma tale accusa fu ingiusta. Tutti gli uomini che difesero la republica furon filosofi. Varrone meritò di essere proscritto dai Triumviri, e scampandone appena dalle persecuzioni, perdè la biblioteca e i suoi scritti: Bruto amava siffattamente le greche dottrine, che non eravi al suo tempo, come ci narra Plutarco[234], setta alcuna che da lui conosciuta non fosse. Catone morì leggendo Platone. Cicerone, durante il corso della sua operosa e gloriosa carriera di tanto vantaggio al libero reggimento di Roma sì che la salvasse dalla cospirazione di Catilina, mai non cessò di consacrare alla filosofia tutti i momenti che potè ritogliere a’ suoi doveri di oratore, di soldato e di cittadino. Fin dalla sua infanzia intimo amico di Diodoto, poi discepolo di Possidonio e protettor di Cratippo, egli aveva caro di ripetere che andava tenuto della sua dottrina e della sua eloquenza molto più alla filosofia, che non alla retorica propriamente detta, e mostrò saperla mettere in pratica, quando seppe ricevere il mortal colpo senza dar segno di debolezza, castigandosi per tal modo d’avere sperato in Ottaviano.
La storia pel contrario non ci trasmise che i distruttori della romana libertà nutrissero per la meditazione un pari amore.
Non ci vien narrato che Catilina fosse filosofo; Cesare, al principio di sua funesta carriera, professò in senato principj di triviale irreligione e grossolani assiomi, cui probabilmente questo giovane cospiratore aveva raccolti ne’ suoi intervalli delle sue dissolutezze e delle sue trame. Il voluttuoso Marc’Antonio, l’imbecille e codardo Lepido e tutti quelli avviliti senatori e que’ centurioni feroci, di cui gli uni tradirono, gli altri dilaniarono Roma spirante, non si erano, a quanto si sappia, formati a nessuna scuola di filosofia.
Tutto questo movimento letterario e scientifico in Roma per altro non era che un possente riflesso della greca letteratura e dottrina, e della quale fu anzi tanta l’influenza che, se il latino idioma doveva necessariamente essere il linguaggio della magistratura, il greco divenne quello della coltura e dell’eleganza. Questo si parlò nella conversazione, nella famiglia e perfin nell’amore, dove trovasi più soave appellar l’amica, come notò con derisione Marziale, dicendola ζωή, ψυχὴ, cioè vita e anima; e Orazio raccomandò nell’Arte Poetica, a’ Pisoni il continuo studio dei greci esemplari:
vos exemplaria græca
Nocturna versate manu, versate diurna[235].
Già qualche cosa, parlando della lingua usata in Pompei, trattai della coltura in questa città: ora con quanto ho testè detto di Roma, rimane completato per riguardo a Pompei; perocchè ripeto le provincie e più ancora le colonie seguissero in tutto l’andamento della capitale.
Gli schiavi poi applicati a copiar manoscritti provvidero i privati di buone biblioteche. Già Paolo Emilio aveva dato l’esempio di cosiffatta raccolta, trasportando a Roma quella di Perseo re di Macedonia da lui vinto: Silla aveva fatto altrettanto trasportando da Atene quella di Apellicone Tejo; e più ricca l’ebbe il fastosissimo Lucullo: Cicerone aveva di libri fatto egli pure incetta; ma tutte finallora erano state proprietà private. Chi pensava a dotarne di una il publico, quale era stata a Pergamo ed Alessandria, incaricandone Varrone, reputato il più dotto de’ suoi tempi, fu Cesare, ajutato poi in questo suo egregio pensiero da Asinio Pollione, dopo che Cesare era stato da morte impedito di condurlo ad effetto. P. Vittore conta ventinove biblioteche in Roma, ultima fra le quali quella di Marziale, che ne’ suoi epigrammi non può resistere all’amor proprio di ricordarla.
Pompei non aveva biblioteche pubbliche, nè forse l’ebbe pur Ercolano: almeno traccia di esse non presentarono finora gli scavi; ma e di una città e dell’altra ho già a suo luogo nondimeno osservato quanti papiri siansi raccolti mezzo arsi e con sommo artificio svolti e interpretati; quantunque finora non si possa dire d’essersi vindicato dall’azione distruggitrice del tempo un’opera qualunque che fosse di una grande importanza.
Volendo or qui toccare alcun che del modo tenuto nello scrivere, poichè altrove ho già detto delle tavolette cerate, e pur altrove ed anche adesso de’ papiri e delle pergamene, accennerò come su queste ultime scrivessero in fogli non ritagliati e quadrati, nè da ambe le facciate, come usiamo noi; ma per il lungo, e da una sola parte, ed acciò la grandezza non cagionasse impedimento nello scrivere, per fissarla, usavano d’una bacchettina di cedro o d’ebano, con capi d’oro o di gemma, indi piegassero la carta arrotolandola, e per questo rivolgimento avesse a nascere il vocabolo di volume, volumen.
La gente d’umile condizione scriveva pel contrario d’ambe le facciate; lo che venne mano mano in uso anche degli scienziati; onde Cicerone scrivendo ad un suo famigliare, avesse a dire d’aver sentito gran dispiacere nel leggere la prima facciata della lettera di lui e grande contentezza nel voltar l’altra[236]; Giovenale parlasse di una certa tragedia scritta in questa foggia[237]; Marziale ad accennare del proprio libro stesso così scritto[238]; e Plinio il Giovane, finalmente, scrivendo a Marco, dandogli conto d’alcune opere eredate dallo zio, l’illustre naturalista, in ispecie gli narrasse di censessanta commentarii scritti da una facciata e dall’altra[239].
Le iscrizioni e titoli delle opere, secondo ne fa fede Vitruvio[240], venivano ornate con minio, e le carte stropicciate sottilmente con olio di cedro, proveniente dal Libano, non tanto per conservarle dal tarlo, quanto per renderle odorose; onde Orazio, nell’Arte Poetica, a significare opera meritevole d’immortalità, in quel modo che si credevano durar le cose unte coll’olio di cedro, usò di questo concetto:
. . . . . cedro digna locutus;
e Ovidio non meno vi fece allusione nel primo libro Dei tristi, in quel verso:
Nec titulus minio, nec cedro charta notetur.
Detto di queste particolarità, progredendo nel mio tema, eran pure per la più parte fra gli schiavi, od erano stranieri coloro che si applicavano alle discipline mediche e chirurgiche: la prima però affidata più all’empirismo che alla vera scienza.
Valga il seguente aneddoto:
Il figlio di Marc’Antonio, dando una cena a’ suoi amici, vi convitava altresì Filota medico d’Amfrisso. Tra le argomentazioni ch’era in uso a que’ tempi di proporsi a tavola, Filota uscì in questa: V’è una certa febbre che si vince coll’acqua fredda; chiunque ha la febbre, ha una certa febbre; dunque l’acqua fredda è buona per chiunque abbia la febbre.
L’insulso paralogismo, degno d’un puerile scolasticismo, si meritò dallo spensierato Anfitrione i più ricchi donativi.
E valga pure il notare il passaggio, che fu anche satireggiato da Marziale, di un medico alla vile condizione del gladiatore:
Oplomacus nunc es, fueras ophthalmicus ante:
Fecisti medicus, quod facis oplomacus[241].
La medicina fu, tra le scienze, quella che a Roma ottenne poco favore e vi fece minori progressi. Non è già che ivi si mancasse delle cognizioni ausiliarie su cui poggia la teoria della medicina; ma fino ai tempi di Plinio il Vecchio venne abbandonata quale occupazione illiberale, come già dissi, agli schiavi, a’ liberti od a’ forestieri. In questa, come nelle altre, i Greci la fecero da maestri, e fu Arcagato (535 di Roma), a quanto ne attesta lo stesso Plinio[242], il primo medico greco che gli iniziasse alla medicina. Lucullo, Pompeo ed altri illustri Romani invitarono in Roma parecchi greci di condizione libera per esercitarvi quest’arte. Sotto Cesare, montarono in grande stima, che vieppiù s’accrebbe regnante Augusto. Quest’ultimo accordò loro rilevanti privilegi, i quali allettarono più romani a dedicarsi, quantunque liberi, allo studio e alla pratica di questa scienza.
V’ebbero così medici pubblici e privati. Questi ultimi erano per lo più schiavi o liberti che abitavano col padrone e lui e la famiglia sua unicamente assistevano, o gli aderenti di casa.
I medici publici, ben lontani dal sentire la dignità degli odierni, esercitavano il loro mestiere in una bottega, alla quale ricorrevano coloro che avessero avuto d’uopo di salassi, di operazioni chirurgiche o di avere strappati i denti; suppergiù come anche adesso in certi rioni di Napoli vedasi sulla bottega di barbiere annunciato che si fanno anche salassi.
E si andava a tastone. Una determinata cura non era riuscita a guarire una malattia, ebbene per essa si ricorreva a farmachi affatto contrarj. Narrasi di Antonio Musa, liberto di Augusto e amicissimo di Virgilio, medico di corte e celebratissimo, tal che gli furono eretti, a cagion di lode, statue e monumenti, che avendo veduto che i bagni caldi non avevano punto giovato al padrone aggravatissimo, gli consigliasse i bagni freddi e questi adottati, l’avessero a guarire. E del chirurgo Arcagato, del quale ho parlato più sopra, come primo introduttore della medicina in Roma, si racconta essere stato cotanto sanguinario, che il datogli soprannome di vulnerario gli venisse presto mutato in quello di carnefice.
Come maravigliare allora di quel che menzionò Plinio il Vecchio dell’antico Catone avere scritto al figlio: jurarunt inter se Barbaros necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis[243].
Quindi è che ottenne fama e voga Asclepiade di Prusia in Bitinia, che recatosi a esercitar medicina in Roma un secolo prima di Cristo, deducendo le differenti malattie da viziosa dilatazione o stringimento de’ pori, e riducendo la medicina a rimedi che producessero l’effetto contrario, voleva una cura limitata a dieta, ginnastica, fregagioni, vino, uso di semplici e divieto d’ogni farmaco violento ed interno. A lui si attribuisce l’invenzione delle doccie, che si designarono col nome di balneæ pensiles. Furonvi altri medici che conseguirono celebrità, come il dottissimo Aulo Cornelio Celso, vissuto a’ tempi d’Augusto, che nulla per altro innovò, solo spiegando buon criterio nell’adottare le dottrine de’ suoi predecessori, dettando que’ libri, De Artibus, de’ quali otto sono ancora superstiti[244]; e come Scribonio Largo Designaziano, siculo o rodio del tempo di Claudio, che nel trattato De Compositione Medicamentorum, che sussiste tuttavia, ed è tenuto in poco conto, cercò combinare le dottrine metodiche coll’empirismo, insegnando a non levare il dente leso, ma levarne solo la parte guasta, e suggerendo l’applicazione della elettricità pel mal di capo, mediante una torpedine viva; ed Erodico da Leonzio, che trovò la medicina ginnastica, curando con violenti esercizj susseguiti da bagno, a un di presso come farebbesi oggi a Grafenberg.
Claudio Galeno di Pergamo, di vastissimo ingegno, studiosissimo della natura e dell’anatomia, non venne in Roma che più tardi, al tempo, cioè, di Marco Aurelio imperatore.
Piacemi qui ad ogni modo segnalare come la città di Crotone, la formidabile rivale di Sibari, nel golfo di Taranto, fosse celebrata fin dall’antico per l’eccellenza de’ suoi medici e chirurghi.
La professione del medico era lucrosissima. Manlio Cornuto prometteva duecentomila sesterzj a chi l’avesse guarito dal lichene, malattia alla faccia; altrettanto si fece pagare Carmide un viaggio in provincia, egli che tuffava tutta Roma e fino i consoli e i senatori decrepiti nell’acqua gelata; Alcmeone raggranellò una fortuna di dieci milioni di sesterzj; Quinto Stertinio riceveva cinquecentomila sesterzj dagli imperatori, e dalla clientela in Roma seicentomila all’anno, e congiuntamente a suo fratello, lasciò un patrimonio di trenta milioni di sesterzj, oltre all’aver dotata Napoli di opere superbe. Dieci milioni ne lasciò Crinate, dopo di averne consacrati altri dieci a rialzare le mura di Marsiglia sua patria: e Valente ed Eudemo, medici e drudi di Messalina e di Livia, disponevano a capriccio del talamo e del tesoro imperiale.
Tranne questi medici principali e forastieri, per lo più greci, vessati del resto anch’essi e costretti anzi a partire da Roma, dove non ritornarono che più tardi, gli altri medici erano per lo più schiavi o liberti, e quindi i primi esposti in caso di mala riuscita, alla battitura e alla catena, e i secondi alla condanna da parte della giustizia ad ammende considerevoli.
Le cortigiane poi che non erano sotto la vigilanza dell’edile, affidavansi a certe vecchie medichesse, medicæ che non solo erano levatrici, ma addette eziandio alla magia ed alla medicina empirica. Trovasi infatti in Grutero, un’iscrizione che ricorda una Seconda medichessa:
Secunda L. Livinæ Medica.
Aniano, nelle sue annotazioni al codice teodosiano, ricorda le medicæ juratæ, le medichesse giurate, che non erano che levatrici autorizzate a studiare medicina.
A Pompei la medicina doveva trovarsi presumibilmente non impari ne’ progressi a quella di Roma. Lo si può dedurre almeno dalla moltiplicità ed esame degli stromenti chirurgici ritrovati negli scavi, che appunto per essi fu assegnata ad una casa, scoperta nel 1771, la denominazione di Casa del Chirurgo nella via Domiziana, a fianco della casa detta delle Vestali.
Questa casa abbastanza grande ha tredici camere, talune adorne di pitture e con pavimenti in mosaico. Nel fondo, a destra dello xisto, vi è una camera sulle cui pareti è dipinta la Toeletta di Venere, egual soggetto trattato così stupendamente dal morbido e grazioso pennello di Guido Reni. Pur dalle pareti di queste sale furon tolti altri dipinti rappresentanti un pittore che dipinge un busto, una testa, una Baccante ed una quaglia, che si depositarono, come tutte le altre cose pregevoli di Pompei e d’Ercolano, al Museo Nazionale.
Ma all’argomento mio importa tener conto adesso e parola dei suddetti arnesi chirurgici, che vi si ritrovarono.
Nella più vasta sala dell’abitazione, che verosimilmente doveva essere la sala anatomica e la scuola di medicina, ben quaranta stromenti di chirurgia si rinvennero, e quantunque si riconoscano di piuttosto grossolana fattura, se si paragonano agli odierni, lavorati con tutta la finitezza e talvolta con eleganza, riescono tuttavia assai interessanti, riscontrandosene pure taluni che rassomigliano molto ai moderni, ed altri di diverso disegno e per usi che non si sanno forse indovinare.
Con siffatta scoperta si è conosciuto che cosa mai fossero le cucurbitæ o cucurbitulæ, usate in medicina, rammentate pur da Giovenale in questo verso:
Jam pridem caput hoc ventosa cucurbita quærat[245]
e si comprese che se dovevano essere coppette fatte della scorza di questi frutti, o piccole zucche, potevano essere anche di bronzo, siccome queste trovate in Pompei. Fu inteso egualmente meglio, anche il passo di Celso, che allude a ventose di bronzo e di corno[246]. — Queste ventose pompejane sono a foggia di mezze ampolle con quattro buchi, che solevansi otturare con creta, che poi si levava onde distaccarla dalla pelle che il vuoto aveva attratto. Si riconobbe eziandio lo strumento per saldare le vene, gli scalpelli escissorii a guisa di picciole punte di lancetta da una parte e dall’altra aventi il malleo per la frattura delle ossa; le spatule di diverse forme; gli specilli concavi da un lato e dall’altro a forma d’oliva; un catetero bucato colla sua guaina mobile; un unco per estrarre il feto già morto; ami, aghi, forbici dentate a guisa di tenaglia, circini escissorii, bolselle a denti, sonde urinarie, lancette, bisturi, siringhe auricolari, seghe, coltelli ecc. tutti del rame più puro, con manichi di bronzo e riposti in astuccio pur di rame e di bosso. I soli bottoni per l’applicazione de’ cauterj erano in ferro.
A chi ne voglia sapere di più consiglio ricorrere alla dotta dissertazione di Louis Choulant: De locis Pompejanis ad rem medicam facientibus, Leipzig 1823, ed alla descrizione illustrata da disegni del cav. Leonardo Santoro di Napoli, inserta nelle Memorie dell’Accademia di Napoli: non che al trattato edito nel 1821 a Parigi dal dottor Savensko di Pietroburgo, e da cui risulta che già si conoscessero a’ tempi di Pompei strumenti chirurgici che si credono invenzione de’ nostri giorni, e che pur allora si possedessero mezzi dall’arte chirurgica che non son oggi neppur sospettati.
Cesare Cantù poi ricorda[247] che all’accademia di Parigi fossero dal signor Scouteten presentati i seguenti strumenti, dissotterrati a Pompei ed Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per bambino; la lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell’ano e dell’utero a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle varici; una cucchiaja (curette) terminata al lato opposto da un rigonfiamento a oliva, all’uopo di cauterizzare; tre ventose di forma e grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per legare le ossa; coltelli dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma dei veterinarj per salassare i cavalli; l’elevatore pel trapanamento; una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti; pinzette depilatorie, pinzette mordenti a denti di sorcio, una a becco di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere gli stromenti cauterizzanti.
Se la medicina per sì lungo tempo rimase un vero empirismo, nè si sollevò che più tardi colla coordinazione dei fatti e risultamenti all’onore di scienza: puossi argomentare facilmente come in ricambio si dovesse ricorrere a prodotti chimici, ad empiastri, ad erbe, a beveroni, a dettame di que’ cerretani nelle cui mani trovavasi l’arte salutare. E v’erano donne altresì che la pretendevano a sapienza nelle scelte e distillamento delle erbe e componevano filtri, che la superstizione e i pregiudizi d’ogni maniera facevano credere atti a dare o togliere l’amore, a portare o distruggere la fortuna e vie via a secondare ogni sorta di passioni, ma principalmente quella degli appetiti sfrenati e lussuriosi onde dicevansi afrodisiaci. Ma essi, grida Ovidio, non recano vantaggio alle fanciulle, ma nuocono alla ragione contenendo i germi della pazzia furiosa.
Questi empirici, antidotari e farmacisti erano però venuti nell’universale disprezzo, quantunque i più vi ricorressero: a un dipresso come vediamo adesso derisi magnetizzatori e sonnambule, tiratrici di carte e indovini, ma, ciò malgrado, contar numerosa clientela e raggrannellar ricchezza. Orazio li mise a fascio colle sgualdrine ambubaje in quel verso che nel capitolo dell’Anfiteatro ho già citato:
Ambubajarum collegia, farmacopolæ.
Fra questi empirici si distinsero nondimeno molti dotti botanici e manipolatori ingegnosi. Sotto Tiberio, Menecrate inventor del diachilo, componeva empiastri, spesso efficaci contro le erpeti, i tumori e le scrofole; Servilio Democrate fabbricava eccellenti emollienti.
Pharmacopolæ appellavansi i venditori di farmachi, ma non per questo si possono dire pari agli odierni farmacisti, perocchè questi or vendano i semplici e manipolino i medicamenti giusta le prescrizioni dei medici; mentre quelli fabbricavan rimedj di proprio capo e li spacciavano, come fanno gli odierni cerretani; onde Catone, presso Gellio, fosse nella ragione allorchè disse: Itaque auditis, non auscultatis, tanquam pharmacopolam. Nam ejus verba audiuntur, verum ei se nemo committit, si æger est[248].
Erano i Seplasarii che vendevano i semplici, e spacciavano pure profumi, droghe, unguenti ed aromi.
Sotto il nome di sagæ venivano le specie diverse di venditrici d’unguenti e di filtri, che fabbricavano spesso con magici riti inventati nella Tessaglia. Ignoranti assai sovente della efficacia delle erbe che trattavano, non è a dirsi se causassero anche di funeste conseguenze. Così perirono anzi tempo Licinio Lucullo amico di Cicerone, il poeta Lucrezio e tanti altri.
Orazio, che era stato amante d’una Gratidia, ch’era una tra le più celebri sagæ di Roma, stando a quanto ne scrissero i suoi scoliasti, rimproverò a costei, che raccomandò co’ suoi versi immortali alla esecrazione dei posteri sotto il nome di Canidia, il funesto potere delle sue pozioni amorose, che gli tolsero gioventù, forza, illusioni e salute[249].
In Pompei, sull’angolo d’un viottolo, si credè ravvisare una fabbrica di prodotti chimici. Sulla sua facciata si lessero diverse iscrizioni, tra cui l’una che accenna a Gneo Elvio Sabino; un’altra a Cajo Calvenzio Sellio. La fabbrica consta di due botteghe: a destra dell’atrio vi è un triplice fornello destinato a tre grandi caldaje disposte a differenti altezze. Nella casa si conteneva gran quantità di droghe carbonizzate. Nel 1818, in faccia alla via Domiziana, sull’angolo d’un’isola triangolare, si sterrò una taberna di seplasarius o farmacista. Per mostra aveva dipinto un grosso serpente che morde un pomo di pino. Il serpe era l’attributo di Igea, la dea della salute, e di Esculapio: esso è ancora l’emblema delle odierne farmacie. In Pompei, come abbiamo altrove notato, valeva ad altri scopi eziandio, nè quindi avrebbe certo bastato a fissare la designazione a questa taberna di officina farmaceutica, dove non si fossero trovati nell’interno diversi altri medicamenti, preparazioni chimiche, vasi con farmachi disseccati e pillole, e spatole e una cassetta in bronzo a comparti contenente droghe, e una lama di porfido per distendere e stemprare gli empiastri. Questa cassetta conservasi al Museo in un con un bel candelabro di bronzo.
Dyer poi[250] scrive essersi colà trovato eziandio un gran vaso di vetro capace di contenere due galloni (9l, 086), nel quale vi era un gallone e mezzo (6l, 814) d’un liquido rossastro che si pretende fosse un balsamo. Essendo stato aperto il vaso, il liquido cominciò a svaporare rapidissimamente, onde si affrettò a chiuderlo di nuovo ermeticamente.
Questo è quanto pare a me compendj brevissimamente la condizione dello scibile d’allora e il suo insegnamento.
Finora non si raccolsero dati essere esistite altre scuole in Pompei fuori di quelle che ricordai nel presente capitolo, nè forse gli Scavi altre ne metteranno alla luce. Si sa del resto, per gli usi generali in Roma, e quindi anche nelle colonie, che vi fossero scuole private, in ciò che per la puerizia delle classi agiate ogni famiglia avesse il suo schiavo, destinato a dare i primi rudimenti letterarj; poi erano i grammatici che subentravano ad ammaestrare nello scrivere e nello studio degli scrittori e nel greco, e dopo avea luogo il perfezionamento in Grecia nelle discipline della filosofia. Reduci in patria, o era nell’esercito che eleggevano la carriera e traevano alle guerre, di cui Roma non aveva penuria mai, o entravano nella magistratura, o praticavano dagli oratori più rinomati ad apprendere l’eloquenza del foro; assai sovente poi tutte queste professioni volta a volta esercitando, cioè passando dal foro alle cariche civili, e da queste a’ gradi militari, ora magistrati e ora soldati.
Non vi volevano che i vizj e le scelleraggini dell’impero per chiamare su Roma e l’Italia il torrente barbarico e far iscomparire istituzioni e civiltà, e quando questa potè far di nuovo capolino e ricomparire sulle rovine indagate del passato, si è procacciato di ricostruire, senza che finora si possa dire che da noi siasi fatto meglio de’ nostri gloriosi maggiori.
Ad ogni modo, anche la sapienza odierna spesso piacesi confortare sè stessa dell’autorità della sapienza romana, che invoca come oracolo sacro e senza appello.